Caro B che stai tornando

Non ti sento da agosto, ma nemmeno ti avevo raccontato cosa era successo a Maggio.

Passeggia indietro fino ad aprile, con la mente e con la casella di posta elettronica, riscorri – ti prego senza leggere – quelle mail tra di noi e ricorda: pipponi.
Pipponi infiniti.
Tra me e te, non importano i mesi, lo spazio e i continenti, finisce sempre a pipponi.

“Non so cosa sei per me”
“In un certo senso ti amo”
“Il modo ambiguo con cui stiamo insieme mi stordisce”
“Sei importante”

Che di me, cresciuta a pane e Piccole Donne si può pure capire, ma di te nessuno lo direbbe mai, sarà stato quel libro di Baricco che una volta hai letto ad averti rovinato.

Comunque, dicevo caro B, nel clima di paranoia becera di quel fine aprile, ho reincrociato in modo curioso il mio primo moroso.
Restammo assieme cinque anni e mezzo e ci lasciammo che ne avevo 21: dopo una pausa di riflessione si presentò a casa mia che mi ero appena ribaltata con l’auto in un fosso:
“Ho pensato che ti voglio bene e che ci voglio riprovare”
“E che me ne faccio dopo cinque anni e mezza di un ti voglio bene? Anche alla carta da parati dopo anni si vuole bene”
“E allora – sniff sniff – cosa facciamo?”
“Facciamo che mi lasci eh, ciao”

Sono sempre stata io quella con le palle, teoriche.
Poi son stata male come un cane, contestualmente la salute peggiorava ma io non lo sapevo ancora, insomma un disastro di proporzioni telefilmiche hardcore.
E con ‘sto ex poi negli anni siamo diventati nemici giurati: io gli tolsi il saluto per ottime ragioni (sbucava ogni tot mesi, mi riempiva di pare a suon di limoni e scopate e scompariva, grazie), lui si offese, io un pomeriggio ricevetti numerose chiamate che parevano partire accidentali durante un amplesso – a causa dell’audio – e invece lui e sua morosa stavano scalando una scogliera in Sicilia a fine settembre ma questo lo seppi solo in seguito e lui si incazzò a morte.
Cose così.

E insomma, fortunosamente come ci eravamo odiati, a distanza di sette anni, ci siamo di nuovo trovati a parlare seduti ad un tavolino.
Lui – che come te ha i capelli neri ma ispidi, la barba che te manco se ti fertilizzi le guance, gli occhi più chiari dei tuoi ma così incapaci di dire – cordiale e insulso, irritabile e borioso, altezzoso e immodesto, io lo vedevo con occhi teneri ormai.

“Massì è passato tanto teeeempo, ormai possiamo avere un rapporto normale, in fondo siamo cresciuti insieeeme”.

Sì, un paio di palle.

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