Come si è arrivati qui (P) – 2 il pre

Ho sempre usato i rapporti malati, gli impezzi vari, le seghe mentali come sistema per non pensare alle cose delle quali mi sarei dovuta preoccupare sul serio: proiettavo su quello anche tutto il resto, in modo da – al resto – non dover pensare, perché era troppo triste, difficile, brutto etc.

Al di là di questa funziona prettamente patologica, tutte le mie bazze erano abbastanza inutili: nessuna si concretizzava in un rapporto normale, vero.
Alcuni personaggi sono diventati miei amici (40enne, Rugbista), la maggior parte sono sono scomparsi completamente (Milanese, Blogger, Cinno), altri ancora non ho ben capito cosa pensino di fare perché ogni tanto qualcuno risbuca (B).

A parte qualche momento di frustrazione, io da single stavo bene: avevo i miei amici, la mia squadra, una collezione di ottime considerazioni (immeritate) da parte di molti dei miei conoscenti e di recente, sentendomi meglio con tutti i miei disturbi infiniti, avevo iniziato a divertirmi.

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Nemmeno stavolta parlo di zozzerie eh: per anni son stata monacale, tutto fumo – e qualche limone – ma niente salsicce, in piena serenità.

Insomma, la scorsa primavera mi trovavo fiduciosa, di buonumore, vergine di ritorno e spesso brilla, perfettamente a mio agio.

Finché
TATÀTAAAAAAAAAN
c’è stato questo matrimonio.

Da quello sketch di merda sono uscita veramente arrabbiata ma anche un po’ più realista: basta preoccuparsi di come questa manica di imbecilli poteva sentirsi, dello scegliere le parole da usare, del dar loro tempo-spazio blablabla.
Sticazzi, era ora di darci un taglio perché quel tipo di legami erano solo un annodare i lacci delle scarpe tra loro, un inciampo a tutto il resto ed era un’abitudine non solo da cessare, ma da annullare cercando di comportandosi all’esatto opposto.
Basta: d’ora in poi avrei anch’io scopato a caso.

Quindi che ho fatto?
Ho scaricato Tinder.

(Sì lo so che sono un’idiota).

Sono tornata a casa (secondo tentativo)

Quando torno nel mio paese, non lontano da dove abito, sto con Nonna T.

Nonna T, come tutte le nonne, ha come occupazione principale il nutrirmi.
Anzi, la sua occupazione principale sono i tornei di Burraco poi segue a ruota il mio becero ingrasso.

“Basta nonna, ho mangiato abbastanza grazie”
“Se non finisci quel poco di pasta rimasto sei una delinquente”

“Poco” sta per un etto e mezzo, vabé.

Nonna T, contrariamente alle altre nonne, terrorizza le mie amiche sin da quando ho iniziato ad averne, è veramente figa, si appropria appena può di miei trucchi o indumenti.

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La cosa che veramente di lei mi irrita però è che ogni volta
ogni singola volta
che torno a casa
parte la conta dei morti.

“Lo conoscevi Tale?”
“No”
“Dai, quello che la cugina di sua moglie è figlia del macellaio che stava in via Ugo Bassi che poi ha chiuso”
“Quando?”
“Trent’anni fa”
“Non lo conosco”
“Ma dai che sua nipote vive in America”
“Da quanto?”
“Saran quarant’anni”
“No”
“È morto”
“Eh, peccato”
“Infarto”
“…”
“Aveva 47 anni”
“Povero”
“Lavorava..”
“Nonna basta! Giuro che non so chi fosse!”

E così via.
Per ogni singolo trapassato.

Ora, ho fatto l’errore terribile di non tornare per venti giorni.
Scrivo mentre lei ancora parla e non so tra quanto finirà l’elenco dei caduti, ma mi sembra di essere in guerra.

Come si è arrivati qui (P) – 1 il pre

Dopo M, millemila (no, sette) anni fa, c’era stato il Milanese – la persona che ho trattato peggio in tutta la mia vita – il 40enne – sogno erotico fin dai miei 17 anni, realizzato in un’allegra storiella di qualche settimana -, il Cinno – cotta online presa in un momento di immobilità forzata per uno di cinque anni più giovane -, il Blogger – cotta clamorosa per uno che amavo talmente tanto leggere (anzi, che amo tutt’ora) da innamorarmi irreparabilmente anche di lui – il Rugbista – quello che mi ha portata nel gorgo della palla ovale, dal quale non sono più uscita – e B – due anni e mezzo di paranoia a concretezza zero.

Ce ne sono stati altri, cotte e/o slanci di durata inferiore, sventatezze passeggere e trasporti tipo treni FS: scomodi e malsani, una serie infinita di personaggi che ad ogni avvicendamento provocavano disperazione nelle mie amiche (“Ancora..? E questo chi è?? Tazza, basta!”).
Fuori uno, dentro l’altro.
E non sto facendo un doppio senso cafone, perché alle zozzerie non si è arrivati nemmeno con tutti tra quelli elencati sopra.

A me più che altro partivano Saghe di Seghe Mentali.
Ore e ore a discutere, sviscerare, bisticciare, parlare, scriversi, mancarsi, arrovellarsi, insomma due palle infinite.
Avrei dovuto fare l’imbonitrice televisiva: riuscivo a risucchiare nel gorgo della paranoia fine a se stessa qualunque tipo umano, pure i refrattari, i concreti, gli sticazzi, nessuno ne usciva indenne.
Forse ero solo contagiosa.

In più, stavo male.
Stavo sempre male, sempre sempre sempre, e nessuno che capisse cos’avessi.

A cavallo del periodo in cui ho iniziato a risolvere i miei disturbi (e non ho ancora finito: ieri la gastroenterologa mi ha definita un “caso interessante”), di una moto e di un Negroni Sbagliato, è arrivato B.

In due anni e mezzo ci saremo visti sì e no ‘na dozzina di volte, sempre con l’impatto emotivo di un meteorite estintore:
ci siamo conosciuti
terremoto
ci siamo baciati
lutto terribile suo
l’ho mandato a cagare
sono rimasta allettata un mese
ci siamo ribaciati
è andato a vivere in Cina

e così via.

Con in mezzo, spalmati in quei pochi incontri, ore ed ore di abbracci, tonnellate di pipponi paranoidi, limoni drammatici, pianti, grandi addii.
Manco avessimo mai scopato poi, cioè: tutta ‘sta para per sostanzialmente nulla.

Sette anni che avrei fatto meglio a passare in Tibet.

(Sì, l’ho presa alla larga, alla larghissima).

Specificazioni

Questo non è un blog su P, questo è un – ennesimo – blog un po’ accazzo.
Generalmente scrivo quando ho del disagio o quando ho qualcosa che deve uscire perché mi gira dentro alla testa o allo stomaco come un insetto fastidioso, altrimenti non avverto particolarmente il bisogno di esternare.
Come molti, suppongo.

Quindi, il povero P, sembra da questo blog che esista solo per darmi rogna all’anima, ma mica è così: per quanto si diverta a molestarmi, con tutte le cose che non capisco e non ricordo più delle relazioni (sette anni da single sono lunghini su 28 totali), P è un personaggio positivo.

Il problema è che siamo due disadattati nelle questioni interpersonali e non sono sicura della nostra somma.
A me solo il termine “nostra” fa venire l’ansia..
Mica stavo male da single.
State voi sette anni soli poi trovatevi con un tizio strano – perché è strano forte – e melenso a cui dover render conto.
Render conto.
Mi sta venendo un attacco di panico.
Vorrei respirare forte in un sacchetto di carta come nei film.
Funziona?
Non ci sono mai sacchetti di carta marrone quando servono.
Posso appellarmi al primo emendamento?
Devo smetterla con Top Crime.

Comunque

P è una cosa bella, il più delle volte ma è anche una cosa nuova e ansiogena, tutta ‘sta ansia la devo pur mettere da qualche parte.

La scriverò nei prossimi giorni questa storia, non perché sia particolarmente interessante ma me la voglio ricordare.
Poi è una vicenda simpatica:

io sono chiara
lui scuro

io sono chiassosa e sboccata
lui silenzioso e delicato

io bevo come una spugna
lui beve raramente

Ma la mia preferita è e rimarrà sempre:

lui fa il fornaio
io sono intollerante al glutine.

E quando questi sono i presupposti, come si fa a non voler vedere dove va a finire?

Come dovrebbe essere

“Vuoi una bustina di lubrificante gusto tropicale? L’abbiamo trovata nei preservativi e non sappiamo che farcene”.

Ogni volta che Char sistema la stanza, pare stia svuotando la borsa di Mary Poppins, solo che ha gadget più interessanti di scope e attaccapanni.

Però, ogni volta che mi viene in mente la lubrificazione vaginale, non posso fare a meno di pensare alla mia amica Lu.
La Lu è sposata da qualche anno, ha ricci biondi, una bimba piccola e la prima volta che mi confessò chi fosse il tipo che stava vedendo di nascosto – il quale poi sarebbe diventato suo marito – ho riso due minuti e mezzo giusti giusti, perché io lo conoscevo da una vita e perché loro si erano conosciuti sostanzialmente litigando sul tema dell’immigrazione.
Lei mediatrice culturale di formazione, lui (non ho mai capito che lavoro faccia esattamente), per nulla.
Che poi, all’atto pratico è una delle persone più tranquille che abbia mai incontrato, ma al bar in cui noi ragazze si lavorava i discorsi degli avventori andavano sul medio-becero.

Si sono conosciuti bisticciando, hanno proseguito facendo pace ed a quanto pare l’hanno fatta molto bene: pochi mesi dopo eravamo davanti alla biblioteca del paese e non ricordo a quale mia affermazione lei rispose quasi piccata, che “Ah non lo so perché mi fa così, ma appena mi tocca divento un lago di schifo!”.

Stamattina stavo raccontando a Char che sto di nuovo bisticciando con P, su una cagata eh, ma ho resistito quanto: 36 ore senza di nuovo fare la femmina?
Non va, mi pare.
Non dovrebbe essere così.

Dovrebbe essere che ci si guarda negli occhi e si è contenti, che si sta insieme ridendo e basta e che quando ti tocca tu diventi un “lago di schifo”, una di quelle robe che disgustano tutti meno i due che ci nuotano dentro.
Al momento, sto dalla parte dei disgustati (e ci tenevo che chi mi legge mi facesse qui compagnia).

Litigare con P

Forse non è come lo volevo
anzi
non lo è affatto.

Forse non funzionerà in nessun modo
anzi
sicuramente non funzionerà mai
perché le istruzioni non le abbiamo proprio trovate nella scatola.

Forse come somma facciamo pena
anzi
siamo una coppia pessima di sicuro
perché abbiamo gli stessi difetti
le stesse paranoie
gli stessi dubbi
senza una lingua comune per spiegarli l’uno all’altra.

E allora si continuerà così e io mi chiederò ancora se quello che volevo era poi così importante

chissenefrega se il meccanismo non parte: ci faremo da fermaporta a vicenda
da soprammobile come gli orologi rotti
da collezione di figurine senza colla

e non parleremo perché non siamo capaci
io scriverò ma tu non leggerai perché non ti va
io chiederò e tu cambierai discorso perché “sono a disagio”

e adesso basta litigare che nemmeno quello sappiamo fare bene, neanche fare pace

– Che dobbiamo fare, P?
– Tu mi vuoi lasciare ma non ne hai il coraggio
– Non è che quello, mi piacerebbe avere voglia di lasciarti da una parte, dall’altra no
– Quale parte è più grande?
– Non lo so
– Una volta ho visto un corto di Dario Argento dove un tipo salva una tipa con la faccia deforme, la porta con sé ma in realtà è una cannibale e un giorno la trova che sta facendo un pompino a suo figlio ma in realtà gli sta mangiando il cazzo e lui sta morendo dissanguato quindi fa per ucciderla ma un altro tipo arriva e ammazza lui perché pensa che la voleva fare fuori solo perché era deforme ed è un circolo vizioso praticamente
– “Che la volesse fare fuori”
– Giusto. Mi vuoi lasciare?
– Solo quando non ci sei
– Allora non vediamoci per un po’
– Così poi voglio lasciarti di sicuro?
– No, magari ti chiarisci le idee
– Dubito
– Ma quanto ci vuole a fare dei canederli?

Non so come andrà
non so per quanto andrà
ma ‘sta cosa
che ogni volta che ti agiti
mi diventi un ipertesto
deve finire, cristo.