Come si è arrivati qui – P 7 (i “pre” sono finiti)

Poi con Oppi è durata molto poco. Non avevamo granché da dirci, quando lui si è stufato di sbattermi contro i muri dei vicoli per limoni da stunt-men hardcore e io di avere a che fare con l’ennesimo bimbone – per quanto adorabile eh – la cosa è scemata in modo piuttosto indolore.  

 (Come avevo salvato in rubrica Oppi, a lui non aveva fatto ridere)

Un po’ di malumore, quello sì, che per me corrisponde più o meno a ciò che per altri è lo stato di grazia totale.

Le sere di fine estate in piazza erano tornate a essere tranquillamente pigre, tra amici, le solite sciocchezze e battute e birre. Per citare me stessa: a volte ti chiedi come mai con alcuni facenti parte del tuo entourage da secoli, tu non abbia mai legato e la risposta spesso è banalesono degli imbecilli.

Altre volte la risposta è ancora più banale: sono silenziosi.

Degli imbecilli silenziosi.

Ma a volte silenziosi e basta, non saprei, in fondo la maggior parte delle persone sono come una ricca insalata di riso: lasciano un gusto diverso a seconda di cosa ti capita nella forchetta. 

P era lì.

Nelle serate di piazza quiete, in un’incursione al Padova Pride Village, in campo durante ogni partita.

Non ricordavo di averlo mai nemmeno salutato prima di quell’estate, sapevo chi fosse perché giocava e sua morosa era una tipa universalmente considerata cagna – titolo al quale penso ambisse dichiaratamente – famosa per aver collezionato un numero ragguardevole di rugbisti trombati e aver avuto un paio di uscite infelici sulle donne della società sportiva – cioè noi – poi alla fine stava con P. Questi erano i dati presenti nel mio database degli sticazzi, del quale mi importa talmente poco che nemmeno ricordo di aggiornarlo (si riempie solo al seicentesimo ascolto dello stesso discorso fatto da altri).

In una di quelle serate di fine estate insomma, nella solita insalata improvvisata – stessa struttura, ingredienti variabili – mentre fingevo interesse per i presenti ma nessuno di loro era il motivo per cui mi trovavo lì, inizia con qualcuno a caso un dialogo su Harry Potter e Game of Thrones.

Ero talmente distratta da quello che avevo nella testa che faticavo a guardare in faccia il mio interlocutore, nonostante si stesse parlando di roba che mi piaceva un sacco! Ad un certo punto, saltando di palo in frasca:

– Abiti ancora in quella via?

E questo come cazzo fa a sapere dove abitavo..? Non ricordo fosse amico della mia ex coinquilina, me l’avrebbe nominato..

– No, non ci abito più..

– Era grande, quell’appartamento!

– Sì.. Ma come fai a saperlo?

– Ci sono stato

– Ma quando..?

– L’anno scorso! La notte che hai fatto il riso con le cose strane e il pollo, non so

Checcazzo.

Tredici mesi prima, in un’estate come un’altra, in un periodo in cui limonavo uno psicopatico come tanti altri (che però stava veramente sotto farmaci causa follia), c’era stata una serata – bella, finita con un sestetto del tutto inedito (c’era anche Diciassettenne) – in cui alle tre e mezza del mattino una mia amica, che in quel momento avevo odiato, se n’era uscita con: “Andiamo a mangiare qualcosa a casa di Tazza!”

Ah, ok..

Nel ripensarci, con un POF! da cartone animato, P è comparso nel ricordo di quella notte: un immenso cagacazzi che – mentre gli altri cinque squatter si erano sistemati in salotto – era rimasto in piedi alle mie spalle tutto il tempo necessario a preparare qualcosa con cui nutrire quelle sei piattole.

– Secondo me il riso è troppo, quello cos’è? Thaina? E a cosa serve? Ma sei sicura che si faccia così? Io quello non lo metterei…

Io lo ammazzo, io questo lo ammazzo. Se non fosse il doppio di me lo avrei già ammazzato..

Lo avevo completamente rimosso, dimenticato! Non la serata, solo lui! Difatti, il mio subconscio era già avanti:  aveva già iniziato a fare quello che va fatto

davanti

ai
grossi
traumi.
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