Come si è arrivati qui – P 8

Ho sempre dato importanza alla prima impressione.

Sono convinta che – contesto permettendo – la prima volta in cui si incontra qualcuno, le abituali misure comportamentali messe in atto per adattarsi o vendersial prossimo, vacillino.

Questo assestamento permette di scorgere, magari per pochi istanti, ciò che tendiamo a voler nascondere dietro di noi e – se si fa attenzione – della nuova conoscenza rimane, oltre ai dati volontariamente espressi, una traccia meno palpabile ma spesso veritiera. Non tutti riescono a coglierla, alcuni nemmeno si capacitano esista, io la becco al volo.

Qualcosa di simile si ottiene anche all’osservazione ripetuta – casuale, impersonale – dello stesso soggetto. Ci sono persone che non suscitano direttamente il nostro interesse a nessun livello in particolare  e nonostante questo incameriamo dati random su di loro. Almeno, a me succede.

La mia nozionistica su P non era granché.

Mi dava una sensazione, basata su appunti apparentemente sconnessi – l’incrocio nel corridoio del CUS un pomeriggio, il suono della risata insincera intercettata per caso una sera al bar, l’espressione sul viso quando non pensava di essere visto – di vago disagio.

Non ricordavo i quaranta minuti in cui mi aveva cagato il cazzo una notte d’agosto nella mia cucina l’anno prima ma avevo chiaro in mente il suo sguardo, fissato a un punto che non sapevo dire, in chissà quale spazio di ormai tanto tempo fa. Lo sguardo di un animale notturno.

Che non ci ero andata lontano: è un fornaio.

Era fine settembre e dopo qualche chiacchera avviata dall’inedita condivisione dello stesso spazio prossemico avevamo iniziato a cercarci di proposito.

Un pomeriggio qualunque  post-partitella tra i ragazzi, fuori dal bar del CUS ci trovavamo seduti vicini nel cerchio di voci e sedie. Stava guardando altrove distratto, a una mia affermazione si era girato rapidamente e mentre chiedeva “Scusami?” aveva appoggiato la sua mano destra sulla mia coscia sinistra.

Eravamo già stati vicini: al ritorno dal Padova Pride Village, nella sua auto.

Quella notte, sul sedile posteriore altri due ragazzi: Gna che era salito affermando “Tazza stai davanti tu che fai compagnia a P” e Bo, crollato sul sedile posteriore biascicando “Mghgh”.

Ero ormai sobria, avevo badato per ore al mio amico Rugbista che – al solito – versava in uno stato pietoso da metà serata e a quel punto sapevo aspettarmi due ore scarse di sonno prima della Magnafinal, un giro di sette km in campagna, sotto il sole, a tappe enogastronomiche. Non mi sentivo in vena di chiacchere e non mi sentivo a mio agio, ci mancava di dover tenere compagnia a quel tizio un po’ gentile e un po’ inquietante.

Le strade erano tranquille alle quattro del mattino, dalle retrovie i mugugni di Gna e i “feermati ferrmati!” di Bo, spezzavano le chiacchere generiche tra me e P.

L’auto scivolava senza far rumore, P tampellava lo stereo e pensavo che mi piaceva guardarlo guidare e che Bo cazzomadonna avrebbe potuto bere meno: tre pause vomito, due con:

  • Accostamento in autostrada subito dopo una salita

– Arrivo alla piazzola di sosta!

– ‘N ce la ‘accio ‘n ce la ‘accio

Bo pensa bene di stroncare aprendo la portiera verso la corsia, visibilità posteriore causa dislivello, minima

Bo una macchina!

Sfangata la decapitazione per mezzo secondo

  • Fermata spontanea ad un posto di blocco 

– Supero l’auto della polizia e mi fermo!

– ‘N ce la ‘accio ‘n ce la ‘accio

Vabbè…

Da un certo punto del tragitto in poi, mentre P  scherzava, cantava o mi sgridava continuavano a salirmi da non so dove pensieri. “Mah.. Ma no.”, lo valutavo ed era un “no” ripetuto, che dimenticavo ogni volta in cui ricominciavo ad ascoltarlo.

Nel pomeriggio post partitella facevo lo stesso: lo guardavo, pensavo “no” e mi piaceva quello che diceva 

“no” e mi rilassava il suono della sua voce 

“no” e trovavo divertente il suo inclinare la testa

“no” e se le storie – qualunque storia – sono fatte di tocchi e di gesti e di parole, per me è nella sua mano sulla mia gamba che questa è iniziata.


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13 thoughts on “Come si è arrivati qui – P 8

  1. Adesso che anch’io, data anche l’età, ci sono passata attraverso non ci casco più, e se il mio istinto dice no è meglio che ci faccia caso 😉 Però, effettivamente, certe esperienze bisogna viverle, sperimentarle e allenarsi alla vita con esse. Bel post! 😉

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