Comfort food 

Quando tutto fa schifo

quando la testa fa male

quando c’hai nemmeno balle di scrivere post perché sticazzi

magna

  

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Messaggiando con P

A oggi, io e P ci vediamo spesso, chiaccheriamo al telefono e ci scriviamo molto.

Ci sono momenti del nostro rapporto che ho raccontato e racconterò, altri che rimarranno privati, altri ancora che voglio restino impressi qui, a imperitura memoria del livello di contenuti nelle nostre conversazioni.

Segue scambio con P in visita alla zia novantenne che – dopo essere “scivolata sul gatto” (forse fatto di bucce di banana) – è stata ricoverata all’ospedale di una città vicina

  

       

questi sono gli scambi nei giorni di buonumore e spesso non si esauriscono qui, perché P è spesso in auto e alla guida, ama chiaccherare.

Fortunatamente per voi non sono in possesso dell’audio della chiamata, perché le nostre considerazioni su chi è ingrassato e chi no, la legittimità o meno della squalifica alla squadra amatoriale di rugby, la gara di operazioni tra la zia almost centenaria e lui 

Le ho detto “Eh stavolta non ti operano, te sarai anche a sedici operazioni ma io sono a sette e ho ventisei anni, vincerò io!”

a volte non capisco come facciano a interessare a noi, figuriamoci al prossimo.

Ma vi lascio l’immagine che – conclusa la telefonata – mi ha mandato in pacifico segno di saluto:  

  sempre un piacere, baby.

Incubi e pagnotte

Ieri sera mi stavo addormentando arrabbiata con P.

Per nessun motivo in particolare, solo tutti quelli vecchi messi insieme perché quando i rapporti sfumano anche il nervoso c’ha sto tono pastellato che alterna da più a meno intenso a seconda delle fritture.

Poi mi ero appena vista Still Alice.

PARA.

Mi son detta: “No! Non assopirti con questi rimuginii: fuma una cicca, svegliati a quest’ora indegna rendendo inutilizzabile la mattinata di domani e almeno non sognerai robaccia”.

Ma il mio ego mica è scemo e sa impastare le mie intolleranze alimentari, interpersonali e paranoidali tutte insieme con inusitata maestria mettendo su scenette ansiogene di ridicoli contrappassi.

Ho sognato che inavvertitamente

mangiavo
un
kg

di 
pane 

 Ho un subconscio semantico e gran facciaddimmerda.

Come si è arrivati qui – P 9

Ora come ora ripensare a quei giorni arrovella le viscere e fa venire la nausea: mi manca la sensazione dell’inizio, specie perché questo – dopo tanto tempo – avevo pensato potesse essere qualcosa di più del solito allambicco mentale orchestrato dalle mie ansie per dribblare le paure.

Forse è questa, la nostalgia.

Quando P si era girato appoggiando la mano, volevo rispondere alla domanda che aveva fatto poco prima: 

“Qualcuno viene in piazza adesso?”

“Sì, io vengo in piazza ora”. Era presto per il ritrovo comune.

Quindi in bici ero tornata a casa per prendere su qualcosa di più pesante, lui in auto a cercare parcheggio.  

  Unica foto salvata sul mio cellulare con quella data: 4 ottobre 2014

Arrivata in piazza c’era già qualcuno: saluti, un bicchiere e c’eravamo seduti sugli sgabelli attorno ai tavolini alti da quattro davanti al locale, P alla mia destra e alla sua una mia compagna che pensavo ci stesse un po’ provando e mi chiedevo comecazzo le venisse in mente farlo – nel caso – parlando male della di lui ex, alla mia sinistra l’allenatore della maschile Ja, ultra quarantenne che ama flirtare con me. Forse la cosa lo fa sentire giovane e gagliardo,considerato il suo modus operandi: parlarmi a un millimetro dal naso, insultandomi a sorpresa ogni due minuti.

Io e P badavamo ai reciproci interlocutori e ogni tanto ci giravamo l’uno verso l’altra di sottecchi per commentare stralunando gli occhi il senso – scarso – di quello che entrambi stavamo ascoltando da una parte e dall’altra.

Aveva malissimo di schiena quella sera, ma a ‘na certa, quando iniziavo ad annoiarmi e pure lui non pareva troppo entusiasta, mi ha accompagnata comunque a fare bancomat.

Le serate di piazza vanno tra due bar distanti tra loro una ventina di metri, tornando dallo sportello ci siamo fermati alla seconda tappa e c’erano Ja e vari e perché non bere un paio di cicchetti a banco.

La resistenza alcolica di P è inferiore a quella che avevo io a quattro anni, quando la nonna – in risposta al mio primo mal di denti – intinse un fascio littorio di cotton fioc nel nocino per poi ficcarmelo in bocca. La presi con un certo aplomb. P, già alla seconda birra,  sbarra gli occhi in modo inquietante e ridacchia senza alcun motivo. 

Doveva guidare per tornare a casa.

– Sono ubriaco, devo camminare un po’ per riprendermi 
– Ti accompagno! Così non faccio tardi

Sè.

Quando mi trovo a mio agio con qualcuno e lo voglio esprimere, adotto la tecnica della gigiona delle caverne: spallate.

Così, nel tragitto dalla piazza all’auto, P si stava prendendo una quantità di spintoni impressionante.

Ma era solo autolesionismo alcolico: lui non è alto e a occhio è sì grosso, ma se caricando di rincorsa qualunque altro dei ragazzi almeno di un cm lo sposto, P è come un muretto: colpiscilo finché ti pare
non
si 
muoverà
di
un

soffio.

– Te l’ho raccontato di quando ero a piedi ed ho investito uno scooter? Però ero più grosso di adesso

Mi rimbalzava il cervello nel cranio, i colpi li attutiva l’alcool, grande alleato.

– Passiamo alla fontana che ho sete, magari bevi anche tu che ti scende prima
– Non bevo dalle fontane 
– Ok

P non beve dalle fontane ma dopo due minuti si era trovato mezzo lavato da una molestissima me.

– Piantala!

– No!

– Smettilaaaa

– No!

– Adesso ti fermo

E mi ha fermata, tenendomi per i polsi e mi ha baciata e lasciata andare.

Primo commento: “no“.

E io all’inizio
ci 
prendo 
sempre 
è il dopo a fregarmi.

Tre anni fa

Tre anni fa c’è stato il terremoto e ieri – anniversario – tutti i social erano impestati di wannabe traumatizzati di stocazzo.

A noi andò quasi bene, nonostante il paese ne porti ancora i segni e qualcuno – pochi ma sempre troppi – ci abbia lasciato la pelle, nonostante sia servito un qualche mutuo in più per riparare i danni e con chi te la prendi poi, nonostante quell’idiota sensazione di incertezza che procura il non potersi fidare nemmeno della terra sotto ai piedi.

Se già durante le scosse il vittimismo non era tra le mie priorità a tre anni di distanza mi pare ridicolo leggere di gente che paventa tragiche ripercussioni e commossi ricordi, specie se ferraresi, perché lì – a parte essersi ribaltato l’arredamento del quarto piano – veramente non è successo un cazzo di niente.

Dopo essere stata a L’Aquila il mio limite di sopportazione – già fisiologicamente basso – per le fregnacce altrui – è crollato miseramente.

A casa invece c’era da capire cosa stava succedendo: la scossa che stava iniziando sarebbe stata più forte della precedente? Ci avrebbe tirato giù il soffitto? La fanculo di chiesa davanti al mio portone sarebbe finalmente caduta così da poterci liberare dalla pericolante e limitativa denominazione di zona rossa?

Ci siamo cacati sotto.

Poi io avevo la febbre alta e la bronchite e a Nonna Tì avevano cavato un rene da una settimana quindi lo stato di reattività domestica non era dei migliori ma il mio culo allettato era diventato esperto nel misurare magnitudo e solo quando la scossa era da 4 in su mi preoccupavo di un possibile crescendo.

Avegna d’ander?
– No no questa era piccola

Siamo diventati tutti un po’ geologi – grazie alle lezioni del mio Zio Piz che lo è davvero – un po’ ingegneri – per amici e periti che ci hanno insegnato a capire quali pareti sono più pericolose o meno a seconda del suono rimandato bussandole -, un po’ strippati perché la paura genera una bolla comune dalla quale poi non è immediato uscire. 

Ma noi l’avevamo arredata camping style.

 La notte del terremoto, qualche ora prima che ‘sta rogna infinita iniziasse, avevo conosciuto una persona nuova e ad essere sinceri, se si deve vedere quando nel bicchiere c’è rimasto qualcosa

amici e familiari ne sono usciti illesi 

il paese è ancora tutto un po’ un cantiere ma io amo le gru

l’appartamento sottosopra e il cacarsi addosso non hanno mai spento il ricordo della serata che era appena trascorsa

 

Tre anni di pare, B

È stato un piacere.

Random sbronzo

– Ciao Eli!

– Ciao Tazza! Una vita che non ci vediamo

– Già 

[…]

– Ma adesso hai delle bazze?

– Boh, non penso, ma è cosi tanto che non ci vediamo che nemmeno sai qualcosa di P

– No, chi è?

– Lascia perdere

– Perché, tra tutti i tuoi intrallazzi ce n’è mai stato uno normale?

effettivamente

Ieri abbiamo festeggiato la laurea di:

 sono troppo sbronza per ricordare comemminchia l’ho siglata qui

lei insomma, c’erano amici che non vedevo da un po’ ma son di quelli senza scadenza  

a volte pisciano en plein air

vabé

e – come ogni volta in cui la vedo – Eli chiede delle mie bazze, constata che nemmeno stavolta la situazione è cambiata e aggiunge ridacchiando una tacca alla sua collezione di facepalm.

Ora mentre trattengo urina e la mia testa dall’esplodere, ci penso

Rugbista anche detto 7. Non stavo bene in quel periodo, era una fissazione più che altro  

  emotivamente stitico, autocentrato, gentile, appassionato di aneddotica storica

–  Tazza ma tu lo sapevi che Sofia Loren e il marito dovettero scappare in Argentina perché lui in Italia era già sposato e il divorzio ancora illegale
– Sì
– Ma dai! Anche tu hai letto le raccolte di editoriali di Garcia-Marquez?
– No, io l’ho letto su Chi

alcolizzato, molto triste, con espressioni che fisserei per ore e non sono mai stata capace di leggere – o forse sì ma da lui non lo sapremo mai, per me è l’uomo più bello del mondo.

Sociopatico eh, completamente.

Se dico B penso subito: sorrisoperfetto, cvperfetto, corpoperfetto, lavoroperfetto. Poi penso a quanto è demente

-Tazza, cos’è quell’enorme misurino sullo spigolo del palazzo del municipio?
– Non ricordo mai come si chiama, comunque indica il livello raggiunto dall’acqua durante le varie inondazioni
– Ma nel ’51 l’acqua è arrivata fin lì..?
– Se è segnato così..
– Quindi.. al primo piano sono morti tutti?

B fa i sorrisoni, appare e scompare, torna e non sa se sarò la stessa e mi guarda di sottecchi, immagina tsunami nella pianura emiliano-veneta  

  sì: il molo è lo stesso, turutturutururù

da quando lei non c’è più il suo sorriso è cambiato e se prima era uno sciabordio sfrontato che gli invadeva il viso ora è come se non facesse mai in tempo ad arrivare allo sguardo.

Anche il suo taglio degli occhi sembra cambiato.

Comunque, quando B ti fissa serio-serio e parla a voce bassa, incanta. Pure parlasse di scoregge.

P, boh. Lui è come me, per tante cose, quelle peggiori.  

  Quando ci rivediamo dopo settimane passate lontani, un po’ si agita 

Lui ancora non lo vedo lucidamente: troppo vicino. Poi man mano che le cose si allontanano, la prospettiva migliora.

State sicuri che, a caso in una folla, io pescherò sempre una qualche versione del giovane Werther  

   Re sornione che risponde a Silvan.

Di lui ho raccontato di vecente


Principino – il coinquilino spesso dice che “non esistono uomini complicati“, quindi sono giunta alla conclusione che 

son 

così 

babba 

annodata 

da aver sbagliato anche a farmi gli amici immaginari.

Dormire.

Telefonate

Pa(dre)

non siamo mai stati al telefono più di dieci minuti

ti vedo invecchiare male e questo mi dispiace

abbiamo somiglianze orribilimente innegabili e la cosa mi terrorizza

sulla nostra faccia c’è lo stesso naso e – va là – anche  mia sorella perché sua madre Cri mi piace tanto ma di profilo proprio no

e condividiamo naso e difetti

ci siamo collezionati comunque la nostra parte di bei ricordi

nonostante la tua assenza continua 

ma tu – come me – quando hai paura scompari e fai finta di niente sperando che passi e non ci siamo mai rimproverati le nostre fughe e niente è passato e le nostre tane distano anni, l’una dall’altra 

Pa

orcoddio

i rimpianti sono una decorazione inutile di panna montata ai rapporti sfornati male

quindi piantala di lanciarmene addosso 

perché – fino a prova contraria – certi dolori non ti riguardano più e io non ti biasimo per aver lasciato il gioco di un tavolo che schiacciava i piedi

i brandelli di pelle sotto alle gambe sono anche tuoi

ma

ora come ora

più o meno da sempre

quel tavolo io ce l’ho piantato in culo

quindi capisci che un’ora e un quarto di brutta storia della tua vita 

da sobria 

mentre scrosto questa cazzo di cucina 

a consolarti

nella fattispecie in queste settimane 

anche 

no.