Come si è arrivati qui – P 9

Ora come ora ripensare a quei giorni arrovella le viscere e fa venire la nausea: mi manca la sensazione dell’inizio, specie perché questo – dopo tanto tempo – avevo pensato potesse essere qualcosa di più del solito allambicco mentale orchestrato dalle mie ansie per dribblare le paure.

Forse è questa, la nostalgia.

Quando P si era girato appoggiando la mano, volevo rispondere alla domanda che aveva fatto poco prima: 

“Qualcuno viene in piazza adesso?”

“Sì, io vengo in piazza ora”. Era presto per il ritrovo comune.

Quindi in bici ero tornata a casa per prendere su qualcosa di più pesante, lui in auto a cercare parcheggio.  

  Unica foto salvata sul mio cellulare con quella data: 4 ottobre 2014

Arrivata in piazza c’era già qualcuno: saluti, un bicchiere e c’eravamo seduti sugli sgabelli attorno ai tavolini alti da quattro davanti al locale, P alla mia destra e alla sua una mia compagna che pensavo ci stesse un po’ provando e mi chiedevo comecazzo le venisse in mente farlo – nel caso – parlando male della di lui ex, alla mia sinistra l’allenatore della maschile Ja, ultra quarantenne che ama flirtare con me. Forse la cosa lo fa sentire giovane e gagliardo,considerato il suo modus operandi: parlarmi a un millimetro dal naso, insultandomi a sorpresa ogni due minuti.

Io e P badavamo ai reciproci interlocutori e ogni tanto ci giravamo l’uno verso l’altra di sottecchi per commentare stralunando gli occhi il senso – scarso – di quello che entrambi stavamo ascoltando da una parte e dall’altra.

Aveva malissimo di schiena quella sera, ma a ‘na certa, quando iniziavo ad annoiarmi e pure lui non pareva troppo entusiasta, mi ha accompagnata comunque a fare bancomat.

Le serate di piazza vanno tra due bar distanti tra loro una ventina di metri, tornando dallo sportello ci siamo fermati alla seconda tappa e c’erano Ja e vari e perché non bere un paio di cicchetti a banco.

La resistenza alcolica di P è inferiore a quella che avevo io a quattro anni, quando la nonna – in risposta al mio primo mal di denti – intinse un fascio littorio di cotton fioc nel nocino per poi ficcarmelo in bocca. La presi con un certo aplomb. P, già alla seconda birra,  sbarra gli occhi in modo inquietante e ridacchia senza alcun motivo. 

Doveva guidare per tornare a casa.

– Sono ubriaco, devo camminare un po’ per riprendermi 
– Ti accompagno! Così non faccio tardi

Sè.

Quando mi trovo a mio agio con qualcuno e lo voglio esprimere, adotto la tecnica della gigiona delle caverne: spallate.

Così, nel tragitto dalla piazza all’auto, P si stava prendendo una quantità di spintoni impressionante.

Ma era solo autolesionismo alcolico: lui non è alto e a occhio è sì grosso, ma se caricando di rincorsa qualunque altro dei ragazzi almeno di un cm lo sposto, P è come un muretto: colpiscilo finché ti pare
non
si 
muoverà
di
un

soffio.

– Te l’ho raccontato di quando ero a piedi ed ho investito uno scooter? Però ero più grosso di adesso

Mi rimbalzava il cervello nel cranio, i colpi li attutiva l’alcool, grande alleato.

– Passiamo alla fontana che ho sete, magari bevi anche tu che ti scende prima
– Non bevo dalle fontane 
– Ok

P non beve dalle fontane ma dopo due minuti si era trovato mezzo lavato da una molestissima me.

– Piantala!

– No!

– Smettilaaaa

– No!

– Adesso ti fermo

E mi ha fermata, tenendomi per i polsi e mi ha baciata e lasciata andare.

Primo commento: “no“.

E io all’inizio
ci 
prendo 
sempre 
è il dopo a fregarmi.

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