Ucciderò un coinquilino

A dicembre ho traslocato.
Ormai cambio casa più frequentemente di quanto cambi blog
molto, più frequentemente.

Ora abito in una zona residenziale un po’ fuori dal centro con due ragazzi: un omonimo laureato in medicina che in attesa del test di specialità sostituisce dottori, fa definizione in palestra e nel tempo libero amministra una città immaginaria sul suo smartphone e uno studente fuori corso come me, del mio stesso anno di iscrizione.

Ho scelto questo posto prevalentemente perché il secondo lo conoscevo già: persona adorabile E., gentile, disponibile ai limiti dell’imbarazzante, sempre allegro e sorridente, molto bello, fissato con i lego e altre cose da pseudo-nerd che non ricordo come si chiamino, canta, saltella, si veste come mio nonno e come mia nonna nutre un amore viscerale per la Coop.
Non conoscevo l’entità della cosa però.
Adora anche seguire le vicessitudini – che volente o nolente subirebbe comunque – con P. che conosceva già e che ora oltretutto è un vicino di casa
(giuro – lo giuro – quando ho dato l’ok a venire qui, non ne avevo idea)
mi fa compagnia mentre fumo anche se non fuma, qualunque cosa gli chieda mi dà risposta affermativa, si produce in balletti insieme all’altro per celebrare con gioia quelli che a loro avviso sono eventi ballabili e succosi.
Almeno F. sta poco in casa.

Ieri ennesima puntata di scemodramma con P. e come premio è stata allestita in corridoio a una performance off-Broadway che deve aver nuclearizzato qualunque ormone nel raggio di ere geologiche.

Anche sua adorabile morosa glielo dice sempre: “Te sei fortunato che sei bello” perché effettivamente sentir cantare e ballare la colonna sonora del film dei Lego e – in rapida sequenza – la sigla de I Cavalieri dello Zodiaco con tanto di mosse giappofile, alla terza replica renderebbe inchiavabile persino il sogno erotico più inconfessato.

E niente.
Io lo ammazzo.

Ci vediamo di notte

Ci vediamo di notte perché il buio ti dona
ti si intona alla pancia e ai capelli
ha una trama che sembra velluto blu scuro
ma è fatta di nodi su una corda che suona

Ci vediamo di notte perché il buio ti accende
come chi dorme col sole negli occhi
lui acceca i pensieri
tu abbassi le tende

Ci vediamo di notte perché è giusto lo sfondo
con spenti i colori posso metterti a fuoco
m’impegno per bene e trovo i tuoi bordi
se intorno non c’è quel disturbo del mondo

ed è giusta la notte se non fosse che è incerta
non so quando ti trovo
dove sei se non vedo

forse ridi del fatto che sono scoperta
non mi serve la giacca
non la voglio la felpa

Ci vediamo di notte ma è un po’ che non torni
è più dura adesso
ricordarti com’eri
ho già perso la voce il profumo la presenza e il tocco
sì lo so che è sciocco
puoi ridarmi i contorni?

Non è il colore che rende merda

Questa è la notizia, il fatto è accaduto nella mia città 

In sunto, un ragazzo nigeriano si lancia contro al treno e tanti festeggiano o puntualizzano che è un peccato, perché poi il treno fa ritardo. 
28 anni.
Ora, che ‘sto ragazzo si sia ammazzato a me non tocca come in generale non tocca la morte di chi proprio non conosciamo 
ma che venga presa come pretesto per dire merda 
anziché come occasione – a costo zero – per almeno interpretare la parte di esseri umani decenti 
è sia orribilmente eloquente 

che di una tristezza infinita.

Di nomi, di storte e altre sciocchezze

Da anni vivo nella città sede della mia università, a tempo perso: per lo più in lavoretti di merda e pessime idee e fino a qualche giorno fa avevo sempre abitato in centro.

Ora che mi trasferisco in culonia, a seguito di due mesi in cui l’unica cosa a cadere dal cielo sono stati i santi che ho fatto fuori a suon di madonne, si sono aperte le cataratte del cielo.

Ma va bene così.

Stamattina chiaccheravo con uno dei miei nuovi coinquilini En, logorroico come me e con la stessa attitudine a saltare di palo in frasca e mi ha ricordato una tipa iscritta alla nostra facoltà, tale Sara H;
non ho avuto l’onere di conoscerla ma da quanto scriveva sui gruppi universitari di FB, meglio così.

– Ah te la ricordi Tazza quella tipa! Gli altri sotto al suo post polemico si erano scatenati
– Ma chi, la tipa che come immagine copertina aveva la scritta “GRANDE Y FUERTE ES NUESTRO DIOS”?
– Sì sì lei, di cognome non fa H di suo, è il cognome del marito dominicano. Beh insomma hanno un figlio e lui penso che ne abbia altri sparsi per il mondo. Quello che hanno loro due insieme vuoi sapere  come si chiama?
– No
– Sicura..?
– Ok, sì
INRI

– Eh?
– INRI
– Ma come la sigla..?
– Sì

Ora
– non mi rivolgo direttamente a questa mentecatta di Sara H in parte perché non penso legga questo blog ma soprattutto perché sono certa sia un’imbecille, quindi parlo in generale –

fare figli è un’affare serio
le vostre velleità di merda
credenze irragionevoli
conoscenze certe – perché un fisico che chiamasse il figlio Neutrone mi starebbe in culo uguale –

tenetele da parte.

Perché è vero che non è il nome a decidere alcunché
ma se siete così dementi da non fermarvi a pensare che ci sono parole da non affibbiare mai a dei figli per sempre
(breve elenco ispiratore: pisello, Leone, Orso Falco e con buona approssimazione tutto il mondo animale, Giuda, Gesù, Zeus, Voldemort, Orietta, Saponina, Pepsina, Tripsina, Radar, DNA e RNA e spero di aver reso il concetto)
non oso immaginare che genitori dannosi potreste diventare.