Ci stai provando male 

Conclusa l’ultima tiritera psichiatrico-sentimentale – di cui non scriverò finché non avrò assorbito il colpo perché a ‘sto giro ho accusato il rinculo – controvoglia, ho prestato attenzione a un paio di personaggi che mi hanno impezzata online.

Cosa che non mi ha esaltata, ormai preferisco il reale, ma ora come ora l’idea di avere qualcuno attorno mi nausea parecchio, dunque per misurare il livello di digestione del passato, meglio mettere tra me e il tester un paio di province, FB funge anche a questo.

Insomma, rispondo a uno in particolare. Motivo: ha usato il termine “ciance” e sì, scelgo con chi parlare a seconda di quanto posso accomunarlo o meno ai personaggi di Topolino.

Vabè, pesante come un masso ma con un suo perché. Tanti perché. Ad esempio: ma perché cazzo ti viene da scrivere una roba del genere..?


Un genio.

Il commento della mia amica Sisì è stato: “Ma dimmi, hai studiato da qualche parte in particolare? Cioé dove hai acquisito la capacitá di attirare decerebrati?”

e non so, mi sono risposta che forse, una volta mentre dormivo, mi deve aver morso un coglione radioattivo.

Poi ci ho pensato meglio, effettivamente è successo anche da sveglia.

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Sesto, fine.

Negli anni, gli incubi sono stati la cartina tornasole della mia realtà.

Per molto tempo non c’è stata via di fuga, nessuna possibilità di scampo: quando il mare mi si rivoltava contro rimanevo in sua balia;
se mi trovavo circondata da persone che sapevano esattamente cosa stesse accadendo mentre io non potevo capire, continuavo ansante a darmi attorno senza ottenere risposte;
quando mi perdevo in corridoi infiniti ostinatamente impegnati a prendermi in giro rimanevo persa
fino a che – terrorizzata e stanchissima – mi svegliavo.

Ora le cose stanno cambiando: riesco a sottrarmi alle burrasche, a dirigere le gambe lontano dai luoghi irragionevolmente affollati.

Le persone poi che compongono i gruppi ciarlieri e fastidiosi che mi si appiccicano addosso hanno specifici significati, li conosco uno per uno, come ne hanno di più ovvi – non meno fastidiosi – gli attori che nei miei sogni partecipano a dei faccia a faccia infiniti,
quelli sono peggio.

Solo chi produce un incubo, ha effettivamente la capacità di leggerne completamente il contenuto metaforico. Anche quando non sembra, solo noi abbiamo la chiave per leggerci davvero e non sono poi troppo sicura di piacermi molto, visto dove mi porto ogni volta che chiudo gli occhi.

Però un’altra cosa che solo da qualche parte spersa di noi può venire, è la voglia di cambiare, in meglio si spera.
Quindi va bene, non mi sto troppo simpatica ora ma va già meglio di qualche tempo fa, quando il cervello continuava a sottolinearmi ogni notte quanto non fossi capace di superare un po’ di maretta o tutta la paura che avevo del confronto con le aspettative presenti e passate, mie o altrui.

Ora, se quella stronza del piano di sopra la smette di scassarmi l’anima e il sonno, andiamo a vedere come me la cavo con i prossimi labirinti.

 

Sarà stupido 

Non so più capire quante volte ti abbiamo salutata. 

Te ne sei andata da casa, te ne sei andata dal nostro tempo per tornare negli anni passati, te ne sei andata dai discorsi e dai movimenti delle persone attorno a te. 

Te ne sei andata in piccoli pezzi ogni volta che ti hanno lasciata, tuo marito che non ho mai visto, il figlio più piccolo – quell’omone delle foto che non ha aspettato io nascessi – e quello più grande che in teoria era mio nonno ma in pratica il mio papà. 

Le persone mi passano vicino e nessuna di loro sa chi sei, o chi eri. 

Una gran stronza, eh nonna? 

Ma lo dicono un po’ a tutte noi, che abbiamo quella faccia lì. 

Sarà stato il crescere in una casa dove – forse sbagliando – la misura della cura che si ha l’una per l’altra si è sempre misurata in decibel, senza preoccuparsi troppo delle parole scelte. Che poi: chi lo dice che fosse sbagliato? 

Poi noi ci siamo stufate di gridare a abbiamo trovato altre vie, forse è stato questo che tu – sorda come una campana – non hai apprezzato. Avrai pensato fossimo diventate tutte delle pappamolla, che non ci interessasse più nulla. 

Come da pappamolla era questa assurda mania di morire delle persone che hai amato di più: genitori e fratelli che si sono arresi alla Spagnola, gli altri nei decenni successivi a quelle stupide altre malattie. Le hai avute tutte anche tu, santo cielo cosa ci voleva a farsele passare?! Una scolata di Fernet Branca o di terribile mandorlo amaro e via! Cosa sono tutte queste storie, questa ridicola mania di spegnersi? 

Anche adesso, cento e passa anni, l’idea di mollare tutto e finire il discorso ti dà fastidio. Rantoli anziché respirare, gli occhi non si aprono più ma che sarà mai? Sono solo decenni – cazzo, più di un secolo – e decenni di dolore, partenze e addii e a volte nemmeno hanno salutato prima, di guerre e di lavoro, di dispiaceri e qualche risata, te li porti appresso con quelle braccine tutte ossa annerite dal tempo e dal fumo, le gambette da rana che pieghi per abitudine anche se non possono trasportarti più. 

Allora piango un po’ per strada, fuori dal bar vicino all’ospedale, scrivo senza vedere bene i tasti, non so cosa sto dicendo e non so cosa devo fare, non si può essere tristi per una vita così lunga dentro una stanza chiusa. 

Mi tornano in mente gli anni passati, quattro lacrime per ogni ricordo.

Accendo un’altra sigaretta come avresti fatto tu, mi tiro su e procedo, forse vado a strillare un po’.

Quinto

Lo smarrimento non mi permetteva di pensare lucidamente e nella mia testa una morsa a spirale stringeva cervello, gola, visceri ma sapevo che non dovevo perdere la calma: mi ero già trovata in una situazione del genere, in scenari che a partire da variazioni impercettibili prendevano a cambiare vorticosamente, in un palazzo simile che ora sembrava una biblioteca senza libri, lungo percorsi apparentemente senza uscita.

Se qualcuno li aveva costruiti e attorno non c’erano resti, in qualche modo ne sarei uscita anche io.

Tentare di respirare quando i polmoni non si espandono è difficile, le mucose della gola poi bruciavano – forse per il freddo preso poco prima. Il naso era sgombro però e l’aria  che entrava rinfrescava la mente.

Da una direzione come un’altra e senza tanti preamboli, si era insinuata una nebbia sottile e asciutta, più un filtro fotografico o uno sbiadimento che un fenomeno atmosferico e la visuale si era fatta tremolante e vibrava con forza, crescendo in smottamenti da singhiozzo di un diaframma invisibile, immerso nella trama strutturale dei piani sottostanti.
Come se tutto questo non fosse sufficiente, un secco rumore di tacchi dal passo incerto, rimbombava.

Quella
stronza
del
piano
di sopra. 

Il groviglio marrone si ammassava in una palla indefinita che andava via, la nebbia era dentro ai miei occhi e la luce del mattino, tenue nella mia stanza, risolveva dipanandola. Le coperte calde mi hanno riportata a casa.

Ora: secondo voi, si può vivere così?

Quarto

Il mobilio era di legno, un po’ inizio anni ’90.

Dalla stanza attigua – ad occhio e croce una camera da letto – uno dei due ragazzini-ragnetti della spiaggia era comparso saltabeccando a destra e manca, manifestando senza parole la chiara intenzione di saltarmi in braccio.

Perplessa, l’ho sollevato e abbiamo iniziato a giocare, pensando tutto il tempo che pareva troppo grande – quattro anni circa  – per trovare divertente un simile passatempo.
A quanto pare, come considerassi io quel siparietto era del tutto irrilevante: non voleva più scendere! Facevo per posarlo di nuovo a terra e si aggrappava alla mia schiena, all’inizio ridendo, poi dopo alcuni tentativi – intervallati tra loro da diversi minuti di condiscendenza – con disagio, poi terrore  – forse di trovarsi a terra scalzo ma non vedevo nulla che potesse ferirlo. Oppure si buttava di schiena, senza mai mollare la presa con le gambe.

In ogni caso, io dovevo andare.
Non so come mi sono liberata di quel fiammifero abbronzato con i capelli neri e lisci tutti disordinati, per uscire in strada e avviarmi verso un grande edificio, la facciata solenne di marmo bianco, due imponenti colonne tuscaniche ai lati dell’ampio ingresso

Forse non mi ero ancora del tutto ripresa dall’ottundimento di prima, perché ora come ora non riesco a ricordarmi in quale degli interni fossi diretta.
Ricordo perfettamente che il percorso risultava complicatissimo: molte scale, lunghi corridoi, nessuno dei quali sfidasse fisica o prospettiva ma il luogo era molto grande, l’orario lo rendeva deserto, la mia confusione un labirinto.

Nella zona più vicina all’entrata tutto conservava rivestimento candido, numerosi gli ascensori , poi addentrandosi – diciamo pure “perdendosi” -sempre di più, lo stile degli interni virava tentennando verso un barocco cupo, teatrale.

Soprattutto, stava diventando molto strano: lo scenario, le scale e le loro inclinazioni e dimensione… Cambiavano più in fretta di quanto mi muovessi: mi voltavo di scatto e dove pochi istanti prima c’era – o pensavo ci fosse – una gradinata a salire, era rimasta una scala a pioli d’ottone che scendeva verticalmente terminando in un piccolo corridoio sospeso, circondato da una ringhiera che mi sarebbe arrivata forse poco sotto il ginocchio. Non potevo tornare indietro ma l’idea di prendere quella scaletta senza sapere se mi avrebbe portata in un punto stabile da qualche parte, mi immobilizzava. Ma dovevo scendere e non sapevo se ci fossero alternative, giravo angoli cercando ascensori che credevo d’aver visto in precedenza ma trovavo solo muri o scale a salire e non era di lì che potevo passare.
Le passerelle si assottigliavano, corrimano e parapetti si riducevano fino a scomparire e non riuscivo a mettere a fuoco cosa stesse succedendo.

Il tempo risultava indefinito – decisamente troppo lungo – e nonostante lo snellimento dell’architettura aprisse gli spazi sentivo crescere una sensazione di panico soffocante: le pareti facevano tutto il contrario di chiudermisi addosso ma la gola si stringeva le balconate smunte e i gli esili corridoi si sovrapponevano e la prospettiva spaziando le aumentava di numero ed ero avvolta da un groviglio: gomitolo di pioli e pavimenti e soffitti
mi sentivo rotolare via.

 

Terzo

Accidenti, ma era il mio compleanno… Credo il trentesimo, senza sentirmene certa.
Mi sono sempre sentita un misto tra una bambina e un’idiota, mi ci sono persa molto presto nei numeri dell’età.

Non era la prima volta che mi trovavo a “festeggiare” i fatti miei con un sacco di sconosciuti e non ne ero come al solito, troppo entusiasta.
Poi papà, consorte e sorella sono scomparsi in fretta e non sapendo dove, l’unica alternativa era chiacchierare con i presenti. Qualcuno aveva addirittura visi forse marginalmente conosciuti ma la cosa mi lasciava indifferente: non trovare il prosecco era il problema principale, l’unica attività interessante della serata.
Rimpallavo da un tavolo all’altro e pareva facessero apposta a spostarlo al mio passaggio, da una parte ok c’era il Campari, dall’altra volendo l’Aperol, ma il prosecco mai.
Trovato poi il prosecco, scompariva il resto.

Poi alla fine uno spritz – nemmeno troppo buono – è saltato fuori, insieme a una certa insofferenza e ad un immotivato stato confusionale: non potevo essere ubriaca dopo mezzo bicchiere, forse avvertivo il peso della giornata.

Spostandomi per andarmene ho incrociato una ragazza che non avevo idea di chi fosse ma che palesemente trovava la mia presenza sgradevole, non ricordo esattamente come sono stata apostrofata né come ho risposto, ricordo solo che ho avuto l’ultima parola e la sua espressione di merda in premio, come se potesse avere una qualche utilità.

Poi finalmente sono entrata in casa dalla porta della cucina.
Che non fosse la mia cucina, era del tutto irrilevante.

Secondo

Ero rimasta ferma, impantanata, impietrita
non era la sabbia a trattenermi così forte, né il ritorno dell’onda a volermi tanto portare via: le mie gambe si erano trasformate in legno, tronchi bianchi di betulla con cui giocano le burrasche.

A pochi metri da me un altro muro d’acqua si alzava veloce, il mare continuava a inspirare sempre più profondamente.

In un momento i piedi hanno ritrovato lo slancio per staccarsi da terra e sono riuscita faticosamente ad arretrare, quadricipiti in fiamme e indumenti fradici.
Arretrando ho dato un colpo al mio sdraio abbandonato, che il vento maldestramente tentava di rubare.

Scossa da quel disastro, nemmeno ricordo come sono arrivata asciutta e vestita da signorina al punto di ritrovo, in una viuzza all’angolo tra i piccoli giardini pubblici e la strada principale.
Indossavo uno di quegli abiti estivi che addosso a me sono inspiegabili (la soluzione al mistero è che per andare al mare scelgo economiche carnevalate) con una gonna sotto al ginocchio, pronta a far ruota alla prima giravolta, benché non ne avessi in programma.
I miei se ne stavano lì tranquilli e sorridenti, mia sorella non so dove fosse esattamente, tra le prime persone riconosciute c’è stato un amico di papà. Mi ha stupita che paresse gli ultimi vent’anni per lui non fossero passati, solo per un momento perché la sua voce baritonale sotto lo sguardo ammiccante di quand’ero bambina e voleva farmi fare disastri, mi ha richiamata

“Allora, cosa facciamo qui?!”
“Ciao..” non lo vedevo da secoli, non sapevo bene cosa dire
“Ma dai vieni qua!”
e avvicinatami ha passato un braccio attorno alle spalle scuotendomi affettuosamente.

C’erano molte persone, in quel frangente.
Avevo notato a stento i due grandi tavoli di legno coperti di bottiglie e teglie e ciotole di patatine o non so che, proprio mentre iniziavo a guardarmi attorno qualcuno si è avvicinato dicendo “Oggi allora!” e mi ero completamente dimenticata che quel giorno
fosse il mio compleanno.