Quarto

Il mobilio era di legno, un po’ inizio anni ’90.

Dalla stanza attigua – ad occhio e croce una camera da letto – uno dei due ragazzini-ragnetti della spiaggia era comparso saltabeccando a destra e manca, manifestando senza parole la chiara intenzione di saltarmi in braccio.

Perplessa, l’ho sollevato e abbiamo iniziato a giocare, pensando tutto il tempo che pareva troppo grande – quattro anni circa  – per trovare divertente un simile passatempo.
A quanto pare, come considerassi io quel siparietto era del tutto irrilevante: non voleva più scendere! Facevo per posarlo di nuovo a terra e si aggrappava alla mia schiena, all’inizio ridendo, poi dopo alcuni tentativi – intervallati tra loro da diversi minuti di condiscendenza – con disagio, poi terrore  – forse di trovarsi a terra scalzo ma non vedevo nulla che potesse ferirlo. Oppure si buttava di schiena, senza mai mollare la presa con le gambe.

In ogni caso, io dovevo andare.
Non so come mi sono liberata di quel fiammifero abbronzato con i capelli neri e lisci tutti disordinati, per uscire in strada e avviarmi verso un grande edificio, la facciata solenne di marmo bianco, due imponenti colonne tuscaniche ai lati dell’ampio ingresso

Forse non mi ero ancora del tutto ripresa dall’ottundimento di prima, perché ora come ora non riesco a ricordarmi in quale degli interni fossi diretta.
Ricordo perfettamente che il percorso risultava complicatissimo: molte scale, lunghi corridoi, nessuno dei quali sfidasse fisica o prospettiva ma il luogo era molto grande, l’orario lo rendeva deserto, la mia confusione un labirinto.

Nella zona più vicina all’entrata tutto conservava rivestimento candido, numerosi gli ascensori , poi addentrandosi – diciamo pure “perdendosi” -sempre di più, lo stile degli interni virava tentennando verso un barocco cupo, teatrale.

Soprattutto, stava diventando molto strano: lo scenario, le scale e le loro inclinazioni e dimensione… Cambiavano più in fretta di quanto mi muovessi: mi voltavo di scatto e dove pochi istanti prima c’era – o pensavo ci fosse – una gradinata a salire, era rimasta una scala a pioli d’ottone che scendeva verticalmente terminando in un piccolo corridoio sospeso, circondato da una ringhiera che mi sarebbe arrivata forse poco sotto il ginocchio. Non potevo tornare indietro ma l’idea di prendere quella scaletta senza sapere se mi avrebbe portata in un punto stabile da qualche parte, mi immobilizzava. Ma dovevo scendere e non sapevo se ci fossero alternative, giravo angoli cercando ascensori che credevo d’aver visto in precedenza ma trovavo solo muri o scale a salire e non era di lì che potevo passare.
Le passerelle si assottigliavano, corrimano e parapetti si riducevano fino a scomparire e non riuscivo a mettere a fuoco cosa stesse succedendo.

Il tempo risultava indefinito – decisamente troppo lungo – e nonostante lo snellimento dell’architettura aprisse gli spazi sentivo crescere una sensazione di panico soffocante: le pareti facevano tutto il contrario di chiudermisi addosso ma la gola si stringeva le balconate smunte e i gli esili corridoi si sovrapponevano e la prospettiva spaziando le aumentava di numero ed ero avvolta da un groviglio: gomitolo di pioli e pavimenti e soffitti
mi sentivo rotolare via.

 

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