Sarà stupido 

Non so più capire quante volte ti abbiamo salutata. 

Te ne sei andata da casa, te ne sei andata dal nostro tempo per tornare negli anni passati, te ne sei andata dai discorsi e dai movimenti delle persone attorno a te. 

Te ne sei andata in piccoli pezzi ogni volta che ti hanno lasciata, tuo marito che non ho mai visto, il figlio più piccolo – quell’omone delle foto che non ha aspettato io nascessi – e quello più grande che in teoria era mio nonno ma in pratica il mio papà. 

Le persone mi passano vicino e nessuna di loro sa chi sei, o chi eri. 

Una gran stronza, eh nonna? 

Ma lo dicono un po’ a tutte noi, che abbiamo quella faccia lì. 

Sarà stato il crescere in una casa dove – forse sbagliando – la misura della cura che si ha l’una per l’altra si è sempre misurata in decibel, senza preoccuparsi troppo delle parole scelte. Che poi: chi lo dice che fosse sbagliato? 

Poi noi ci siamo stufate di gridare a abbiamo trovato altre vie, forse è stato questo che tu – sorda come una campana – non hai apprezzato. Avrai pensato fossimo diventate tutte delle pappamolla, che non ci interessasse più nulla. 

Come da pappamolla era questa assurda mania di morire delle persone che hai amato di più: genitori e fratelli che si sono arresi alla Spagnola, gli altri nei decenni successivi a quelle stupide altre malattie. Le hai avute tutte anche tu, santo cielo cosa ci voleva a farsele passare?! Una scolata di Fernet Branca o di terribile mandorlo amaro e via! Cosa sono tutte queste storie, questa ridicola mania di spegnersi? 

Anche adesso, cento e passa anni, l’idea di mollare tutto e finire il discorso ti dà fastidio. Rantoli anziché respirare, gli occhi non si aprono più ma che sarà mai? Sono solo decenni – cazzo, più di un secolo – e decenni di dolore, partenze e addii e a volte nemmeno hanno salutato prima, di guerre e di lavoro, di dispiaceri e qualche risata, te li porti appresso con quelle braccine tutte ossa annerite dal tempo e dal fumo, le gambette da rana che pieghi per abitudine anche se non possono trasportarti più. 

Allora piango un po’ per strada, fuori dal bar vicino all’ospedale, scrivo senza vedere bene i tasti, non so cosa sto dicendo e non so cosa devo fare, non si può essere tristi per una vita così lunga dentro una stanza chiusa. 

Mi tornano in mente gli anni passati, quattro lacrime per ogni ricordo.

Accendo un’altra sigaretta come avresti fatto tu, mi tiro su e procedo, forse vado a strillare un po’.

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