Sto bene quando rido

Dr. Luke – che non ricordo come si chiami, ma so amare Star Wars – ogni tanto, segnalava qualcosa che avevo detto in precedenza.

“Questa cosa delle emozioni, interessante”.

Io non so le emozioni.

Dall’asilo ai 27 anni, ho oscillato tra l’esagitazione e il vuoto assoluto, senza vie di mezzo compatibili con le prese elettriche del resto del mondo.

Io, che piangessi o ridessi, mi sentivo allo stesso modo; quando piombavo nel nulla, dentro non c’erano sentimenti. Il dentro, non c’era.

Sui vent’anni, la differenza tra me e le persone che frequentavo, si era allargata. E io, ero sbagliata.

Non che il concetto mi turbasse: era indifferente, cadeva dalla parte del vuoto, che lo risucchiava senza batter ciglio. Ero così, pace.

Per il quieto vivere però, dovevo adattarmi.

Come facendo le costruzioni al contrario, ho iniziato a smontare i sentimenti di chi avevo intorno: l’unica strategia possibile, era imparare le emozioni degli altri e imitarle.

Ho imparato a fingere bene: tutti di me hanno sempre pensato che fossi sì sclerata, ma entro i limiti dell’accettabile.

Ho osservato, ipotizzato, provato e sbagliato per anni. Senza accorgermene mai, senza che una volta mi rendessi conto di quanto fosse continuo e snervante, lo scavare sotterraneo nelle personalità degli altri.

A 18 anni ho imparato a far ridere: prendevo i pezzi di frase di amici o di libri, a cui gli altri rispondevano, tenevo la struttura e la riapplicavo a temi diversi.

Imparare a far ridere è stato complicato.

Intanto, per il resto, peggioravo: ad un certo punto, stavo male. Avevo occhiaie sempre più profonde, capelli che cadevano, la bocca ulcerata, il cuore che batteva a cazzo di cane, dolori continui comparsi alla chetichella e accampatisi lì, e un’altra lunga sfilza di disturbi.

Preoccupandomi di stare finendo in un ammasso di dolorante e inscopabile poltiglia, ho pistolato disordinatamente fino a capire come migliorare. Figli di puttana tutti i dottori da cui sono stata inutilmente (e tanto apprezzati quelli capaci).

Il fatto, è che nel preciso istante in cui i sintomi hanno iniziato a scomparire, mi sono venute le emozioni.

Così, a sorpresa.

Camminavo con le cuffie nelle orecchie, diretta alla piazza della città, e all’improvviso le note di qualcuno, mi hanno mosso nell’addome un qualcosa. Formicolava, era tiepido, ho sorriso.

Non avevo idea del perché.

Ho dimenticato di quale canzone si trattasse, poi mi è successo con tutte le altre.

Le canzoni mi emozionavano il corpo. Erano capaci di farlo piangere, correre, accendere; io ero lì dentro e, tutto quel casino, non sapevo cosa fosse.

Quando piango, non so perché.

Ormai so collegare la causa materiale, ma piange la mia faccia e l’insieme dei suoi tubi. Io sono dentro e aspetto che l’umidità finisca di passare.

Ho imparato a decodificare le emozioni degli altri: ho parlato a lungo con persone tristi per capire come si piega la plica degli occhi e come si può lucidarli a dovere;

a forza di pacche sui denti, le mie gengive capiscono al volo quando chi parla non pensa quello che dice;

i balletti delle dita e delle mani, gli avvitamenti dei colli e dove se ne stanno i piedi sono più facili: come qualcuno si muove è esattamente cosa pensa di me. E io, in risposta, correggo la mira di ogni parola.

Mentirei, se scrivessi che non ho mai usato gli evidenti punti deboli di qualcuno come centro di un bersaglio che mi era facile centrare. Lo dico davvero: ero convinta che fosse così, che si doveva giocare.

Così, quando commentano: “È come se ci conoscessimo da sempre, come se tu fossi già stata qui” io sorrido e non so bene cosa dire. L’unica cosa che mi viene in mente, è: “Ok, l’ho fatta anche a te. Perché?”

Il vero problema, è che a forza di sfogliare gli altri, non ho imparato a leggere me.

19 pensieri su “Sto bene quando rido

  1. Primo pensiero: oddio, che cosa orribile.
    Secondo pensiero: eppure … mi ricorda qualcosa.
    Terzo pensiero: Il profumo di Süskind! Ecco cosa mi ricorda!

    Pensiero P.S. Le “sue” emozioni non sono le sue: sono quelle di chi le ha insegnato a reagire nelle situazioni. Ha una lunga serie di persone sulle quali puntare il dito; le trovi tutte, dopo di che le mandi affanculo. Si sentirà molto meglio.

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    • Ahahahaha, grande Silvan! Non ci avevo pensato! Ecco perché quel libro mi è tanto piaciuto.

      Che mi abbiano insegnato male, son d’accordo, ma le emozioni non c’erano proprio, a quel tempo.
      Lo so: è strano per chi non ha collaudato 🙂

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      • Non le hanno insegnato “male”: le hanno insegnato ciò che sapevano di come si reagisce nelle situazioni, imparato a loro volta. L’importante è accorgersene e liberarsi di quel che le sta stretto, facendo dietro-front. Purtroppo, a liberarsene, ci si mette tanto tempo quanto ci è voluto ad apprendere. Good luck!

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      • Le faccio un esempio stupido. Mia madre aveva l’abitudine di esprimere il suo malumore sbattendo con furia le ante dei pensili in cucina. Se quello era il primo rumore che ti svegliava la mattina, significava che era meglio girare al largo ed evitare qualsiasi fonte di discussione, ben sapendo che sarebbe degenerata facilmente. Anni dopo, mi sono sorpresa (con orrore) a fare lo stesso con mio marito: mi sono fatta il lavaggio del cervello, ricordandomi quanto mi mettesse a disagio quella sleale forma di linguaggio non verbale, e ho smesso. Le cerniere delle ante dei pensili ne hanno senz’altro beneficiato.

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  2. Ci sta, che non sia d’accordo. Io so solo che, più volte, sono rimasta basita nel vedere come si formi nei bambini “l’immagine di sé” con continue e accurate descrizioni. I bambini ci credono, ovviamente e alla fine scoprono i lati vantaggiosi. Mia nipote, la sbadata di casa, scoprì che era perfettamente legittimata a perdere chiavi, demolire cose, creare casini. Cacchio, poteva evitare d’impegnarsi: era o non era la sbadata di casa, dopo tutto?

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