I clacson

La mia famiglia

intendo la parte di mia madre

ha fatto del suo meglio.

Poi, che abbiano sottostimato il concetto di “meglio”, è un altro paio di maniche.

Del resto, non mi aveva chiesta nessuno.

L’anno scorso, forse due anni fa, mio padre mi ha raccontato in che circostanze sono stata concepita.

Lui frequentava una palestra vicino casa/attività dei miei nonni materni, e mia madre lo tampinava.

Mia madre era bella ma folle, chiaramente folle, anche se – allora come ora – non stava bene dirlo. La primogenita di una famiglia di artigiani che si erano fatti da soli, cresciuti con la guerra, che l’avevano curata in tutto e per tutto, partendo dagli episodi di epilessia dei primi anni, fino al tentativo costante di contenerne gli eccessi umorali degli anni a venire, sempre più evidenti.

Lei lo tampinava, lui collezionava amanti.

Una sera, in cui era giù di morale, lei ottenne quello che voleva: riuscì a farsi mettere incinta.

Ne seguì un disastroso matrimonio che resistette meno di dieci mesi. Mia madre era folle e mio padre immaturo, la vita di tutti sarebbe stata enormemente diversa, se io non fossi esistita. Questo lo avrei capito anche se tutti gli artefici della mia esistenza non me lo avessero ripetuto allo sfinimento.

Quando avevo sei anni, il padre di mia madre morì, lasciando sei donne sole:

sua madre, la mia bisnonna, già vedova di un marito e orfana di un altro figlio;

sua moglie, con tre figlie, la cui maggiore era più impegnativa delle altre due insieme;

mia zia A., quella di mezzo, che aveva ereditato una morale strettamente cattolica;

mia zia J., all’epoca diciottenne, che si era già sentita abbandonata quando l’attenzione di tutti si era spostata su di me.

E poi c’ero io.

La morte di mio nonno, che per me era l’unico padre che avessi conosciuto, fece crollare l’equilibrio instabile di una casa che ruotava attorno a lui, un austero matriarcato che gli era devoto in tutto.

Mio nonno era un omone gentile, buono. Si sarebbe fatto tagliare a pezzi per chiunque di noi.

Non si volle però far tagliare dal chirurgo, quando gli diagnosticarono un cancro già diffuso, quando le analisi di routine che l’AVIS faceva ai donatori mostrarono la malattia.

“Chi muore aperto, muore dannato”.

Morì tra le braccia di mia nonna, non ancora sessantenne, che a casa aveva tre figlie di cui una ingestibile, una suocera astiosa che l’aveva sempre disprezzata, e me.

Insieme a un lavoro che avrebbe piegato uomini più forti: per anni, da quel giorno, sarebbe scesa ogni notte da sola mentre tutti dormivano, tra i muri della casa costruita con un marito perduto di cui si era innamorata a 13 anni, a preparare il pane e i dolci che avevano imparato a fare insieme.

Dal quel giorno, tutto cambiò completamente.

La casa iniziò a invecchiare e fallire, come se anche lei si sentisse abbandonata.

Avevamo un interfono, collegato al telefono, da cui ci si poteva chiamare tra il negozio e il secondo piano a cui abitavamo.

Quando si ruppe, nessuno lo aggiustò, come nessuno aveva aggiustato mio nonno, o gli ingranaggi zoppicanti della mia famiglia irreversibilmente mutilata.

Io crescevo e diventavo più cupa, distratta, disordinata, ansiosa. Non dormivo, non parlavo e se lo facevo, argomentavo. Una bambina irritante.

Le urla nei miei confronti aumentarono, nessuno aveva tempo di fare altro, tra il contenere mia madre e portare avanti il lavoro. Le mie zie lavoravano sia in casa che fuori.

Io ero passata dall’essere una mascotte benvoluta, a nient’altro che un onere in più.

Amato, ma nel modo sbagliato, l’unico che conoscevamo.

L’interfono era rotto, così ogni richiesta e ogni rimprovero, correva nella tromba delle scale, urlato a squarciagola dal piano terra fino a me.

Giorno dopo giorno, dopo giorno, dopo giorno.

Per anni, ogni volta che un clacson suonava in lontananza, drizzavo la schiena e trattenevo il respiro: a echeggiare nella testa era l’urlo del mio nome. Un latrato distorto, rimbalzato per lunghe rampe di gradini, carreggiate, decenni.

A distanza di vent’anni, se cammino stanca o assorta e qualche auto suona, succede ancora.

16 pensieri su “I clacson

    • La stessa che ho degli uomini: dipende dalla donna.
      Ed è la stessa opinione che ho di cani e gatti quando mi chiedono se mi piacciono gli animali: dipende dal soggetto, non dalla razza.
      Il Dr. Luke a suo modo mi ha chiesto la stessa cosa: “Preferisce un medico donna o uomo?”

      Capisco da dove venga la domanda, ma non so quale risposte supponeste avrei dato.
      Lei cos’aveva ipotizzato, Silvan?

      "Mi piace"

      • Non avevo ipotizzato nulla. Mi ero limitata a considerare che ha avuto un sacco di donne “ingombranti” dietro e intorno a sé, un’esperienza formativa, direi. Poteva detestarle o ammirarle, in linea generale. Io, guardando alle ave materne che, in ben altre epoche, avevano tutte mollato i mariti e si eran tirate su i figli da sole, avevo deciso che c’era una tara in famiglia. Le ammiravo, ma con sospetto. Quindi, non le ho imitate, ho preso strade più tradizionali: ingenuamente, mi ero ripromessa di interrompere quello che sembrava un percorso obbligato.

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