Chiedere consigli al Dr Zap

“Dr Zap, avrei una domanda: se… ma, prima di tutto: devo darle del lei o del tu?”

“Come vuoi. Ma come mai sei venuta nello studio Inculoailupi?”

“Ok, allora Dr Zap, è tutto collegato alla mia domanda: sono qui perché avrei avuto l’appuntamento domani mattina a cento metri da casa mia, però settimane fa ho programmato una bevuta

“Evviva la sincerità!”

“Ecco. Dr Zap ma sta bene?”

“Si si, solo che qui Inculoailupi, i soffitti sono alti e questo cottage è molto bello, ma preferisco rimanere qui abbracciato al termosifone, anziché dietro alla mia scrivania”

“Ok… dicevo: settimane fa, mi sono messa d’accordo con un tizio per una bevuta, solo che evidentemente né io né lui sappiamo contare e non mi sono resa conto che il giorno sarebbe stato quello prima del nostro appuntamento”

“Ah! Ma per bevuta, cosa intendi?”

“Intendo un’uscita a bere, che non abbia un definito lasso temporale preimpostato e dove lui (che è timido) a tenere un bicchiere in mano si senta più tranquillo. Non importa quanto beviamo, importa la situazione”

“Bene”

“Esatto, al che: non volevo rimandare ancora la bevuta e ho pensato che potevo provare a spostare l’appuntamento.

Però mi conosco, e nemmeno volevo fare come in passato: di sfanculare quello che devo fare, usando come scusa mentale dei tizi di cui non so bene se m’importa o meno.

Allora, mi sono detta: io chiedo, poi se c’è modo di anticiparlo, bene. Altrimenti niente bevuta.

E per anticiparlo, sono venuta nello studio Inculoailupi

“Bene…”

“Di qui, la mia domanda: cosa dovrei fare? Visto che un sacco di volte ho messo su rapporti sbagliati, solo per usarli a mò di punching ball mentale, faccio bene a uscire o dovrei farmi gli affari miei finché non sistemo almeno un po’ il cervello?”

“Ah, e io che ne so? Mica faccio le carte”

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Lamentati

Lamentati, Ine. Tu lamentati.

Quellolà non è che sia cattivo o infame, è come ti ha detto: “Esattamente come sembravo”. Non c’era niente da scoprire o liberare.

Tu sei una da libri grossi e pensieri leggeri, lui da ore al bar e vento tra le orecchie. Vi siete trovati negli incroci per caso, hai pensato che dietro alle lenti da sole ci fosse di più, ma era un riflesso di te che guardavi.

Lamentati, mentre disfi la casa e ti porti via. Prenditi il tuo spazio e i tuoi bagagli e il tuo bambino e la sconfitta.

Che poi, “Sconfitta”: è un nome come un altro da dare alle cose come stanno, non serve un’etichetta brutta quando già sono difficili.

Un percorso finito non è una sconfitta, è solo un finale che ci prende di sorpresa, ma di un trancio di storia.

Più avanti si vedrà.

Prenditi le pentole e i vestiti, ma la famiglia no: con Quellolà ce l’hai ancora: cambi scatola e disposizione, la riarrangi ma la porti con te.

Le persone sono un frullato di azioni, ammollate in ciò che le rende felici e Quellolà vive di gioie inconsistenti: facili da raggiungere, che stanno in basso.

Più basso di Fi, più basso di te.

Che fosse più basso di te, si sapeva fuori e dentro di metafora.

Tu fa’ le valigie e lamentati.

Tira fuori tutto dalla testa e dagli armadi. Ne avrai pure, di magliette tutte uguali? I pensieri son lo stesso: alcuni li abbiamo rimuginati tanto da conservarli in centupla copia.

Prendono spazio e sono pesanti: liberatene. Un lavoraccio per risparmiarti le fatiche di poi.

Estraili, uno per uno, anche se li abbiamo già sentiti. Tanto, ce lo aspettavamo. Noi mica eravamo innamorate.

Ripetili tutti, uno per uno, uguali ogni volta.

Nei film dell’orrore sanno tutti come va a finire tranne quel pirla del protagonista: cazzo apri quella porta? Tieni chiuse quelle gambe! E nascondigli il tuo cuore.

Ma Quellolà non è un mostro cattivo: è una persona con sbagli e paure, pregi e fratture.

Ha interrotto il racconto e le felicità, tu portati via quello che ti serve, poi si vedrà.

Basta, cercare di aggiustarlo. Adesso è ora di ripararti tu.

Me lo rimangio

Non ci sarò sempre, se un giorno cambierai idea e avrai voglia di parlare un po’ come me.

Lo avevo detto, è vero: “ci sarò sempre, quando vorrai tu”

ma in fondo “sempre” e “mai” sono la bugia che poi tutti perdonano, sono l’invettiva al tempo, una dichiarazione scintillante d’amore, fatta per scolorire pian piano.

E poi, ne dici di cazzate, tu.

Il tempo delle persone è finito, non esistono i “sempre” e i “mai”. È solo un paio di avverbi che usiamo per bestemmiare a un’infinità finta come un dio, inutile come un paradiso.

Tempo finito: è ora che la smetta di cercarmi grattacapi

(perché “dita in culo” suona male).

Il Dr Zap

È piccoletto e tondeggiante, con occhi azzurri molto chiari che scorrono freddi sotto una fronte prominente. È spelacchiato.

Ha qualcosa di evidente, che non ho capito se mi piaccia o no.

È convinto delle sue capacità, ma con calma.

Si tiene in tasca tiri mancini che estrae palesemente; non lo fa per mettere in difficoltà: sembra più che voglia spiegarti gli inciampi.

Senza dire troppo.

Poi parla un sacco.

Come tutti gli altri, mi ha detto “hai troppe cose nella testa, dovrai fare un mutuo perché sono costoso, e porre degli obiettivi”, in soldoni.

Io non lo so, se il Dr. Zap mi piace o no, però se c’è qualcuno in grado di fare il lavoro, lui è quello che può.

Basta chiedere?

Non si può fare più di tanto, con il dolore.

Ce l’hai, lo provi, lo consumi o ti consuma lui a seconda di chi è il più forte, e poi finisce.
Finisci tu, o finisci lui.

Invece l’incertezza, è un vizio infido: ti culla, logora, affligge e può durare per sempre perché saprà evitare comunque di mangiarti del tutto.
Una droga, come ce ne sono tante.

Anche se l’idea spaventa, è meglio uscirne che arredarla.
L’unica medicina sono le domande.

Il fango, il tempo e gli aironi

Mio padre esiste, non era scomparso.

Nonostante questo, i ricordi d’infanzia nella sua casa, sono quasi tutti senza di lui.

C’erano i nonni, ci sono ancora.

Lui ha vissuto con loro qualche anno, dopo aver lasciato l’appartamento appena scartato insieme a mia madre.

Lei mi fa compassione e invidia allo stesso tempo, credo. Ho quest’idea perché a volte la spiego e a volte la vorrei morta, ma non ne sono sicura.

In quell’appartamento, avevano avuto un largo tavolino di vetro i cui angoli erano retti e attraversati da grandi matitoni sporgenti, colorati a tinte diverse. Roba anni ‘80.

Lo avevo visto nella sala di amici, tra il divano e il terrazzo, ci avevo corso e girato attorno, disegnato sopra: era una famiglia che aveva un bambino di poco più giovane di me.

Non mi è poi piaciuto granché, una volta saputo da dove veniva.

La nonna paterna, nonna S., è una minuscola elfa tonda, dal sorriso sottile.

Credo mi arrivi al gomito circa.

Ultimamente è dimagrita molto, come tutti gli animali vecchi e malati, però c’è una foto che rivedemmo quel giorno, in bianco e nero, dei suoi dieci anni.

Non sono molte le persone che hanno conservato il sorriso da bambini; forse lei ci è riuscita perché, nonostante tutto, ha ancora il cuore pieno.

È il mio opposto: mora, piccola, indossavo le sue scarpe in prima elementare e già in seconda non ci entravo più.

Nonna S. passa il tempo a volere bene alla gente. Ha sempre una parola buona.

Sono la più alta della famiglia, di tutte e due e di parecchio. Potenziale mimetico: zero. Non c’entro un cazzo anche lì.

Il nonno E. è sempre stato burbero e di poche parole. Qualche volta mi ha portata a pescare, anche se – a dire la verità – io più che altro giocavo con i vermi.

Di recente, nella taverna della villetta a schiera che da una ventina d’anni dividono con lo zio M., moglie e figlio (mio cugino), abbiamo parlato di cosa vorremmo fosse del nostro cadavere.

“Io vorrei essere compostata” ho detto, “surgelata, tritata che se no ci vuole troppo, e messa sotto un albero di faggio”.

“Anca mè. Con tòt i verm ca iò druvè ander a pés, i avran pùr da magnér anca lour”, ha risposto lui, con la voce che gratta e un occhiolino, il massimo della complicità condivisibile con lui.

Mi piace questa cosa del nonno, di sfidare con finto sprezzo la paura. Lo sprezzo, a dirla tutta, è vero. È finta la sfida, e lui lo sa.

Nonno E. mi ha portata a pescare e a volte per campagna, caricata sul cannone della bicicletta. Pedalava e indicava gli uccelli di pianura. “Quello è un airone cinerino, là ci sono i cuculi”.

Qualche mese fa, nonna S. mi raccontò di quando erano fidanzati e lui non si presentò alla sua porta per due settimane. Sentirsi era impossibile: non c’erano telefoni.

“L’ira tant pvù…” e tutta quella pioggia aveva riempito di fango i viottoli attorno alla casa di lei.

“Nonno! Non sei andato dalla nonna per due settimane per un po’ di fango?!” gli ho chiesto, ridendo scandalizzata.

“An vlèva mènna spurcherm” mi ha borbottato indietro, con un ghignetto.

La nonna è un tipo paziente, lui invece è ancora ostinato e polemico. Una volta se la prendeva col fango, da qualche anno, bisticcia maldisposto con la morte.

Se c’è una cosa che le due mie mezze famiglie hanno in comune – credo insieme a tutto il regno animale – è allontanare i problemi fingendo che non esistano. A eccezione della nonna S., che parla della paura. La butta fuori e le rimane solo bontà.

Vedo raramente i miei nonni paterni, anche se abitano vicino e potrei visitarli di più. Mi sento in colpa, ma non riesco ad andare quanto vorrei, il confronto continuo con il passato mi sfianca. È come se quello che vorrei passare con loro fosse un tempo ideale, che nella realtà non esiste.

Questa settimana, vedrò di andare.

From the chandelier

È la prima volta che lascio casa per molte ore di fila dall’inizio dell’anno.

Non mi va, ma devo. Ogni tanto, scivolo senza accorgermene dentro pozze molto grandi.

Il tempo fa schifo e la cosa non aiuta. Il cielo ha lo stesso colore dei miei incubi peggiori, quelli inquieti.

Ho messo la sveglia alle sei solo per poterla rimandare all’infinito. Fino alle sette, ogni otto minuti mi sono svegliata e riaddormenta. Non mi piace quando inizia cosi.

In autobus ho messo le cuffie ma la mia playlist farebbe suicidare Topolino. Ho cercato online per della musica “Pop”.

Meglio, non per il panorama musicale mondiale, ma meglio.

Il mio umore è migliorato, ho alzato la musica al massimo e Sia mi ha sfondato i timpani, ma va bene.

Ho pensato, visto che sentivo la mia faccia cambiare espressione ogni quattro quarti, a quando M., anni fa, sentenziò estremamente convinto: “Tu sei pazza. Hai proprio perso il contatto con la realtà”. Anche lì, non mi sono arrabbiata, ma mi sono chiesta come un quasi medico pensasse che fosse una cosa sensata da dire a qualcuno di cui pensava una cosa del genere.

Ultimamente l’ho pensato spesso, di rimbalzo, da quando mi ha scritto per comunicarmi che era morto suo nonno. Ho pianto, per qualche minuto.

Magari, avessi perso il contatto con la realtà. No, c’è. È che mi fa schifo, come se qualcuno mi infilasse in bocca un copertone usato da masticare.

Sia, pensaci tu.