Non si nasce innocenti

Si dice che ognuno venga al mondo innocente: una vita nuova, una pagina bianca, tratteggiata in grigio o in azzurro a righe o a quadretti, tutta da scrivere.

I genitori di T. facevano i mercati, quando non c’era la guerra. C’erano i carri, i canali per vie a oggi asfaltate, le rumorose campane a segnare le ore. La madre di T. era rimasta incinta a sedici anni di un uomo più grande, che l’aveva sposata, ma dopo. T. era una bella bambina bionda, con lo sguardo azzurro del padre, e mezza cecata.

Piccolissima, la portarono da un dottore che disse dei suoi occhi “non si possono salvare: meglio accecarla del tutto”.

Così, per settimane, le iniettarono nelle tempie qualcosa per spegnerle la luce.

Il liquido bruciava, e lei urlava forte.

Suo padre, che viaggiava nel nord Africa per lavoro portando a casa scimmie e pitoni e – si diceva – lasciando in cambio figli a donne che non avrebbe più incontrato, a quel dottore la tolse dalle mani.

“Basta!” fu lui a urlare forte, un giorno. Così, gli occhi di T. vennero finalmente lasciati in pace.

T. aveva un fratello più piccolo, che un volta rubò i soldi a suo padre per comprare i mattoncini da costruzioni. Fu scoperto, e prese un sacco di botte. I lividi si vedevano, perché i calzoncini alla zuava non superavano il ginocchio, mentre la cinghia arrivava ovunque.

La mamma di T. era rimasta incinta nubile e a sedici anni, quindi – ovviamente – le altre, erano tutte puttane che non aspettavano altre di essere ingravidate, come vacche d’inverno.

La prima delle sorelle di T. rimase incinta sulle orme materne, prima del matrimonio. Prese la sua dose d’espiazione sibilante e andò avanti con la sua vita. Le botte erano un rito di passaggio, un riconoscimento. Sei abbastanza grande da allargare le gambe?, da rubare soldi a casa? Allora lo sei abbastanza per conoscere il dolore, e ricevere una tangibile rappresentazione della vita da qui in avanti.

La seconda sorella di T. si sposò regolarmente, poi suo marito – sulle orme dello suocero – lasciò figli ad altre donne. Non ebbe il buon gusto di lasciare il continente, anzi: nemmeno il paese. Le comprò bei vestiti e qualche immobile, uno dei quali due vie più in là e la donna ci aprì un negozio. “Circe”, si chiamava.

Come diceva la mamma di T.: “tutte puttane”.

Dopo di T. c’era un altro sorella, che amava un uomo lontano.

La madre, forse pensando che gli insulti fossero sia educativi che anticoncezionali, non si preoccupò di spiegarle che amare un altro, non le avrebbe impedito di essere fecondata da un brav’uomo che per mesi e mesi l’aveva lusingata e a cui lei aveva ceduto.

Ebbe una sola figlia e un matrimonio con mezzo amore, non il suo.

Poi la figlia, grossa e sgraziata come un frutto malriuscito, lasciata libera di fare, decise che quello che voleva farsi erano le pere. La leggenda racconta che si fosse data alle marchette con gli “uomini neri”, pur di comprarsi la droga.

Il fratello più piccolo di T. fece un matrimonio riempito di grazia da una piccola donna, più piccola di quanto il ventre del ragazzo si sarebbe dilatato con gli anni, riempito da sperperi e vino.

Ebbero una figlia che per il dolore della nonna maestra e della madre lettrice, non finì le scuole. Si veste di nero, forse perché sfina, e riempie di specchi la camera da letto per guardarsi interpretare il kamasutra e quella roba lì, di fianco alla stanza dei suoi genitori.

T. da adolescente non poteva superare la seconda parallela rispetto alla sua via: pareva che, secondo i genitori, oltre la piazza del paese risiedesse la perdizione e che solo le poco di buono si azzardassero a sfidarla.

Probabilmente, dall’altra parte della piazza qualche famiglia diceva lo stesso, rendendo la via di T. il crogiolo delle luci rosse, o – più semplicemente – dipingendo una geografia impossibile del paese natío, dove – poi avremmo scoperto – le puttane non si organizzavano in rioni ma al massimo in appartamenti.

Un giorno, T. attraversò la piazza, venne scoperta e poi presa a sberle, con relativa attenzione a lasciarle gli occhi nelle orbite, considerato tutto ciò che avevano già passato.

Sua madre non aveva mai sentito parlare del metodo scientifico, a quanto pare: per prove ed errori, i suoi sistemi si erano rivelati piuttosto inefficienti, ma lei perseverava.

Dato che la sorella più grande era già rimasta incinta, la madre di T. si era fatta bastare la conferma che le donne fossero tutte puttane. Per contromisura, aumentò la forza nelle sue braccia.

Comunque, non la usò su T., che crebbe timorata e, un giorno, mentre teneva un banchetto da cui vendeva francobolli, conobbe un ragazzo.

Chissà, se lo vide bene, attraverso le lenti spesse due dita che le allargavano gli occhi del loro azzurro brillante, o se si chiese in che stato fossero le sue trecce bionde, inusuali in pianura, che le tenevano nei ranghi i capelli ondulati.

“Se li compro, posso appiccicarteli sugli occhiali?”

le chiese ridendo, mio nonno.

33 pensieri su “Non si nasce innocenti

  1. Mi limito alla prima parte, basta e avanza. Allora: il trucchetto, obsoleto, del parlare tra sé e sé, fingendo di farsi domande e darsi risposte. Uff! Il conio di espressioni con velleità evidenti di generare simpatia nel lettore: “brividi di freddo non spiacevole(?)”; “picchi gratuiti (?) di autostima”; “bigiotteria di felicità (questa è davvero tremenda, stavo per cadere dal divano); e via discorrendo, tipo i ricordi equiparati agli zombie, sarà contento Proust. Non lo so, io mi sento presa per il culo, da uno che scrive così. Gigioneggia, mi fa l’occhiolino, vuole richiamarsi a qualcosa che dovremmo avere in comune, non si è capito in base a cosa. Cazzo vuoi da me?!

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    • Sì, è un po’ artificioso. Scrivevo così anni fa (non so se allo stesso modo ma con lo stesso spirito: voler fare un po’ il fenomeno).

      Il tema è centrato, lo stile non è propriamente il mio genere, perché sono invecchiata così.

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      • Credo che l’artificiosita salti subito all’occhio. Contrariamente a quanto pensano in parecchi, scrivere è difficile. È già molto aver qualcosa da dire, figuriamoci indurre qualcuno a prendersi la briga di leggerlo! Nutro una profonda ammirazione per coloro che si impegnano a farlo, tirando fuori dalla catacomba il loro vissuto, i loro pensieri, le esperienze e le storie di una vita. Non c’è niente di simpatico in tutto questo, se non il rispetto che ogni storia a sé merita, perché ha generato dolore, allegria, risate e pianti. Per questo non amo gli scrittori gigioni, preferisco quelli seri che, nonostante tutto, possono anche trattare la materia con leggerezza, se dotati di intelligenza ed autoironia. Niente a che fare col compiacere il lettore, come vede.

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      • Non so nemmeno chi sia, costei! Ma è normale, io sono una necrofila convinta: mi piacciono gli scrittori morti, non mi deludono quasi mai. Quindi, terrò presente il suo consiglio di leggere il signor Lapo, ma il più tardi possibile, spero per lui.

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      • Nel caso, preferirei lanciarmi di nuovo col paracadute! Nessuno scrittore potrà mai darmi altrettante scariche di adrenalina all’altezza di 4.500 metri s.l.m.!

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      • Non credo di poter leggere il libro di uno che si é scelto uno pseudonimo così assurdo. Mi sa di uno che spara cazzate e non ne posso più di quelli che sparano cazzate. Ho voglia di leggere e sentire storie autentiche, la fiction mi annoia da un bel pezzo.

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      • Le concedo il beneficio del dubbio. A seguire i consigli virtuali, ho conosciuto brani musicali splendidi, ma non posso dire altrettanto dei consigli relativi ai libri. Una lunga serie di sòle.

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      • Allora: batto “tesio” e si parla di cateteri, allegria! Sbircio la casa di lapo e penso che è l’anagramma di “la capo di sala”, la caposala e io sono tre giorni che vago negli ospedali. Lei è cattiva!

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      • Caspita, costui nacque 4 anni e 1 giorno prima di me, sono emozionata …

        Signorina mezzatazza, sono quasi tre anni che compro libri e li lascio a metà, non ne ho più finito uno. Tranne uno, che avevo già letto e mi era piaciuto. Un lungo racconto, più che un libro, a dire il vero. La mia si chiama “sindrome del mondo finito”: il mio schema mentale ha le colonne d’Ercole e rifiuta l’idea che ci sia altro, oltre il già noto. Tutto ciò che non è già conosciuto, è destinato a precipitare nell’abisso dell’indifferenza asssoluta. Povero signor Lapo, non se lo merita.

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      • Boh, non è questione di fiducia nei suoi confronti, mi creda. È che, a sbirciare nel suo (di lei) blog, ho pensato: “oddio, la mamma coi complessi”; cambio di stagione, bambini, fragilità al femminile, unghie laccate, ecc. Mancava il tacco 12, ma non è è detto che fosse argomento già trattato nei post precedenti. Insomma, ho deciso che non abbiamo niente in comune. Anzi, a dire il vero, non capisco come possa interessarsi ad una tipa simile. Allo stato attuale, ho più in comune con uno che parla di figa: quella, almeno, ce l’ho.

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