Il fango, il tempo e gli aironi

Mio padre esiste, non era scomparso.

Nonostante questo, i ricordi d’infanzia nella sua casa, sono quasi tutti senza di lui.

C’erano i nonni, ci sono ancora.

Lui ha vissuto con loro qualche anno, dopo aver lasciato l’appartamento appena scartato insieme a mia madre.

Lei mi fa compassione e invidia allo stesso tempo, credo. Ho quest’idea perché a volte la spiego e a volte la vorrei morta, ma non ne sono sicura.

In quell’appartamento, avevano avuto un largo tavolino di vetro i cui angoli erano retti e attraversati da grandi matitoni sporgenti, colorati a tinte diverse. Roba anni ‘80.

Lo avevo visto nella sala di amici, tra il divano e il terrazzo, ci avevo corso e girato attorno, disegnato sopra: era una famiglia che aveva un bambino di poco più giovane di me.

Non mi è poi piaciuto granché, una volta saputo da dove veniva.

La nonna paterna, nonna S., è una minuscola elfa tonda, dal sorriso sottile.

Credo mi arrivi al gomito circa.

Ultimamente è dimagrita molto, come tutti gli animali vecchi e malati, però c’è una foto che rivedemmo quel giorno, in bianco e nero, dei suoi dieci anni.

Non sono molte le persone che hanno conservato il sorriso da bambini; forse lei ci è riuscita perché, nonostante tutto, ha ancora il cuore pieno.

È il mio opposto: mora, piccola, indossavo le sue scarpe in prima elementare e già in seconda non ci entravo più.

Nonna S. passa il tempo a volere bene alla gente. Ha sempre una parola buona.

Sono la più alta della famiglia, di tutte e due e di parecchio. Potenziale mimetico: zero. Non c’entro un cazzo anche lì.

Il nonno E. è sempre stato burbero e di poche parole. Qualche volta mi ha portata a pescare, anche se – a dire la verità – io più che altro giocavo con i vermi.

Di recente, nella taverna della villetta a schiera che da una ventina d’anni dividono con lo zio M., moglie e figlio (mio cugino), abbiamo parlato di cosa vorremmo fosse del nostro cadavere.

“Io vorrei essere compostata” ho detto, “surgelata, tritata che se no ci vuole troppo, e messa sotto un albero di faggio”.

“Anca mè. Con tòt i verm ca iò druvè ander a pés, i avran pùr da magnér anca lour”, ha risposto lui, con la voce che gratta e un occhiolino, il massimo della complicità condivisibile con lui.

Mi piace questa cosa del nonno, di sfidare con finto sprezzo la paura. Lo sprezzo, a dirla tutta, è vero. È finta la sfida, e lui lo sa.

Nonno E. mi ha portata a pescare e a volte per campagna, caricata sul cannone della bicicletta. Pedalava e indicava gli uccelli di pianura. “Quello è un airone cinerino, là ci sono i cuculi”.

Qualche mese fa, nonna S. mi raccontò di quando erano fidanzati e lui non si presentò alla sua porta per due settimane. Sentirsi era impossibile: non c’erano telefoni.

“L’ira tant pvù…” e tutta quella pioggia aveva riempito di fango i viottoli attorno alla casa di lei.

“Nonno! Non sei andato dalla nonna per due settimane per un po’ di fango?!” gli ho chiesto, ridendo scandalizzata.

“An vlèva mènna spurcherm” mi ha borbottato indietro, con un ghignetto.

La nonna è un tipo paziente, lui invece è ancora ostinato e polemico. Una volta se la prendeva col fango, da qualche anno, bisticcia maldisposto con la morte.

Se c’è una cosa che le due mie mezze famiglie hanno in comune – credo insieme a tutto il regno animale – è allontanare i problemi fingendo che non esistano. A eccezione della nonna S., che parla della paura. La butta fuori e le rimane solo bontà.

Vedo raramente i miei nonni paterni, anche se abitano vicino e potrei visitarli di più. Mi sento in colpa, ma non riesco ad andare quanto vorrei, il confronto continuo con il passato mi sfianca. È come se quello che vorrei passare con loro fosse un tempo ideale, che nella realtà non esiste.

Questa settimana, vedrò di andare.

6 pensieri su “Il fango, il tempo e gli aironi

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