Aspetto il Dr Luke

Sul divano blu davanti alla porta delle allegre iniezioni (“FORZAAA: AVANTI UN ALTRO!”) ci siamo io e un tizio nero-straniero, accomunati dall’avere un gran caldo.

Lungo la strada per arrivare qui, io – cappotto aperto e sotto t-shirt – guardavo la gente con berretti iperprudenziali, piumini termici e indistricabili sciarpe, e pensavo che all’Igiene Mentale forse potrebbero farci un salto anche loro. Con calma, altrimenti parte il colpo di calore.

Il Dr Luke è manzo come lo ricordavo, ma estremamente in ritardo e indossa una brutta camicia. Probabilmente, starebbe meglio senza.

Il tipo nero-straniero lo segue: è arrivato il suo turno.

Mentre cazzeggio, pistolando il telefono e mi impegno a evitare lo sguardo di persone di passaggio, entra un tizio che conosco, che ha l’attività vicino a casa mia.

È un uomo giovane e burbero, spesso scuro in volto, capace di lavorare incessantemente per settimane, senza mai sorridere. Ha gli occhi chiari e la fronte disarmata. Quando entra e mi vede sul divano blu, non cambia espressione.

“Ecco… alla fine sono finito qui per colpa tua”, mi dice.

“Ah sì?” rispondo interdetta. Ma sono 15 anni che ci vediamo per caso: lo so che scherza.

“Da quando mi hai detto che il mio caffè fa schifo… non penso ad altro e non dormo più!”

Allora ricordo che, un paio di mesi fa, avevo preso il caffè da lui, e mi aveva raccontato un po’ di aver cambiato fornitore, macchina, miscela e così via. Non l’avevo mai sentito parlare così tanto tutto di fila, con me.

Lo avevo sentito di sfuggita parlare moltissimo, al cellulare. Parlava con i suoi genitori per organizzare turni di lavoro impossibili, poi suo padre si era suicidato e arrivava direttamente insieme alla madre. Parlava al cellulare, con la futura ex moglie. “Ti amo!” aveva quasi gridato una volta, al microfono, “Ti amo! Hai capito?” ed era stato strano sentirlo così, proprio lui, così serafico. Lei, una gran faccia di merda. E ancora, lo sentivo parlare con le sue bambine. “Sei andata a danza allora? E ti sei divertita?” domandava dolcemente. Non era abituato a non vederle ogni giorno.

A volte mi salutava, a volte no. A volte faceva due-parole-due (“Questo tempo… eh.”), e la volta dopo non mi salutava, ma non mi sono mai fermata a pensarci troppo. Una di quelle conoscenze inevitabili da strade condivise in senso urbano.

“Pensavo a portare avanti il lavoro e il resto. Due ore in più, cosa vuoi che sia. Due ordini in più, cosa vuoi che sia. Solo che il tempo non bastava mai, per stare dietro alle bambine, al lavoro, al lavoro che aumenta con la bella stagione. E non ho più dormito.

Alla fine sono arrivato in Pronto Soccorso. Io non mi ricordo, ma mi hanno detto che il medico mi faceva domande tipo: quante bimbe hai? E io rispondevo: mah, magari la prossima settimana riesco”.

Non aveva dormito per due settimane.

In sostanza, è qui per aggiustare una terapia blanda che gli permetta di riposare. Che gli permetta di permettersi, di riposare.

“Ma in realtà, è tutta colpa tua: non mi sono più ripreso, da quando hai detto che la ragazza, fa il caffè meglio di me” constata, con gravità. Devi conoscerlo bene, o male da decenni, per interpretarlo.

Mi era già capitato di pensare che a quel tizio non venisse riconosciuto il credito che meritava, ma solo in termini di dedizione.

Invece, ora, mi pare sia più grande, il volume di meriti da conferirgli.

Uno che rifiuta il sonno perché aumentano le cose, pur di fare tutto.

Passa un po’ di trambusto: una tipa, che evidentemente vive molto male i ritardi, strippa tra la sala d’aspetto e quella del personale. Sbraita parecchio e se ne va in malo modo. Poi torna la calma.Ai miei occhi, quelli di una che quando aumentano le cose, diminuisce la forza di respirare, è un misto tra un eroe e un pazzo. E mi piace, che questo strano e burbero tipo, che tutto sommato ha uno sguardo tenero e smarrito, mentre mi racconta come sta, abbia voglia di spiegarmi.

E di chiedermi.

“Tu invece? Cosa fai a Pasqua?”

“Famiglia, poi Pasquetta con le ex compagne di squadra”

“Di pallavolo?”

“Rugby?”

“Ma dai. Ti conosco da decenni ma non so niente”

“Anche io, dai”. Quello che ho origliato, non vale.

“E cosa fai qui?”

“Monitoraggio: avevo una diagnosi di depressione un poco bipolare. Poi stavo meglio, poi sono venuta a casa per fare i conti con le cose e sono crollata. Sono venuta qui ma il Dr Luke mi ha spedita in terapia e sono tornata perché veda come va”

“Ah, pensa te”

Alla fine della mia frase, arriva il suo turno. Dopo qualche minuto, il mio.

“Tazza? Siamo un po’ in ritardo. Mi spiace”

“Non c’è problema Dr Luke: non mi sono annoiata”.

Un’emozione che non so (suggerimenti ben accetti)

“Pronto, Dr Zap?”

“Sì…?”

“Sono Tazza…”

“Ah, ciao!”

“Mi stavo chiedendo… lei dov’è? Perché lo studio è chiuso…”

“Sì, abbiamo appuntamento alle dieci… Ma sono le dieci! Un quarto d’ora e arrivo!”

Click.

Il Dr Zap è sparso come pochi, quindi nella fretta di iniziare e in quella di finire – comunque oltre i nostri 50 minuti – per non far troppo attendere la paziente successiva che ha un forte schema d’abbandono

(“Visto che stiamo facendo i tuoi, che schema ha forte, qualcuno che dopo 15 minuti se ne va?”

“Lo schema ho-un-lavoro…?”)

ho scordato di chiedergli un’opinione su una cosa che mi è successa.

Anzi: una cosa che ho sentito, dentro un’altra che sta succedendo.

Il tizio con cui da meno di un mese… boh, l’altro giorno, mentre cazzeggiavamo nel letto, mi ha detto:

“Tu puoi dire che non lo sai, cosa stiamo facendo. Puoi dire che scopiamo, che ci vediamo, con le tue amiche mettila come ti pare. Io ti dico che stiamo insieme. Anche se tu non lo sai, stiamo insieme“.

Dopo un transitorio attacco di panico, mi è venuta una roba nell’addome, che non so cosa sia.

Non è una sensazione spiccatamente bella o brutta. Però è forte.

È come se il mio intestino tenue, avesse fatto flessioni il giorno prima.

Se lui dice “Stiamo insieme“, a me viene questo sconosciuto nodo, che non è scorsoio, che forse tiene ammainate larghe vele. È un nodo grande e teso, che non dà fastidio. Forse è lì da prima, forse l’ha allacciato lui.

Quando ci muoviamo, camminiamo, i nostri muscoli alternano contrazione e rilascio per permettere alle articolazioni di funzionare e procedere.

Quando ci troviamo su un terreno incerto, e il nostro scopo non è andare via, ma restare in equilibrio, allora tutti i muscoli sono più o meno tesi, per non farci cadere.

Non so cosa sia: non so se le emozioni o le budella possano funzionare come un ginocchio o un’anca, o se si tratti di qualcosa che segue la logica dei sentimenti, quel gran cosmo sconosciuto.

Mi va bene che ci sia, è solo che – come a un osso o a un polmone – mi piacerebbe poter dare a quella cosa, un nome.

Le Donne

A me, della festa della donna, fregasega.

Sono cresciuta con quattro esempi di sclero costante davanti agli occhi, sulle spalle, nella testa

non esiste un posto in cui una donna non possa arrivare: il pisello non è una corda da scalata.

Il problema delle donne, è la democrazia: come un elettorato, aspettative diverse, desideri differenti e prospettive divergenti, disperdono lo sforzo.

L’ambizione è annacquata.

Comunque, se “alle donne” andasse giù che la patata è un ortaggio debolino su cui basare l’identità, potremmo passare allo step successivo.

Che non so bene quale sia, ma se si potesse uscire da questa impasse di lamentela continua, gradirei.

“Scusa: io, faccio ordine”

“Metto a posto”.

Lui mette a posto tutto e subito.
Io no.

L’accendino appena usato lasciato sul tavolino, il bicchiere svuotato un secondo fa, il tappo saltato della bottiglia,
prima che tocchi terra.

Più veloce, più è nervoso.

“Ecco, siamo a casa mia: non c’è un granello di polvere fuori posto. Solo copridivano molto brutti e un sacco di roba che c’entra con la musica”;

io di musica so poco, non ho un divano mio e la cosa che faccio meglio, è il caos.

“Questo è il mio pigiama a righe, riposto ogni mattina sotto al cuscino, che infilo e rincalzo nei pantaloni”;

io dormo quasi nuda, perché generalmente ho caldo e perché non so mai dove ho messo la tuta.

“Ah! La tessera elettorale! Aspetta che vado a vedere dov’è….
Eccola! È in questa cartellina blu che contiene le carpette con dentro la roba che ho scritto sopra”;

A me ha telefonato mia zia quattro giorni fa, chiedendo cosa ci facesse il mio documento elettorale nel suo garage.

“Stai tranquilla. Te sei presa bene, io sono preso bene, a posto“.

Ora, ‘sto tizio – per certe cose – è quanto di più lontano ci sia da me,

per altre no, fuochino

ma la prima cosa che ha pensato di fare durante quell’uscita

che è durata esattamente 24 ore

è stato iniziare a mettermi ordine

dentro.