2 – Io ci sono (lo stesso) – Post Terapia

Come di frequente accade, nemmeno nella dissociazione della personalità, gli esseri umani sono originali quanto amano credere.

“Cosa senti adesso?”

È una cosa che Zack mi chiede spesso, durante la MPR o come si chiama (mai stati il mio forte gli acronimi, manca una E o qualcos’altro).

Distacco”.

Quella sigla lì indica una roba che si fa con gli occhi che seguono un dito… che dovrebbe fondere l’influenza dei due emisferi l’uno sull’altro…

Boh, mi pare una cazzata, ma non sono io quella che ne sa sull’argomento, quindi qualunque cosa mi paia non è che sia troppo rilevante.

Ieri sono stata a una seduta, ma non quella del post precedente; da quella è trascorsa più di una settimana, e ieri abbiamo proseguito in scia.

Ci ho messo giorni a riprendermi: uscita dal suo studio ero dentro al 1990qualcosa, non c’erano persone di lì in poi.

I morti erano risorti, un pesante sipario nascondeva i vivi e il pezzo di me a quel punto in comando era arrabbiato e sfiancato e disinteressato a qualunque cosa il presente srotolasse in avanti.

Una bambina troppo stanca, che aveva bisogno di dormire.

Ieri, ad afferrare il timone è stato il Protettore Distaccato.

Lui è il serafico capitano di una nave da guerra: dargli contro, in qualunque momento, corrisponde ad affondare.

Nel contesto della Schema Therapy, il suo ruolo è allontanarti dalla fonte di dolore o malessere;

infatti, non attacca mai per primo: devi punzecchiarlo parecchio.

Vuole che tu non senta e ti fa venir voglia di bere e di stordirti e star tranquilla, finché qualcuno ti caga il cazzo.

A quel punto, ci pensa lui.

Ehm, a volte sbaglia mira: se non può rifarsi sulla fonte del problema, è capace di prendersela con qualcuno a caso, ma insomma… Negli anni ha acquisito precisione crescente.

“Ricordo” un paio di episodi in cui persi il controllo: ero poco meno che ventenne, ubriaca fradicia, e beccata clamorosamente.

Sottoposta a comprensibile interrogatorio, ha risposto lui.

Incazzato duro.

Non so cosa disse esattamente, ma i familiari presenti in quelle occasioni, le rare volte in cui gli aneddoti riemergono – mescolati a ricordi innocui di altri anni fa – su quei momenti abbassano gli occhi e passano oltre, molto in fretta.

Non mi hanno mai voluto ripetere cosa dissi. Hanno paura che sottoscriva, i codardi.

Come se fossi io, quella che non può immaginarlo, sé.

Francamente, anche se non è l’aspetto di me che preferisco e può essere difficile impedirgli di sparare,

anche se a volte non mi piace essere così,

il Protettore Distaccato ha una certa abilità dialettica e implacabilità emotiva che apprezzo molto.

Ha passato una vita a osservare in silenzio, prendere misura e leggere gesti volontari e non, per decidere quando era il momento di scappare.

A volte, alle facce stupite dei conoscenti a cui riporto esattamente cosa stavano pensando nel determinato frangente, rispondo che dovrei fare la profiler.

Il Protettore Distaccato osserva tutto, elabora in fretta, fonde e comprime i tratti dei malcapitati e li usa come proiettili, sparando pacatamente ad alta velocità. Perché non è distratto da emozioni, né intenerito.

Una cosa che mi sono sentita ripetere negli anni, sotto numerose perifrasi, è: “Quando ti arrabbi, fai paura. Sembri fatta di amianto.”

Beh, la descrizione corrisponde: non cambio mai espressione, quando decide lui. Sento contrarsi muscoli del viso ai quali normalmente non faccio caso e mi rendo conto che lavorano per appiattire le sopracciglia, bloccare le labbra, tirare le tempie.

Non c’è cosa che alcuno possa dirmi, che mi sfiori anche solo di lontano. Lo scudo del gran cazzo che gliene frega nemmeno si solleva, perché il punto è:

tu, tu che ti permetti di rompermi i coglioni con le tue stronzate, ma chi cazzo pensi di essere?

Cosa ha formato nel tuo inutile cranio, la fantasiosa idea di potermi guardare o parlare? Torna nel tuo stagno e annega nella merda. Lasciami stare.

E il punto, spesso viene espresso molto bene: nessuna parolaccia, commenti a segno, voce bassa e monotòna.

La cosa che stimo di lui – continuo a chiamarlo come entità a parte perché non sono così veloce a reagire, se mi trovo in stato di quiete – è che legge le espressioni altrui con una rapidità impareggiabile e – se crede – aggiusta la traiettoria della frase in fase di tiro, mentre è già in volo.

Il tuo punto debole è l’aspetto?

Le tue scelte di vita forniscono un tasto dolente? O il tempo che passa?

Il non aver avuto figli?

La tua dipendenza dalle droghe o dal gioco? Le corna che ti fa tuo marito o il fatto che tuo padre scopasse le tue amiche?

Uomini e donne espongono bersagli diversi, il più delle volte. Quasi sempre, sono donne a rompermi i coglioni.

Perché sapete… si capisce. Non serve che ci conosciamo da prima.

Siamo per strada? In paese capitano, questi incontri alla “Mezzogiorno di fuoco”. Persone che sbucano random, solo per dirti qualcosa di assolutamente fuori luogo.

Vecchi rancori che risuonano, o gente di merda che pensa di aver qualcosa da vomitarti addosso.

Cosa segue il tuo sguardo? Indicatori di uno stile di vita più agiato del tuo? O chi sta peggio?

Qual è il registro linguistico che usi?

Deglutisci subito prima di aprire bocca? Al tuo posto lascerei perdere: sei già in difficoltà. È timore, quello che inghiotti.

Che tipo di vestiti indossi?

Il pantone della miseria umana è davvero ripetitivo.

Non temere: lo trovo il tuo punto debole, lo trovo in fretta.

Nessuna remora: è la punizione per aver cercato di provocarmi. Per aver solo supposto di potermi colpire.

Se stai male, cazzi tuoi.

Io non c’entro.

La diagnosi di dissociazione mi ha fornito molte risposte:

non sono tanto rotta da cancellare ricordi importanti tra una modalità e l’altra, ma i dati en passant li ricordo a fuoco solo quando sono nello stesso stato in cui ero quando li ho recepiti.

In misura meno netta, penso accada a tutti, per me è solo particolarmente marcato. A volte.

E nemmeno ricordo cose che ha detto il Protettore Distaccato, quando ero più giovane e lui meno pacato.

Io non le ricordo, ma alcuni compaesani sì. C’è chi non mi saluta da quando ho 13 anni. Per fortuna, visti i soggetti.

La sera della seduta della scorsa settimana, il Protettore Distaccato si è svegliato per cercare di contenere l’esplosione di passato.

Il giorno seguente Alck, moroso recente, mi scrive che è ancora in coda all’ospedale.

Gli avevo anticipato che non mi sarebbe andato di sentirlo e che non dipendeva da lui, ma non avevo idea di cosa ci facesse all’ospedale.

Quando abbiamo iniziato a uscire, la prima seduta da Zack era solo prenotata.

Mi stupiva trovarlo bendisposto all’idea di uscire con qualcuno fuori di testa – o con troppa gente dentro la testa – e capivo che parte del suo coraggio a riguardo, era pura ingenuità.

“Basta che non mi sgozzi nel sonno” aveva circa scherzato.

“Ok, troverò un altro passatempo”.

C’è da dire che quando sono con lui, generalmente mi sento tranquilla.

Anche prima di uscirci o di pensare di volerci più che chiacchierare, mi piaceva fermarmi da sola al bar mentre lui lavorava. Alck mi disinnesca.

Così, quando mi ha scritto che si trovava in coda all’ospedale, il Protettore Distaccato – che spero lui non conosca mai – ha corrugato la fronte.

Lo sapevamo?

“Me lo avevi detto?”

“Sì sì, l’altro giorno, in sala, poco prima che te ne andassi” mi ha assicurato.

Il Protettore Distaccato si è fatto da parte di malavoglia, quanto basta perché da altrove emergesse sfocata la scena.

Sì, era vero.

Ma fino a quel momento non lo riuscivo a ricordare.

Al Protettore, Alck non piace.

Oppure: lo trova vagamente irritante, perché si escludono a vicenda.

Così, quando guida lui, è come se nemmeno conoscessi il suo nome.

Una grande fetta dello scopo di questa terapia è mettere al proprio posto i pezzi di personalità, eventualmente ridimensionati, e ordinarli come ingranaggi che muovono – compresi occasionali intoppi – le persone normali.

Anche se lo richiamo sempre meno, ho paura di perdere il Protettore Distaccato.

[…]

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Io ci sono (lo stesso) – post terapia

Eravamo in negozio, nella panetteria.

Mia nonna era dietro banco, monolitica, con i capelli in ordine e il trucco perfetto nonostante le già dieci ore di lavoro alle spalle. Era ora di pranzo.

Davanti c’eravamo io, Niní e sua madre.

Zack, lo psicocoso, mi ha chiesto di estrarre un brutto ricordo.

“Posso scriverlo, anziché parlare?”

“Certo”

“Ok, se no piango e non riesco a parlare più”

Piangere e scrivere, è molto più facile. Lo sapevo: ad un certo punto della terapia mi sarebbe toccato, anche se la cosa mi urta moltissimo.

Mica per una questione “d’immagine”, è che mi impaciugo di lacrime e schifo di naso, poi si scalda la faccia e diventa rossa, infine mi confondo e poi non parlo più.

Piangere è una cosa che faccio disordinatamente: è faticoso, dopo anni passati ad allenarmi su come non si fa.

Eravamo in negozio e la mamma di Ninì stava chiedendo a mia nonna di potermi portare a Verona, dai parenti che allora abitavano là.

La mamma e il papà di Ninì fuggirono ancora bambini dalla guerra in Vietnam. Gran parte delle loro famiglie arrivò qui, e non solo: Ninì aveva zii e cugini sparpagliati in tutto il mondo.

Quelli americani le spedivano inguardabili vestiti bellissimi, pieno di balze e tulle, fatti di raso a colori confetto.

Ricordo che trovavo esotica, l’idea di cambiarsi vestiti per gioco.

A casa mia, le regole imponevano un ritmo ragionato: si indossavano gli abiti finché andavano da lavare, perché eravamo in tante e non si potevano fare “mucchi di roba”.

L’ho sempre trovato sensato, come ho sempre guardato lei con certi picchi d’invidia che sapevo solo io.

Ero così contenta che finii per sentirmi imbarazzata, la volta che ne arrivò uno abbastanza grande da andare bene anche a me.

Di solito, toccava ringraziare per cose di cui non m’interessava per niente, così avevo finito per non avere idea di come comportarmi quando qualcuno – anche accidentalmente – mi faceva sentire felice.

Anche adesso, passati in un soffio ben più di vent’anni, mi sento talmente incapace di mostrare gratitudine, che preferisco non si facciano cose per me.

I miei non erano cattivi, erano solo impreparati a gestire un umano accidentale, in mezzo a un’altra vasta serie di sfighe, cresciuto per forza di cose, tra i muri di cortili interni e colpi di vento. E pagine di libri.

Non a loro immagine, né a quella di mio padre.

Sui compagni di scuola usavo i modi burberi di Ugo il Falegname Nervoso:

se all’intervallo un pallone mi piombava in braccio mentre leggevo, abbaiavo con il muso ritagliato via da lui, che minacciava me è Ninì di bucare il Supertele, colpevole del rimbombo sulla porta scorrevole metallica del suo laboratorio;

con quelle capre delle maestre, sfoggiavo toni e battute da bottega. Rinunciarono presto ad avere i miei compiti svolti: quasi tutte le cose di scuola, io le sapevo già. Spesso li facevo in tempo reale, leggendo ad alta voce riempivo i campi mai completati, sui puntini del libro per quel giorno là.

Le poche volte in cui mi mettevo a giocare con dei coetanei, nella mia testa partiva un film – o un cartone animato – tratto dai volumi dentro cui spendevo i pomeriggi: I Quindici (peggio Simone paggio Simone, con il berretto di lana marrone, con il farsetto verde velluto, paggio Simone ti dà il benvenuto), i Classici per Ragazzi – che cotta avevo per Jervis Pendleton – o le facciate leggere di riviste con estratti di testi pruriginosi (sfido chiunque ad aver letto pagine dell’erotico “Il Macellaio” prima della terza elementare).

Ma i giochi dei bambini mi imbarazzavano: passavo il tempo da sola, o tra adulti per i quali l’infanzia era una perdonabile debolezza passeggera. Niente su cui concentrarsi troppo. “Giocare” era qualcosa che volevo fare, pur vergognandomi all’idea di essere vista.

Mi commuove come le mie amiche, neo-mamme, vivano nell’angoscia di non essere abbastanza. Quando dico loro: “Andrà bene, non ti preoccupare, andrà davvero molto bene”, lo penso sul serio.

Se guardo indietro, ho compassione per me stessa.

Ad ogni modo, eravamo in negozio e Fiore – mamma di Ninì – chiese a mia nonna il permesso di portarmi con loro.

La risposta, che mi colse del tutto impreparata, fu un secco “No!” senza appello, vagamente sprezzante.

Ero così contenta a quella prospettiva, che non avevo considerato le implicazioni.

Mia nonna era disgustata all’idea che qualcuno potesse avanzare una richiesta del genere, e quel qualcuno ero io: la mamma di Ninì non era tenuta a sapere come funzionasse, ma io sì. Avevo già nove anni, mica tre: dovevo sapere che le stavo solo causando il disturbo di passare da cattiva di turno per niente.

E io rimasi lì, spaesata, nell’ombra della bottega con la serranda un poco abbassata, e iniziai a piangere. Senza riuscire a fermarmi.

Che vergogna, piangere per un inutile capriccio. Che mossa inconsiderata da parte mia, mettere in una posizione tanto poco lusinghiera qualcuno che si preoccupava sempre per me.

“Ho io la responsabilità della bambina, se succede qualcosa la colpa ricade è mia”.

Quindi fu no.

E io piansi, piansi. Senza insistere, piansi e basta. Piansi talmente a lungo da interdire gli astanti, per niente abituati a vedermi così. Non importava che “la bambina” potesse essere dimenticata a casa dell’uno o dell’altro vicino di casa fino a ora tarda, perché la madre si scordava di andarsela riprendere. Nemmeno importava che “la bambina” fosse in grado dai cinque anni di andarsene autonomamente in giro per il paese, magari evadendo qualche commissione. “La bambina” era stata “una stupida” anche solo a pensare di poter andare via.

Mi rendo conto che – di per sé – quell’episodio non fu niente di grave, eppure riassume il ritornello di tutta la mia vita.

E adesso sono solo tanto, tanto stanca.

Voi lo fate mai?

Ci sono schizzi pesi, in momenti particolarmente bui, che non puoi fermare.

Non penso a compiere azioni scellerate – quelle le puoi imbrigliare – ma allo stato d’animo in cui a volte si cade;

per riemergere, non ci sono strade facili o veloci.

Ti arrampichi per tornare su, ti rompi le dita, piangi, a volte vomiti, insomma: fa schifo.

E comunque è già un passo avanti rispetto al nemmeno rendersi conto, di essere in un buco.

La Vista è il senso più peso degli esseri umani. Attraversa il nostro cervello dal nervo ottico – dietro le orbite – alla nuca – sopra alla coppa – e si intreccia e interpunta con ogni parte di noi.

Io, quando sclero, delle volte mi guardo.

Come dice Zack, sono dissociata. Allora ci sarà ben una fetta di me che non ha cazzi di vedere una scena del genere.

Non lo so, ma di ‘sti tempi è un consiglio che dò.

Il principio di groppone-reazione

Qualche giorno fa, mentre leggevo le anteprime wapp di una tristissima Ine, guardavo scorrere foto allegre che – proprio in quel momento – lei stava aggiungendo su Instagram.

“Piango troppo ultimamente…”

*foto di aperitivi tra i monti e sorrisi*

Lo faccio anche io, dev’esserci una sorta di legge fisica, per spingere via il groppo che abbiamo in gola:

Per ogni momento di para, esiste un quantitativo di foto uguale e contrario, da postare sui social.

Penso riguardi il bisogno di una rappresentazione di felicità che, non potendo vivere dentro in quel momento, cerchiamo di far entrare da fuori.

Stavo per scrivere: come se si potesse far entrare qualcosa in noi dagli occhi degli altri.

C’è un cortocircuito: il concetto che abbiamo di noi stessi (Concetto di Sé, mi insegnarono a scuola), passa in gran parte dal feedback che gli altri ci rimandano;

invece, forzare la mano in senso contrario, non ha senso e non funziona.

È un po’ come dirsi “Visto che, statisticamente su ogni aereo dirottato c’è un solo individuo armato, per sentirmi sicuro sarò io a salire con un coltello”.

Si chiama – forse – probabilità condizionata. (Farnesina STATE CALMI: era solo un esempio).

Comunque, è un palliativo da poco. Ovviamente non funziona, ma ho sempre trovato tristemente divertente, questo riflesso telematico.

Chissà quante sono, le foto sui social che si guardano con una punta d’invidia, e invece stanno lì appese, come bugie. Finti “bene” con cui rispondiamo a chissà chi nei momenti di sconforto.

Non so quanto sia sano.

Io l’ho fatto, e probabilmente lo rifarò, quindi lungi da me avere la risposta.

Del resto, ieri lo psicocoso Zack mi ha detto:

“Se scrivo il tuo nome sul calendario, il correttore del cellulare mi dà ‘Dedalo’, chissà come mai eh?”

Invece a volte, mi pare che nessuno di noi sia poi complicato.

Ci mancava anche lui

“Ciao! Cavolo… ho dimenticato di lasciarti il numero del mio Fisio Magico! Adesso mi fermo e te lo scrivo”.

Un quarto d’ora fa ho incrociato il tipo che lavora vicino a casa mia, quello che avevo incrociato al servizio di Igiene Mentale del mio paese.

Sembra uno zombie e io sono stanca, per cose mie, per cose di Ine, in più mi ha chiamata C., altra ex coinquilina (successiva a Ine) che ha un’indole ciarliera e molta intraprendenza, ma anche una famiglia che s’incrinò anni fa e che ora si sgretola sulla sua testa. Calcinacci impossibili da schivare.

Io sono stanca perché non sono brava a essere triste.

Zoppica ancora, e io – distrattamente – non ho mantenuto la parola: passare a prendere un caffè e passargli il contatto.

Checcazzo: conosco solo baristi, prendo sedici caffè al giorno…

Comunque, mi risponde sconsolato e rigido, come al solito, come il suo passo:

“No ma guarda, non importa: mi ero detto che sarebbe stato inutile arrivare all’età di Cristo…”

“Beh direi che l’hai superata da un po’”

“Esatto, ma ai 50 non mi importa di arrivare”

“Lo sai vero, che non sarà un ginocchio a ucciderti?”

“Sì” bofonchia con un sorrisetto amaro, lo sguardo puntato sui ciottoli della via e le mani strette dietro la schiena. “Ma voglio collezionare tutti gli acciacchi possibili”

“Che idea di merda”

“Poi penso farò come mio padre…”

Suo padre, anni fa, si sedette nella propria auto parcheggiata in garage, con il tubo di scappamento allungato da un tubo fin dentro all’abitacolo. Morì così: soffocando addormentato.

Capisco l’appeal, per un insonne.

“Eh alé… beh, aspetta: non che fatichi a capire la pulsione”

il pensiero di morte è una cosa con cui sono abituata a convivere. Niente di esagerato: alcuni giorni, continuare a vivere mi sembra una scelta del cazzo. Non è tristezza, non è sconforto: è solo vuoto il senso di quel giorno, di quell’ora o di quel minuto. Talmente vuoto, che attorno e dentro resta il niente.

Il trucco sta tutto nel rimandare. Per una procastinatrice come me è facile: io sopravvivo perché sono troppo disorganizzata, per uccidermi quando serve. Lui no: lui è efficiente.

Tra l’altro, lui non si stupisce: lo dice con me perché ci siamo incontrati nel posto dei cervelli rotti, perché sa che capisco.

“Ok, capisco, ma poi?”

“Poi niente: buio.”

“Macché buio. Poi niente e niente, una cosa che non puoi pensare: non si pensa il non essere. Noi siamo. Fatti di merda, ma siamo”

“Tu non sei credente?”

“Io? Ma figurati. Comunque, per morire c’è tempo, perché farlo subito?”

“È vero, ma non c’è più niente che mi piaccia: giocavo a tennis e non gioco più. Guardavo le partite di calcio e non le guardo più, viaggiavo e non faccio più neanche quello. Le mie figlie hanno 18, 15 e 13 anni e non mi cagano più…”

“Quella è l’età, quello passa”

“Me l’hanno detto”

Io non sarei contenta, se si ammazzasse.

“Senti, un anno fa circa, una ragazza si è buttata sotto a un treno. Quando l’ho saputo, ho pensato a tuo padre, che una volta si fermava a parlare con me, poi non l’ha fatto più. Nessuno dei due sorrideva da anni”

Arriviamo vicino a casa mia, dove lavora lui.

“Anche a me lo dicono, che non sorrido più. Anche il tipo dell’Igiene Mentale mi ha detto che sono svuotato…”

“Chissà come mai eh… senti: aspetta ad ammazzarti e và dal mio fisio. Anche se non sembra, avere sempre male a qualcosa, fa male alla mente. Fidati: ho fatto almeno 12 anni di dolori cronici. Ti rendono peggiore, rendono la tua vita peggiore”

Mi guarda di sottecchi. Fino adesso, non mi ha guardata granché.

“Dici…?”

“Sì, ma perché lo so! Dai: anche io voglio ammazzarmi ogni tanto, che poi non è neanche quello. Ogni tanto non ho più voglia di esistere, ma tanto moriremo tutti. A ‘sto punto, prova qualcos’altro, prima di chiudere i giochi”

“Mh…”

Abbiamo parlato di cosa potrebbe fare in concreto e non è che le opzioni – pur scarse – manchino, è che – come per tutto – gli sembra non valga la pena.

“Vabè, cosa farai o no, lo deciderai tu. Ma dico, ci vai a toglierti il male alla gamba?”

Dice di sì ed è una bugia.

Entro, prendo carta e matita, gli lascio il numero.

Lui sta già vuotando tavolini pieni di tazze sporche. Prima di andarmene, gli ricordo di chiamare.

“Mi raccomando!”

“Sì certo. Perderò il numero, mi sa” scherza e no.

“Non m’interessa: mercoledì vengo a controllare”

“…”

“Mi raccomando!”

Lo lascio che ridacchia con la spugna in mano e la schiena curva.

Meglio di niente.

Badilate sui denti (titolo subliminale)

Ieri pomeriggio sono passata davanti a una ragazza seduta su una panchina, che parlava al telefono.

Aveva un tono tristissimo, quasi implorante.

Diceva:

“Ma te lo giuro, io provo a fare di tutto… gli preparo da mangiare, pulisco, gli porto sempre le cose, però ieri non mi sono ricordata di portargli il piatto del pranzo che avevo appena scaldato in microonde e si è incazzato da morire. Ha iniziato a urlarmi addosso…”

No tata:

non si è incazzato perché non gli hai portato il piatto

si è incazzato perché è una #merda.

Scappa via.

Avrei dovuto fermarmi a dirglielo: meglio passare per la solita lunatica, che rischiare di non fare qualcosa di utile.

Ero un essere umano, ma ho chiesto a Hermione Granger di farmi un panino.

I nodi nei pensieri

Sono stata a trovare Ine, ex coinquilina tenerella, dottoressa, con un bimbo bellissimo e il corpo di una hostess svedese; peccato che sia pieno di ossa rotte.

Ho iniziato a scrivere dei due giorni passati con lei, ma è complicato, perché abbiamo tanto parlato e – per lo più – di cose orribili, perché orribili sono stati i suoi anni con Quellolà.

Mentre parlava di quello che aveva subito, dal continuo essere sminuita, non considerata né amata, criticata per i sentimenti più basilari (“Ho capito che ieri è morta tua nonna, ma che due coglioni tornare a casa con te che piangi”), tradita e mi fermo (perché sono cazzi suoi e perché potrei andare avanti ore)

cercando di razionalizzare, le ho detto: “Quellolà è talmente coglione che non lo faceva magari nemmeno per farti male. È che non gliene fregava un cazzo”

e anche se non era quello che intendevo, sentivo strisciare nelle mie parole un’indesiderata vena di giustificazione, o almeno di spiegazione.

Ora che è trascorsa quasi intera una settimana da quei due giorni là, e ho badato di digerire solo il pallido racconto del guano in cui lui l’ha fatta stare, ho bisogno di ritrattare.

Perché non c’entra una minchia che lui l’abbia fatto deliberatamente o no: come ci comportiamo è una nostra responsabilità.

E lui le ha gocciolato addosso, giorno dopo giorno, sera dopo sera, sputi di disprezzo.

Non era mai abbastanza bella, abbastanza allegra, abbastanza disponibile. Non era mai abbastanza.

Ci ha provato di demolirla, per anni. E non ce l’ha fatta perché Quellolà rimane una mezza sega, uno di quelli che nemmeno con ogni risorsa a loro disposizione saprebbero atterrarti.

Era lei, che desidera tanto una famiglia, a prostrarsi. Lui non l’avrebbe scalfita di lontano, se lei non gli avesse guidato la mano.

Ma non è abbastanza; mica lei: non è abbastanza che lei fosse disposta a incassare

non è abbastanza che lui sia meno intelligente

non è abbastanza che il figlio fosse stato un “incidente”.

Niente di tutto questo, né di tutto il resto, è abbastanza.

Mi manca ancora un po’, per processare quei racconti e arrivare alla fine del mio filo del pensiero. Adesso si blocca su un nodo, che per quanto mi riguarda, è tutto odio.