Il principio di groppone-reazione

Qualche giorno fa, mentre leggevo le anteprime wapp di una tristissima Ine, guardavo scorrere foto allegre che – proprio in quel momento – lei stava aggiungendo su Instagram.

“Piango troppo ultimamente…”

*foto di aperitivi tra i monti e sorrisi*

Lo faccio anche io, dev’esserci una sorta di legge fisica, per spingere via il groppo che abbiamo in gola:

Per ogni momento di para, esiste un quantitativo di foto uguale e contrario, da postare sui social.

Penso riguardi il bisogno di una rappresentazione di felicità che, non potendo vivere dentro in quel momento, cerchiamo di far entrare da fuori.

Stavo per scrivere: come se si potesse far entrare qualcosa in noi dagli occhi degli altri.

C’è un cortocircuito: il concetto che abbiamo di noi stessi (Concetto di Sé, mi insegnarono a scuola), passa in gran parte dal feedback che gli altri ci rimandano;

invece, forzare la mano in senso contrario, non ha senso e non funziona.

È un po’ come dirsi “Visto che, statisticamente su ogni aereo dirottato c’è un solo individuo armato, per sentirmi sicuro sarò io a salire con un coltello”.

Si chiama – forse – probabilità condizionata. (Farnesina STATE CALMI: era solo un esempio).

Comunque, è un palliativo da poco. Ovviamente non funziona, ma ho sempre trovato tristemente divertente, questo riflesso telematico.

Chissà quante sono, le foto sui social che si guardano con una punta d’invidia, e invece stanno lì appese, come bugie. Finti “bene” con cui rispondiamo a chissà chi nei momenti di sconforto.

Non so quanto sia sano.

Io l’ho fatto, e probabilmente lo rifarò, quindi lungi da me avere la risposta.

Del resto, ieri lo psicocoso Zack mi ha detto:

“Se scrivo il tuo nome sul calendario, il correttore del cellulare mi dà ‘Dedalo’, chissà come mai eh?”

Invece a volte, mi pare che nessuno di noi sia poi complicato.

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26 pensieri su “Il principio di groppone-reazione

  1. Non ho mai capito il bisogno di pubblicare foto che ritraggono momenti felici sui social
    Persone che vanno in ferie e zacchete inseriscono immagini che li ritraggono sdraiati sul lettino in riva al mare
    Che bisogno hanno di far sapere al mondo intero che stanno vivendo un momento di relax?
    Perché mostrare foto sorridenti quando in realtà hai la disperazione dentro come è capitato a dei miei conoscenti?
    A parer mio è mentire a se stessi!!

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  2. A me è sempre parso che almeno una parte del meccanismo sia dovuto al vecchio adagio ‘se non posso essere felice io, almeno che siano infelici gli altri’. Siccome lo sappiamo, ci impegnamo a fondo perché nessuno ci sorprenda mai fuori posto, non sia mai che gli si si offra l’occasione per stare un po’ meglio, col nostro peggio.
    Ciao tazza!

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    • Ma dai, dici?

      Non l’ho mai vista così, probabilmente perché tendo a notare le cose che mi accomunano, nei mali degli altri, e per me la foto felice (che magari è solo un fiore con hashtag stupidi) è una rappresentazione di come vorrei fosse quel momento.

      Poi magari funziona anche come dici tu (e in quel caso mi spiace molto di più per chi ha quel pessimo spirito, che per Ine o per me), però preferisco concentrarmi su chi non fa cose, perché altri si sentano peggio.

      Chi ragiona così, ha meno speranze di uscirne rispetto agli altri.

      Ciao Ponta! Tutto bene! 🙂

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      • Sisi, chiaro. Ma se si prende un bacino omogeneo, i punti in comune aumentano.

        Oppure – avendo avuto sia nonni che bisnonni giovani -, proporzionando i dati, mi pare che gli schemi siano gli stessi, applicati a contesti diversi.

        Ad esempio i miei bisnonni, pur lavorando come cani, avevano “la vetrina” della domenica.
        E allora le scarpe e il cappotto buono, i capelli ben pettinati e l’importo dell’offerta che si lasciava al diacono che passava con il vassoio in chiesa, erano l’equivalente approssimativo dell’Instagram o del social in generale, di oggi.

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      • Il parallelismo sarebbe più che valido se istagram fosse accessibile un solo giorno alla settimana.
        L’idea del ‘giorno di festa’ è strettamente legata al giorno, per l’appunto, quindi al tempo. Istagram non ha tempo. È come se i tuoi nonni avessero avuto una vetrina per ogni giorno della settimana.

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      • L’idea del giorno di festa, non lo scopo.
        Lo scopo è lo stesso, ma si realizza sia via social che nelle occasioni “di festa”: per alcuni è l’aperitivo, per altri la piazza di domenica mattina, per altri ancora la cena aziendale.

        Possono avere sistemi creativi – il nostro percorso evolutivo lo testimonia chiaramente – ma le esigenze degli esseri umani si somigliano poi sempre (ovviamente, secondo me) 🙂

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      • Neanche lo scopo è il medesimo. Il “vestito della domenica” è/era finalizzato ad apparire al meglio avanti al Divino e poi, solo poi, avanti alla comunità. Lo scopo di istagram è semplicemente quello di apparire ed essere visti.
        Ciò che accomuna le due cose resta comunque il “bel vestito”, se vogliamo prendere in esame solo la fetta maggiore dei post sul social.

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      • Mmm, da queste parti, di divino c’è sempre stato ben poco 🙂

        I post sui social non sono così scevri da significato, e i gesti degli anziani non per forza legati a sistemi di valori avvertiti intensamente.

        Comunque, se vogliamo ridurre tutti i significati e parlare solo di essere visti, si adatta sia all’Altissimo che ai contatti 😁

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      • Ti ricordo questo per lachiesa d’altri tempi: https://www.youtube.com/watch?v=Bdsyehew_LI

        Non ho detto che i post sui social non abbiano un significato, così come non ho detto che i gesti degli anziani (anche se in questo caso si parla di tradizione più che di gesto), o di chiunque, siano per forza legati a dei valori, perlo più sono legati ad abitudini.

        Non è scontato ‘lessere vestito’. L’abitus non è solamente quello fatto di stoffa che ti ricopre, è un concetto molto più ampio che comprende anche il tuo modo di parlare, di mangiare, di muoverti, tanto per fare degli esempi.

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      • Ahahah, grande estratto!

        Dipende anche dal campione di riferimento e da quanto si vuole generalizzare una qualunque osservazione. Io mi sento molto kantiana, rispetto alla realtà.

        Per il contesto in cui mi sono formata alcune opinioni – profanamente mescolate a qualche nozione sparsa – i tratti che girano sono un po’ sempre gli stessi.

        Rivedo, in un certo tipo di pubblicazione online, lo sfoggio di vestiti di scena che vedevo nelle mie nonne;
        il volersi dipingere il meglio possibile non tanto per “il divino” (di cui, da queste parti, frega davvero poco alla maggior parte delle persone che ho conosciuto, compresi i miei avi).

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