Le ultime due settimane e la terapia

Allo scorso incontro, il dr Zap è arrivato come al solito in ritardo ma, diversamente dal solito, sembrava lui stesso rallentato.

Lo aspettavo davanti al cancellino del cottage sulla campagna in cui più spesso ci vediamo. È arrivato in auto e mi ha raggiunta, ha aperto la porta, le persiane, lo studio.

Seduto sul suo lato della scrivania, parlava faticosamente e nel giro di due minuti i suoi occhi azzurri-azzurri si sono lucidati. Il colore delle iridi spiccava: come insegnano i tutorial di make up, il rosso butta fuori il blu chiaro.

“Tutto bene…?” gli ho chiesto.

Mi ha risposto: “Tu lo sai che no, ma lavoro lo stesso”, con un sorrisetto davvero poco credibile.

Dopo un po’ ha smesso di deglutire insistentemente e anche la sua voce ha ripreso il ritmo usuale.

Ha voluto intervistare il mio Protettore Distaccato, una di quelle proposte che inizialmente mi fanno partire lo scetticismo cavalcante. Lui lo sa, che il primo pensiero per me è sempre “ma che puttanata”. Un automatismo.

Poi mi metto lì e faccio quello che mi dice.

Così, ha aggirato la scrivania e si è seduto davanti a me senza più averla in mezzo, iniziando a rivolgersi a quella parte di me.

Sulle prime battute faticavo a immedesimarmi e lo scetticismo ancora vinceva. Poi, piano piano, è uscito.

Non so se ci abbiate mai provato: più di dieci anni fa, per curiosità – scatenata da una chiacchierata tra adolescenti al pub – provai di immaginare come avrei reagito se, svoltato l’angolo, mi fossi trovata davanti qualcuno che mi puntava una pistola.

Ero in un posto in cui facevamo volontariato in un pugno di ragazzi, io avevo finito e aspettavo gli altri nel cortile silenzioso.

Mi concentrai il più possibile, lasciai andare la testa – alla mia viene così facile farsi film lontani da dove mi trovo – e in pochi istanti mi trovai bloccata, tremante, impossibilitata a muovere un passo e dominata da un respiro affannoso.

Mai più fatta una cosa del genere.

Per certi aspetti, far parlare solo una parte di me, è andata nello stesso modo: sono bastati secondi e i muscoli della mia faccia hanno cambiato postura, mi sono aggiustata sulla sedia e sono andata in trip.

“Perché esisti?” mi chiedeva Zap

Quel mio pezzo di personalità, non è che sia di molte parole.

“Per tenere assieme i pezzi”, è stata la risposta.

Abbiamo chiacchierato un po’, alla fine mi sono alzata, stanchissima, e ho salutato Zap con un “in bocca al lupo”.

Almeno gli occhi lucidi non c’erano più.

Stamattina mi ha spiegato perché abbiamo fatto quell’intervista.

[…]

12 pensieri su “Le ultime due settimane e la terapia

  1. Interessante.
    Io vorrei provare l’ipnosi, più che altro per curiosità, mi piacerebbe sapere se anche per me salterebbe fuori tutte quelle storie di vite passate.
    Ma non mi fido di nessuno e chi ci ha provato, uno che mi dicono non essere un ciarlatano da fiera di campagna, non è riuscito. Ufficialmente per troppa resistenza da parte mia.
    A me il dubbio cialtronaggine è rimasto.

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    • Beh, le vite passate, dal mio punto di vista sono una puttanata:

      il nostro cervello si plasma in base alle esperienze (dato misurabile) e la nostra personalità cambia al variare dell’assetto anatomico (traumi, compressioni, ablazioni)

      quindi non vedo come il – pur suggestivo – discorso sulle vite passate potrebbe aver senso.

      Zap l’ipnosi la fa, io personalmente non so se vorrò tentarla, mi ha valutata come ipnotizzabile e per esperienze precedenti (training autogeno guidato, mi mandava in una sorta di trance che finiva quando la psicologa finiva di parlare) non dubito sia possibile.

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  2. “Per tenere assieme i pezzi”, bellissima risposta ad una domanda idiota.

    Non mi farei ipnotizzare manco morta. E, per quanto ne so, la collaborazione di chi vi si sottopone è indispensabile, quindi sto tranquilla.

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