In coda

Alla cassa c’è una tipa che ricordo dai tempi in cui io ero bambina e mi sbucciavo le ginocchia nel ridicolo fazzoletto di piastrelle e aiuole vicino casa; lei si faceva le canne su una panchina con i pantaloni a zampa old school insieme ai suoi amici, scrollando capelli lunghissimi e mozziconi portati con un certo stile.

Ora è in banca davanti a me, con un triste taglio corto vecchio quanto i miei ricordi, vestita da suora laica che fa battute incomprensibili alla cassiera mentre agita furiosamente le dita dei piedi fuori da sandali molto brutti.

Una signora anziana con due gambe di tutto rispetto, non molto coperte da una gonna doppio strato di pizzo, capelli crespi modello due-dita-nella-presa-1997 sgrana un rosario alla mia sinistra.

Funziona! Quando al suo turno domanda gracchiante: “I SOLDI CI SONO?!” una delle cassiere annuisce festante, lei si fionda e ritira il contante.

La bancaria con cui avevo appuntamento 18 minuti fa sta facendo chiacchiere inutili nel suo ufficio.

Lei è bellissime, perfettissima e divertentissima: scherza, ricorda, chiede a segno i fatti tuoi e ovviamente dimentica di consultare l’agenda che la segretaria insipida compila con impegno, proprio quando tocca a me.

La mia pazienza sta per finire e quando la mia pazienza finisce, scompaio.

Medito di usare la mia vecchia tecnica collaudatissima:

chiudere telefonicamente con il minor sforzo possibile, al massimo qualche sms passivo-aggressivo e badare bene di non farmi più vedere con le occhiaie e i capelli spettinati da questa filiale. Ha funzionato con un paio di piselli, funzionerà anche con un deposito titoli altrettanto piccolo.

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Ditta Demolizioni

Faccio schifo: nei rapporti interpersonali e in un’altra lunga lista di cose, faccio schifo.

Ma!, se nella lunga lista di cose faccio schifo perché non riesce a interessarmi di niente, nei rapporti faccio schifo nonostante m’importi.

Forse, degli aspetti sbagliati.

Poche ore fa bisticciavo con mia nonna, che mi ha cresciuta.

La settimana scorsa le avevo raccontato della terapia, sembrava aver grossomodo capito mentre oggi – per i fatti miei, ero intrattabile – se n’è uscita sostenendo che io le avrei detto: “Tanto è tutta colpa tua”.

Grossomodo l’opposto, considerato che il tema – sia con Zap che con lei – è stato “Chiaro che senza di te e un altro paio di persone, sarei finita molto peggio”.

Vabbè.

Un paio di giorni fa mi sono seduta al bar di un amico e con lui e un altro paio di suoi compari, abbiamo fatto aperitivo. Tra gli argomenti di conversazione, è uscito un vecchio conoscente che ha un grosso problema di schizofrenia (diagnosticata etc) e uno dei ragazzi mi dice: “Perché all’inizio, quando vieni a sapere certe cose, pensi che faccia il coglione, non che stia male”.

“Già, la storia della mia vita” ho risposto con una risatina sciocca, ma solo il barista ha capito a cosa mi riferivo. Perché è così, sempre. Specie per chi – come me – ha una gran faccia da culo e un’apparenza granitica.

Il mio è un gioco sporco: mi trovo più a mio agio nel dibattito o nella rissa aperta, rispetto alle altre categorie di interazione umana. È la mia dimensione naturale e ho imparato a muovermici fin troppo bene, tenendo a mente qualunque elemento possa giocare a mio favore, assicurandomi di conoscere il meglio possibile il problema prima di aprire bocca a riguardo; e, dove non arrivo con la sostanza o se cado in toppe vistose, me la cavo con la dialettica, tradizionale metodo di tortura familiare di efficacia letale indiscussa.

Mi sorge il dubbio che, anche nei rapporti, questo non sia un metodo geniale: non ne avevo mai avuto sentore prima, ma ora ho il sospetto che sia comprensibile non fare i salti di gioia quando dal mio indirizzo, più che critiche, giungono relazioni tecniche d’inadeguatezza.

È che a me, l’approccio non disturba.

Tra l’altro, mi torna alla mente un episodio antichissimo in cui M (antico morosino di giovani anni) mi recapitò una missiva di rimprovero, sapientemente organizzata su elenchi puntati. Forse ce l’ho ancora, in qualche scatolone. All’epoca, probabilmente non apprezzai e risposi al fuoco con una certa severità.

Perché è questo che so fare io: ribattere, per sempre, all’infinito.

Ho cercato di non farlo, ho imparato a non farlo (una fatica da bestie), con il risultato di passare dalla guerra all’armistizio, comprensivo di qualche proclama davvero asciutto.

Quando m’incazzo, sclero qualche ora poi mi parte il Camillo Benso che parla come un’impiegata del recupero crediti.

Probabilmente è per questo che, dai morosi, riesco sempre a farmi mollare con molta tristezza, tanta nostalgia e una buona dose di masochistico sollievo: se finisce, è tutto nella norma.

Senza nodi allo stomaco, mi sento nuda.

Però, nella mia mente perversamente comune, la cosa normale è farmi mollare perché io sono sbagliata, non perché gli altri abbiano fatto qualcosa di male.

Invece, concentrandomi bene, temo di aver fatto un terribile errore di valutazione: probabilmente, molte delle mie analitiche lamentele hanno toccato punti scoperti. Intendo negli anni, non necessariamente stavolta (non lo so, ho evitato pipponi infiniti). Mi sa tanto che ho criticato forse punti deboli, le cui conseguenze si riversavano su di me, non deliberate mancanze fatte per divertimento.

Io coi sentimenti mi incasino e sono abituata a sentirmene dire di ogni: perché qualcuno dovrebbe sentirsi ferito da quello che fa a me? Boh.

Non capisco le persone. Posso descriverle, prevederle, farmele amiche o nemiche, ma se mi avvicino di più va in disastro. Non riesco a capire bene le interazioni di cui faccio parte e penso sia normale in sé, è la discrepanza con quanto bene mi riesce se guardo da fuori, a stordirmi.

Vabbè, pace.

Nemmeno sono sicura che sia questo il caso e ho davvero provato di non essere sclerata come ai gloriosi vecchi tempi, dove i miei blog ospitavano esclusivamente deliri a mezza via tra Guccini e Top Girl.

Non lo so, è stata una mattina difficile, è tutto un po’ difficile e più calmo.

Adesso non c’è più niente che mi faccia sentire contenta e penso che sia profondamente sbagliato, che da un certo punto di vista mi senta meglio così.