Le mie paludi

Forse l’ho già detto: mi pare la terapia funzioni, perché non sono mai rimasta così lucida di pensieri e sentimenti, in un frangente relazionalmente del cazzo.

Anche farci un post, non è più l’esigenza esplosiva di buttare fuori qualcosa che brucia dentro – madonna che pathos – ma la scusa per mettere un po’ d’ordine e segnarmi in fila che la penso così, a pieno diritto.

Per un po’ ho avuto paura che curarmi la testa mi avrebbe in qualche modo snaturata, diluita, persa di più. Invece è il contrario: a prescindere da quanto sia piccolo il buono che ho, a perdermi era la disperata ostinazione in cui annaspavo nel tentativo di afferrare la nebbia che lo copriva.

Non so bene come andranno le cose ma – sorpresa sorpresa – stavolta non sono io a sabotare in partenza qualunque tentativo, non sono io a forzare dinamiche alla ricerca della malata conferma di essere sbagliata. Stavolta è Alck.

Nei mesi scorsi, più concentrata – era anche ora – su di me rispetto a ciò che mi circondava, ho lasciato passare una serie di merdate.

Chiariamoci: il mio smalto nel beccare le paranoie altrui, non si è offuscato; né la mia usuale attrazione per il disagio latente, a quanto pare.

Alck è una persona gentile e disponibile, intelligente, con una montagna di pare gigantesca, nascosta alla vista da quelle orecchie sporgenti che mi divertono tanto.

All’inizio lo avevo un po’ stalkerato perché passare il tempo con lui, sia pure bevendo un prosecco troppo costoso che mi aveva versato, calmava i miei terremoti e arginava le frane dei miei propositi.

L’ho già scritto, forse più volte: lui mi disinnescava.

Le sue reticenze e rigidità erano evidenti, ma avevo altro a cui pensare, come lui.

Quindi gli ho dato tempo: iniziare a vedersi senza avere vent’anni, abituati entrambi a stare soli, ognuno con un bagaglio di fatiche e rigidità proprie, di delusioni e paure, ha un gusto diverso.

Ad un certo punto me l’ero chiesta: ne vale la pena? È un gusto che voglio?

Sì, la risposta è stata sì: cosa potevo farmene ancora, dell’ennesimo muro di gomma, che alla prima masticata esauriva il sapore e perdeva in consistenza?

Ho pensato che valesse la pena tentare un altro approccio, che fosse il caso di diventare grandi e provare di costruire un rapporto, anziché aspettarsene uno in pronta consegna.

Alck però, così solido nella pratica delle cose, poggia la sua stabilità su fondamenta di cemento, armato di sfiducia.

Con lui queste settimane sono state un su e giù di parole. Zero fatti, il che mi tranquillizza: si fosse trattato di qualcosa modificabile da un pugno di pipponi, sarebbe stata solo una presa per il culo, quel disagio accumulato.

Invece no: è un baobab con radici profonde, maledetto il Piccolo Principe, che soffoca il resto.

L’attaccamento di Alck per le sbarre che si è costruito ha del commovente, l’ostinazione con cui le difende muove un misto di rispetto e compassione, nel vero senso del termine.

Per come è fatto, descrivere oltre quello che gli pesa nella testa sarebbe ingiusto.

Poco fa però gli ho chiesto perché lui fosse stato tanto ingiusto con me: che senso aveva, visto che dice di tenerci, passare insieme mesi su mesi, covando la sotterranea convinzione che tutto sarebbe andato male? Pilotando, di fatto, il tutto allo schianto.

Lui dice sempre che vuole guidare, che vuole essere lui a decidere. E se ti va bene, vai con lui. Ma non sul sedile passeggero, a quanto pare: ti attacchi, al paraurti (e questa non è mia, l’ho presa da un vecchio telefilm).

Mentirei se dicessi che il tempo insieme è stato solo questo, perché non è vero, ma troppo del tempo insieme sì.

Mentre scrivevo questo post, insieme a un paio di caffè in uno dei “miei” bar, Alck mi ha chiamata e abbiamo parlato. Una novità, che venisse da lui.

Per questo motivo, non sono sicura di come continuare, a scrivere e in generale, quindi mi fermo qui.

Nei prossimi giorni avrò qualcosa di più chiaro da dire.

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