In conclusione (ma và: si fa per dire)

[Ho vinto 30 giorni di ban da Facebook, FINALMENTE! (Sì: quando sono tesa per qualcosa i social mi risucchiano, ban unica soluzione)]

Probabilmente è giusto che tutto si riduca ai suoi minimi termini: quello che non perdoniamo a noi o agli altri di passato e presente è un artefatto a cui togliere potere, un amo agganciatoci addosso doloroso da togliere ma troppo faticoso da tenersi conficcato, considerato tutto quello che negli anni gli è rimasto attaccato.

Tutto sommato, funziona: i buchi neri dentro, tanto vale usarli come discarica. Buttarci le cose che ci rendono noi pur senza piacerci, per destinarle all’unico uso possibile. Lo spessore. In modo che diminuisca la profondità dei pozzi e – in caso di caduta accidentale – sia più facile risalire.

I giusti e gli sbagliati possiamo sceglierli da soli, anche se è una cazzo di responsabilità gigantesca.

Alle superiori avevo una Prof con i capelli ricci-ricci a caschetto, i denti tutti accavallati sovrastati da due occhi e un cervello che rendevano il suo sorriso tra i più belli che ho mai visto. Una che la sapeva lunga perché si vedeva che imparava sempre.

Ricordo che un giorno ci spiegò alcune differenze tra “come si faceva una volta” e i giorni nostri:  quando il destino era già segnato o comunque le opzioni scarseggiavano e le persone avevano meno paura. I sentieri erano scritti entro confini ristretti, muri e alti e forse claustrofobici ma capaci di fornire appoggio e guida, per quanto severa;
e non c’erano occasioni o confronti a cui badare.

Comunque, lei non si arrabbiava mai.

Non so da dove le venisse quella calma, cosa tenesse sotto al blocco immoto di capelli a spirale o quanti passi avessero realizzato le sue gambe lunghe e secche, interrotte da giunture un po’ nodose dentro a pantaloni stretti senza esagerare.

Insegnava Filosofia, Pedagogia e quelle cose là, aveva circa la stessa età della Prof di Latino, una pugliese mesta e bonaria con la longuette, di cui non si capiva una parola qualunque idioma scegliesse tanto teneva bassa la voce. Messe di fianco, sembravano nipote e nonna o forse prozia: zero a che spartire, esclusa la decade di provenienza.

L’ho incontrata di recente nel bar in cui lavora Alck e me ne sono andata pensando che vivermi sarebbe un po’ più facile se, a fine giornata, ci fosse a darmi un voto lei.

Oggi, temo sia il giorno di rassegnarsi al fatto che lei mi abbia insegnato abbastanza.

32 pensieri su “In conclusione (ma và: si fa per dire)

  1. Le persone avevano meno paura perché le decisioni importanti erano già prese da qualcun altro. “Si fa così” e basta, e ora che possiamo scegliere, ce ne portiamo le ansie prima e il peso poi.
    Comunque, le persone che non si arrabbiano mai non esistono. Fidati.

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  2. Off topic, ieri sera ho rivisto Invictus alla tivvù, sempre un gran bel film. Al “Sai cosa dicono del calcio? Che è un gioco da gentiluomini giocato da selvaggi. Invece il rugby è un gioco da selvaggi giocato da gentiluomini” mi son tornati in mente quei due post che avevi scritto sul rugby e la finale della Champions, ridevo da sola 🙂

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