Con gli occhi all’indietro

Quando un’illusione finisce, rimane quel senso d’incredulità candida, nel realizzare quanto a lungo ci si abbia vissuto dentro. Com’è stato possibile?

Ho un evidente problema con il passato. Ma grande, enorme, vasto quanto l’insieme delle vite di chiunque abbia condiviso a lungo la mia.

Fino a pochissimi mesi fa, il passato era l’unica dimensione temporale esistente. Dentro casa, ce n’era troppo: troppi adulti e anziani, troppi discorsi sull’indietro e la completa sfiducia nell’avanti. Una volta cresciuta, poi uscita, era tardi: di passato ero riempita.

Troppo grande, la frustrazione di non esserci stata, in quel passato. Non avevo dei genitori che mi permettessero di fare la figlia, mi mancava la capacità – e spesso l’occasione – di mescolarmi con i coetanei, ed ero obbligata a trascorrere il tempo infinito dell’infanzia pensando a un’epoca in cui, per forza di cose, non avrei mai potuto esistere.

Sono cose che realizzo mentre scrivo, un po’ a vanvera, che mi spiegano con parole tutte mie cos’è la sensazione nei miei ricordi: come mai abbia trascorso tante ore a immaginarmi dentro scene descritte da altri. In bianco e nero, come vedevo nei film quegli anni in cui non c’ero.

Nelle giornate che vivevo, l’argomento principale era quello che è stato.

“Una volta sì che era diverso…”

“Quando eravamo giovani facevamo…”

Ma ti ricordi…?”

Detta così, sembra stupido anche a me. Ma ho imparato a fidarmi delle materie di studio. È un po’ difficile da spiegare, ma ci provo:

c’è un vecchio esperimento, che spiega bene un aspetto del nostro cervello. Nell’esperimento, alcuni gatti venivano fatti crescere in ambienti attrezzati, dove i loro occhi potevano riconoscere solo righe verticali.

I nostri occhi, come i loro, sono strutturati principalmente per riconoscere i contrasti e se si va a misurare nel cervello, ci sono neuroni fatti per riconoscere le righe verticali e altri che si accendono per le righe orizzontali.

A forza di vedere solo righe verticali, il cervello di questi gatti aveva espanso l’area che rispondeva alle verticali e ridotto quella dedicata alle orizzontali.

Oltre una certa finestra temporale, il processo diventa irreversibile, e il gatto disimparerà per sempre a leggere gli stimoli visivi orizzontali: il suo cervello non emetterà più segnali, alla loro comparsa.

Gli stimoli che riceviamo, ci modificano.

L’uso che facciamo di noi stessi, ci plasma.

Probabilmente è per questo, che non mi sono mai pensata la protagonista di una storia: ogni fantasticheria in cui ero io il personaggio al centro dell’attenzione, mi impietriva. “Pensa, quando anche la bambina si sposerà”, dicevano le donne, tirando le sfoglie e piegando tortellini. Io immaginavo la navata della chiesa che frequentavamo, e mi veniva la nausea. Non mi piaceva festeggiare i compleanni. “Beh, perché non vuoi la festa?” Ma quale festa? Invitando chi? Per festeggiare cosa? Altro tempo trascorso in avanti anziché – come avrebbe dovuto per farmi felice – all’indietro? Anche no.

Dopo la morte del Nonno, quando avevo sei anni, ogni secondo era dedicato con ancora più forza al passato, da cui lui non avrebbe più potuto riemergere. Era rimasto indietro, cristallizzato, via da noi.

Fino a pochissimi mesi fa, il passato era l’unica dimensione temporale esistente ed è una puttanata colossale: l’unica cosa capace di esistere è l’istante, che cambia di continuo, scorre. A pensarci troppo, mi sembra sproporzionata l’importanza che può avere il minor lasso di tempo che possiamo immaginare. Quanto peso ha, la frazione minima di una giornata, di un’ora? Possiamo dire o fare qualcosa che altererà per sempre il corso degli eventi, senza più la possibilità di cambiare quel che è stato.

Per chi rimane qui però, gli istanti in entrata arrivano da davanti, come la frontalità dei nostri occhi sottolinea

vivendo rivolti indietro, passano senza che noi ne facciamo alcunché.

14 pensieri su “Con gli occhi all’indietro

  1. Premessa: il commento sopra è veramente cretino, per un post come questo.

    Qualche giorno fa ho sentito l’amica “storica” di mia madre: ha 81 anni, gli anni che avrebbe mia madre, se non fosse morta da quasi trenta. Mi ha detto di avere problemi di salute, di natura non ben identificata: infatti, le hanno aperto la pancia il giorno del suo compleanno e lei non ha voluto sapere il perché. Le ho chiesto il motivo e mi ha risposto che tutto quel che riguarda il suo corpo le fa ribrezzo, il che fa strano, detto da una delle più belle donne che abbia visto in vita mia. Lunghi capelli neri, viso splendido, pelle di porcellana, denti bianchi e sorriso meraviglioso, alta e slanciata: la testa, poi, una delle più anticonformiste e anarchiche. In poche parole, non si riconosce e non riconosce più nulla di quello che la circonda: l’unica cosa vera e reale che la conforta è il suo passato e mi ha detto che la consolerebbe avere accanto mia madre, renderebbe tutto più lieve. Così ho preparato uno scatolone di vecchie foto, raccolte di poesie, quaderni di mia madre che parlano di lei e della loro giovinezza e mi accingo a spedirglielo quanto prima.

    Perché ho raccontato tutto questo? Il presente esiste per chi ha buona parte della sua vita davanti a sé; per chi l’ha già vissuta esiste solo il passato, invece, e ciò che riserva il futuro sarà solo triste, nel migliore dei casi, se non insopportabile. La dimensione temporale in cui si vive ha molto a che fare con l’età che si ha: fa bene ad aver preso consapevolezza del suo presente ed è giusto volersene riappropriare quanto prima. Non c’è niente di più triste di coloro che vogliono farlo in età avanzata: è un fenomeno che produce le bamboline punturate col tacco 12 e i “giovincelli” di 50 anni coi capelli bianchi che corrono dietro alle ragazzine. Zombies, in una parola.

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    • Oh Silvan! Iniziavo a preoccuparmi, tutto bene?

      Mi piace come ha inquadrato l’amica della sua mamma 🙂

      Sì, sono d’accordo con il resto (a parte il giudizio sul commento, che mi ha fatto ridere alleggerendo il clima nella mia testa)

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  2. Io invece ho un evidente problema con il presente: non riesco ad essere presente. In un mondo di presenze sono persa come Nemo. Però non ho una pinnetta atrofica e tantomeno voglio essere trovata.

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  3. È una domanda un po’ difficile. Occupo regolarmente un paio di esistenze, forse una più dell’altra e, mentre aspetto di tornarci, mi ritrovo in una sorta di sala d’attesa sterile ed impersonale, nel limbo delle carenze socio-emotive. Non è un gran posto, ma è casa. Può considerarsi una risposta soddisfacente?

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    • Sì in termini di completezza, no per il tipo di contenuti.
      Nella mia esperienza (l’unica che posso portare, non essendo una professionista), il fatto di avere una casa di merda, non obbliga a starci 🤷🏼‍♀️

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      • Il mio difetto di fabbrica consiste nel dare sempre risposte diplomaticamente accettabili. Di ciò che hai scritto ne ho compreso la mia versione, ma non credo che guardare nella direzione opposta ci privi di qualcosa di importante. Non fraintendere, certamente qualcosina andrà persa. Ma noi esseri umani siamo autoscontri: siamo fatti per cozzare contro qualcosa sempre.

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      • Mi piace come la vedi, l’unica cosa che mi lascia perplessa è la percentuale in cui ci si divide: sarebbe bello che ci fosse un equilibrio, tra il cozzare indietro e il riuscire a prenderla come spinta in avanti…

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  4. Un equilibrio sarebbe impossibile da determinare, soprattutto basandosi sul calcolo delle improbabilità. È una variante troppo costante. Cosa ti impedisce tuttavia di ricevere una spinta in avanti? Puoi anche non rispondere se vuoi, puoi anche mentire.

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    • Non sono d’accordo: un equilibrio sarebbe arbitrario ma ne esisterebbero diversi possibili

      adesso, niente me lo impedisce
      una volta, quando l’avanti non era contemplato, lo impediva il non sapere che esistesse 🙂

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