Una linea richiusa – 1

Ieri mattina mi sono alzata presto, sperando di poter concludere qualcosa, prima di tornare alla camera mortuaria. Alck mi aveva detto di andare per l’una, perché alle due si partiva. Alla fine, mi ha scritto alle dieci che loro erano là.

“Vuoi che venga adesso?”

“Come vuoi tu”

Sono tornata a casa, mi sono cambiata e avviata. Prima delle undici, li ho raggiunti.

C’erano lui e sua mamma, insieme al papà. La macchina della zia avrebbe portato i nonni: non era il caso di farli rimanere in giro più del necessario e sarebbero arrivati più tardi.

Lawrence, il giovane questuante nigeriano che staziona davanti al bar in cui lavora Alck, è passato a fargli le condoglianze. Lo avevo incrociato proprio al bar, di mattina presto, gli avevo raccontato. A lui Alck piace: tempo fa lo ha aiutato a tradurre il contratto per il lavoro temporaneo che aveva trovato, scambiano spesso due parole. Quando ho iniziato a spiegargli dove trovare la camera, ha riso e mi ha detto nel suo inglese africano: “Lo so dov’è: piantonavo il parcheggio dell’ospedale”.

Alck piangeva e Lawrence ripeteva: “you need to strong! For your mama!”

Sono passate altre persone, sempre più vicine tra loro, con l’approssimarsi dell’orario di partenza. Sono arrivati i nonni e la zia, insieme al cugino diciottenne che non ho sentito dire una parola tutto il tempo.

L’ultima ora nella camera ardente gelata, è trascorsa piena di persone: i datori di lavoro del papà di Alck, le colleghe della mamma, amici che gli anni avevano un po’ disperso.

Alck, per tenere assieme i pezzi e per il dispiacere di non avermi fatto conoscere suo padre prima, mi raccontava una storia per ogni personaggio delle loro vite.

“Quello lì, quello lì lavorava con mio papà in discoteca. Allora una volta, mentre preparavano il banco per la serata, avevano scaricato sul retro le casse di frutta per il bar e una cassa di cachi per mio padre, da portare a casa.

Allora, arriva il ragazzo che doveva tagliare la frutta e cose così, mio padre gli dice cosa fare e lui va. Poi torna, e chiede cosa doveva fare con cachi. Mio padre, serissimo, gli dice: ma come, non lo sai? Stasera è la serata spiedini di caco, sbucciali!

Poi ha chiamato quel signore che c’è lì, gli altri colleghi, e sono andati a guardare il ragazzo, che provava disperato di pelare i cachi senza farli disfare”.

“Quello lì invece, ha l’attività nel paese in cui lavora mio padre, e si sono fatti scherzi per anni. Una volta, ha pubblicato sul gruppo FB del paese una foto di mio padre, dicendo che chiunque si presentasse al bar quel giorno – il suo compleanno – e avesse mostrato la foto, avrebbe consumato gratis. Al terzo che arrivava con la sua foto in mano, mio padre l’ha chiamato per urlargli di tutto. Oppure gli mandava fiori, consegnati sul posto di lavoro con una drag queen. L’altro giorno mi ha telefonato e urlava e piangeva: MO NO, NON È VERO! DIMMI CHE È UNO SCHERZO! È UNO SCHERZO E MI STATE PRENDENDO IN GIRO”

[…]

4 pensieri su “Una linea richiusa – 1

    • Ma sai, a me piace. A parte che Alck ha iniziato a raccontarmeli prima che uscissimo insieme, poi gran parte di quello che potevo fare io (molto poco) era dare l’occasione ai famigliari, di raccontare lui per la prima volta a qualcuno. Tra di loro si sanno a memoria, io ero la scusa per raccontare una volta in più un bel ricordo 🙂

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