Gli spartiacque – 2

Per abitudine, prima di parlare di cose che non riguardano direttamente me, aspetto che l’argomento sia sulla bocca di tutti.

Ieri mattina, mentre aspettavo, il tam tam ha fatto il suo mestiere. A ritmo di dita insistenti sui tasti, di telefonate incredule e – mi hanno riportato – di un sacco di profanità, la notizia si è sparsa. Io, da qui, non l’avrei sparsa comunque, ma è questione di tempi e modi, di come mi hanno insegnato a comportarmi.

Ieri mattina, quando eravamo ancora a letto, il vibrare incessante era battuto dalla mamma di Alck. Gli ha detto: “Vieni, il papà sta male”, ma era già morto. Non voleva comunicarglielo per telefono. È stata molto brava.

Alck mi ha telefonato, una ventina di minuti dopo essere arrivato là.

La cosa che mi colpisce, di un lutto inaspettato, è l’estremo smarrimento. Anche gli occhi di chi lo vive, non sanno cosa fare: cos’avrebbero da guardare? Si appoggiano, un po’ qua e un po’ là, vagano. Sono altrove.

Alck è a casa con sua mamma ora, ma li aspetto da queste parti presto e mi serve qualche altro caffè.

I miei amici che hanno vissuto la stessa esperienza, quelli che sanno Alck dai soli miei racconti, fanno a gara di sussulti interni: anche quando chi subisce il lutto non lo conosci direttamente, sale dalla parte che è anche la tua. Circolo triste, ma solido.

Un dolore, più è grande, più è universale. È una delle poche cose incontrovertibili per gli uomini: se quello ti è successo, proprio quello, stavolta so cosa stai vivendo. E non vorrei.

Gli spartiacque

Vi è mai capitato di aprire whatsapp, con l’occhio che cade su una conversazione rimasta lì, senza risposta?

A me capita spesso con la chat di Alck, di cui sembro più la stalker che la morosa, stando alle varie messaggerie: io gli scrivo, lui non mi caca di striscio.

Cioè: mi telefona, ma dalla conversazione non emerge, poi quando – per qualunque ragione – devo scrivergli ancora e riapro la lista degli scambi tanto spesso a senso unico, mi sento la molestatrice che importuna il tizio tranquillo che sta sulle sue. Ancora. Perché è grossomodo così che siamo cominciati.

Gli ripetevo, quando in tempi non sospetti inviavo qualche link che me lo faceva venire in mente e lui non rispondeva: “Non preoccuparti: mi piace un sacco fare monologhi nella tua casella di chat”.

L’ultimo messaggio che ho mandato ad Alck è di un paio di sere fa: finito di lavorare sarei tornata a casa con lui. Mi ero già avviata verso il suo parcheggio abituale, lui mi ha chiesto dove fossi e io ho risposto.

Poi non ce ne sono stati altri: siamo rimasti per lo più insieme, dall’altra sera.

Vi è mai capitato di aprire messaggi di – tutte sommate – poche ora prima, e leggerli come da un altro momento, come da un altro pianeta?

Stamattina ci ha svegliati presto un insistente vibrare, Alck ha risposto ed è schizzato via.

Ancora non lo sapeva, che uscendo avrebbe chiuso alle spalle una vita precedente, che come l’aveva conosciuta fino a oggi, non ci sarebbe stata più.

Io aspetto, ogni minuto prendo in mano il telefono, e vedendo quella chat fingo di domandarmi come sarà adesso. La risposta la so già però.