Crisi di gomma

Ok, ho imparato che la sensazione di annegare e relativi momenti di down (non dico in termini sentimentali)

DI SICURO non migliorano crogiolandosi e rotolandocisi, un po’ come il buttarsi a terra in un porcile abitato, non aiuta a smacchiare il vestito appena messo e subito sporcato.

Di questo passo, sui 70 anni potrò considerarmi adulta.

Comunque, sto collaudando la teoria dello stick to the plan (stick to? Stick on? Stick with?, non ricordo) e cerco di mantenere una certa regolarità – mai puntuale – per ognuna delle cose che voglio fare. Non mando tutto a puttane se perdo un colpo.

Ho provato a scrivere un racconto (mentre dovrei voler scrivere tutt’altro, ma vabé) e penso non sia proprio il mio genere di scrittura. Sticazzi insomma, mi ero presa bene con la raccolta di quel sadico giocherellone di Roald Dahl e mi è venuto di produrne uno.

Ma il motivo di questo post – oltre a portarvi subliminalmente a leggerlo, ma non troppo apertamente perché ricevere aspri giudizi oggi mi deprimerebbe – è che ho bisogno di un libro di quelli in cui perdersi, da amare.

Ho bisogno dell’avventura di tre giorni, di un weekend lungo di follie e riposo.

(Adesso realizzo perché non sposto il culo dal paesello o limitrofi da anni, fatta esclusione di 4 giorni in Svizzera a trovare un’amica, ooook).

Però vorrei un consiglio mirato, quindi allego un elenco di alcuni dei libri – non in ordine di gradimento – che mi hanno dato la sensazione che cerco:

  1. Harry Potter – tutti
  2. La famiglia Aubrey – la trilogia
  3. Il castello errante di Howl (ma il seguito no)
  4. Cime tempestose
  5. L’ombra del vento (ho letto tutto Zafon, basta)
  6. Papà Gambalunga
  7. Polissena del porcello (Vabé, tutta la Pitzorno)
  8. Hunger Games
  9. Sotto la pelle (vol.1)
  10. Chi è morto alzi la mano

Attendo fiduciosa e disorganizzata qualche consiglio efficace.

Una cosa che mi fa ridere

È abbastanza frequente che Alck, un paio d’ore dopo la cena, si addormenti sul divano e, quando si impacca, è davvero difficile svegliarlo abbastanza da convincerlo a raggiungere il letto.

Se lo scuoti mugugna, risponde con parole a caso chiaramente raffazzonate, a quella molesta voce lontana che lo vuole distogliere dal dolce saliscendi delle sue onde lente; biascica un “sisi” e poi resta lì. Inamovibile.

Sussurrare “Ehiiii“, ricordare “è ora di andare a dormire di là” o scuoterlo fisicamente, sono tentativi perfettamente inutili.

Ma c’è una cosa che – ho scoperto – quasi funziona quando voglio svegliarlo, con un effetto simile a quello che il limone tra Lily e Robin sortisce su Barney, nella puntata in cui lui è reduce da una sbornia epocale ma nel giro di poche ore si deve sposare.

“Vabé, ciao, vado via“.

A quelle parole, istantaneamente, un singulto di vita strozzata lo scuote. Scatta in un debole ma pronto sollevamento del collo, le palpebre mimano l’apertura sotto a sopracciglia corrugate di default e borbotta contrariato:

“…’ove vai“, senza nemmeno la forza residua per aggiungere un punto di domanda.

Mi fa troppo ridere; lo trovo così divertente che ripeto la minaccia una o due volte più del necessario solo per gustarmi la reazione. Poi aggiungo la seconda parte della formula per concludere l’incantesimo:

“Vado di là, ti lascio qui

così obietta ancora, si tira su e infila il corridoio con andatura pendente, per buttarsi nel letto

assolutamente disinteressato a dove io poi vada a finire: in camera, sul divano o su Alfa Centauri.

Mi fa troppo ridere.

Cos’è successo ieri

Penso di poter affermare con un buon margine di sicurezza di essere sbroccata.

Nel senso che mi è venuto uno sbalzo di umore come non ne avevo da un anno e mezzo.

Un sobbalzo di dentro che mi ha fatta sballinare. E posso provarlo: ho perso gli occhiali. In giro, non so dove. Non li troverò più.

L’ultima volta che mi è successo era luglio 2018 e ho perso il portafoglio e ho pianto in faccia a un autista e sono rimasta fissa sul divano senza mangiare per due giorni e mezzo. Sbrocco completo. Crisi di mezza psicoterapia, probabilmente.

Ieri no: a ora di sera, persi gli occhiali (che mi piacevano molto, numerose bestemmie) il tutto stava rientrando.

Gliel’ho anche detto ad Alck: “sono sbroccata e ce l’ho avuta per ore a morte con te”.

Perdo cose quando sbrocco, le perdo per assenza e per annegamento. Perdo anche qualunque tipo di fiducia, specie se già vacillante. Perdo di obiettività.

Oggi Alck mi ha accompagnata a comprare occhiali nuovi, non altrettanto belli ma fa lo stesso: era ora di cambiare, e tutte le cose di ieri c’erano ancora

solo più piccole e al loro posto.

Comunque – passatemi un piccolo rigurgito affettivo: grazie.

Quando mi sembra che tutto sia finito, questo è l’unico posto in cui abbia voglia di tornare (perché ci siete voi).

Continuo a stufarmi

Breve riassunto delle puntate precedenti:

Alck e io ci mettiamo insieme

inizio a stufarmi perché lui – esclusa la innegabile efficienza lavorativa – è una larva, nonché decisamente egoista (non in generale, solo per le cose che secondo lui non sono importanti)

parliamo

mi innervosisco

parliamo

continuo la psicoterapia

parliamo

mi rompo l’anima.

Ci lasciamo dopo 6 mesi, poi riparliamo, riprendiamo a vederci

torniamo “insieme” e dopo due mesi scarsi muore suo padre.

Sono trascorsi altri undici mesi e la solfa non è cambiata.

Io voglio le stesse cose di prima, talmente minime che sarebbe imbarazzante scriverle.

Non penso sia grave, considerare l’altro solo in funzione di sé. In termini logici lo capisco che lui preferisca qualcuno capace di essere ameba quanto lui e che non rompa troppo l’anima.

E a me va benissimo fare l’ameba sul divano: leggo, scrivo, sto sui social.

Il problema è che si tratta quasi sempre e solo di questo. Io, di prendermi su per stare tre notti a settimana a casa sua per fare questa “vita”, anche no. E se fino all’anno scorso avevo ancora voglia di parlarne per cercare una via di mezzo, ormai non mi va più. Sono solo triste, non m’importa parlare.

Dubito anche sia questione di lutto: banalmente, puoi essere addolorato quanto ti pare, ma non è possibile che per pianificare una mezza giornata fuori casa serva cautamente proporre l’idea e vedere se forse magari gli va.

Ho cercato di dilatare il mio tempo di diplomazia il più a lungo possibile.

Odio chiedere, è una cosa che ho dovuto faticosamente imparare a fare perché mi hanno insegnato che chiedere è una cosa sbagliata e i condizionamenti a cui si ha creduto sono difficili da togliere.

Ci ho provato e ho imparato accettabilmente, ma dover vivere chiedendo e sentirsi sempre dire dei sì che non sono mai veri, ormai mi ha resa insofferente.

Perché Alck, se mesi fa rispondeva “no” automaticamente a qualunque cosa, come un odioso riflesso monosinaptico, ha certo imparato a rispondere sì

ma finisce lì. Dice “sì” e poi basta.

Sono stanca.

Non posso contare su di lui. È peggio che stare soli, avere qualcuno che ti fa sentire costantemente in attesa di qualcosa, mentre – come una guardona – rimani appostata a osservare nella speranza che arrivi un cambiamento, un segno d’interessamento.

Non arriva mai.

Sono abbastanza sicura che nemmeno mi abbia mai detto che sentimenti abbia per me. Io non lo so. Non so questo e non so quanto conti questo primo anno con un carico di quel tipo, però una cosa la so:

qui non si tratta di grosse promesse non mantenute o di chissà che

ma se uscire di casa mezz’ora, andare a bere un caffè o qualunque cosa implichi alzarsi dal divano, se non interessa a lui personalmente, deve richiedere una settimana di preavviso e rimanere soggetto a diritto di recesso immediatamente precedente

io sono a posto così. Ho finito le risorse.

Non mi stupisce che – a detta sua – siano cose che gli hanno già detto tutte le sue ex.

Io adesso mi tengo gli occhi che pizzicano e pace. Ho altre cose a cui pensare adesso, ho un paio di cose che mi spaventano e preferisco aver paura da sola che con qualcuno che mi fa sentire sola.

Non dovevo mettermi a scrivere in bus: mi cola il mascara.

I casini sentimentali quando sei fuori di testa + video

Come chi mi legge da tanto sa (e sono commossa dalla loro presenza, davvero), ho speso tante di quelle ore a scrivere di varie seghe mentali riguardo a varie persone

che se avessi impiegato altrimenti le mie energie, a capo di Tesla ci sarei io.

Elon, tu sarai un genio ipercinetico, ma nessuno ha mai raggiunto le mie vette di processazione dati. Su dati inutili, almeno.

Quando stavo male, il grado di sclero riguardo ai rapporti interpersonali era clamoroso. Nella mia testa. Perché il fragore con cui mi rimbalzavano in mente era impossibile da superare.

L’avevo capito anche prima della terapia, che si trattava dell’estenuante ricerca scientifica per testare l’efficacia della narrativa sempre in corso nella mia testa. Madonna, che modo complicato per dirlo… il punto è che al centro del mio mondo c’era solo il disagio, fisico e mentale, così chiunque comparisse all’orizzonte diventava l’interprete di un ruolo già scritto, che non dipendeva affatto da lui, nella costante replica di qualcosa che avrei infinitamente voluto trattenere.

Vabbè.

Mi chiedo come vivano gli altri, specie se abbastanza fusi da non riuscire a vivere nel range della normalità (che per me corrisponde al non lasciarsi sopraffare la vita quotidiana dai pensieri), i sentimenti.

Non solo per i possibili o esistenti partner. Negli affetti in generale.

Perché quando si racconta un’esperienza riferita a uno specifico quadro, nel tentativo di avviare una conversazione si rischia di considerare come normale nell’anormalità, solo la propria esperienza

tracciando nuove esclusioni.

Qui ci ho fatto il breve video a riguardo