I casini sentimentali quando sei fuori di testa + video

Come chi mi legge da tanto sa (e sono commossa dalla loro presenza, davvero), ho speso tante di quelle ore a scrivere di varie seghe mentali riguardo a varie persone

che se avessi impiegato altrimenti le mie energie, a capo di Tesla ci sarei io.

Elon, tu sarai un genio ipercinetico, ma nessuno ha mai raggiunto le mie vette di processazione dati. Su dati inutili, almeno.

Quando stavo male, il grado di sclero riguardo ai rapporti interpersonali era clamoroso. Nella mia testa. Perché il fragore con cui mi rimbalzavano in mente era impossibile da superare.

L’avevo capito anche prima della terapia, che si trattava dell’estenuante ricerca scientifica per testare l’efficacia della narrativa sempre in corso nella mia testa. Madonna, che modo complicato per dirlo… il punto è che al centro del mio mondo c’era solo il disagio, fisico e mentale, così chiunque comparisse all’orizzonte diventava l’interprete di un ruolo già scritto, che non dipendeva affatto da lui, nella costante replica di qualcosa che avrei infinitamente voluto trattenere.

Vabbè.

Mi chiedo come vivano gli altri, specie se abbastanza fusi da non riuscire a vivere nel range della normalità (che per me corrisponde al non lasciarsi sopraffare la vita quotidiana dai pensieri), i sentimenti.

Non solo per i possibili o esistenti partner. Negli affetti in generale.

Perché quando si racconta un’esperienza riferita a uno specifico quadro, nel tentativo di avviare una conversazione si rischia di considerare come normale nell’anormalità, solo la propria esperienza

tracciando nuove esclusioni.

Qui ci ho fatto il breve video a riguardo

15 pensieri su “I casini sentimentali quando sei fuori di testa + video

  1. Ricorro al mio adorato Sciascia: per buona parte del 2015 il mio star male era “lingueggiante, rosso di fiamma”, e in quel periodo avrei dovuto vedermi vivere per dare una risposta efficace alla tua domanda. Con mio padre allora le conversazioni iniziavano a rarefarsi, ma sarebbe successo comunque, iniziando lui a star male; in ogni caso immaginavo cosa pensasse: si rammaricava del fatto che io non reagissi, e forse si lasciò andare a sua volta anche lui. Con mia mamma fui io ad “alzare il muro”: cercavo di stare alla larga perché la sofferenza “in stereofonia” non sarebbe servita a nulla. Mi buttai sul lavoro, frequentando invece persone vicine-ma-non-troppo, che sapevo si sarebbero dimenticate in fretta del mio stato. Nell’immediato non smisi di frequentare gli amici di sempre; tuttavia, oggi che il mio malessere è solo una sorta di muffa interiore (la posso togliere ma presto si riforma), ne ho lasciati diversi per strada. Quasi tutti, a dir la verità. Forse sono solo stanco di sentirmi rivolgere, alla lunga, la domanda tormentone dell’ultimo lustro: “…ma hai provato a chiedere aiuto a qualcuno? Dovresti”.
    Scusa la lunghezza e le divagazioni dal tuo quesito.

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