E poi “ordine” è una convenzione arbitraria

La serata di ieri si potrebbe quantificare con:

20% chiacchiere 30% rinfacci 2% videogiochi 18% psicoterapia 13% disperazione 7% baci 10% pianto

e il trailer della cronaca meglio spiegata è:

“Quindi tu non ti sei fatto problema a tenere in ostaggio qualcuno per due anni e mezzo della sua vita a causa di un trauma di serie B? Se eri convinto che tanto sarebbe finita, la mossa coerente sarebbe stata rimanere solo in partenza, non stare con me convinto che sarebbe andata di merda perché la stavi facendo andare di merda tu per darti ragione”.

Madonna, che astio mi fanno quelle persone che pensano di stare male solo loro. Come se noialtri attorno fossimo fatti di nulla.

Perché alla fine un vero ordine non c’è

Io non so chi sia in grado di fare coppia con qualcuno che gli riserva i suoi pensieri se e solo se non ha nient’altro a cui pensare ma chi lo è, è anche un gran coglione. (Non potete vedere ovviamente ma ho la mano insistentemente alzata: sì, sono io, io! Dai, ributtami addosso i traumi di tutta la mia infanzia, il non essere mai stata considerata dai miei genitori, non aver avuto nessuno interessato alla mia esistenza o a spiegarmi come funzionassero le cose. Il maltrattamento di Schroedinger: esiste ma non esiste, finché non ti sale su per una braga del tutto).

Che poi in realtà il paragrafo sopra è una bozza di ieri, ma adesso sto pensando ad altro. Alla mia diarrea insistente per la precisione, dato che oscillo appena un gradino sotto allo stato “colera avanzato”. Colpa mia: ho mangiato due foglie di lattuga, vabbè (ho mangiato anche altro, ma è la lattuga che mi ha uccisa). Il problema è che insieme mi viene da vomitare, in più oggi ho già pianto due volte. Poco eh, però tra diarrea, pianto e vomito, in queste settimane mi ha attraversata una portata di fluidi che se mi piantassero in culo una turbina farei concorrenza all’Enel. Per farvi un quadro accurato dei toni e dei sentimenti e degli smottamenti che mi percorrono.

Ieri sera sono stata a vedere un film con mio zio: Judy. Ci sono voluti i primi due minuti buoni di film a chiarirmi che fosse su Judy Garland e non su Judy Dench. Mi piace un sacco la Dench, sulla Garland non ho opinioni né interesse, però il film è molto bello.

Tanto a me né a mio zio interessava il film in sé: io avrei voluto vedere, nello stesso posto che ospita una breve rassegna estiva, Jojo Rabbit. A mio zio invece piacciono i cinema all’aperto. Se ho capito, è la storia di un bambino tedesco o circa il quale, durante la seconda guerra mondiale, vive con la famiglia in un posto isolato e, non avendo coetanei a portata di mano, decide di farsi un amico immaginario: Hitler. Così, quando capisce che i suoi genitori nascondono in casa un ebreo in fuga, si trova un filo confuso. Me lo guarderò da sola una di queste sere, perché no (perché non mi piace guardare i film da sola, ecco perché no).

Mi affascinano i bambini, davvero. Io da bambina ero già così: piena di seghe mentali, piena di pensieri annodati. Me lo hanno confermato, chi con rabbia, chi con perplessità, chi con fastidio e chi con pena, tante persone nel corso degli anni. “Eri così complicata, non si capiva cosa ti passasse per la testa”. “Eri troppo da prendere a mano”, “Hai sempre reso tutto molto complicato”. “Eri troppo.” è una roba che mi hanno detto così tante volte da stupirmi il fatto mi facesse effetto.

Beh, se me lo avessero detto dieci anni prima sarebbe stato più utile. Comunque ricordo distintamente un tardo pomeriggio: avevo sei anni, pensavo in piedi con la schiena appoggiata alla carta da parati color tortora e verde oliva, fissando la tapparella di fronte a me, abbassata, da cui filtravano e mi colpivano i raggi radenti del sole al tramonto. Filtravano dai buchini. Pensavo che non sarei stata sempre così: un giorno anche io sarei diventata come gli altri sembravano essere. Anche io avrei avuto la cosa normale da dire agli altri bambini, anche io avrei potuto trovare divertente la loro compagnia, anche io mi sarei trovata bene con qualcuno che non fosse un libro, un giocattolo, un sottoscala (verde anche quello: la palette di colori è l’unica cosa lineare della mia infanzia).

Non è mai successo. Quindi ho fatto quello che avrebbe fatto qualunque darwinista convinto: mi sono adattata. Una volta mi hanno presa in giro tipo due secondi perché avevo una brutta grafia. L’ho cambiata. Ora ne ho 5-6 tra cui scegliere, a seconda del tipo di penna e del supporto su cui poggia la carta (se sotto c’è altra carta è diverso rispetto a quando sotto c’è il tavolo). Non ero simpatica: qualunque cosa dicessi suonava evidentemente acida ma io non sapevo perché, mi limitavo a prendere vaghe sgridate sul quanto fossi sgradevole. Ho imparato l’umorismo dagli altri: guardavo le persone che facevano ridere le altre, capivo il meccanismo magico che animava il divertimento e l’ho imparato abbastanza bene da diventare qualcuno che veniva cercato per farsi due risate. Uno stress infinito. Non sapevo vestirmi. Però a quel punto ero simpatica, quindi andavo a comprare indumenti insieme a persone che andavano bene com’erano e sceglievano loro. Potrei comprare una palazzina con i soldi sputtanati in pantaloni e magliette che mi facevano schifo.

Questo per dire che ancora oggi non ho idea di cosa mi piaccia. Raramente rido per qualche battuta, perché per me è un breve compito orale da ascoltare e risolvere. Normalmente di infima qualità, oltretutto. Però rido molto per le involontarie ironie, le incongruenze grottesche, lo stridore dei fatti. Quelle cose mi piacciono o spiacciono abbastanza da farmi ridere. Non capisce nessuno, ma in fondo che importa.

Pensavo di arrivare per tempo all’altro discorso ma tra un’ora o forse due arriverà Alck e io proprio non ho cazzi. Deve portarmi la mia roba, evento concordato da mesi perché trasloca, però io non ho proprio voglia di “parlare”. Parlare di che? Io sono stufa. Vorrei non esserlo. O meglio: la vocina di quella bambina già troppo alta per la sua età, con alle spalle una carta da parati che avrebbe deviato per sempre la sua opinione sulla tappezzeria, dice che magari funzionerà. Tutto il resto di me dice di no. Però lei ha appena ricominciato a piangere e davvero non so cosa dirle.

Ma non sono sicura di averne voglia

Piango. Piango di continuo. Anche adesso mentre digito sulla tastiera del mio telefono c’è una lacrima gonfia sulla guancia destra e la narice che cola al lato sinistro.

Non ho pianto per anni. Occasionalmente, una volta ogni più tempo possibile, mi toccava di farlo ed era una sensazione orribile più di quanto lo sia vomitare da sobri. Mi faceva fisicamente male, come se una lama mi venisse piantata nello stomaco e tirata verso l’alto a tagliarmi lungo l’esofago, e forse era anche colpa del reflusso ma la fonte dei dolori era l’ultimo dei problemi: se sgorgava, li sentivo tutti insieme. Era il tempo in cui non conoscevo emozioni diverse da enorme dolore e enorme carica. Passavo da abissi impenetrabili a qualunque buonsenso o lucidità, a picchi di euforia e sicurezza che di lì a breve sarebbero rimpiombati inevitabilmente verso il basso, con quelle cadute verticali inattese degli sfigati nei cartoni animati.

E poi sono passata dal non piangere per lustri interi, al piangere di continuo. A volte piango come se espirassi il fiato all’acetone, altre piango come un brufolo che scoppia. Piango anche spesso come una caffettiera con la guarnizione bruciata, specie se indosso il mascara. Occasionalmente piango di solitudine, molto spesso piango di memoria. La memoria è il mio cruccio peggiore: a differenza della solitudine, non puoi sceglierla.

Ultimamente, con estremo disappunto perché di motivi per piangere ne trovo già in qualunque pensiero di sottofondo mi giri per la festa, a questa lista infinita si è aggiunto Alck.

Credo siamo giunti a naturale esaurimento, e con “naturale” intendo “connaturato”. Alla specie umana: credo di aver perfettamente rispettato la data di scadenza media delle sue relazioni. Due anni e mezzo e di più non si può.

C’è la motivazione combattuta e più realistica e poi c’è l’efficacia riassunto: mi sono rotta i coglioni.

Cercherò di andare con ordine

Abito in una casa piena di ragni. Un appartamento consunto, crivellato sui muri e sulle piastrelle dalle ambizioni d’arredo di troppi inquilini; sbreccato, spellato, scumaccato e rugoso.

L’unico specchio che possiedo è grande la metà di un foglio A4 e spazzolino e dentifricio giacciono incrociati su un barattolo bianco di crema corpo a buon mercato, su un fianco stanco del lavandino.

Non ci sono molti mobili e quelli che ci sono me li hanno regalati, riesumati da depositi e garage. Me li hanno affibbiati con un certo sollievo perché non vedevano l’ora di sbarazzarsene ma “buttare via è peccato” e così toccherà a me il duello con l’Altissimo quando si tratterà di porre fine all’esistenza di questa cucina.

Sono ufficialmente qui dallo scorso dicembre, ufficiosamente da molto prima, e ci sono ancora mobili smontati appoggiati contro ai muri, pezzi sconosciuti abbandonati qui e là, roba che ho dimenticato a cosa serva o cosa sia.

In realtà non ho passato qui troppo tempo: la quarantena è stata da Alck e anche in tempi sanificati mi fermavo da lui con una certa frequenza.

E in realtà è qui, in questo appartamento senza tende né belletti, che voglio stare: in una fatiscente proprietà bloccata centro di un passivo/aggressivo conflitto dinastico, dove venivo spesso a dormire da bambina e sembrava tutto nuovo e ci abitavano i miei giovani zii.

E non so come spiegare senza iniziare con una congiunzione la strana sensazione del trovarsi a piangere nuda sulla sponda del letto, con le spalle alla finestra (ho un sacco di dirimpettai)

perché mi sono incastrata in una risacca della mia testa

e poi alzarsi in piedi e vedere una piastrella che ti riorienta, il punto fermo in un caleidoscopio.

Questo appartamento è insieme passato e presente, è una rivelazione dopo l’altra, una ruvida rassicurazione che niente importa.

Avevo paura dei ragni, al punto che credevo di non poter dormire tranquilla sapendoli in giro;

avevo vergogna del caos nella mia testa e ora che lo vedo estratto e realizzato nelle cataste di carta e stendini e borracce e non so cosa sia quel zavaglio contro al muro, nei piatti che lavo sempre in ritardo e nella distese di vittime di cancelleria, imparo da che parte prenderlo;

credevo certe cose fossero necessarie, imprescindibili, che fosse vietato non averle e invece no: non le ho e sopravviverò.

Mi guardo intorno ed è la mia testa, con i miei dubbi e i danni altrui e le tracce di famiglia e l’insistenza del tempo e il rimpianto e i vetri vecchi; e la mia testa non ha più una scatola d’ossa a fare ombra, adesso si vedono i ragni.

Questo è il punto di partenza del discorso ed è brutto, è triste, luminoso, snervato, ferito, lugubre. E perfetto (a parte un problema di amianto sul tetto).

Pf

Sono triste, sono stanca, sono venuta a conoscenza di una miriade di tasselli sulla deprimente storia della Prozia Zara, non credo che andrà bene tra me e Alck, non so.

È stata una serata intensa, quella di ieri. Talmente intensa che sembra strano fossimo solo io e i miei zii attorno a un tavolo.

Credo che per scriverla e digerirla, mi serva un’altra sera.