Cercherò di andare con ordine

Abito in una casa piena di ragni. Un appartamento consunto, crivellato sui muri e sulle piastrelle dalle ambizioni d’arredo di troppi inquilini; sbreccato, spellato, scumaccato e rugoso.

L’unico specchio che possiedo è grande la metà di un foglio A4 e spazzolino e dentifricio giacciono incrociati su un barattolo bianco di crema corpo a buon mercato, su un fianco stanco del lavandino.

Non ci sono molti mobili e quelli che ci sono me li hanno regalati, riesumati da depositi e garage. Me li hanno affibbiati con un certo sollievo perché non vedevano l’ora di sbarazzarsene ma “buttare via è peccato” e così toccherà a me il duello con l’Altissimo quando si tratterà di porre fine all’esistenza di questa cucina.

Sono ufficialmente qui dallo scorso dicembre, ufficiosamente da molto prima, e ci sono ancora mobili smontati appoggiati contro ai muri, pezzi sconosciuti abbandonati qui e là, roba che ho dimenticato a cosa serva o cosa sia.

In realtà non ho passato qui troppo tempo: la quarantena è stata da Alck e anche in tempi sanificati mi fermavo da lui con una certa frequenza.

E in realtà è qui, in questo appartamento senza tende né belletti, che voglio stare: in una fatiscente proprietà bloccata centro di un passivo/aggressivo conflitto dinastico, dove venivo spesso a dormire da bambina e sembrava tutto nuovo e ci abitavano i miei giovani zii.

E non so come spiegare senza iniziare con una congiunzione la strana sensazione del trovarsi a piangere nuda sulla sponda del letto, con le spalle alla finestra (ho un sacco di dirimpettai)

perché mi sono incastrata in una risacca della mia testa

e poi alzarsi in piedi e vedere una piastrella che ti riorienta, il punto fermo in un caleidoscopio.

Questo appartamento è insieme passato e presente, è una rivelazione dopo l’altra, una ruvida rassicurazione che niente importa.

Avevo paura dei ragni, al punto che credevo di non poter dormire tranquilla sapendoli in giro;

avevo vergogna del caos nella mia testa e ora che lo vedo estratto e realizzato nelle cataste di carta e stendini e borracce e non so cosa sia quel zavaglio contro al muro, nei piatti che lavo sempre in ritardo e nella distese di vittime di cancelleria, imparo da che parte prenderlo;

credevo certe cose fossero necessarie, imprescindibili, che fosse vietato non averle e invece no: non le ho e sopravviverò.

Mi guardo intorno ed è la mia testa, con i miei dubbi e i danni altrui e le tracce di famiglia e l’insistenza del tempo e il rimpianto e i vetri vecchi; e la mia testa non ha più una scatola d’ossa a fare ombra, adesso si vedono i ragni.

Questo è il punto di partenza del discorso ed è brutto, è triste, luminoso, snervato, ferito, lugubre. E perfetto (a parte un problema di amianto sul tetto).

22 pensieri su “Cercherò di andare con ordine

  1. Un proverbio tedesco dice che ammazzare un ragno di mattina porta sfiga. Da bambina ero terrorizzata anch’io, dai ragni: dal giardino sottostante arrivavano quelli neri e pelosi che provocavano puntualmente urla belluine e l’accorrere di mio padre che, da bravo uomo, li ammazzava seduta stante. Un giorno, a casa con mia madre, ne vidi uno enorme sulla tenda: presi la scopa, ci misi almeno un quarto d’ora buono a decidermi; sudavo freddo, un misto di ribrezzo e paura. Alla fine, lo feci cadere (fece un rumore inquietante) e lo ammazzai. Col tempo, mi sono fatta un bel lavaggio del cervello (me ne sono fatta moltissimi nel corso della mia vita), partendo dalla domanda più ovvia: come fa una grande e grossa come me ad aver paura di un coso così piccolo? E ancora: ma se lui è nato brutto e schifoso al punto da farmi ribrezzo, è forse colpa sua? Dopo quella prima (e unica) volta non ho mai più ammazzato un ragno in vita mia: in compenso, sono diventata bravissima a sbatterli fuori dalla finestra. Vivi. È stato necessario, dal momento che essendo andata vivere in una casa col giardino ho dovuto imparare a “convivere” con svariati inquilini, ai quali nessuno ha spiegato che se la casa è a nome mio loro possono entrarci solo se invitati. Quindi, con pazienza, mi sono ritrovata a sbattere fuori vespe, ragni, bombì, cavallette, millepiedi, scolopendre, lucertole, pettirossi e pure un topo.

    Quanto alla sua situazione, non mi rassegnerei a vivere in un appartamento che non mi somiglia: magari, imbiancherei o colorerei le pareti. Su una parete lavabile può scrivere tutto quello che le passa per la testa o disegnarci. Quanto ai mobili, non sottovaluti i pallets e le cassette in legno della frutta: possono trasformarsi in mobili deliziosi e personalizzati, con una spesa minima; i negozianti non vedono l’ora di sbarazzarsene, di solito, lo tenga presente. Quattro pallets colorati diventano un bellissimo letto e un paio di cassette della frutta possono diventare una scarpiera, un comodino, ecc. Insomma, mi creda: vivere in un ambiente che somiglia a lei è molto meglio che vivere in un ambiente che somiglia ai suoi zii. Partirei da qui.

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