Il secondo capitolo è il male

Questo capitolo mi sta facendo diventare scema.

Devi iniziare a spiegare, ma la storia è complicata, non puoi usare un linguaggio troppo specialistico ma fai fatica a bilanciare perché per te è terminologia normale, devi dire al punto giusto, di lunghezza e sapidità, se no è troppo, se no è poco

deve andare (via spedito alla lettura) e tornare (il discorso), quindi gli eventi vanno messi in fila bene, perché ci si può incagliare per troppi motivi diversi.

Comunque, secondo me, è figo. E credo di essere uscita dalla buca spaccacaviglie e posso fare una breve corsa di ancora mezz’ora in volata. Ma che fatica.

Una cosa che anni fa sbagliavo anche io

In amore, o in qualunque altra cosa dato che io e Alck un ti amo non ce lo siamo mai detto (mi rendo conto ora che non lo scrivevo da anni, letteralmente anni) le ricevute contano poco.

Qualche sera fa è venuto qui.

Oltre ad avere alcune cose da portarmi e dopo le chiacchiere di rito, gli ho proposto di andare a bere una birra. Cazzo ne so: stavamo parlando del più e del meno.

Mi dice no, che voleva parlare di noi. Madonna, ancora. Che palle, è stata la mia risposta. E me l’ha menata con il solito discorso. Ancora.

Nell’incespicante arringa – che voglio dire: alla settantesima volta in cui dici le stesse cose, almeno sbrigati – ha continuato con la storia del “perché avevamo detto di aspettare questo periodo” (come se non avessi aspettato anni, letteralmente, e questo periodo misura circa 4 mesi) e altre sciocchezze che non ho nemmeno voglia di ricapitolare. Tipo “Non sono state 8 settimane di merda, solo 6” (numeri a caso). Ah perfetto: allora aspetta un secondo che cancello tutta la frustrazione accumulata, le decine di mattine iniziate piangendo, i momenti di ricorrente solitudine e il disprezzo verso me stessa collezionato ogni volta che scagavi malamente ogni mio bisogno. Devo sottrarre due settimane!

Ho riso di cuore, non sono neanche più arrabbiata.

Il succo della mia risposta, ed è questa la cosa che anni fa sbagliavo clamorosamente anche io, consiste nel riconoscere che non conta una sega il calcolo del malessere, la sopportazione imposta e l’irrilevante detraibile: io stavo malissimo. Per me conta solo questo.

E gliel’avevo detto decine di volte: tranquillamente, scherzando, arrabbiandomi. Lui ha sempre detto che capiva, che avevo ragione (quasi sempre), poi non ha mai cambiato un cazzo.

Ora, Alck ha alcune doti preziosissime e indiscutibili: è onesto ai limiti del ridicolo, è affidabile, sincero, intelligente, divertente

ma pensa solo ed esclusivamente a sé. È imprigionato nella sua testa.

Sia il lockdown trascorso insieme che i mesi quasi immediatamente successivi, passati separati (per logistiche di trasloco, sua madre si è trasferita da lui e io contestualmente ho iniziato a non poterne più, quindi siamo stati settimane e settimane vedendoci giusto una volta ogni tanto) hanno incontestabilmente spazzato via i pochi spaccati in cui toccavo con mano lo stare bene insieme.

Ma non basta divertirsi a fare due chiacchiere e condividere visione politica (comunque per me fondamentale) e trovare dall’apprezzabile in su il sesso (non è la persona con cui ho avuto più intesa in assoluto), per rimanere insieme per sempre. Altrimenti sarei insieme per sempre con qualcun altro da ben più tempo.

Lo ha detto metalupo nei commenti a qualche post fa: la vita di coppia ha bisogno di piccole gratificazioni quotidiane.

Io gliel’ho rispiegato ancora. Gli ho anche spiegato che non andrò da nessuna parte, almeno finché avrò finito di scrivere (intendo proprio mettere il naso fuori di casa) e che è tutto in mano sua: se vuole riottenermi, provare sta solo a lui. Lui ha annuito, chissà se ha capito.

Diciamo che presentarsi gnolando e pensare di usare come leva un qualche senso di colpa che potrei avere (non ce l’ho) perché so che questo periodo (tutti i periodi) è così, non è la mossa più brillante.

Come non lo è chiedermi indietro un libro che abbia detto potevo tenere (sua madre, sistemando negli scatoloni una collana de Il Corriere ha notato che ne mancava uno, quindi gli ha detto di chiedermelo indietro samai volesse leggerlo. Lolita. Certo, me la vedo).

Insomma, io non la vedo granché possibile. Comunque le mie ultime parole sono state:

fai quello che vuoi, l’importante è che tu vada in terapia appena potrai e che lo faccia per te, Zack ti cambierà la vita. Io le mie condizioni te le ho dette e non le cambierò di un punto. Ho cercato di adattarmi a te per anni, adesso basta. Vedi tu cosa preferisci. Ti voglio bene, non mi fa piacere che tu stia male, ogni tanto mi manchi ma non intendo fingere di non stare meglio adesso. Se vuoi ci rivediamo tra una decina di giorni.

Vedremo.

La felicità è un piatto che si scalda da solo

Mentirei se dicessi che non mi manca ogni tanto Alck. Il fatto che ci siamo sentiti spesso in questi giorni, e che regolarmente sia finita con me che gli scrivevo in fila tutti i motivi per cui non ne potevo più, ha certamente mitigato la sensazione. (È lui che se le cerca: mi ha scritto un pippone infinito ripetendomi ANCORA le stesse menate senza senso. Ho fatto lo screen parte per parte con le minchiate sottolineate e commentate).

Mentirei anche se dicessi che non mi sento felice.

Sono felice per la prima volta dopo tanto tempo, letteralmente entusiasta, probabilmente un po’ delirante.

Ho ripreso in mano il mio primo manoscritto, iniziato tre anni fa. Iniziato, per essere precisi, come un kolossal cinematografico che mi si proiettava da solo, inarrestabile, nella testa mentre studiavo fisiologia.

Alck, il quale – per dirla tutta – non ama leggere, aveva commentato le prime pagine che gli avevo fatto leggere con un “Ma fa schifo”.

Stavamo insieme da pochi mesi, non gliel’ho mai perdonata, questa uscita. Mi tornava in mente ciclicamente. Sapevo che aveva torto (non fa schifo, magari piacerà solo a me ma non fa schifo, checcazzo).

Comunque, il suo disprezzo per qualcosa che amavo da morire, me lo aveva fatto gradualmente accantonare, insieme al fatto che il senso di rifiuto costante mi prosciugava qualunque spinta in generale. E poi la psicoterapia mi aveva distratta; distrazione che, insieme alla sensazione di disvalore, mi aveva convinta di non essere più in grado di proseguire.

L’ho riaperto due giorni dopo averlo lasciato. Il sollievo nel vedere che la terapia non aveva intaccato proprio niente (dato che era uscito dal disordine ingestibile del mio cranio, e che la terapia lo aveva un poco riordinato, era qualcosa che non volevo affrontare) è stata una sensazione incredibile.

Comunque non avevo mai smesso di appuntarmi cose che mi venivano in mente, da inserire: dialoghi, nodi d’intreccio, spiegazioni e cose così.

Adesso sto tirando fuori tutto, che è anche uno dei motivi per cui ho voluto venire a stare in questo appartamento: mi serve spazio. E lo spazio lo sto occupando così

In tarda mattinata mi sono seduta con l’idea di andare avanti per un paio d’ore, ho così tanto da fare! Leggere il materiale scritto, tirare fuori gli appunti, colmare i buchi nella trama… che non è difficile: è una cosa che va da sola. Mi faccio una domanda e magicamente so la risposta, senza bisogno di esitare. I pezzi che ancora mancano – sono certa – arriveranno almeno a mano che avrò rifinito l’incastro dei precedenti.

Ho iniziato a scriverlo di getto, più di 200 pagine scritte in piccolissimo (le prime 14, trasformate in cartelle editoriali, sono diventate 25, per dire), quindi editorialmente parlando, saranno circa il doppio, senza contare gli appunti. Ok, mentre scrivo penso che forse sono un po’ troppe, ma sarà bellissimo! Almeno, per me.

Sistemare tutta ‘sta roba è mastodontico, ma non riesco a esprimere come mi sento mentre lo faccio… mi sento come mi sono sentita a leggere i libri che ho amato di più, tutto insieme!

Dicevo, mi sono messa lì con l’idea di usare due ore e ho tirato su la testa che ne erano passate più di quattro. Inclusa quella di pranzo.

Adesso che ho scritto questo post sul cellulare, gettando ogni tanto uno sguardo sognante alle mie pareti, corro a mangiare che poi ho da fare!

Ah, sull’altra parete procede anche il piccolo romanzino iniziato un anno e mezzo fa, stesso discorso che vale per il primo: adesso ho appesa sui muri un sacco di felicità!

Mi sento in colpa perché non mi sento in colpa

Che poi non è nemmeno vero, quindi ho questo disagio che si mescola con le budelle, e appena mi distraggo passa.

Prima della terapia, ogni volta, ogni storia non era altro che il mettere in atto la stessa scenetta. Cambiavano gli attori nel ruolo di co-protagonista, ma sempre quello cercavo di fare. E quando finiva (inevitabilmente) mi buttavo a capofitto in un’ondata di disperazione alla quale sapevo di non potermi sottrarre.

Che poi, era sempre la mia disperazione solita, e le mie storie una scusa per finirne sommersa una volta in più.

Stavolta no: ci ho provato tanto, a tratti troppo. Ho fatto molto di quello che penso bisogna fare per stare in una coppia. Non è andata. Non mi sento così male. Anzi: non mi sento male per niente.

Sarà che, nel tempo, avevo avuto una piena che la metà basta. Sentirsi sempre ignorati è snervante, sfiancante, opprimente. Mi sembra di essere scorretta a non sentirmi peggio, ma ho pianto tanto negli ultimi mesi… non piangevo così da nemmeno so quanto. Ogni giorno mi svegliavo e piangevo, come se per purgare fluidi la solita urina non fosse abbastanza. Ogni mattina facevo il funerale alla storia tra me e Alck.

Dovrei sentirmi più triste, più abbattuta perché alla mia età non è poi tanto presto per essere sole? Dovrei sentirmi sconfitta? Ultimamente, sentivo una fitta di frustrazione ogni volta che internet mi mostrava qualcosa di bello che qualcun altro aveva fatto.

Ho passato una vita a dirmi che facevo schifo perché non riuscivo a sentirmi come si sentono le persone attorno a me. A fare le cose che fanno loro, quindi al momento mi sento disorientata.

Oggi ho tirato fuori il materiale di una storia che avevo iniziato a scrivere anni fa, a lavorare sulle parti già buttate giù: dare un senso a passaggi confusi, mettere giù uno schema di verifica perché i richiami tornino, cominciato un elenco di elementi da inserire. Mi sono sentita felice come non mi sentivo da anni. Mi ci sono persa dentro per ore: mi piaceva leggermi. Rimandavo da mesi il riprenderlo in mano: avevo un convinto terrore che mi avrebbe fatto tutto schifo, che mi sarei fatta schifo per aver pensato che fosse decente. Invece mi piace, mi piace tanto.

È anche parte del motivo per cui mi trovo in questo appartamento, sconclusionato come la mia mente: finire due libri. Ma non ne avevo più le forze. Ero troppo occupata a essere qualcuno che si fa andare bene tutto, uno di quei circoli viziosi che si instaurano gradualmente e ti ubriacano di bruttura.

Non riesco a sentirmi male, non riesco a sentirmi infame, non riesco a dispiacermi davvero per come sto facendo sentire Alck. Mi sento così bene che potrei addormentarmi dalla serenità (detto da me, equivale a una dichiarazione d’amore all’Universo). Non vorrei che lui stesse male. Finita l’arrabbiatura credo sia una tra le cose che voglio meno al mondo.

È che non riesco a vederla come una mia responsabilità.

Potrei pure pensare ai fatti miei eh

Chissà come sono, le persone che incrocio.

Siedo al tavolo di un bar e vedo una donna tutta intenta a sfogliare una rivista, con gli occhiali sulla punta del naso e una mise anni ‘90 che non ha speranza di tornare di moda, in nessun ciclo d’abbigliamento mai;

allungo lo sguardo fuori dalla finestra, come se potessi deviarlo sinuoso, per farlo passare a nastro d’atleta tra i palazzi che mi coprono il tramonto, e in uno strabuzzo per nulla elegante noto accidentalmente una coppia mesta, affaccendata tra le tende della stanza;

comincia ora a piovere e una donna in maglietta sguscia lesta tra gli sprazzi che io vedo in fondo alla strada, si copre la testa e porta una borsa in tinta con una maglia annodata attorno al collo.

Chi sono queste persone?

La signora è convinta, come sembra, della sua direzione e di quei capelli taglio tragedia?

I due tra le tende, che un po’ di vento scosta, sono tristi per qualcosa di diverso da loro?

Quanti anni ha quella donna, e quanti ne ha usati bene?

A volte certe cose me le chiedo per riflesso, avendo mai avuto un fermo al calcio che scatta da solo, altre me le chiedo per davvero:

la riccia mora, del palazzo di fronte all’ultimo piano, è contenta delle sue giornate?

Gestisce una cartoleria con la suocera. La gestiscono male, perché di prodotti della categoria ne sanno come so io di aeronautica, però con meno umiltà (almeno io non vendo aeroplani), e abita di sopra alla suocera, insieme al compagno – col quale sta da almeno 20 anni – con le camere da letto grazie al cielo separate da quella di una coppia di vecchietti che coraggiosamente si frappone tra i due (appartamenti). Non metterò mai più piede nella loro cartoleria: mi hanno venduto un pennello di merda.

Conosco più o meno la stagionatura della sua relazione perché giocavamo insieme a pallavolo da ragazzine, lei ha qualche anno più di me e io diversi cm in più di lei. Lei alzava e io schiacciavo (molto male, a onor del vero, mentre lei era brava ad alzare). È da che me la ricordo che sta insieme a quel tipo con la faccia da maiale. Una volta aveva solo la faccia, ora anche il resto pare via via sempre più accurato. Però mi ricordo che era gentile. Chissà se negli anni è cambiato… beh dubito di poterlo verificare di persona senza una bias negativo, dopo che ho urlato a suo padre qualcosa tipo “AH TOSI LA SIEPE ALLE SETTE DEL MATTINO PERCHÉ SAI DI AVERE POCO TEMPO EH, SPERIAMO”.

Anche il padre di quell’omaccione porcino vive due piani più giù, ma è talmente inutile e sgradevole alla vista che se puoi evitarlo lo fai.

Ma chissà: entrambe quelle coppie sembrano abbastanza riuscite, abbastanza per rimanere insieme per decenni e decenni, abbastanza felici, specie se non hanno una dirimpettaia incazzata come una iena che urla loro dalla finestra.

Chissà cosa pensano, prima di dormire, le persone.

Che poi

io vorrei anche essere capace di farmi scivolare addosso le cose, ma dato che – bla bla bla, pippone sul fatto che mi hanno sempre ripetuto che non sarei dovuta nascere, e che mi hanno sfanculata entrambi i “genitori” – non posso proprio.

Ne va dell’essere me stessa, e la cosa che mi urta di più è che questo sottofondo di frustrazione costante è l’unico motivo per cui non scrivo più.

Volevo scrivere, volevo stare con Alck, volevo sentirmi bene, ma… trova l’intruso.

Sì, diciamo che non va benissimo

Non credo di avere molte risorse rimaste.

Non credo che vivere di frustrazioni, senza un segno d’interesse diverso da “ti ho comprato la pasta senza glutine” sia compatibile con me.

Non credo nemmeno che Alck sia in fondo l’unica persona con cui potrei mai essere me stessa, perché ho iniziato a vederlo quando ho cominciato la terapia e siamo rimasti insieme da allora, ma io sono io con o senza di lui

e ho fatto pace da sola con un po’ del mio cervello, ho usato quello che avevo ottenuto per funzionare insieme, non ho avuto l’occasione di fare grandi errori nei suoi confronti perché è difficile sbagliare da intontiti su un divano.

Non pretendo chissà cosa, ma qualcuno che – dopo più di due anni e mezzo – abbia voglia di fare qualcosa di carino per me almeno una volta, sì.

Ho avuto un ragazzo che si è finto per settimane un ammiratore segreto: mi mandava un messaggio anonimo al giorno con un’immagine carina, un espediente per portami in vacanza per l’anniversario

e ho apprezzato allo stesso modo un brutto braccialetto del mio colore preferito, con il ciondolo a forma di un animaletto che mi piace tanto, da un altro ragazzo dopo.

A me basta l’interesse, per essere felice. Non si può stare con qualcuno che non mostra interesse per te. O meglio: voi fate come volete, io non riesco. Meglio sola, perché almeno posso usare i miei sforzi su di me, non a rincorrere qualcuno che – in fondo – non mi ha mai incluso in nulla.

Alck ha comprato casa mesi fa, non l’ho mai vista.

Alck mi ha portata da sua mamma dopo la morte di suo papà, poi non ci ha più fatte incontrare. Da quasi un anno.

Alck non ha mai incontrato un mio familiare per più di dieci minuti.

“Sono cose poco importanti”, tutte quelle che importano a me.

“Non regalerò mai un mazzo di fiori, è una cosa inutile”.

Nessuna delle cose che Alck dice che non farà mai, o che non capisce – nonostante io glielo abbia spiegato come a un ritardato, il concetto di “cura”, e anche tutte le sue ex – le cose che fanno felici gli altri.

Alck dice che non capisce perché dovrebbe essere un problema che non ci sia mai stato nulla di quello che gli chiedevo – un aperitivo con i miei zii da balotta, molto più carichi di lui, un giro in un posto che mi piace a 20 km da casa sua, un giorno al mare.

Alck dice che non capisce ma gliene ho parlato tante volte. Lui ascolta solo se stai male, altrimenti non è in grado. Non ce la fa.

Non ho preteso letture del pensiero: ho parlato, ho spiegato, ho chiesto e ho dato. A questo punto l’unica cosa realistica da pensare è che lui non è mai stato qualcuno con cui potersi fermare: ero solo cambiata io.

A questo punto, Alck è un idiota. E ho paura a stare senza di lui, ho pensato che potessimo restare insieme perché ho voluto crederci e lo dico sempre: credere è un verbo stupido. Infatti.

Quindi, a questo punto, per la prima volta, nonostante per tante cose lo apprezzi e lo stimi, stavolta devo proprio dire – malgrado il mio malato egocentrismo che vorrebbe sempre me sbagliata non sono io: sei tu.