Cominciamo

Mi sto lavando i denti. Sono dieci minuti alle undici di mattina, ho già cazzeggiato troppo, fatto la doccia (con il pigmento di rosa cafonissimo che mi sono piazzata in testa che ancora mi gocciola sul naso), incrociato un video YouTube sul canone Rai che io manco dovrei pagare e sono 3 anni che mi dico “Adesso lo faccio togliere dalla bolletta”.

Ho anche richiesto il passaporto 2 anni fa ed è ancora in questura, ma non ce ne occuperemo oggi.

Oggi devo chiamare l’Agenzia delle Entrate e chiedere questa cosa del canone.

E fare qualche storia sull’account Instagram della mia titolare (beh, della sua azienda, in cui io lavoro decisamente troppo). È più di un mese che rimando.

Magari lavare due piatti, ma non esageriamo con l’ambizione.

Devo fare queste cose e uscire di casa al massimo alle 13.10 per un turno che terminerà alle 22.00. Non ho raccontato niente di questo lavoro mi sa, e dovrei, perché a me diverte moltissimo.

Ma adesso mi asciugo e provo di concludere qualcosa.

Il mio cervello è una distesa di figurine scompagnate da vecchi album mai completati

Alck non mi parla più da qualche settimana, nel senso che non risponde ai miei messaggi, nonostante fossimo rimasti d’accordo di mantenere i contatti. “Mi fa stare troppo male”, aveva poi rescisso lui. Ma vedi un po’ di andartene affanculo. Le solite minchiate. Mentre io mi odio perché avrei proprio bisogno di parlare con lui, dato che la mia colonna vertebrale sembra fare bizze diffuse.

“Bene, lei lamenta una mancanza di sensibilità alla pianta del piede destro, ma le sue braccia sembrano stare molto peggio delle sue gambe… che interessante!”

“Grazie Dottoressa, modestamente non è la prima neurologa che me lo dice”.

Io per anni sono stata quasi esclusivamente con Alck (intendo proprio come quantità totale di tempo), con chi dovrei avvertire il bisogno di parlare di questa cosa, oggi che mi sono un po’ spaventata, mentre aspetto la risonanza “Urgente” a febbraio?

Il fatto che lui non se ne sia preoccupato minimamente, sapendo che potrebbe essere un nonnulla come una roba orribile (più tutte le sfumature nel mezzo, tendenti a infinito), mi fa davvero arrabbiare. Vabé.

Ma è inutile pensare a lui, averlo come sottofondo ai pensieri, perché è sempre stato un rapporto a senso unico e partecipante solitario. Però mi dava la – a tratti controproducente – percezione di non essere sola.

Io, da sola, mi perdo. Mi sciolgo nel tempo tra le lancette, divago dieci minuti e sono passate quattro ore. Fatico a tenere il passo, spesso, e nel restante tempo sclero e recupero 3-4 giorni in due, ma degli altri resto indietro. Mi serve una forma di disciplina.

Si può usare un blog, per questo? Si può scrivere online giocando al diario per dire ad alta voce quello che vorresti che qualcuno ti aiutasse a ricordare di fare il giorno dopo? Non lo so, ma penso mi tocchi provare. Anche perché il canone e il passaporto non sono questioni che si risolveranno da sole.

Solite lamentele di quando ci si lascia

Mi fa ridere che, quando riavvio il telefono, poi la schermata si fermi sul blocco “tasti”, con nell’angolino in alto a sinistra un lapidario “SIM bloccata”. Cos’è, ti sei offeso perché ti ho spento e riacceso, che non mi offri il tastierino?

Vabé, a me fanno ridere queste cose qua.

Devo andare avanti con la mia vita, e la prospettiva mi sta in culo in un modo che non potete capire.

A me stagnare andava benissimo. Gran parte dei miei problemi era dovuto al fatto che non andasse bene ad altri, che mi macerassi costantemente in un passato che ogni giorno aumentava di volume, senza mai buttare l’occhio in avanti.

Ci vuole un po’ lo smaliziarsi che viene dal prendersi più sul serio, per capire che – a volte – quello che considerano sintomo di un disturbo mentale, non lo è.

“Lei non ha visione del futuro”. Me lo hanno detto quei due o trenta specialisti. No visione del futuro corrisponde (considerando anche il resto dell’anamnesi, chiaro) a depressione. E posso dire che sono d’accordo fino a un certo punto?

Nel senso: ok, per l’accezione comune ci sta, però non siamo tutti fatti esattamente con lo stampino. A me piace camminare in avanti, girata all’indietro. E poi, se non fossimo tutti su un tapis roulant di fogli di calendario, starei anche ferma, tanto basta una fetta di passato davvero magra per usare una vita a digerirla.

Comunque, mi è toccato fare due salti in avanti: a forza di stare fermi (e un po’ nascosti, perché gli altri sono un po’ una rottura di coglioni dato che vogliono una cifra di spiegazioni su cose che proprio non li riguardano)

ho trovato un lavoro strano, malissimo pagato, divertente, faticosissimo, multiplo

ho ri-lasciato Alck, che poi in realtà lui ha lasciato me, nel senso che io continuavo a cercare di parlare, lui continuava a promettere che le cose sarebbero migliorate, poi si accendeva un’altra canna e la tv, per la solita maratona di niente serale. O pomeridiana, se non aveva incombenze inevitabili. O mattutina, se nel giorno libero non aveva qualcosa da fare.

Gliel’avevo detto che avrebbe potuto essergli utile la terapia con Zack, il mio vecchio terapista (da cui tornerò, vorrei smettere di fumare), avevo rispiegato pazientemente, a ogni suo rimbecco astioso “Beh vado lì, gli mollo centinaia di euro e lui mi dice cosa dovrei fare, GRAZIE LO SO DA SOLO” che la terapia non è una serie di consigli da rubrica di rivista. Gli avevo chiesto di ridurre quelle cazzo di canne, che lo rincoglionivano (e che finivo per fumare anche io, solo di sera, ma rincoglionendomi comunque troppe ore) ma lui rispondeva che non era vero che si rincoglioniva. “Sì che è vero, solo che quello rincoglionito sei tu e non te ne accorgi. E poi il consumo cronico non lascia tempo al tuo corpo per recuperare, dovresti fare qualche giorno senza”.

Io lo sapevo che lui ha un problema di ansia, e le canne servivano per sedarsi e andare avanti. Ma lui no, non lo sapeva e difendeva con le unghie e coi denti l’unica strategia che aveva familiare per andare avanti.

Quando finivo con l’arrabbiarmi alzava le antenne e prometteva, con estrema sincerità, che si sarebbe impegnato in questo senso: fumarne una in meno, parlare di più con me.

La farò breve: tutte cazzate, mai fatto

TRANNE

ORA!

Quel figlio della merda ha smesso di fumare dopo che io, al limite, me ne sono andata guastissima da casa sua con la mia roba…

(passavo lì circa quattro-cinque giorni a settimana ma non potevamo convivere perché a lui prendeva male l’idea di spostare le audiocassette del 1994 del mobile in mansarda per far spazio a cose mie, quindi io dovevo pagare un affitto e andare costantemente avanti indietro a casa sua dopo che alla discussione epica dell’estate scorsa lui si era lamentato che non avessi un lavoro fisso e che quindi non potessimo convivere per quello, ma vaffanculo

… e ha iniziato ad andare in terapia, decidendo nel contempo che non dovevamo più sentirci.

Devo andare in farmacia a vedere se posso prenotare due risonanze ora, perché – nel frattempo – non sento più mezzo piede da qualche settimana e vorrei avere sue notizie.

A volte per riflettere ci metto qualche anno

Ma alla fine a chi importa?

Nel senso, potremo essere liberi di pensare e rimuginare quanto ci pare? ‘Ste scadenze maleducate chi le ha dettate? Non ho mai sopportato i tempi, seguo solo quelli verbali e poi e poi.

Tutti ‘sti bandoli delle matasse, per quanto mi riguarda possono andare a cagare. State dove siete, io mica sono qua per riordinare fili a caso.

Mi piacerebbe avere un punto da cui partire a estrarre la fune d’argano che ho annodata nel cranio, quello sì, ma serve farmi un buco, e i buchi fanno male.

Magari rimango a pensare alle storie degli altri, che onestamente trovo consolanti: in positivo o negativo, almeno NON È SUCCESSO A ME. E il “non” è tutto quello che voglio adesso. Grazie.