Solite lamentele di quando ci si lascia

Mi fa ridere che, quando riavvio il telefono, poi la schermata si fermi sul blocco “tasti”, con nell’angolino in alto a sinistra un lapidario “SIM bloccata”. Cos’è, ti sei offeso perché ti ho spento e riacceso, che non mi offri il tastierino?

Vabé, a me fanno ridere queste cose qua.

Devo andare avanti con la mia vita, e la prospettiva mi sta in culo in un modo che non potete capire.

A me stagnare andava benissimo. Gran parte dei miei problemi era dovuto al fatto che non andasse bene ad altri, che mi macerassi costantemente in un passato che ogni giorno aumentava di volume, senza mai buttare l’occhio in avanti.

Ci vuole un po’ lo smaliziarsi che viene dal prendersi più sul serio, per capire che – a volte – quello che considerano sintomo di un disturbo mentale, non lo è.

“Lei non ha visione del futuro”. Me lo hanno detto quei due o trenta specialisti. No visione del futuro corrisponde (considerando anche il resto dell’anamnesi, chiaro) a depressione. E posso dire che sono d’accordo fino a un certo punto?

Nel senso: ok, per l’accezione comune ci sta, però non siamo tutti fatti esattamente con lo stampino. A me piace camminare in avanti, girata all’indietro. E poi, se non fossimo tutti su un tapis roulant di fogli di calendario, starei anche ferma, tanto basta una fetta di passato davvero magra per usare una vita a digerirla.

Comunque, mi è toccato fare due salti in avanti: a forza di stare fermi (e un po’ nascosti, perché gli altri sono un po’ una rottura di coglioni dato che vogliono una cifra di spiegazioni su cose che proprio non li riguardano)

ho trovato un lavoro strano, malissimo pagato, divertente, faticosissimo, multiplo

ho ri-lasciato Alck, che poi in realtà lui ha lasciato me, nel senso che io continuavo a cercare di parlare, lui continuava a promettere che le cose sarebbero migliorate, poi si accendeva un’altra canna e la tv, per la solita maratona di niente serale. O pomeridiana, se non aveva incombenze inevitabili. O mattutina, se nel giorno libero non aveva qualcosa da fare.

Gliel’avevo detto che avrebbe potuto essergli utile la terapia con Zack, il mio vecchio terapista (da cui tornerò, vorrei smettere di fumare), avevo rispiegato pazientemente, a ogni suo rimbecco astioso “Beh vado lì, gli mollo centinaia di euro e lui mi dice cosa dovrei fare, GRAZIE LO SO DA SOLO” che la terapia non è una serie di consigli da rubrica di rivista. Gli avevo chiesto di ridurre quelle cazzo di canne, che lo rincoglionivano (e che finivo per fumare anche io, solo di sera, ma rincoglionendomi comunque troppe ore) ma lui rispondeva che non era vero che si rincoglioniva. “Sì che è vero, solo che quello rincoglionito sei tu e non te ne accorgi. E poi il consumo cronico non lascia tempo al tuo corpo per recuperare, dovresti fare qualche giorno senza”.

Io lo sapevo che lui ha un problema di ansia, e le canne servivano per sedarsi e andare avanti. Ma lui no, non lo sapeva e difendeva con le unghie e coi denti l’unica strategia che aveva familiare per andare avanti.

Quando finivo con l’arrabbiarmi alzava le antenne e prometteva, con estrema sincerità, che si sarebbe impegnato in questo senso: fumarne una in meno, parlare di più con me.

La farò breve: tutte cazzate, mai fatto

TRANNE

ORA!

Quel figlio della merda ha smesso di fumare dopo che io, al limite, me ne sono andata guastissima da casa sua con la mia roba…

(passavo lì circa quattro-cinque giorni a settimana ma non potevamo convivere perché a lui prendeva male l’idea di spostare le audiocassette del 1994 del mobile in mansarda per far spazio a cose mie, quindi io dovevo pagare un affitto e andare costantemente avanti indietro a casa sua dopo che alla discussione epica dell’estate scorsa lui si era lamentato che non avessi un lavoro fisso e che quindi non potessimo convivere per quello, ma vaffanculo

… e ha iniziato ad andare in terapia, decidendo nel contempo che non dovevamo più sentirci.

Devo andare in farmacia a vedere se posso prenotare due risonanze ora, perché – nel frattempo – non sento più mezzo piede da qualche settimana e vorrei avere sue notizie.

A volte per riflettere ci metto qualche anno

Ma alla fine a chi importa?

Nel senso, potremo essere liberi di pensare e rimuginare quanto ci pare? ‘Ste scadenze maleducate chi le ha dettate? Non ho mai sopportato i tempi, seguo solo quelli verbali e poi e poi.

Tutti ‘sti bandoli delle matasse, per quanto mi riguarda possono andare a cagare. State dove siete, io mica sono qua per riordinare fili a caso.

Mi piacerebbe avere un punto da cui partire a estrarre la fune d’argano che ho annodata nel cranio, quello sì, ma serve farmi un buco, e i buchi fanno male.

Magari rimango a pensare alle storie degli altri, che onestamente trovo consolanti: in positivo o negativo, almeno NON È SUCCESSO A ME. E il “non” è tutto quello che voglio adesso. Grazie.

È stato un lungo inverno

Il tempo dei mesi scorsi mi stava appiccicato su ogni pezzo di pelle come una guaina plastica. Non respiro da più di un anno, per farla drammatica. Per farla realistica, è da prima della pandemia che mi è partito un senso di costruzione polmonare che mi lascia raramente. Come se i polmoni non volessero allargarsi, offesi da chissà quale delle troppe sigarette.

Sono andata dalla mia dottoressa, che è un tipo spiccio. Mi ha auscultata e proposto un ex adiuvantibus: dato che sospettava fosse ansia, provare una benzodiazepina (classe di farmaci che si usa contro l’ansia) per vedere se il sintomo regrediva. “Ex adiuvantibus” vuol dire “beneficio a posteriori” (forse non letteralmente, non ricordo il Latino, ma il senso è quello) ed è un sistema di verifica efficace, specie se non è il momento di farsi visitare in ospedale potendolo evitare.

Lo raccontavo alla G., mamma di un’amica, psichiatra in pensione, durante un caffè che abbiamo preso quando la zona era gialla.

“Ah è anche la mia dottoressa” mi ha detto. E abbiamo parlato di quanto fossero frequenti i sintomi fisici da ansia, perché ora si sa – anche se non è noto al grande pubblico – che l’ansia è proprio una questione di eccitabilità nervosa: i nervi sono iperattivi, iper reattivi e per nulla accomodanti. Tanta gente gira medici su medici quando il problema di fondo è l’ansia (e comunque fa bene a controllare che non si sa mai, ma dopo più di un controllo negativo andrebbe presa in considerazione).

“E com’è andata?” mi ha chiesto, in riferimento alla regressione del sintomo.

“Non lo so: mi è venuta la diarrea e non ci ho più pensato”

“Ma è un effetto collaterale rarissimo”

“Ed è difficilissimo farla in apnea”.

Comunque la mia saturazione va bene e riesco a correre, quando sono libera dal cesso, quindi tutto nella norma.

Un’effetto collaterale della psicoterapia però non lo avevo ponderato, non me lo aspettavo

e lo lascio in sospeso da dire domani, perché voglio un motivo, un La per tornare.

Per 16 anni ho guardato la mia bisnonna superstite fissare lo schermo della televisione nelle sue lunghe serate solitarie. Non capivo come fosse riuscita a sopravvivere ad aver sepolto il marito ed entrambi i figli tanti anni prima, andando avanti. Non capivo il senso della sua vita solitaria, mentre trascorrevo le giornate nascondendomi da tutti, svicolando da una stanza all’altra.

La casa era vecchia e moderna per l’epoca: una di quelle appiccicata (solo da un lato) a quelle di fianco (l’altro fianco era libero, coperto solo alla strada da un enorme portale di legno che dava accesso al sistema di cortili interni che non ci riguardava, da bambina ci buttavo cose, prima di capire che se le lanciavo dalla finestra, sotto sarebbero rimaste). Sul lato libero, un freddo maiale. Tra il forno a piano terra, la bisnonna al primo, noi (nonna, madre, zie e nonno finché c’è stato) al secondo, la soffitta al terzo; di posti per nascondermi ne avevo.

Ora che sono qui, a dirmi per l’ennesima volta che devo accettarlo: “Ho passato più tempo a ripetermi che certe cose bisognava volerle per forza, sprecato più energia a convincermene che altro”, realizzo che io ho sempre voluto stare sola. Oppure: è la condizione che mi è più congeniale. Ho accarezzato l’alcolismo per dieci anni, solo per tollerare metà delle uscite serali che secondo me dovevo volere. Mi sono nascosta tanti anni, sperando che in un buco o l’altro avrei trovato la convinzione sufficiente.

Che grigio fa fuori. È come se il tempo atmosferico scegliesse ogni giorno un volume dagli scaffali dentro al mio cranio: con la nebbia una storia, con il Sole tutta un’altra. Ma il cielo è grigio polvere, come se riflettesse asfalto anziché il colore dell’acqua. È nero sciacquato.

È difficile farsi venire voglia di guardare avanti o indietro, o di lavare i piatti, con un tempo così.

Ah, comunque, argomento “Scrittura”

Il capitolo 2 è stato IL male ma il verso lo ha trovato;

il capitolo 3 ci è andato vicino ma ogni dubbio sull’identità dei miei personaggi è stato fugato.

Ci siamo conosciuti meglio, con calma. Infatti c’erano momenti in cui avevo piazzato cose a caso, che stonavano, perché non eravamo abbastanza in confidenza per sapere cos’avremmo fatto in momenti privati, solitari, isolati. Non ci stiamo per forza simpaticissimi, ma ci siamo detti quasi tutto.

Scrivere fantascienza (bene o male, brutta o bella che uscirà) è un’esperienza strana, se la realtà non è il tuo forte. Credo: non ho metri di paragone, ovviamente.

Però mi fa ridere come, alle domande sulla storia, io conosca le risposte anche se non ci avevo ancora mai pensato, mentre per l’interlocutore è sempre un “Ma come fai a farti viaggi così…?”

Non li faccio: io li ospito, e ogni tanto salgo a bordo.

Spigolate

Ho appena scaricato l’estratto di un romanzo di Marina di Guardo, la madre della Ferragni, per curiosità. È talmente banale ed elementare da suscitarmi un nervoso quasi pari alla lettura di un giornale. Vabbè.

Non ho cose interessanti da dire, se non che le lezioni di Psichiatria che sto leggendo sembrano la mia biografia. Ma non solo mia: dell’albero genealogico. Molto divertente, specie perché – nelle parti sui disturbi pertinenti – sono ferratissima: avevo indovinato perfettamente la descrizione delle manifestazioni patologiche.

La cosa interessante di una buona fetta dei disturbi mentali relativamente frequenti (i più frequenti sono ansia e depressione, figli della nostra epoca come l’ormai scomparsa “Isteria” era figlia del primo ‘900) è che fanno male solo a chi sta intorno a chi ce li ha.

(Il soprastante paragrafo, zero curato e colloquiale, è da Nobel per la letteratura se comparato ai libri della donna succitata).

Ci sono persone che vengono definite “malate” ma lo sono solo rispetto al contesto; il socio-culturale ok, lo capisco che possa aprire un dibattito nei confronti della definizione stessa di “Malattia” ma anche di “Salute”, anche se – OMS dixit – l’abilità di integrarsi funzionalmente nel proprio ambiente è contemplata in entrambe. Resta il fatto che le definizioni sono etichette arbitrarie appioppate (più o meno sensatamente) a dinamiche complesse, quindi vanno prese con un’alzata di spalle e una lunga serie di considerazioni successive. Alcune vanno nemmeno prese: dito medio e a mai più.

Sono i disturbi della personalità – di cui in famiglia facciamo la collezione – a divertirmi, quando li leggo spiegati a chi non ne ha mai fatto esperienza. Depersonalizzazione (estraneità a, straniamento rispetto se stessi) e derealizzazione (sensazione di guardare la realtà che si riesce a carpire da un punto esterno, essenzialmente) io potrei pure farli aggiungere alla carta d’identità, ma tanti sanno cosa sono, tanti ne fanno esperienza in momento di grande dolore, di forte confusione. Per me sono normali e prendo misura (per quel che posso), ma dubito siano concetti semplici da cogliere davvero, come è difficile capire l’amnesia pur avendone provata quasi tutti una alcolica.

Lo capisco che il contesto sia necessario alle definizioni sull’individuo, perché siamo animali che non possono prescindere, però lo trovo filosoficamente e praticamente scorretto. Credo mi dia tanto fastidio, questo aspetto, perché esistono troppe varianti. Molte varianti sono più o meno compatibili tra loro. È un po’ come elaborare menu che contemplino maiale e pesche: le combinazioni di successo sarebbero tantissime, come lo sarebbero quelle terribili.

Non mi piace la vaghezza: io sono vaga e mi piace quando attorno le cose stanno ferme.

Come vi vanno questi tempi di regioni colorate e coglioni farciti?

Ieri sera ho bevuto due bicchieri di vino e sono ancora provata. Meglio: posso dare la colpa alla cantina Negraro, senza scomodare Freud.

Il secondo capitolo è il male

Questo capitolo mi sta facendo diventare scema.

Devi iniziare a spiegare, ma la storia è complicata, non puoi usare un linguaggio troppo specialistico ma fai fatica a bilanciare perché per te è terminologia normale, devi dire al punto giusto, di lunghezza e sapidità, se no è troppo, se no è poco

deve andare (via spedito alla lettura) e tornare (il discorso), quindi gli eventi vanno messi in fila bene, perché ci si può incagliare per troppi motivi diversi.

Comunque, secondo me, è figo. E credo di essere uscita dalla buca spaccacaviglie e posso fare una breve corsa di ancora mezz’ora in volata. Ma che fatica.

Una cosa che anni fa sbagliavo anche io

In amore, o in qualunque altra cosa dato che io e Alck un ti amo non ce lo siamo mai detto (mi rendo conto ora che non lo scrivevo da anni, letteralmente anni) le ricevute contano poco.

Qualche sera fa è venuto qui.

Oltre ad avere alcune cose da portarmi e dopo le chiacchiere di rito, gli ho proposto di andare a bere una birra. Cazzo ne so: stavamo parlando del più e del meno.

Mi dice no, che voleva parlare di noi. Madonna, ancora. Che palle, è stata la mia risposta. E me l’ha menata con il solito discorso. Ancora.

Nell’incespicante arringa – che voglio dire: alla settantesima volta in cui dici le stesse cose, almeno sbrigati – ha continuato con la storia del “perché avevamo detto di aspettare questo periodo” (come se non avessi aspettato anni, letteralmente, e questo periodo misura circa 4 mesi) e altre sciocchezze che non ho nemmeno voglia di ricapitolare. Tipo “Non sono state 8 settimane di merda, solo 6” (numeri a caso). Ah perfetto: allora aspetta un secondo che cancello tutta la frustrazione accumulata, le decine di mattine iniziate piangendo, i momenti di ricorrente solitudine e il disprezzo verso me stessa collezionato ogni volta che scagavi malamente ogni mio bisogno. Devo sottrarre due settimane!

Ho riso di cuore, non sono neanche più arrabbiata.

Il succo della mia risposta, ed è questa la cosa che anni fa sbagliavo clamorosamente anche io, consiste nel riconoscere che non conta una sega il calcolo del malessere, la sopportazione imposta e l’irrilevante detraibile: io stavo malissimo. Per me conta solo questo.

E gliel’avevo detto decine di volte: tranquillamente, scherzando, arrabbiandomi. Lui ha sempre detto che capiva, che avevo ragione (quasi sempre), poi non ha mai cambiato un cazzo.

Ora, Alck ha alcune doti preziosissime e indiscutibili: è onesto ai limiti del ridicolo, è affidabile, sincero, intelligente, divertente

ma pensa solo ed esclusivamente a sé. È imprigionato nella sua testa.

Sia il lockdown trascorso insieme che i mesi quasi immediatamente successivi, passati separati (per logistiche di trasloco, sua madre si è trasferita da lui e io contestualmente ho iniziato a non poterne più, quindi siamo stati settimane e settimane vedendoci giusto una volta ogni tanto) hanno incontestabilmente spazzato via i pochi spaccati in cui toccavo con mano lo stare bene insieme.

Ma non basta divertirsi a fare due chiacchiere e condividere visione politica (comunque per me fondamentale) e trovare dall’apprezzabile in su il sesso (non è la persona con cui ho avuto più intesa in assoluto), per rimanere insieme per sempre. Altrimenti sarei insieme per sempre con qualcun altro da ben più tempo.

Lo ha detto metalupo nei commenti a qualche post fa: la vita di coppia ha bisogno di piccole gratificazioni quotidiane.

Io gliel’ho rispiegato ancora. Gli ho anche spiegato che non andrò da nessuna parte, almeno finché avrò finito di scrivere (intendo proprio mettere il naso fuori di casa) e che è tutto in mano sua: se vuole riottenermi, provare sta solo a lui. Lui ha annuito, chissà se ha capito.

Diciamo che presentarsi gnolando e pensare di usare come leva un qualche senso di colpa che potrei avere (non ce l’ho) perché so che questo periodo (tutti i periodi) è così, non è la mossa più brillante.

Come non lo è chiedermi indietro un libro che abbia detto potevo tenere (sua madre, sistemando negli scatoloni una collana de Il Corriere ha notato che ne mancava uno, quindi gli ha detto di chiedermelo indietro samai volesse leggerlo. Lolita. Certo, me la vedo).

Insomma, io non la vedo granché possibile. Comunque le mie ultime parole sono state:

fai quello che vuoi, l’importante è che tu vada in terapia appena potrai e che lo faccia per te, Zack ti cambierà la vita. Io le mie condizioni te le ho dette e non le cambierò di un punto. Ho cercato di adattarmi a te per anni, adesso basta. Vedi tu cosa preferisci. Ti voglio bene, non mi fa piacere che tu stia male, ogni tanto mi manchi ma non intendo fingere di non stare meglio adesso. Se vuoi ci rivediamo tra una decina di giorni.

Vedremo.

La felicità è un piatto che si scalda da solo

Mentirei se dicessi che non mi manca ogni tanto Alck. Il fatto che ci siamo sentiti spesso in questi giorni, e che regolarmente sia finita con me che gli scrivevo in fila tutti i motivi per cui non ne potevo più, ha certamente mitigato la sensazione. (È lui che se le cerca: mi ha scritto un pippone infinito ripetendomi ANCORA le stesse menate senza senso. Ho fatto lo screen parte per parte con le minchiate sottolineate e commentate).

Mentirei anche se dicessi che non mi sento felice.

Sono felice per la prima volta dopo tanto tempo, letteralmente entusiasta, probabilmente un po’ delirante.

Ho ripreso in mano il mio primo manoscritto, iniziato tre anni fa. Iniziato, per essere precisi, come un kolossal cinematografico che mi si proiettava da solo, inarrestabile, nella testa mentre studiavo fisiologia.

Alck, il quale – per dirla tutta – non ama leggere, aveva commentato le prime pagine che gli avevo fatto leggere con un “Ma fa schifo”.

Stavamo insieme da pochi mesi, non gliel’ho mai perdonata, questa uscita. Mi tornava in mente ciclicamente. Sapevo che aveva torto (non fa schifo, magari piacerà solo a me ma non fa schifo, checcazzo).

Comunque, il suo disprezzo per qualcosa che amavo da morire, me lo aveva fatto gradualmente accantonare, insieme al fatto che il senso di rifiuto costante mi prosciugava qualunque spinta in generale. E poi la psicoterapia mi aveva distratta; distrazione che, insieme alla sensazione di disvalore, mi aveva convinta di non essere più in grado di proseguire.

L’ho riaperto due giorni dopo averlo lasciato. Il sollievo nel vedere che la terapia non aveva intaccato proprio niente (dato che era uscito dal disordine ingestibile del mio cranio, e che la terapia lo aveva un poco riordinato, era qualcosa che non volevo affrontare) è stata una sensazione incredibile.

Comunque non avevo mai smesso di appuntarmi cose che mi venivano in mente, da inserire: dialoghi, nodi d’intreccio, spiegazioni e cose così.

Adesso sto tirando fuori tutto, che è anche uno dei motivi per cui ho voluto venire a stare in questo appartamento: mi serve spazio. E lo spazio lo sto occupando così

In tarda mattinata mi sono seduta con l’idea di andare avanti per un paio d’ore, ho così tanto da fare! Leggere il materiale scritto, tirare fuori gli appunti, colmare i buchi nella trama… che non è difficile: è una cosa che va da sola. Mi faccio una domanda e magicamente so la risposta, senza bisogno di esitare. I pezzi che ancora mancano – sono certa – arriveranno almeno a mano che avrò rifinito l’incastro dei precedenti.

Ho iniziato a scriverlo di getto, più di 200 pagine scritte in piccolissimo (le prime 14, trasformate in cartelle editoriali, sono diventate 25, per dire), quindi editorialmente parlando, saranno circa il doppio, senza contare gli appunti. Ok, mentre scrivo penso che forse sono un po’ troppe, ma sarà bellissimo! Almeno, per me.

Sistemare tutta ‘sta roba è mastodontico, ma non riesco a esprimere come mi sento mentre lo faccio… mi sento come mi sono sentita a leggere i libri che ho amato di più, tutto insieme!

Dicevo, mi sono messa lì con l’idea di usare due ore e ho tirato su la testa che ne erano passate più di quattro. Inclusa quella di pranzo.

Adesso che ho scritto questo post sul cellulare, gettando ogni tanto uno sguardo sognante alle mie pareti, corro a mangiare che poi ho da fare!

Ah, sull’altra parete procede anche il piccolo romanzino iniziato un anno e mezzo fa, stesso discorso che vale per il primo: adesso ho appesa sui muri un sacco di felicità!

Mi sento in colpa perché non mi sento in colpa

Che poi non è nemmeno vero, quindi ho questo disagio che si mescola con le budelle, e appena mi distraggo passa.

Prima della terapia, ogni volta, ogni storia non era altro che il mettere in atto la stessa scenetta. Cambiavano gli attori nel ruolo di co-protagonista, ma sempre quello cercavo di fare. E quando finiva (inevitabilmente) mi buttavo a capofitto in un’ondata di disperazione alla quale sapevo di non potermi sottrarre.

Che poi, era sempre la mia disperazione solita, e le mie storie una scusa per finirne sommersa una volta in più.

Stavolta no: ci ho provato tanto, a tratti troppo. Ho fatto molto di quello che penso bisogna fare per stare in una coppia. Non è andata. Non mi sento così male. Anzi: non mi sento male per niente.

Sarà che, nel tempo, avevo avuto una piena che la metà basta. Sentirsi sempre ignorati è snervante, sfiancante, opprimente. Mi sembra di essere scorretta a non sentirmi peggio, ma ho pianto tanto negli ultimi mesi… non piangevo così da nemmeno so quanto. Ogni giorno mi svegliavo e piangevo, come se per purgare fluidi la solita urina non fosse abbastanza. Ogni mattina facevo il funerale alla storia tra me e Alck.

Dovrei sentirmi più triste, più abbattuta perché alla mia età non è poi tanto presto per essere sole? Dovrei sentirmi sconfitta? Ultimamente, sentivo una fitta di frustrazione ogni volta che internet mi mostrava qualcosa di bello che qualcun altro aveva fatto.

Ho passato una vita a dirmi che facevo schifo perché non riuscivo a sentirmi come si sentono le persone attorno a me. A fare le cose che fanno loro, quindi al momento mi sento disorientata.

Oggi ho tirato fuori il materiale di una storia che avevo iniziato a scrivere anni fa, a lavorare sulle parti già buttate giù: dare un senso a passaggi confusi, mettere giù uno schema di verifica perché i richiami tornino, cominciato un elenco di elementi da inserire. Mi sono sentita felice come non mi sentivo da anni. Mi ci sono persa dentro per ore: mi piaceva leggermi. Rimandavo da mesi il riprenderlo in mano: avevo un convinto terrore che mi avrebbe fatto tutto schifo, che mi sarei fatta schifo per aver pensato che fosse decente. Invece mi piace, mi piace tanto.

È anche parte del motivo per cui mi trovo in questo appartamento, sconclusionato come la mia mente: finire due libri. Ma non ne avevo più le forze. Ero troppo occupata a essere qualcuno che si fa andare bene tutto, uno di quei circoli viziosi che si instaurano gradualmente e ti ubriacano di bruttura.

Non riesco a sentirmi male, non riesco a sentirmi infame, non riesco a dispiacermi davvero per come sto facendo sentire Alck. Mi sento così bene che potrei addormentarmi dalla serenità (detto da me, equivale a una dichiarazione d’amore all’Universo). Non vorrei che lui stesse male. Finita l’arrabbiatura credo sia una tra le cose che voglio meno al mondo.

È che non riesco a vederla come una mia responsabilità.