Il terzo giorno

Questo è il terzo giorno di fila in cui apro gli occhi e voglio morire.

Ne ho avuti (molti) altri, in passato; penso valga un po’ per tutto, trovarli più difficili se ti sei disabituato.

Non ho intenzione di uccidermi e, anche se l’avessi, sono troppo disorganizzata per riuscirci, quindi il problema non è questo. Il problema è che si tratta di una delle sensazioni più orribili da provare.

Ieri era il mio compleanno e io lo odio: come tutti i bipolari del mondo, le ricorrenze sono motivo di tremendi sbalzi. Per chi a ogni compleanno, si è sentita ripetere quanto non avrebbe dovuto venire al mondo, ma con il sorriso!, è la più brutta.

Nel mio caso, per essere onesta, se la gioca col Natale.

Nel mio caso, a dirla tutta, l’esistenza di mia madre peggiora drasticamente l’intera dinamica.

Se ne esce un paio di giorni prima dopo mesi di silenzio (tipicamente si fa viva per Natale e per il mio compleanno da quando avevo 16 anni, epoca in cui la casa base si sciolse e le donne rimaste in famiglia presero strade diverse) con messaggi e telefonate, a me viene da vomitare, è capitato che mi forzassi a incontrarla, segue crisi di rabbia in solitaria etc.

Con il compleanno è peggio perché tutti ti dicono “Auguri” o fanno battute scarse sugli anni che passano e sull’essere zitella e tu vorresti solo seppellirti e non esistere più. Come doveva essere.

A nessuno va bene che tu ti senta una merda il giorno del tuo compleanno: è una colpa. Sei talmente noiosa e piena di gnole, da non essere contenta nemmeno il giorno del tuo compleanno.

Come se a me divertisse rimanerne oltre 30 ore quasi immobile a piangere, senza mangiare.

Lo scrivo per ricordarmi che è assurdo e che non mi devo più mettere in una situazione del genere: sola, quando so che arriva un down.

È che non saprei a chi chiedere, di stare con me quando sto male. Non mi piace infastidire gli amici e sono comunque pochi quelli che mi hanno vista in sclero serio. Vero che diventa esponenzialmente più piccolo, quando non sono sola… non lo so.

L’anno scorso avevo programmato un impegno con una vecchia amica e aveva funzionato: ero stata bene.

Quest’anno non avevo programmato nulla perché in teoria avrei dovuto passare la giornata con Alck, il moroso recente. Pessima idea.

Alck è una cara persona, ma anche no. Nel senso: è gentile, disponibile etc, però non mi capisce neanche da lontano.

E da un lato è un vantaggio: puoi allegramente unirti a lui, nel fingere che le bombe a orologeria nel tuo cervello non esistono. Poi, quando esplodono, cazzi tuoi.

Secondo Alck, io e lui stiamo insieme da tipo due settimane dopo la nostra prima uscita. Secondo me no.

Per lui, stare con qualcuno significa mettere regole da quel momento in poi; per me si tratta di più di uno stato delle cose: ci conosciamo abbastanza, sappiamo come trattarci a vicenda, ci vogliamo abbastanza bene, ne consegue che stiamo stando insieme. Di lì il resto.

Invece devo conoscere suoi amici. Di recente si è lamentato perché non ho parlato molto con un suo amico molto gentile che è arrivato, ha fatto un monologo di venti minuti, ha scambiato con Alck opinioni su calcio, elettrodomestici e musica leggera italiana – a quel punto mi sentivo fuori gender – e poi mi ha puntato gli occhioni addosso chiedendomi: “parlami di te”.

Ora, io non so come siano abituati loro, ma due persone che conosco relativamente poco, piazzate sul lato del divano ortogonale al mio, che mi fissano e vogliono sentirsi rispondere non so che cosa, è uno dei pochi sistemi per essere certi di farmi tacere. Tra l’altro, al momento la mia vita mi fa veramente schifo, quindi non mi avrebbe esaltato come topic nemmeno fossi stata fan dell’allegro interrogatorio.

Vabé, è inutile che mi lamenti di Alck.

La vera-verità è che abbiamo fatto le cose male, troppo in fretta, e che io mi sento sola nonostante – in teoria – dovrebbe esserci lui, almeno ogni tanto.

Sono davvero a basso-consumo quando frequento qualcuno: non chiedo mai niente, non ho particolari fissazioni, mi va bene più o meno fare qualunque cosa,

però è vero: mi aspetto che se ti importa di me e vedi che sto male, tu almeno provi a tirarmi fuori. Non è necessario riuscirci.

È stato per due messaggi con un’amica al secondo aborto spontaneo, che mi sono alzata e sono andata a comprare da mangiare.

Chiaramente, queste sono riflessioni a oggi, che sto meglio.

“Ehi, come va oggi?”

“Alla grande! Ho pensato che starei meglio morta solo un paio d’ore, contro le venti di ieri!”

Oggi piangerò moltissimo (sto già piangendo moltissimo) e senza motivo. Il terzo giorno è sempre difficile, che tu voglia smettere di fumare, lasciare qualcuno o avere un tracollo nervoso.

La mia testa è vuota e non sento niente di niente: non sono triste né abbattuta, i miei sentimenti sono svuotati. Qualcosa da qualche parte, dentro di me piange ma posso lasciarlo fare finché non si sarà stufato. Ignoro chi stia piangendo e per cosa. O per chi.

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Le ultime settimane e la terapia – 2

L‘intervista che un provato Zap aveva fatto al mio Protettore Distaccato, serviva in sostanza a farselo amico.

Nonostante mi faccia ancora strano, parlare di me in termini di numerosi pezzi esageratamente autonomi, devo ammettere si tratti della spiegazione più plausibile agli ultimi anni.

Il Rasoio di Occam è un principio che dice: l’evenienza con la maggior probabilità di realizzarsi, è la più plausibile.

Bene. Allora, per quanto suoni strano, essere cresciuta come si compone un mosaico, mi ha resa miscuglio di vetro e pietra, in proporzioni alla boia d’un Giuda.

“È un casino” disse la prima psichiatra;

“Bel casino” commentò il secondo psichiatra, quel manzo del Dr Luke;

“Eh, gran casino” convenne Zap.

“Mi aspettavo un gergo tecnico più solenne” penso io, che resto una abituata a guardare con riverenza alle istituzioni.

Ad ogni modo, Zap l’ho rivisto, e mi ha portata indietro, a fare una cosa inaspettatamente difficile, per la quale il Protettore Distaccato avrebbe dovuto farsi da parte.

Non si tratta di ipnosi: solo visualizzazione a occhi chiusi di una scena in particolare, avanzatissima tecnica, applicata con successo dai tempi in cui fantasticavo che un certo Di Caprio suonasse alla mia porta per limonarmi come un Liuk.

Così, sono tornata in un luogo del passato: la sponda destra del fiume che passa di qua.

“Ritrova un luogo che ricordi nella tua infanzia”

il luogo c’è ancora, quello che non c’è è mio nonno paterno che pesca quieto, burbero e silenzioso. Sempre stato di poche parole.

Mi portò qualche volta con lui, anche se facevo schifo a prendere pesci e mi intristiva vederli boccheggiare disperatamente, una volta catturati ed estratti dal letto del fiume. Avrei ripensato alla loro ritmica ricerca di acqua da respirare molte volte, nel corso dei numerosi momenti di panico mai sedati dalle medicine, ma efficacemente soffocati nel bere.

Ora mio nonno resta sempre chiuso in casa, a pochi passi e molto tempo dalla stessa sponda di fiume, chiuso in una gabbia incerta di anni e tremori.

A dispetto dell’implacabilità del tempo, il ricordo può restare un quadro limpido.

Secondo le neuroscienze, non siamo un disco portatile di fatti del passato (non basterebbe tutto il nostro cervello, per contenere pochi anni di vita) ma un insieme di percorsi tracciati dall’esperienza.

Quando ricordiamo, riaccendiamo la luce lungo la strada camminata; facendolo con attenzione, rievochiamo i profumi e i passanti, il rumore delle foglie o il rombare delle auto, il cielo tra le foglie e il Sole dietro ai tetti. Dentro di noi, la memoria è una mappa tridimensionale, tassello e teatro di quello che siamo, stati e saremo.

“Guarda la scena, guardaci dentro la piccola Tazza, quanti anni ha?”

“Sette, forse”

Guardavo la scena dalla metà dell’argine in discesa. La piccola me indossava un vestito a fiori, mio nonno i suoi calzoncini e le fidate bretelle, e un berretto molto brutto e caro, che sospettavo accessorio ufficiale dei nonni del mondo.

Accanto, di spalle, c’ero io. Ci sono stata, io.

“Avvicinati”

Forse mi ero piazzata su una pendenza proprio per avere la scusa con cui temporeggiare: si sa, presente o passato, servono cautela e guardare dove si va, in discesa. Non vogliamo mica storcerci una caviglia mnemonica. Ci guardavo da lontano.

“Lei ti ha visto?”

“Sì”.

E sembrerà cretino – almeno a me – e davvero non ho idea del perché, ma in quel momento esatto, senza preavviso, lacrime acide mi hanno punto negli occhi. Li hanno riempiti e mi facevano male. Esattamente come adesso mentre sto scrivendo.

Le ultime due settimane e la terapia

Allo scorso incontro, il dr Zap è arrivato come al solito in ritardo ma, diversamente dal solito, sembrava lui stesso rallentato.

Lo aspettavo davanti al cancellino del cottage sulla campagna in cui più spesso ci vediamo. È arrivato in auto e mi ha raggiunta, ha aperto la porta, le persiane, lo studio.

Seduto sul suo lato della scrivania, parlava faticosamente e nel giro di due minuti i suoi occhi azzurri-azzurri si sono lucidati. Il colore delle iridi spiccava: come insegnano i tutorial di make up, il rosso butta fuori il blu chiaro.

“Tutto bene…?” gli ho chiesto.

Mi ha risposto: “Tu lo sai che no, ma lavoro lo stesso”, con un sorrisetto davvero poco credibile.

Dopo un po’ ha smesso di deglutire insistentemente e anche la sua voce ha ripreso il ritmo usuale.

Ha voluto intervistare il mio Protettore Distaccato, una di quelle proposte che inizialmente mi fanno partire lo scetticismo cavalcante. Lui lo sa, che il primo pensiero per me è sempre “ma che puttanata”. Un automatismo.

Poi mi metto lì e faccio quello che mi dice.

Così, ha aggirato la scrivania e si è seduto davanti a me senza più averla in mezzo, iniziando a rivolgersi a quella parte di me.

Sulle prime battute faticavo a immedesimarmi e lo scetticismo ancora vinceva. Poi, piano piano, è uscito.

Non so se ci abbiate mai provato: più di dieci anni fa, per curiosità – scatenata da una chiacchierata tra adolescenti al pub – provai di immaginare come avrei reagito se, svoltato l’angolo, mi fossi trovata davanti qualcuno che mi puntava una pistola.

Ero in un posto in cui facevamo volontariato in un pugno di ragazzi, io avevo finito e aspettavo gli altri nel cortile silenzioso.

Mi concentrai il più possibile, lasciai andare la testa – alla mia viene così facile farsi film lontani da dove mi trovo – e in pochi istanti mi trovai bloccata, tremante, impossibilitata a muovere un passo e dominata da un respiro affannoso.

Mai più fatta una cosa del genere.

Per certi aspetti, far parlare solo una parte di me, è andata nello stesso modo: sono bastati secondi e i muscoli della mia faccia hanno cambiato postura, mi sono aggiustata sulla sedia e sono andata in trip.

“Perché esisti?” mi chiedeva Zap

Quel mio pezzo di personalità, non è che sia di molte parole.

“Per tenere assieme i pezzi”, è stata la risposta.

Abbiamo chiacchierato un po’, alla fine mi sono alzata, stanchissima, e ho salutato Zap con un “in bocca al lupo”.

Almeno gli occhi lucidi non c’erano più.

Stamattina mi ha spiegato perché abbiamo fatto quell’intervista.

[…]

Aborto: mi cascano le palle

Il tema dell’aborto, sotto tre diversi aspetti, ultimamente mi è tornato a viva forza dentro al cranio.

La scorsa settimana, ho condiviso su Facebook un post – abbastanza arrabbiato – di una tipa che difendeva il diritto a ricorrervi. Non una pubblicità pro IGV (nei confronti della quale penso ognuna debba avere la propria visione), solo un dichiarare che dovrebbe essere disponibile per tutte, senza colpevolizzazione o stronzaggine.

Sotto al post, ha preso a commentare la moglie di B., che non conosco molto.

B. lo si trova indietro di qualche anno, su questo blog. È un tipo che conobbi nell’ennesimo Sturm und Drang della mia vita; caso volle, che anche lui fosse dentro uno dei suoi.

Tra di noi, tutto quello che c’è stato si riassume in due o tre telefilmici limoni, un paio di sbroccate, per arrivare alla reciproca comprensione: tra me e lui non c’era chimica, solo un’estrema affinità, che ci aveva portati a buttare l’una sull’altro cose che non riguardavano noi.

Per questo, anche a distanza di anni, siamo rimasti ottimi amici.

Questi siamo io e lui ai laghetti: ci andiamo ogni volta che lui torna in Italia dalla Cina, Paese in cui si trasferì tre o quattro anni fa. E dove ha conosciuto sua moglie E.

La cosa che racconto sempre di loro due, è la vicenda geografica:

i due si sono conosciuti a Shangai, nel circuito degli stranieri emigrati.

Quando mi disse che aveva trovato la donna, lo immaginai – testualmente – con un’avventuriera americana, o con un’asiatica alta e misteriosa.

Invece

“No Tazza, è anche lei di BP…”

E. fino ai cinque anni, aveva vissuto nello stesso paesino immerso in nulla e nebbia, da cui viene lui.

I veneti, lo prendono sul serio il detto “Mogli e buoi dei paesi tuoi”, cazzo.

Io ed E. siamo molto diverse, ma penso ci stiamo simpatiche.

Il post che ho condiviso su FB, pur non trattando esattamente lo stesso aspetto, l’ha punta sul vivo: lei è B. hanno sofferto un aborto spontaneo, a seguito di una gravidanza molto desiderata.

E. non è complicata né cervellotica, e ha quel modo disarmante e schietto di vivere e raccontare il dolore, che a me fa sempre venire un po’ da piangere.

“Nessuno parla mai di tutte quelle mamme che non ce l’hanno fatta fino in fondo a diventarlo, a nessuno interessa”

era il succo del discorso. È vero: ne conosco altre.

In piccola parte, la capisco: ai tempi di P., mentre facevo addominali, iniziai a sentire un gran fastidio nel basso ventre – simile a crampi mestruali -, arrivai in bagno e feci appena in tempo a sedermi, che partì una lavata di sangue e schifo. Durò un paio di minuti.

Mi era già capitato di avere perdite strane (occasionalmente), ma mai una cosa del genere.

Finita, mi tirai su e feci finta di niente. Avevo altro per la testa, in quel periodo.

Tempo dopo, a una visita ginecologica, il medico mi chiese se avessi figli.

“No” risposi, presa alla sprovvista.

“Beh, di qui qualcosa è passato”.

Avevo rimosso. Con il suono delle sue parole, il ricordo di quel tardo pomeriggio tornò su come un conato di vomito.

Raccontatolo a E., si è ripristinato l’equilibrio: a quel punto, parlavamo della stessa cosa. Un aborto non è mai a costo zero, anche se ti coglie alla sprovvista e passa senza conseguenze.

Anche la mia amica CE. ha perso una gravidanza.

Ieri l’altro l’ho incrociata per caso e ci siamo fermate a fare due chiacchiere.

“Ma non mi vedi diversa??” ha miagolato sorridente.

“Sei incinta!”

“Sì! Ma è proprio fresca, infatti vediamo come va…”

Ci era rimasta davvero male, per la prima gravidanza persa. Come E.: relazione stabile, figlio desiderato, difficoltà a rimanere nuovamente incinta.

Il suo capo è un coglione: considerato il lavoro che fa, può stare a casa da subito, ma lei non è il tipo che approfitta di ogni singola possibilità per fare meno. Certo che, con il suo storico, il piano è dare a lui l’agio di sostituirla ma staccare comunque presto.

Il Capo Coglione però, non se lo merita. Prima che l’assumesse, sono stati colleghi, si conoscono da 15 anni, eppure

ha avuto il coraggio di rispondere al di lei annuncio, con:

“Beh oh, tanto lo sai che sono già pronto con la bambolina vodoo, come l’altra volta”.

Da am-maz-za-re.

Detto da uno che ha due figlie poi!

Ancora, mi è tornato tutto in mente: E. e il suo dolore, la sua candida paura di non riuscire a farcela più;

le altre storie sentite al volo, di amiche e non;

la mia, per il cui esito sono serena, perché se fosse andata diversamente sarebbe stato un casino per me, per P., e non ci sarebbe stata la terapia con Zap, e non avrei avuto Alck.

Ho ripensato allo sconforto di CE ogni mese.

Non ho una vera conclusione da tirare, penso solo che nello stracazzo di 2018

ancora

anziché ad andare avanti, a imparare a stare meglio e a capire di più, ci si ritrova a dover soffrire l’ovvio in varie forme.

L’aborto sfortunato, quello casuale, quello augurato, sono tre facce di un poliedro gigantesco, su cui mancano empatia ed educazione.

Di tutte queste storie, quello che mi rimane, è una sonora

cascata di palle.

Comunque andrà, sarà un processo – Mal di testa

I concetti di colpa e responsabilità perdono di significato all’aumentare delle dimensioni dell’evento a cui sono riferiti.

Un litigio? Dei malintesi? Intere esistenze?

Si allarga l’orizzonte e questi significati mano a mano, rimpiccioliscono.

Allora diventa una scelta, fatta più o meno consciamente, serbare rancore per un giorno passato, restare arrabbiati da un appuntamento mancato, piangere ancora e scegliere indietro.

Fin da bambina, il centro dei miei pensieri era la domanda: “Perché?”

Il motivo chiariva, tranquillizzava; identificarlo dava – ogni tanto – la possibilità di gestirlo, modificarlo. E, quando non riusciva, di odiarlo.

Senza prendersela con le persone.

Perché non posso? Perché i miei genitori non sono mai con me? Perché il nonno è morto? Perché a scuola non riesco a stare con gli altri? Perché ieri mi avete sgridato? Perché oggi mi avete sgridato per il contrario? Perché sto sempre da sola.

A volte mi chiedo se essere stata una bambina precoce non mi abbia remato contro.

Crescendo, la rete di salvataggio dei perché mi si è stretta addosso: io ero l’orizzonte, e la fila di piccole domande un brulichìo di insetti impossibile da gestire, che mi camminavano sopra e entravano dentro. Tutti ce li hanno, ma non ci pensano sempre.

Perché la mia vita è stata quel che è stata, fino adesso? E che importanza ha, in termini di responsabilità?

Senza che me ne accorgessi, la miriade di bestioline ha preso la forma di un giudice implacabile, e gira e rigira, il colpevole ero sempre io.

Il fatto che la vita sia un processo non deve voler dire a ogni passo una sentenza.

Guarda quanto fotte il cervello dei bambini, la semantica.

Sdoganare piselli – cose che avrei voluto sapere

Qualche settimana fa, nel mezzo di una chiacchierata su Messenger, la mia vecchia amica Giò ha inviato uno dei messaggi più teneri che abbia mai ricevuto.

Glo

Devo ammetterlo: mi ha un po’ commossa.

Primo: è impressionante il fatto che ancora lo ricordi, considerato che parliamo di almeno-almeno 18 anni fa;
secondo, anche io ricordo la stessa chiacchierata, che inaugurò formalmente una fase particolarmente sgradevole della mia vita: la fila di menzogne.

Per tutta l’esistenza, mi ero acrobaticamente destreggiata a sopravvivere in una casa dove quattro persone diverse si urlavano addosso e urlavano addosso a me,
tutto 
e il contrario di tutto.

I bambini non hanno bisogno di tante parole, hanno solo bisogno che quelle che sentono corrispondano alla realtà;
quando realtà e parole cozzano, è un casino: una giungla ostile e tu non capisci dove sei, né con chi.

La Commedia dell’Arte di cui ero comparsa, aveva numerosi punti in comune con molte – troppe – altre case italiane:

il sesso è sporco e sbagliato 
voler far sesso è sbagliato e tu fai cagare per il solo averlo pensato
il genere maschile è composto da una mandria di zombie con rotoli di peli di cazzo al posto del cervello che non sono interessati ad altro che a usarti;
contraccettivi sono cose che conoscono solo le sporche puttane che fanno sesso prima del matrimonio;
se torni a casa incinta la tua vita e quella di tutta la famiglia è finita e l’artefice sei tu (come se non avessi già fatto abbastanza).

cose così.

Tipica, vincente, tattica
applicata nelle famiglie in cui si sono verificate gravidanze indesiderate,
e negli Anni di Piombo:
la Strategia del Terrore.

Quando una volta, tanto tempo fa, mi trovai di fronte alla prima vera occasione di contatto fisico, la prima cosa che feci fu mentire: gli dissi che – anche se non molto – qualcosa avevo già fatto.
Il ragazzo con cui persi la verginità, non ha mai saputo di essere stato anche il mio primo, vero bacio.
L’intimità con un’altra persona era da un lato una cosa che volevo, dall’altro un orribile tradimento alla mia famiglia;
un’esperienza da dividere con qualcuno che amavo, e una cosa che mi avrebbe sporcata per sempre, per cui ogni familiare non mi avrebbe più guardata in faccia;

sarebbe stato scegliere quella cosa disgustosavergognosa, fatta per persone deboli, incapaci di controllare i propri impulsi più bassi, sopra la propria famiglia.

Era chiedermi troppo, l’essere del tutto sincera. Avevo troppa paura.

E adesso bestemmio, e lo faccio nel mio dialetto: dio-bròt-boia

non fate MAI una cosa del genere alle vostre figlie.

Alla fine, non scelsi io per me: scelsero i miei ormoni
(mentre i miei neuroni, ancora se la combattono con una certa brutalità)

e il sesso era strano, nuovo, e francamente… non tutto ‘sto problema.

Non penso alle abilità di uno o dell’altro – che sono arrivate dopo un po’ – ma proprio in relazione al fenomeno: non c’era alcun terribile evento, ad attendermi dopo aver perso la verginità;
sotto alle mutande di lui non c’era niente di strano, dando per scontata la curiosa anatomia dell’organo riproduttivo maschile

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Ripensandoci, mi sono chiesta se – in fondo – non fosse, colpa loro.

Erano anni in cui si sceglieva se affondare o restare a galla: c’era poco tempo da dedicare ai più piccoli e si cercava di rendere più efficace e incisivo il messaggio, col minore dispendio energetico possibile.

Ripensandoci meglio, ho pensato: CAZZATE.

C’era gente messa uguale, che ha risparmiato anni di terrorismo psicologico e senso di colpa ai figli. E se i miei lo avevano imparato, perché a propria volta gli era stato insegnato così, potevano accendere il cazzo di cervello.

Il fatto è che, più ripenso a queste cose, più rinforzo due effetti:

da un lato, mi sento meglio. Instabile, confusa, ma meglio;

dall’altro, man mano, perdo gradualmente ogni tipo d’interesse verso i miei familiari, parametro rispetto al quale mi ero sempre – involontariamente – definita.

Chissà poi perché, considerato che esistevo nella misura in cui facevo qualcosa che andasse bene a loro e stop.

E seguo questo processo accadere, con tutte le loro espressioni stranite e incomprensioni del caso, come fosse una cosa triste in sé, ma troppo lontana per riguardarmi.

Mi interessano sempre meno… ed è strano e inaspettato, come quei calzini fatta a guanti per le dita dei piedi. Anzi: meno d’impatto, non è brutto e non dà fastidio.

Oh beh, sarà che succede così a sentirsi dare della puttana per 15 anni.

2 – Io ci sono (lo stesso) – Post Terapia

Come di frequente accade, nemmeno nella dissociazione della personalità, gli esseri umani sono originali quanto amano credere.

“Cosa senti adesso?”

È una cosa che Zack mi chiede spesso, durante la MPR o come si chiama (mai stati il mio forte gli acronimi, manca una E o qualcos’altro).

Distacco”.

Quella sigla lì indica una roba che si fa con gli occhi che seguono un dito… che dovrebbe fondere l’influenza dei due emisferi l’uno sull’altro…

Boh, mi pare una cazzata, ma non sono io quella che ne sa sull’argomento, quindi qualunque cosa mi paia non è che sia troppo rilevante.

Ieri sono stata a una seduta, ma non quella del post precedente; da quella è trascorsa più di una settimana, e ieri abbiamo proseguito in scia.

Ci ho messo giorni a riprendermi: uscita dal suo studio ero dentro al 1990qualcosa, non c’erano persone di lì in poi.

I morti erano risorti, un pesante sipario nascondeva i vivi e il pezzo di me a quel punto in comando era arrabbiato e sfiancato e disinteressato a qualunque cosa il presente srotolasse in avanti.

Una bambina troppo stanca, che aveva bisogno di dormire.

Ieri, ad afferrare il timone è stato il Protettore Distaccato.

Lui è il serafico capitano di una nave da guerra: dargli contro, in qualunque momento, corrisponde ad affondare.

Nel contesto della Schema Therapy, il suo ruolo è allontanarti dalla fonte di dolore o malessere;

infatti, non attacca mai per primo: devi punzecchiarlo parecchio.

Vuole che tu non senta e ti fa venir voglia di bere e di stordirti e star tranquilla, finché qualcuno ti caga il cazzo.

A quel punto, ci pensa lui.

Ehm, a volte sbaglia mira: se non può rifarsi sulla fonte del problema, è capace di prendersela con qualcuno a caso, ma insomma… Negli anni ha acquisito precisione crescente.

“Ricordo” un paio di episodi in cui persi il controllo: ero poco meno che ventenne, ubriaca fradicia, e beccata clamorosamente.

Sottoposta a comprensibile interrogatorio, ha risposto lui.

Incazzato duro.

Non so cosa disse esattamente, ma i familiari presenti in quelle occasioni, le rare volte in cui gli aneddoti riemergono – mescolati a ricordi innocui di altri anni fa – su quei momenti abbassano gli occhi e passano oltre, molto in fretta.

Non mi hanno mai voluto ripetere cosa dissi. Hanno paura che sottoscriva, i codardi.

Come se fossi io, quella che non può immaginarlo, sé.

Francamente, anche se non è l’aspetto di me che preferisco e può essere difficile impedirgli di sparare,

anche se a volte non mi piace essere così,

il Protettore Distaccato ha una certa abilità dialettica e implacabilità emotiva che apprezzo molto.

Ha passato una vita a osservare in silenzio, prendere misura e leggere gesti volontari e non, per decidere quando era il momento di scappare.

A volte, alle facce stupite dei conoscenti a cui riporto esattamente cosa stavano pensando nel determinato frangente, rispondo che dovrei fare la profiler.

Il Protettore Distaccato osserva tutto, elabora in fretta, fonde e comprime i tratti dei malcapitati e li usa come proiettili, sparando pacatamente ad alta velocità. Perché non è distratto da emozioni, né intenerito.

Una cosa che mi sono sentita ripetere negli anni, sotto numerose perifrasi, è: “Quando ti arrabbi, fai paura. Sembri fatta di amianto.”

Beh, la descrizione corrisponde: non cambio mai espressione, quando decide lui. Sento contrarsi muscoli del viso ai quali normalmente non faccio caso e mi rendo conto che lavorano per appiattire le sopracciglia, bloccare le labbra, tirare le tempie.

Non c’è cosa che alcuno possa dirmi, che mi sfiori anche solo di lontano. Lo scudo del gran cazzo che gliene frega nemmeno si solleva, perché il punto è:

tu, tu che ti permetti di rompermi i coglioni con le tue stronzate, ma chi cazzo pensi di essere?

Cosa ha formato nel tuo inutile cranio, la fantasiosa idea di potermi guardare o parlare? Torna nel tuo stagno e annega nella merda. Lasciami stare.

E il punto, spesso viene espresso molto bene: nessuna parolaccia, commenti a segno, voce bassa e monotòna.

La cosa che stimo di lui – continuo a chiamarlo come entità a parte perché non sono così veloce a reagire, se mi trovo in stato di quiete – è che legge le espressioni altrui con una rapidità impareggiabile e – se crede – aggiusta la traiettoria della frase in fase di tiro, mentre è già in volo.

Il tuo punto debole è l’aspetto?

Le tue scelte di vita forniscono un tasto dolente? O il tempo che passa?

Il non aver avuto figli?

La tua dipendenza dalle droghe o dal gioco? Le corna che ti fa tuo marito o il fatto che tuo padre scopasse le tue amiche?

Uomini e donne espongono bersagli diversi, il più delle volte. Quasi sempre, sono donne a rompermi i coglioni.

Perché sapete… si capisce. Non serve che ci conosciamo da prima.

Siamo per strada? In paese capitano, questi incontri alla “Mezzogiorno di fuoco”. Persone che sbucano random, solo per dirti qualcosa di assolutamente fuori luogo.

Vecchi rancori che risuonano, o gente di merda che pensa di aver qualcosa da vomitarti addosso.

Cosa segue il tuo sguardo? Indicatori di uno stile di vita più agiato del tuo? O chi sta peggio?

Qual è il registro linguistico che usi?

Deglutisci subito prima di aprire bocca? Al tuo posto lascerei perdere: sei già in difficoltà. È timore, quello che inghiotti.

Che tipo di vestiti indossi?

Il pantone della miseria umana è davvero ripetitivo.

Non temere: lo trovo il tuo punto debole, lo trovo in fretta.

Nessuna remora: è la punizione per aver cercato di provocarmi. Per aver solo supposto di potermi colpire.

Se stai male, cazzi tuoi.

Io non c’entro.

La diagnosi di dissociazione mi ha fornito molte risposte:

non sono tanto rotta da cancellare ricordi importanti tra una modalità e l’altra, ma i dati en passant li ricordo a fuoco solo quando sono nello stesso stato in cui ero quando li ho recepiti.

In misura meno netta, penso accada a tutti, per me è solo particolarmente marcato. A volte.

E nemmeno ricordo cose che ha detto il Protettore Distaccato, quando ero più giovane e lui meno pacato.

Io non le ricordo, ma alcuni compaesani sì. C’è chi non mi saluta da quando ho 13 anni. Per fortuna, visti i soggetti.

La sera della seduta della scorsa settimana, il Protettore Distaccato si è svegliato per cercare di contenere l’esplosione di passato.

Il giorno seguente Alck, moroso recente, mi scrive che è ancora in coda all’ospedale.

Gli avevo anticipato che non mi sarebbe andato di sentirlo e che non dipendeva da lui, ma non avevo idea di cosa ci facesse all’ospedale.

Quando abbiamo iniziato a uscire, la prima seduta da Zack era solo prenotata.

Mi stupiva trovarlo bendisposto all’idea di uscire con qualcuno fuori di testa – o con troppa gente dentro la testa – e capivo che parte del suo coraggio a riguardo, era pura ingenuità.

“Basta che non mi sgozzi nel sonno” aveva circa scherzato.

“Ok, troverò un altro passatempo”.

C’è da dire che quando sono con lui, generalmente mi sento tranquilla.

Anche prima di uscirci o di pensare di volerci più che chiacchierare, mi piaceva fermarmi da sola al bar mentre lui lavorava. Alck mi disinnesca.

Così, quando mi ha scritto che si trovava in coda all’ospedale, il Protettore Distaccato – che spero lui non conosca mai – ha corrugato la fronte.

Lo sapevamo?

“Me lo avevi detto?”

“Sì sì, l’altro giorno, in sala, poco prima che te ne andassi” mi ha assicurato.

Il Protettore Distaccato si è fatto da parte di malavoglia, quanto basta perché da altrove emergesse sfocata la scena.

Sì, era vero.

Ma fino a quel momento non lo riuscivo a ricordare.

Al Protettore, Alck non piace.

Oppure: lo trova vagamente irritante, perché si escludono a vicenda.

Così, quando guida lui, è come se nemmeno conoscessi il suo nome.

Una grande fetta dello scopo di questa terapia è mettere al proprio posto i pezzi di personalità, eventualmente ridimensionati, e ordinarli come ingranaggi che muovono – compresi occasionali intoppi – le persone normali.

Anche se lo richiamo sempre meno, ho paura di perdere il Protettore Distaccato.

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