Parentesi: avete scassato le balls

Pensate sul serio di potervi fare un’opinione su necessità, composizione, effetti, categoria, rischi, benefici dei vaccini

leggendo articoli di giornale a caso?

E di avere pieno diritto di discuterne con professori che campano studiando e spiegando quelle materie?

Allora la prossima volta che vi capita di stare male, non andate in ospedale
andate in edicola.
Deficienti.

La strada in cui c’erano tutti i ricordi

Chiudo gli occhi e rivedo la via.
La guardo dall’alto, con la prospettiva hollywoodiana di una cinepresa in volo. Non esistono costruzioni in quel punto, da cui potersi affacciare ma conosco a fondo quel ricordo. Abbastanza da saperlo maneggiare.
La strada brulica, è mattina. Signore in bicicletta cariche di spesa, mogli sorridenti dietro carrozzine, vecchie bianche e turchine in camicie abbottonate.  Non si vedono signori, tutti i maschi a lavorare. O al bar, carte e bianchino.
A meno che si tratti di consegne, muratori o del messo comunale, la mattina della strada è tutta donna.
E le donne si salutano, tra marciapiedi, dalle vetrine, in rocambolesche corse su due ruote. Alzano la voce, anche se la via è stretta; vanno pure scavalcati gli altri toni, le vetture di passaggio, quasi tutte di lamiera. Automobili che se sbagli, ti raccolgono affettato.
Dalle finestre, sui marciapiedi, sbucano teste che guardano giù, di donne in cucina che fanno i cucù. Chiamano quelle di sotto, a volte lanciano qualcosa e iniziano a ridere prima ancora che il bersaglio se ne accorga. La malcapitata dabbasso alza la testa e ancora la voce, invita a scendere e reclama vendetta, ma il cuculo ha l’acqua sul fuoco o i figli per casa o è furba abbastanza. Saluta e si chiude e le passanti per strada scorrono via, richiamate dalla casa, aspettate dalla prole, picchiettate con lancette di orologio.
Chiudono i negozi, si aprono le gabbie e sciami di studenti di una scuola professionale strepitano per strada. L’onda si esaurisce in fretta e la strada si riposa.
Trascorsi gli anni, anche lei è appassita, nonostante il maldestro rattoppo di buchi. La sua fauna è scomparsa, i negozi hanno chiuso e quel che rimane è una piccola arteria invecchiata, dove ora tutto passa più lento. Macchine e gambe, tutto tranne il tempo.

Caterina

Fisso la schermata azzurro pallido, senza sapere bene cosa fare. Con un po’ di aspettativa. Non che possa darmi altre informazioni: le ho cercate, è da ieri che scandaglio le notizie, ogni ora. Dicono tutte la stessa cosa.
Guardo lo schermo come se potesse chiarirmi che pensare e non succede.

Ti ricordo da vent’anni.
Quando ero piccola, mi chiedevo come sarebbe stato, un giorno, dire “da vent’anni”.
Ora lo so, è grande, spazioso. Tanto che dentro ci stanno molte persone, tutte capaci ad un certo modo di far parte di me.

Mi ricordo di te, vent’anni fa, nell’atrio della scuola. Eri così alta, più alta di tutte. Anche di me, che quanto a cm di troppo non scherzavo. A undici anni, i cm di troppo sono in lunghezza, mica in larghezza.
Però, tu sembravi altissima e timidissima e allo stesso tempo capacissima di cavartela così. Un pesce fuor d’acqua, solo perché affiorava la testa.

Ti invidiavo le scarpe, il saper disegnare e una malinconica capacità di rassegnarti al dovere. Soprattutto le scarpe.
Sei sempre stata così gentile. E triste. Perché diciamocelo: saranno tre, le foto dove ti ho vista felice. Guardavo i tuoi album ogni tanto, so di che parlo: raramente sorridi. Spesso ci provi e fingere – davvero – non ti viene granché.

Ho immagini definite, di te. Per mano con quel vecchio moroso sotto ai portici, fuori dall’oratorio, in piazza una sera d’estate. Un campeggio. Non importa che le elenchi tutte, perché lo schermo azzurrino alla fine serve, e mi fa mettere a fuoco quello che ci stavo cercando dentro. Sono immagini dove tu ridi felice e io ti invidio, poi ne ho viste sempre meno così. Ecco, perché, mai sostituite, le ho ancora lì.

Le tue amiche dicono che per aver fatto una cosa del genere dovevi aver ricevuto una notizia terribile, di qualche malattia incurabile o che so io. Chissà, se è stato per quello o se eri solo stufa. Hai lasciato una lettera ai tuoi, pare. Hai fatto bene, forse per loro sarà importante saperlo.

Mi spiace che tu sia arrivata a stare male fino a quel punto.
Vorrei sapere se c’era qualcosa di possibile da provare, un aiuto che ti avrebbe potuta salvare. Dando tutto questo come già considerato, in fondo io sono d’accordo con te.

Se ti sei alzata un giorno dopo l’altro sollevando di forza un peso nel petto, aspettando solo che ogni giornata finisse, e non c’era più niente a farti felice;
se hai scritto una lettera, guidato, aspettato un treno
capisco.

Mi torna in mente una sciocchezza di spettacolino tra noi, diciassette anni fa. Recitavamo uno le vesti dell’altro e qualcuno mimando, scimmiottava te. Ridevamo tutti, ridevi anche tu. Quel ciuffo di istanti, per me è dove resti.

Lesbodrama – Dicevamo

Sicuramente sbaglio, ma nella mia testa l’universo maschile e quello femminile si bilanciano vicendevolmente.
Per una mera questione culturale che assegna ai due sessi, peculiarità caratteristiche.
E io, che sono misantropa, tollero meglio un po’ dell’uno e un po’ dell’altro, che da un certo punto di vista è un po’ come se si annullassero a vicenda.

Le lesbiche, sono doppia dose.
Durante l’adolescenza in modo particolare perché – non so che genitori abbiate avuto voi – ma per me non era contemplata l’ipotesi di stare da sola con un mucchio di maschi a mangiare, dormire, vegetare insieme chiusi in casa per giorni interi senza sorveglianza alcuna.
Questo per dire che, fosse andata diversamente, avrei le turbe pure su i gay.

Comunque, la storia della mia amica poi è proceduta tranquillamente, tra i normali alti e bassi di qualunque coppia immersa in un gruppo di amici, solo con molte, moltissime, parole in più.

Poi io e lei litigammo, non ricordiamo per cosa, e non ci parlammo per un paio d’anni, ritrovandoci poi quando – entrambe single – ci siamo messe assieme.
No, scherzo.
Ma siamo tornate amiche.

E qui si apre il capitolo successivo di cosa non sopporto dell’universo Lesbodrama: una volta che ci si lascia, hanno l’odiosa fissazione di voler restare
tutte
amiche.

Lesbodrama – Vecchi ricordi continuano

Negli anni mi sono fatta l’idea che l’omosessualità femminile sia una calamità di poderosa portata.
Per chi non lo è.

Questo perché, a differenza della media delle coppie etero (o gay, nella mia esperienza) con cui sei in contatto, nelle coppie lesbiche spesso sei – tenuta ad essere – amica di entrambe. Quindi a ogni bisticcio doppia dose di storia, considerazioni, dietrologie, recriminazioni e altri 40 minuti di monologo che non ho mai saputo cosa contenessero perché la mia soglia d’attenzione c’ha impostato il limite di autoconservazione gonadi che parte in automatico alla prima crepa.

Ma la prima volta fu naturale e spontaneo: all’amica del post precedente, fui io a presentare quella che sarebbe diventata la sua morosa per i successivi 5 anni.
Detta così non sembra ci sia niente di male, ma di male ce n’è stato eccome, specie in come prese la questione la famiglia di lei.

Potrei passare ore e ore a descrivere i nostri pomeriggi tutte assieme, compagne di agorafobia sempre chiuse in casa a bere, fumare e guardare telefilm (ah, e mangiare) e non lo farò – per vostra fortuna – ma insomma, le due (non mi ricordo cosa fosse già stato dichiarato quando e da chi) grazie a me conosciutesi, avevano iniziato a passare molto tempo assieme. Anche sole, dato che ognuna di noi altre del gruppetto aveva i fatti propri. Comunque, io sapevo già che cincischiavano, o stavano insieme ufficialmente? Boh, comunque la storia era già in piedi.

E insomma, com’è come non è, durante una vacanza di qualche giorno presso la casa di montagna dei nonni della mia amica – dove spesso venivamo ospitate anche noialtre, sia in assenza che in presenza degli altri famigliari – la nonna sgama che le due stanno assieme.
Cioè, solo osservandole, le sgamò la nonna e nessuno degli altri sedicimila parenti presenti. Proprio vero che le generazioni che hanno fatto la guerra finiscono con l’avere i superpoteri.
Da quel momento in poi, il delirio.

Tornate dalla montagna la mamma della mia amica affrontò – con molta poca diplomazia – la questione orientamento sessuale, la figlia confessò, la madre sclerò (ironico, da parte di una psicologa, tra l’altrò) e l’amica venne di nuovo impacchettata e spedita in esilio nella casa di montagna, con solo i nonni presenti, mentre la madre si riprendeva altrove.

Seguirono telefonate tanto piene di sussurri che sembrava di parlare con un fanstasma, o con una comparsa di Walking Dead, che duravano ore e ore.
E la morosa della mia amica, triste e dispiaciuta era a casa e veniva a casa mia a discutere l’argomento per ore e ore.
In tutto questo, io ero ovviamente e partecipativamente a disposizione, il mio allora moroso – M, quello oggi che mi detesta di più – era tenuto all’oscuro, perché la mia amica non voleva sapesse e tra il periodo coming out  e il periodo outing familiare, lui iniziava a chiedersi se con una patata andasse comunque considerato tradimento: ad un certo punto era convinto che ci facessimo io e lei.
Solo in seguito, mi fu concesso renderlo partecipe.

Con il coinvolgimento della famiglia dell’amica ormai siglato, la dinamica omosessuale alla quale mi trovavo marginalmente a partecipare cambiò completamente regole ed equilibri.