Un noir in famiglia – 3

Altri familiari – parimenti disturbanti – sono meno rilevanti ai fini di questa vicenda; li introduco brevemente per questioni di contesto e ragioni: forse, se Zia Zara fosse stato un caso isolato, le conseguenze della sua condotta avrebbero finito per diluirsi, attutite da un contorno più equilibrato. Figuriamoci.

Mentre scrivo, mi chiedo cosa accadde alla bisnonna in questione (ne ho conosciuti cinque su otto di bisnonni, sono morti in successione dal compimento del mio nono anno in poi: li ricordo di persona) per diventare un’adulta tanto combattiva; no, non penso che i due conflitti mondiali c’entrino troppo: non combatteva qualcuno al di fuori ma ogni pulsione dentro di sé, soprattutto quando – livorosamente – la riconosceva nelle figlie. Se a Nonna T. chiedo qualcosa, generalmente si trincera dietro sbrigatività difensiva e mi liquida con un “all’epoca si faceva così”. Ci crederei, non avessi conosciuto troppi antenati, per farlo.

Negli anni delle sicurezze e della stabilità economica, i segni del prossimo disfacimento erano occultati da sfoglie dorate presto trasformate in pasta fresca, succulenti arrosti fumanti, occasionali e sfavillanti serate in quella piccola società di provincia. L’abbondante benessere soffocava violentemente il senso di malessere, occupando ogni spazio possibile, spingendolo in basso e facendo sentire terribilmente in colpa e sbagliato chiunque si permettesse di avvertirlo.

Quale giustificazione poteva avere un dolore che non fosse legato ai morsi della fame, al non aver di che coprirsi? Non c’era dignità riconosciuta nel soffrire mancanze immateriali e innecessarie, in una famiglia che ricordava più di una guerra, in cui sembrava toccarcisi solo per procreare.

I miei ricordi più chiari iniziano sul finire di quegli anni: un lento declino sfociato nella paura e nella solitudine di tutti i coinvolti. Da figlia illegittima, io risplendo tra le cause e le vittime. È stata la fedeltà a vincolanti dettami, spinta dalla paura di restare soli, che ha tenuto uniti tanti di noi, alimentando un rumoroso odio reciproco; legami freddi e soffocanti, malsopportati a ogni costo perché l’idea di reciderli non poteva esistere.

La Zia Zara che ricordo da piccola era un rumoroso uccellino appassito, ancora straripante di frivolezza e incoscienza. L’ho sempre capita, perché rappresentava una versione apparentemente meglio riuscita di mia madre; una volta le chiamavano “snaturate”, oggi le chiamano borderline: persone capaci di rincorrere unicamente il proprio godimento, prive della capacità di considerare qualunque aspetto dell’esistenza che non rientri nel palcoscenico immaginario in cui mettono in scena la propria quotidianità. Un palcoscenico che mescola desideri e realtà, indiscriminatamente. Zia Zara e mia madre andavano d’accordo, erano come bambine che confabulavano ridacchiando, raccontando e ascoltando l’un l’altra la propria verità, diversa da quella di chiunque altro.

Il figlio maggiore di Zara, Enea, che neanche saprei riconoscere, prese con una rincorsa di profondo odio le distanze dai genitori, in un momento imprecisato del passato e di lì in poi venne nominato in famiglia come un avventuriero destinato alla sciagura. Abitava a pochi km ma era come se avesse abbandonato il pianeta. Da bambina mi rimase impressa parte di una descrizione che riportò mia nonna, dopo averlo incrociato casualmente per strada: gli mancavano dei denti. A quei tempi, credevo ancora fosse tra le cose più gravi che potessero accadere a una persona, peggio dell’infelicità. I miei incubi si somigliavano tutti: uscivo di casa e scoprivo improvvisamente di non portare indumenti dalla cinta in giù, mi cadevano i denti e – in ultimo – mi aggiravo nella vecchia casa, completamente buia e inspiegabilmente estranea e mia madre compariva all’improvviso, sovreccitata e grottesca, spaventosa. Negli incubi più angoscianti, mia madre si nascondeva dietro tutte le porte.

L’altro figlio, Gherardo, aveva completamente abbracciato lo stile di vita genitoriale: un’attività commerciale di cui e con cui riempirsi la bocca (si parla di preziosi, si vocifera di illeciti), l’appartamento lussuoso, abbigliamento allineato all’immaginaria caratura del cognome. Suppongo rappresentasse il suo sforzo finale per ricevere considerazione da madre e padre, quel tipo di vita; considerazione che non arrivava, se non in occasioni particolari e isolate. Forse era solo perché non ne conosceva altre, non so.

Gherardo e la moglie Carla, donna talmente assoggettata e servile che nemmeno quando la sua esistenza è diventata un calvario ha smesso di adorare e servire il marito, hanno una figlia: Sabina.

Avrò avuto circa otto anni – Sabina tre o quattro più di me – nel breve periodo in cui trascorsi tanti pomeriggi a casa loro. Giocavamo alle bambole e avevamo l’imbarazzo della scelta, in quelle due stanze piene di giocattoli; io avevo anche l’imbarazzo dell’inadeguatezza. Non capivo se lei passava volentieri del tempo con me, abissalmente più piccola (considerando la fascia d’età), né saprei dire se la nostra frequentazione fu interrotta perché lei crebbe troppo o per altre ragioni. Non importa saperlo, dato che mi sfugge persino come fosse iniziata. Ricordo distintamente alcuni spaccati: un paio di giochi per me impensabili da chiedere ai familiari o a Babbo Natale, qualche frase ripetuta spesso, animando le Barbie che sceglieva di interpretare, e il non averla mai vista ridere.

Per almeno un lustro a venire, avrei ricevuto regolarmente sacchi per la spazzatura, straripanti di suoi abiti seminuovi, a malapena indossati. Ammetto che, all’epoca, mi pesò di più l’interruzione del flusso di indumenti che la perdita dei contatti con quella lontana cugina.

Dalla quinta elementare a oggi avrò incrociato Sabina forse due volte e ogni tanto l’ho sentita nominare. So che – per la volubile gioia di sua nonna Zara – debuttò in società, ma anche quell’ennesimo tributo non valse a Gherardo l’approvazione materna per più di qualche giorno. Con il senno di poi, cerco d’immaginare Sabina e il panorama che ne traggo è così diverso dall’immagine distrattamente recepita in passato, basata sui racconti dei miei. All’epoca avevo quattordici anni e tutt’altro per la testa, ma ora mi sembra di vederla: vestita di bianco – lei, così alta – spessa nella figura ed eternamente mesta nello sguardo, come la madre Carla; mi sembra di vederla, terribilmente a disagio, in una situazione estranea a lei e ancora di più agli imbarazzanti genitori, al rumoroso e infantile padre e alla sommessa e insipida madre.

Mia nonna ha cercato di contattarla al recente ricovero del padre, dato che anche Carla era in ospedale e nemmeno nello stesso. Ha risposto una megera urlante che ha preso ha insultare Nonna T., accusandola di volersi impicciare degli affari loro, perché aveva chiesto se poteva aggiornare la bisnipote sullo stato di Gherardo. Ma Sabina – stando all’abbaiare di quella cagna della suocera – dice di non avere altra famiglia eccetto quella del marito: un artigiano della notte con la faccia da gorilla a cui ha dato quattro figli, in una casa dove ha rinunciato a rispondere al telefono, dalla quale pare raramente esca.

Come sua madre si votò al culto di un marito irretito dal proprio vuoto, Sabina l’ha disconosciuta per intraprendere lo stesso, inutile martirio. Non credo la rivedrò mai.

Iniziali

I è alta, bionda di un caschetto sfizioso.
Trentina come le mele luminose delle pubblicità si è tanto adoperata per raggiungere i propri obiettivi sorridendo, a dispetto di genitori – parecchio – disfunzionali, fratelli strani e di una costitutiva trasparente ingenuità che scompare quando si entra in un suo ambito di competenza: allora tira fuori le palle, ripone i suoi svolazzi spontanei e diventa seriosa.

Be ha lunghi capelli castani, un musetto da criceto tenero e la gioiosa tranquillità di chi non si è perso in domane inutili: ha costruito e portato a termine i suoi progetti, edificato una storia duratura con l’unico calciatore a modo del panorama italiano, attraversato fino ad oggi l’esistenza con un’attitudine che pare leggerezza a chi non conosce la malattia della madre la quale da anni – inesorabile – perde la sua mente, ogni giorno un altro po’.

E viene dalla Turchia e non aveva mai vissuto sola o all’estero.
Ha una testa piena di capelli castano chiaro anche se una piccola area è vuota dalla sera in cui, per colpa della polish vodka, in bagno è scaracollata scraniando e abbiamo dovuto chiamare l’ambulanza per farle dare qualche punto.
Beve come un lavandino, segue un dottorato in chimica e odia la biologia quasi quanto la sua vita nel luogo dal quale proviene;
ama i numeri, delle equazioni la cristallina ovvietà con la quale esprimono i propri contenuti.
Lei, con i suoi di contenuti, al momento non sa cosa fare.

I ha un bambino bellissimo, una di quelle fortunate coincidenze che si trascinano dietro incredibili difficoltà pur mantenendo il broncio innocente di chi non c’entra nulla.
Era innamorata di L, finché vivevano lontani: un tassello magico del castello di nostalgia costruito su quel casino di casa sua.
Le mancava tanto, quando viveva ancora qui.
Lui è biondo, sciocco e vanitoso, gradevole in dosi controllate ed è ignavo e vanesio e “è un bravo papà almeno” ma non è bravo a capire come sia lavorare a due ore da casa per passarne dodici dentro un ospedale, in un reparto prevalentemente maschile, tornare e trovare il disastro di caos e recriminazioni perché “non facciamo mai niente e ti lamenti sempre”.
Lui è una persona vuota e insulsa, forse un buon accessorio ma solo per quelle serate in cui si cerca il superfluo dettaglio trash.

Be sembra felice, da lei non si avranno altro che sorrisi.
Lavora da casa poi se ne va in giro a fianco di quel ragazzo così bello e gentile da sembrare disegnato in un giorno di buonumore.
Una volta si sono lasciati, per circa due ore, ma nessuno dei due riteneva sensato passare tutto quel tempo piangendo disperati.
Lui ha paura dei ragni e di stare senza di lei, lei lo salva dai ragni e ama i gatti – anche i cani – e decora discreta i momenti degli altri.

E a casa ha un ragazzo, non sa se si appartengano ancora e nemmeno sa se le appartenga l’esistenza fra la quale ha dichiaratamente scelto di mettere mezza Europa.
Qui ha provato cose nuove – cibo, persone, lavoro e pelle – e non sa cosa vuole o cosa sia giusto volere.
Non sa se quello che dovrebbe desiderare le piace ed è un bel disastro: la libertà di scegliere completamente come sbagliare apre voragini di timori e lava bollente e le isole sono incerte, così diverse dalle mattonelle su cui ci si metteva in salvo nei giochi da bambini.

I è bellissima e noncurante delle bruttezze, ride e incassa i colpi bassi e piange e si dispera e torna a ridere ancora.
Ride sempre con il suo bambino e le piacerebbe poter stare con lui in una casetta in campagna, fantastica su giornate al sole e prati per non ricordare che ha voluto intraprendere una strada accorgendosi tardi che – per forza di cose – non passa di lì.

Be scherza e dimentica forse, per qualche ora e intanto la sua mamma si dimentica di lei;
I mi scrive triste, poi rassetta la frangia e  cammina sempre avanti fiduciosa dei passi con i quali ai suoi prati prima o poi arriverà;
E mi aspetta a casa, ride ai miei messaggi ma si trova al tavolo della cucina con quattro finkbrau vuote davanti, l’eye-liner spalmato fino alle orecchie e gli occhi gonfi, mille sigarette tra i polmoni e il cuore.

 

 

 

Come si è arrivati qui – P 12

Ormai è passato così tanto tempo da quando ho iniziato questo post e ancora di più da quando ho iniziato con P che nemmeno son più sicura di ricordarmi come si scrive e cosa volevo scrivere, ma mi conosco e lo scopo terapeutico di queste pipperelle infantili verrebbe tragicamente meno laddove interrompessi del tutto.
C’hottraumi da elaborare.
Tra l’altro il post precedente della Sega (Mentale) è tronco e non so perché, comunque insomma, non va considerato.
Riprendiamo le fila. 

Dopo il primo infrattament bacio con P, ero tornata a casa per qualche giorno.

Ricordo che mi aveva scritto la mattina dopo:

– Ci vorrebbe una di quelle tue pastiglie adesso
– Ancora mal di schiena?
– Già

  (Le ho sempre scelte per il colore brillante)

Nel frattempo, da un po’ ci si stava mettendo d’accordo in un gruppo diggente per andare a vedere Sin City 2.

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Giorni di accordi-non accordi-discordi-concordi, del gruppo originale che avevamo avviato io e P in tempi non sospetti – producendoci nella tipica performance dell’inventare occasioni per vedersi laddove ne scarseggiavano di frequenti e sicure – eravamo in realtà rimaste io, lui e alcune compagne di squadra.

Appena rimetto piede a Ferrara e viene sera, esco – bevo -, arriva anche lui e ci si mette a parlare del film.
Ad un certo punto, confessa:
– Beh ti devo dire una cosa: io l’ho già visto.. avevo già promesso alla mia ex Allegra* che sarei andata con lei e i suoi amici… Non mi è piaciuto moltissimo, comunque torno a vederlo anche con voi!
– Ok, allora che lo torneresti a vedere a fare?
– Boh, così.
– Ma no!

Ho preso e me ne sono andata.
Si tratta di un mio must: prendo su e me ne vado e come i bambini piccoli piangono per comunicare un po’ tutto, pure io m’avvio dal nulla per le più svariate ragioni.
Lì probabilmente volevo sottolineare l’irremovibilità della mia decisione: sei voluto andare con loro? Va bene, ma non volerci venire pure con me.

Ah, i tempi in cui avevo le palle!
Almeno, teoriche.

Bene, vorrei aprire una parentesi su Allegra e sul perché di questa scelta nominativa: l’avessi chiamata Cagna – come pensavo di fare all’inizio – avrei collezionato chiavi di ricerca troppo imbarazzanti per il mio animo alla Suor Germana.

Ma devo confessare che non si tratta dell’unica ragione:
‘sta tipa è una di qualche anno più giovane di me e aveva attirato col suo fare da mignottone supponente, le antipatie di svariate mie amiche ma c’ho un’età per cui fare gratuito bullismo di gruppo mi rovina il karma.
Poi, è anche un po’ una martire.
C’ha avuto sì il momento sportivo  dove competeva insieme a numerosi altri squallori di piazza per trombarsi tutta la squadra maschile quindi un amichevole “cagna” calzerebbe a pennello;
successivamente però è stata un anno e mezzo con P
e
anche
se
lucidamente lo zerbinaggio emotivo è una cosa che non accetto né giustifico
praticamente è un feticcio al quale non riesco a sottrarmi.
Quindi – per tutta una serie di solidarietà differite – “Allegra” va benissimo.
Che poi, ad un certo punto regalerà un divertente colpo di scena.

Comunque, P poi mi aveva ritrovata poche decide di metri oltre, sbronzella a chiaccherare con amiche
e mentre con le amiche chiaccheravo lui è intervenuto per dire qualcosa che non mi trovava d’accordo
al che ovviamente gli ho dato uno schiaffo
e – ops! – aveva suonato un po’ più forte di quanto pensassi
mi fa ancora ridere la sua espressione basita se ci ripenso
subito ho preso lui e la sua faccia stupita per un braccio e siamo andati via
alla prima svolta sulla sinistra l’ho sbattuto contro al muro
un gruppo di ragazzi è passato e ci ha presi in un po’ in giro e abbiamo riso con loro
poi ci siamo spostati verso il castello
a guardare le luci e i mostri marini che nuotano nel fossato
io fumavo una sigaretta e lui infilava le mani sotto alla mia maglietta
poi niente.. ci siamo andati a infrattare.