Buon Pomerdiggio

La seconda parte di questa giornata, che chiameremo luvedì
la battezzo pomerdiggio.

Merdiggiare pallido e assorto 
fuggo dall’acqua e ho il fiato corto.

In realtà sono riuscita a ripararmi prima dell’acquazzone, ma mentre più pedalo in fretta più mi viene da poetare.

Ogni tanto parlo in rima, tipo un personaggio sfigato di Topolino. E scrivo in rima, involontariamente.

Dovete assolutamente guardare Cosmos, documentario a puntate di quaranta minuti che insegna un mucchio di cose. E leggere la rubrica de Il Post sulle parole, tutte quelle che noi – cresciuti senza Youtube, abbiamo imparato dagli insulti di  Zio Paperone.

A questo proposito, Neil deGrasse Tyson, astrofisico, divulgatore e narratore di Cosmos 
una sorta di Piero Angela nero e baffuto
parlando del guscio di asteroidi che ci avvolge la galassia, dice in una delle puntate:

“Il fatto che molti di noi conoscano il nome di assassini
ma non hanno mai sentito di Jan Oort
cosa dice di noi?”

Hey Neil, parla per voi
noi che siamo cresciuti con le dritte giuste lo sappiamo:

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la Nube di Oort è il luogo dal quale
vengono le comete.

 

Fotografie nel pomeriggio – courtesy of Lu e Gu

La scorsa settimana, mi aveva raggiunta un messaggio di raduno famigliare, schieramento Padre:

“Domenica la nonna si sposa e vuole che ci siamo tutti”

Padre va interpretato: l’anniversario, 60 anni.

Quindi domenica, in ritardissimo per una serie di motivi assolutamente prevenibili, ho raggiunto il paese, perso un mucchio di tempo, fatto tappa dal fiorista e una corsa fino alla chiesa.
Va da sé: ci sono arrivata ridotta a grado schifo, ma tanto la chiesa fa schifo a me, quindi pari e patta.
Rimane che entrarci ha come sempre significato piombare in uno scenario immerso nei ricordi.
In parte, per l’essere cresciuta nella parrocchia di un paese dove ci si conosce tutti,
in parte perché stavolta, superando la porta, mi sono trovata tra Lu e Gu che ormai sono alti.
E per fortuna non sono tipi vendicativi: una volta, tra i miei compiti, c’era il rincorrerli e picchiarli per i cortili dell’oratorio e, se con Gu forse potrei ancora giocarmela (o almeno sopravvivere), Lu vincerebbe a mani basse. Erano miei bambini a Estate Ragazzi.
Gu è il più giovane, ha sei o sette anni meno di me. Questo rende possibile scroccargli la presa di tabacco per una sigaretta e allo stesso tempo ricordarlo secco scricciolo delle scuole elementari. Aveva gli occhi spiritati, un sorriso da castoro e l’insana capacità di suscitare istinti omicidi in qualunque essere umano. Poi però faceva troppo ridere, con quello sclero sempre addosso. Ora è un ragazzo un po’ punk ma anche a modo, a parte l’orrida treccina che, grossomodo, sembra coltivare dalla terza elementare. Contando che ha 23 (22, 24? Non ricordo) anni, probabilmente si avvicina il momento in cui l’abbandonerà.
Lu ha 4 o 5 anni meno di me, non ricordo. Secondo me, è bellissimo: mi suscita immediatamente la cotta della prozia. Lo ricordo preadolescente, o come si dice quando tu hai 16 anni e qualcun altro ne ha circa 12. Un abisso, all’epoca. Aveva sempre quell’aria di sufficienza stampata tra occhi e naso, e a dirla tutta mi stava un po’ su.
Nel tempo, a blocchi di anni, l’ho visto cambiare. Per chissà quale ragione, le volte in cui ci si incrociava, si fermava a salutare. E io mi ricordo un suo vecchio cappello. Mi sono sempre fermata anche con il fratello, ma quello ci sta: l’ho picchiato di più.

I due mi hanno salutata, Lu mi ha chiesto se non avessi paura di sciogliermi a entrare lì.
Ho biascicato qualcosa ma l’importante era altro: c’era ancora tempo, dovevo uscire al volo, recuperare i fiori ordinati. Su e giù per la via, compaesani confusi si guardavano di sbieco al mio atletico passaggio.
Avete presente, come ci si senta sempre meno sfigati dentro, di come alla fine si risulta da fuori? Beh, la sensazione che avevo, di correre in modo almeno decoroso, temo fosse ingenua illusione.

Comunque, presi e pagati i fiori, via di nuovo di corsa alla chiesa, accaldata, sudata. Lu e Gu erano usciti a prendere aria ma io dovevo entrare, allungare i fiori ai nonni senza rullare nessuno nei corridoi gremiti, incrociando le dita per essere in tempo.
Missione compiuta! Non li avevano ancora chiamati!

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I miei nonni odiano essere fotografati, il nonno finge sempre che non stia accadendo

Ovviamente non mancavano pochi minuti al loro turno per andare all’altare a ricevere la commemorazione, ma tipo un’ora.
“E ora le coppie che festeggiano un anno!”
Ma cosa caz c’è da festeggiare a un anno dal matrimonio??
Almeno ho fatto cardio.

Mi sono messa buona buona, insieme a ZioSorella e relativa Mamma Cri,  Padre (in ordine di incontro) ad applaudire forsennatamente a intervalli sempre più brevi, per le coppie chiamate, nella speranza di accelerare il ritmo della cosa. Speranza vana.
Almeno ho fatto braccia: un anno, dieci, quindici, venti, venticinque fino a sessanta poi sessantadue anche. Più di una coppia, per lustro e biennio.

Al momento di uscire, volevo proprio una sigaretta. E un gatorade. Lu e/o Gu sulla sigaretta potevano aiutarmi. Ricordo vagamente che forse Lu ha smesso e neanche so, perché lo so. Ma Gu è giovane, fuma ancora, sicuro. Mi appioppo e li seguo, menzione d’onore al loro, di nonno, che sulla porta sferza la chiappa della consorte, la quale ottant’anni non so dove li abbia messi: non li aveva di certo portati con sé.
Chiacchieriamo di nulla, arriva mio padre.
Padre aveva riconosciuto i nonni dei ragazzi, e ad un certo punto molla labbomba, il colpo di scena! L’acme di ogni riunione sociale dalle mie parti: siamo parenti alla lontana.
Non so voi, io imparo d’essere parente di qualche compaesano almeno tre volte a settimana da quando ho memoria. Altro che sardi. Uno dei miei bisnonni aveva 12 fratelli, l’altro 7, tutti si sono abbondantemente riprodotti qui in zona, quindi…

Lu e Gu, che sono abbastanza carini da simulare, si mostrano entusiasti, specie perché Padre rivela di avere, nascosta chissà dove, una foto che ritrae sia lui che la loro madre piccoli piccoli, insieme alle rispettive genitrici.

“Dopo la cerco”, dichiara. “Scambiatevi i numeri che poi ve la manda”.
Lu mi dà il numero, si va tutti a casa.

Mangiamo – parte che normalmente si svolge in pace – e alla fine del pasto, il tema su cui litigare, rispetto alle altre occasioni è una novità:
le foto sono troppe, non la troveremo mai, lasciamo stare da un lato (squadra Zio)
beh le sfogliamo insieme, vedete che la troviamo dall’altro (squadra Padre)

I miei parenti hanno una sorta di tradizione per le ricorrenze: litigare il più possibile. So che è una pratica diffusa anche altrove.

Comunque loro, sapendo che succederà, si sentono tranquilli solo dopo essersi rovinati la giornata a vicenda.
Una vocina dentro li avverte: “Ehi attenzione, si sta pericolosamente navigando nell’area comune delle vostre opinioni, su un ipotetico campo minato a diagramma di Venn. Si raccomanda diversiva a dritta e prendere bene tutta la distanza che c’è!”
Se si va d’accordo troppo a lungo poi, c’è il rischio di posticipare troppo l’inizio della rissa, che per farla bene dopo serve prolungare il tempo insieme – che fai vuoi lasciare una lite a metà? Senza contare che l’attesa li uccide. Insomma, va tolto il pensiero.

Questa volta, ispirata dal rallegrante effetto dei ricordi, decreto e annuncio – con un giocoso aumento di volume che penso abbia divelto alcuni pali della luce – cosa faremo:

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Inoppugnabilità, incisività ed eleganza, dal mio ululato colpiscono sui denti tutti gli astanti come una stilosa borsettata Chanel e, abbacinati dallo sfoggio di logica, Zio e Cugino dalla fazione del No!, eseguono.

Avevo avvisato Lu che non avremmo mai trovato “la foto di famiglia in questione” vista la mole di immagini a disposizione. Lui aveva risposto con uno scatto di loro fratelli insieme ai nonni: “Ecco la prima”. Al giapponese. La mia cotta da prozia lì ha raggiunto la vetta: obiettivamente adorabili.

E niente, ci siamo immersi.

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Le foto erano davvero tante, abbastanza da coprire il nostro campo di battaglia.
Hanno nascosto le caselle, non potevamo più affondarci.

Siamo rimasti così, seduti qualche ora, a rivedere persone che mancavano da un po’, a presentarci ad altre, che non avevamo mai visto.

Nonna Saura
La nonna odia questa sua foto da bimba, invece le piacciono tutte quelle dov’è con il nonno
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Qui ci sono i passati di più persone di quante pensassi

Mia nonna è quella davanti con la giacchetta aperta, il ragazzo a destra era il tabaccaio della via principale, che mi vendeva le Super con filtro a stecche. Ma il filtro mica c’era. Erano per la mia bisnonna, squadrone Madre però.
Non avevo mai saputo che fosse stato così giovane e bello.
Tra gli altri attorno, ce ne sono troppi uguali-uguali a persone che conosco, non c’è bisogno di specificare chi siano i loro discendenti.

Ho visto anche molte foto di me

Nonna e io
Sembrano foto degli anni ’70, ma era il 1991, a occhio e croce

In particolare, sono una di quelle che mi ha fatta più felice è questa:

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La bisnonna e la nonna. Un’amica a cui l’ho mostrata mi ha chiesto: “E la bambina chi è?”

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Ce n’è stato per tutti: mio nonno da giovane, mio padre da piccolo, mio zio da sfigato (l’ultimo a destra).

Poi ovviamente, abbiamo trovato la foto, che quasi tutti ci eravamo dimenticati di essere lì per cercare.

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Mia nonna è a destra che regge Padre 
nel mezzo la mamma di Gu e Lu, con la loro nonna
gli altri non so, forse scoprirò di essere loro parente un’altra domenica.

Ed è stato proprio bello. Davvero. Eravamo un po’ tutti commossi e non lo ammetteremo mai.
Ho ringraziato molto Lu. Pure troppo, come faccio sempre quando l’entusiasmo si fa contestuale ad un aperitivo con lo stomaco molto vuoto: sgraziata ubriaca.
Prima di addormentarmi, la mia personalità dodicenne ha cancellato la conversazione. Perché si vergognava, di cosa poteva aver inviato via Wapp, mentre per strada alle tre di notte chiacchierava con norvegesi appassionati di Dante e londinesi vestiti di nero. La sveglia alle 6.20 è stata terribile. Punizione proporzionata ai deliri virtuali.

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Ho scoperto che mio nonno si sentiva molto bello. Esibiva scatti con una certa vanità: “Guerda que, fàti gamb” diceva sventolandosi, secoli fa in costume. Mentre “figurino” si sentiva da ritratto col vestito color… cacca? Ma la foto mostrata forse con più orgoglio è stata questa al centro, lui e mio padre, forse l’ultima volta in cui si sono abbracciati. Eh, c’est la vie, specie quando hai una testa di merda. Entrambi. Anche i bisnonni, non li vedevo da un po’. Li penso spesso, ho il terrore di dimenticare.

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La nonna, quando siamo tutti insieme, sorride sempre.
Il nonno mai, a meno che io non dica qualche maialata che lo diverte, e lui è burbero e silenzioso e si vedeva che quelle fotografie tutte insieme erano tanto. Mi pizzicano occhi e naso anche ora a scriverne e sono come lui.

Quindi io e Sorella ci siamo messe a fare brutte facce nelle foto e a mostrargli i risultati.
Lui sbuffava una risata e diceva “Um cunsòl“. “Mi consolo”, nel senso che riusciamo a essere più brutte noi.
Gli è piaciuto lo scatto preso poco prima di uscire dalla chiesa, il terzo.

Non so bene come concludere perché di fatto non mi va: resterei ore a ripensare a domenica. A come stavo ieri no, per niente, ma quello è stata colpa dell’aperitivo dell’ultima di campionato e della sveglia implacabile. Cioè, colpa mia.

Bello, è stato bello. Lu e Gu sono stati la casualità che ci voleva. Mi hanno fatta contenta.
Ed era davvero molto tempo, che non mi piaceva tanto parlare – o scrivere, vabbé . Strano, come ci si possa vergognare tanto per essersi mostrati scioccamente infatuati della magia che qualcuno, casualmente, butta dentro una giornata.

Grazie : )
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Brevi momenti di gloria

“Oh oh, bene ragazze, oggi – visto che è il cinque maggio – se qualcuna di voi saprà recitare l’omonima ode di Manzoni, niente lezione di matematica per queste due ore. 

Mezzatazza, alzi la mano perché vuoi concorrere? Voglio proprio vedere!”

Caterina

Fisso la schermata azzurro pallido, senza sapere bene cosa fare. Con un po’ di aspettativa. Non che possa darmi altre informazioni: le ho cercate, è da ieri che scandaglio le notizie, ogni ora. Dicono tutte la stessa cosa.
Guardo lo schermo come se potesse chiarirmi che pensare e non succede.

Ti ricordo da vent’anni.
Quando ero piccola, mi chiedevo come sarebbe stato, un giorno, dire “da vent’anni”.
Ora lo so, è grande, spazioso. Tanto che dentro ci stanno molte persone, tutte capaci ad un certo modo di far parte di me.

Mi ricordo di te, vent’anni fa, nell’atrio della scuola. Eri così alta, più alta di tutte. Anche di me, che quanto a cm di troppo non scherzavo. A undici anni, i cm di troppo sono in lunghezza, mica in larghezza.
Però, tu sembravi altissima e timidissima e allo stesso tempo capacissima di cavartela così. Un pesce fuor d’acqua, solo perché affiorava la testa.

Ti invidiavo le scarpe, il saper disegnare e una malinconica capacità di rassegnarti al dovere. Soprattutto le scarpe.
Sei sempre stata così gentile. E triste. Perché diciamocelo: saranno tre, le foto dove ti ho vista felice. Guardavo i tuoi album ogni tanto, so di che parlo: raramente sorridi. Spesso ci provi e fingere – davvero – non ti viene granché.

Ho immagini definite, di te. Per mano con quel vecchio moroso sotto ai portici, fuori dall’oratorio, in piazza una sera d’estate. Un campeggio. Non importa che le elenchi tutte, perché lo schermo azzurrino alla fine serve, e mi fa mettere a fuoco quello che ci stavo cercando dentro. Sono immagini dove tu ridi felice e io ti invidio, poi ne ho viste sempre meno così. Ecco, perché, mai sostituite, le ho ancora lì.

Le tue amiche dicono che per aver fatto una cosa del genere dovevi aver ricevuto una notizia terribile, di qualche malattia incurabile o che so io. Chissà, se è stato per quello o se eri solo stufa. Hai lasciato una lettera ai tuoi, pare. Hai fatto bene, forse per loro sarà importante saperlo.

Mi spiace che tu sia arrivata a stare male fino a quel punto.
Vorrei sapere se c’era qualcosa di possibile da provare, un aiuto che ti avrebbe potuta salvare. Dando tutto questo come già considerato, in fondo io sono d’accordo con te.

Se ti sei alzata un giorno dopo l’altro sollevando di forza un peso nel petto, aspettando solo che ogni giornata finisse, e non c’era più niente a farti felice;
se hai scritto una lettera, guidato, aspettato un treno
capisco.

Mi torna in mente una sciocchezza di spettacolino tra noi, diciassette anni fa. Recitavamo uno le vesti dell’altro e qualcuno mimando, scimmiottava te. Ridevamo tutti, ridevi anche tu. Quel ciuffo di istanti, per me è dove resti.

Lesbodrama – vecchi ricordi

Il mio ingresso nel mondo lesbo è iniziato alla nascita, molti anni fa: il mondo è uno solo e possiamo dargli tutti i nomi che ci pare, far finta che ce ne siano di più è una cosa che può funzionare per la Marvel o per chi partecipa a quegli strani giochi di ruolo con i dadi dotati di un numero irragionevole di facce. Per quanto riguarda gli altri, mi spiace comunicarvi che siamo tutti sulla stessa barca.

La prima volta che ho avuto a che fare con una paranoia legata all’omosessualità femminile è stato durante la mia adolescenza, così è stato un po’ l’avere un posto in prima fila ad un evento cardine che mai avrei vissuto altrimenti: accorgersi che il proprio orientamento sessuale non è quello atteso. Un plot twist che conferisce alla protagonista una marea di rotture di minchia vita-natural-durante.
Un’amica, di qualche anno più grande, parte della compagnia di cisaroli innocenti e compiti che popolava il nostro oratorio, non poteva più nascondere la chiara attrazione che provava nei confronti della patata, rispetto al vago disgusto e netto disinteresse sollevati dalla carota. Viste le carote sul mercato da quelle parti, non mi sono mai sentita di darle torto.
Comunque, ci teneva a comunicarlo alle persone che riteneva importanti nella sua vita. Una per una. Ufficialmente, drammaticamente. E perché mai sprecare tanto pathos per un solo spettatore? Io, in qualità di supporto morale, l’avrei accompagnata nel suo coming out (che non sapevo si chiamasse così, ammesso si chiami così) volta per volta.
Persona
per
persona.

Purtroppo per me, aveva un sacco di amici.
(Non fraintendetemi: ero assolutamente solidale le prime quattro volte che la sentivo tergiversare avvolta in una nuvola di fumo sui sedili intrisi di catrame e Bionsen della sua Fiat Bravo per circa venti minuti. La quarta replica rende insensibili quasi a tutto, compreso Titanic, alla sesta Benigni ne La vita è bella, forse un po’ lo avresti picchiato anche tu).
Funzionava così: la mia amica dava appuntamento all’interlocutrice (erano per lo più ragazze) di turno, con un SMS che inevitabilmente si concludeva in un “ti devo dire una cosa difficile”, l’equivalente interpersonale di un avviso di garanzia, considerata l’età.

L’amica e io, in assetto da psicobulle emotive, caricavamo l’ignara vittima e la conducevamo sempre alla stessa destinazione: il piccolo spiazzo erboso di fianco al cimitero cittadino, appena fuori dal paese.
Allegria!

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Il cimitero è questo sul serio, noi andavamo a destra, da un lato le tombe e dall’altro i campi. Quanta poesia.

In quelle fredde e brumose notti emiliane, la mia amica – una persona adorabile ma estremamente prolissa – stendeva l’interlocutrice con panegirici allucinogeni che portavano noi dell’uditorio in una dimensione parallela, popolata da criceti parlanti
che giravano dentro rotelle parlanti, uccidendo neuroni altresì parlanti

 

– sto iniziando a considerare l’ipotesi che in realtà le sventurate non ricordino molto, di quelle serate –

per poi giungere al punto.

“Insomma, sono lesbica”

L’interlocutore giaceva immobile con la bava alla bocca sul sedile posteriore (passeggero anteriore era occupato da me) e dava il suo feedback.

Top 5:

5. Ah, ok
4. Ah, ma dai
3. Beh se va bene a te…
2. Ma non è vero!
1. …Tutto qui? Ma dai, mi avete fatto prendere un colpo, pensavo vi foste messe insieme voi due!

 

Ci vediamo di notte

Ci vediamo di notte perché il buio ti dona
ti si intona alla pancia e ai capelli
ha una trama che sembra velluto blu scuro
ma è fatta di nodi su una corda che suona

Ci vediamo di notte perché il buio ti accende
come chi dorme col sole negli occhi
lui acceca i pensieri
tu abbassi le tende

Ci vediamo di notte perché è giusto lo sfondo
con spenti i colori posso metterti a fuoco
m’impegno per bene e trovo i tuoi bordi
se intorno non c’è quel disturbo del mondo

ed è giusta la notte se non fosse che è incerta
non so quando ti trovo
dove sei se non vedo

forse ridi del fatto che sono scoperta
non mi serve la giacca
non la voglio la felpa

Ci vediamo di notte ma è un po’ che non torni
è più dura adesso
ricordarti com’eri
ho già perso la voce il profumo la presenza e il tocco
sì lo so che è sciocco
puoi ridarmi i contorni?

Come si è arrivati qui – P 8

Ho sempre dato importanza alla prima impressione.

Sono convinta che – contesto permettendo – la prima volta in cui si incontra qualcuno, le abituali misure comportamentali messe in atto per adattarsi o vendersial prossimo, vacillino.

Questo assestamento permette di scorgere, magari per pochi istanti, ciò che tendiamo a voler nascondere dietro di noi e – se si fa attenzione – della nuova conoscenza rimane, oltre ai dati volontariamente espressi, una traccia meno palpabile ma spesso veritiera. Non tutti riescono a coglierla, alcuni nemmeno si capacitano esista, io la becco al volo.

Qualcosa di simile si ottiene anche all’osservazione ripetuta – casuale, impersonale – dello stesso soggetto. Ci sono persone che non suscitano direttamente il nostro interesse a nessun livello in particolare  e nonostante questo incameriamo dati random su di loro. Almeno, a me succede.

La mia nozionistica su P non era granché.

Mi dava una sensazione, basata su appunti apparentemente sconnessi – l’incrocio nel corridoio del CUS un pomeriggio, il suono della risata insincera intercettata per caso una sera al bar, l’espressione sul viso quando non pensava di essere visto – di vago disagio.

Non ricordavo i quaranta minuti in cui mi aveva cagato il cazzo una notte d’agosto nella mia cucina l’anno prima ma avevo chiaro in mente il suo sguardo, fissato a un punto che non sapevo dire, in chissà quale spazio di ormai tanto tempo fa. Lo sguardo di un animale notturno.

Che non ci ero andata lontano: è un fornaio.

Era fine settembre e dopo qualche chiacchera avviata dall’inedita condivisione dello stesso spazio prossemico avevamo iniziato a cercarci di proposito.

Un pomeriggio qualunque  post-partitella tra i ragazzi, fuori dal bar del CUS ci trovavamo seduti vicini nel cerchio di voci e sedie. Stava guardando altrove distratto, a una mia affermazione si era girato rapidamente e mentre chiedeva “Scusami?” aveva appoggiato la sua mano destra sulla mia coscia sinistra.

Eravamo già stati vicini: al ritorno dal Padova Pride Village, nella sua auto.

Quella notte, sul sedile posteriore altri due ragazzi: Gna che era salito affermando “Tazza stai davanti tu che fai compagnia a P” e Bo, crollato sul sedile posteriore biascicando “Mghgh”.

Ero ormai sobria, avevo badato per ore al mio amico Rugbista che – al solito – versava in uno stato pietoso da metà serata e a quel punto sapevo aspettarmi due ore scarse di sonno prima della Magnafinal, un giro di sette km in campagna, sotto il sole, a tappe enogastronomiche. Non mi sentivo in vena di chiacchere e non mi sentivo a mio agio, ci mancava di dover tenere compagnia a quel tizio un po’ gentile e un po’ inquietante.

Le strade erano tranquille alle quattro del mattino, dalle retrovie i mugugni di Gna e i “feermati ferrmati!” di Bo, spezzavano le chiacchere generiche tra me e P.

L’auto scivolava senza far rumore, P tampellava lo stereo e pensavo che mi piaceva guardarlo guidare e che Bo cazzomadonna avrebbe potuto bere meno: tre pause vomito, due con:

  • Accostamento in autostrada subito dopo una salita

– Arrivo alla piazzola di sosta!

– ‘N ce la ‘accio ‘n ce la ‘accio

Bo pensa bene di stroncare aprendo la portiera verso la corsia, visibilità posteriore causa dislivello, minima

Bo una macchina!

Sfangata la decapitazione per mezzo secondo

  • Fermata spontanea ad un posto di blocco 

– Supero l’auto della polizia e mi fermo!

– ‘N ce la ‘accio ‘n ce la ‘accio

Vabbè…

Da un certo punto del tragitto in poi, mentre P  scherzava, cantava o mi sgridava continuavano a salirmi da non so dove pensieri. “Mah.. Ma no.”, lo valutavo ed era un “no” ripetuto, che dimenticavo ogni volta in cui ricominciavo ad ascoltarlo.

Nel pomeriggio post partitella facevo lo stesso: lo guardavo, pensavo “no” e mi piaceva quello che diceva 

“no” e mi rilassava il suono della sua voce 

“no” e trovavo divertente il suo inclinare la testa

“no” e se le storie – qualunque storia – sono fatte di tocchi e di gesti e di parole, per me è nella sua mano sulla mia gamba che questa è iniziata.


Come si è arrivati qui – P 7 (i “pre” sono finiti)

Poi con Oppi è durata molto poco. Non avevamo granché da dirci, quando lui si è stufato di sbattermi contro i muri dei vicoli per limoni da stunt-men hardcore e io di avere a che fare con l’ennesimo bimbone – per quanto adorabile eh – la cosa è scemata in modo piuttosto indolore.  

 (Come avevo salvato in rubrica Oppi, a lui non aveva fatto ridere)

Un po’ di malumore, quello sì, che per me corrisponde più o meno a ciò che per altri è lo stato di grazia totale.

Le sere di fine estate in piazza erano tornate a essere tranquillamente pigre, tra amici, le solite sciocchezze e battute e birre. Per citare me stessa: a volte ti chiedi come mai con alcuni facenti parte del tuo entourage da secoli, tu non abbia mai legato e la risposta spesso è banalesono degli imbecilli.

Altre volte la risposta è ancora più banale: sono silenziosi.

Degli imbecilli silenziosi.

Ma a volte silenziosi e basta, non saprei, in fondo la maggior parte delle persone sono come una ricca insalata di riso: lasciano un gusto diverso a seconda di cosa ti capita nella forchetta. 

P era lì.

Nelle serate di piazza quiete, in un’incursione al Padova Pride Village, in campo durante ogni partita.

Non ricordavo di averlo mai nemmeno salutato prima di quell’estate, sapevo chi fosse perché giocava e sua morosa era una tipa universalmente considerata cagna – titolo al quale penso ambisse dichiaratamente – famosa per aver collezionato un numero ragguardevole di rugbisti trombati e aver avuto un paio di uscite infelici sulle donne della società sportiva – cioè noi – poi alla fine stava con P. Questi erano i dati presenti nel mio database degli sticazzi, del quale mi importa talmente poco che nemmeno ricordo di aggiornarlo (si riempie solo al seicentesimo ascolto dello stesso discorso fatto da altri).

In una di quelle serate di fine estate insomma, nella solita insalata improvvisata – stessa struttura, ingredienti variabili – mentre fingevo interesse per i presenti ma nessuno di loro era il motivo per cui mi trovavo lì, inizia con qualcuno a caso un dialogo su Harry Potter e Game of Thrones.

Ero talmente distratta da quello che avevo nella testa che faticavo a guardare in faccia il mio interlocutore, nonostante si stesse parlando di roba che mi piaceva un sacco! Ad un certo punto, saltando di palo in frasca:

– Abiti ancora in quella via?

E questo come cazzo fa a sapere dove abitavo..? Non ricordo fosse amico della mia ex coinquilina, me l’avrebbe nominato..

– No, non ci abito più..

– Era grande, quell’appartamento!

– Sì.. Ma come fai a saperlo?

– Ci sono stato

– Ma quando..?

– L’anno scorso! La notte che hai fatto il riso con le cose strane e il pollo, non so

Checcazzo.

Tredici mesi prima, in un’estate come un’altra, in un periodo in cui limonavo uno psicopatico come tanti altri (che però stava veramente sotto farmaci causa follia), c’era stata una serata – bella, finita con un sestetto del tutto inedito (c’era anche Diciassettenne) – in cui alle tre e mezza del mattino una mia amica, che in quel momento avevo odiato, se n’era uscita con: “Andiamo a mangiare qualcosa a casa di Tazza!”

Ah, ok..

Nel ripensarci, con un POF! da cartone animato, P è comparso nel ricordo di quella notte: un immenso cagacazzi che – mentre gli altri cinque squatter si erano sistemati in salotto – era rimasto in piedi alle mie spalle tutto il tempo necessario a preparare qualcosa con cui nutrire quelle sei piattole.

– Secondo me il riso è troppo, quello cos’è? Thaina? E a cosa serve? Ma sei sicura che si faccia così? Io quello non lo metterei…

Io lo ammazzo, io questo lo ammazzo. Se non fosse il doppio di me lo avrei già ammazzato..

Lo avevo completamente rimosso, dimenticato! Non la serata, solo lui! Difatti, il mio subconscio era già avanti:  aveva già iniziato a fare quello che va fatto

davanti

ai
grossi
traumi.