Lesbodrama – vecchi ricordi

Il mio ingresso nel mondo lesbo è iniziato alla nascita, molti anni fa: il mondo è uno solo e possiamo dargli tutti i nomi che ci pare, far finta che ce ne siano di più è una cosa che può funzionare per la Marvel o per chi partecipa a quegli strani giochi di ruolo con i dadi dotati di un numero irragionevole di facce. Per quanto riguarda gli altri, mi spiace comunicarvi che siamo tutti sulla stessa barca.

La prima volta che ho avuto a che fare con una paranoia legata all’omosessualità femminile è stato durante la mia adolescenza, così è stato un po’ l’avere un posto in prima fila ad un evento cardine che mai avrei vissuto altrimenti: accorgersi che il proprio orientamento sessuale non è quello atteso. Un plot twist che conferisce alla protagonista una marea di rotture di minchia vita-natural-durante.
Un’amica, di qualche anno più grande, parte della compagnia di cisaroli innocenti e compiti che popolava il nostro oratorio, non poteva più nascondere la chiara attrazione che provava nei confronti della patata, rispetto al vago disgusto e netto disinteresse sollevati dalla carota. Viste le carote sul mercato da quelle parti, non mi sono mai sentita di darle torto.
Comunque, ci teneva a comunicarlo alle persone che riteneva importanti nella sua vita. Una per una. Ufficialmente, drammaticamente. E perché mai sprecare tanto pathos per un solo spettatore? Io, in qualità di supporto morale, l’avrei accompagnata nel suo coming out (che non sapevo si chiamasse così, ammesso si chiami così) volta per volta.
Persona
per
persona.

Purtroppo per me, aveva un sacco di amici.
(Non fraintendetemi: ero assolutamente solidale le prime quattro volte che la sentivo tergiversare avvolta in una nuvola di fumo sui sedili intrisi di catrame e Bionsen della sua Fiat Bravo per circa venti minuti. La quarta replica rende insensibili quasi a tutto, compreso Titanic, alla sesta Benigni ne La vita è bella, forse un po’ lo avresti picchiato anche tu).
Funzionava così: la mia amica dava appuntamento all’interlocutrice (erano per lo più ragazze) di turno, con un SMS che inevitabilmente si concludeva in un “ti devo dire una cosa difficile”, l’equivalente interpersonale di un avviso di garanzia, considerata l’età.

L’amica e io, in assetto da psicobulle emotive, caricavamo l’ignara vittima e la conducevamo sempre alla stessa destinazione: il piccolo spiazzo erboso di fianco al cimitero cittadino, appena fuori dal paese.
Allegria!

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Il cimitero è questo sul serio, noi andavamo a destra, da un lato le tombe e dall’altro i campi. Quanta poesia.

In quelle fredde e brumose notti emiliane, la mia amica – una persona adorabile ma estremamente prolissa – stendeva l’interlocutrice con panegirici allucinogeni che portavano noi dell’uditorio in una dimensione parallela, popolata da criceti parlanti
che giravano dentro rotelle parlanti, uccidendo neuroni altresì parlanti

 

– sto iniziando a considerare l’ipotesi che in realtà le sventurate non ricordino molto, di quelle serate –

per poi giungere al punto.

“Insomma, sono lesbica”

L’interlocutore giaceva immobile con la bava alla bocca sul sedile posteriore (passeggero anteriore era occupato da me) e dava il suo feedback.

Top 5:

5. Ah, ok
4. Ah, ma dai
3. Beh se va bene a te…
2. Ma non è vero!
1. …Tutto qui? Ma dai, mi avete fatto prendere un colpo, pensavo vi foste messe insieme voi due!

 

Lesbodrama – Intro

Io non sopporto le lesbiche.
O meglio, non sopporto la maggior parte delle oscure pratiche che si accompagnano alla vita di una tipica lesbica della mia città – giocare a calcetto, muoversi in branco diviso per orientamento sessuale, rimanere amica
con
ogni
singola
ex.

Io, ‘sta cosa non la capisco. b9c28261b168025c6e0d0e3ed0ecb29824cc3699a68f8c98d0ef3c986337051a
Poi conosco persone normali, che con le ex non vanno d’accordo
COM’ÈGIUSTOCHESIA
(quando il modo con cui ci si è lasciate, lo esige).

Ieri sera parlavo con alcune compagne di squadra, dopo allenamento. Ero l’unica a non avere questo problema.
Ebbene sì, PROBLEMA. L’omosessualità nello sport è un problema:
una persona pratica discipline sportive per scaricarsi, per passione, per fare gruppo e dio solo sa cosa
e servono concentrazione, condizione, motivazione e un sacco di altre cose banalmente in rima
ma se sei omosessuale
ti trovi ogni-ex-in-campo. Spesso è proprio lo sport che le ha fatte conoscere, cementato l’unione, fatto da argomento nei primi, imbarazzanti e tesi incontri, poi CIAONE.
E si rimane così, smollate
ma
con

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Ho cercato “Lesbian ex” su Google e questo è quello che ne è uscito, insieme ad altre tizie sconosciute

una quantità illegale di ex da affrontare.

A rugby poi, terribile: devi anche toccarle! Fossi lesbica, la sera prima di una partita andrei a investirle con la macchina perché un paio di palle che ci gioco.
(Questa frase è il risultato di traumi infantili, asilo religioso e Dawson’s Creek. L’unico aspetto positivo della mia eterosessualità è il non essere in galera).
Voglio dire, non è già abbastanza difficile rientrare in un categoria di persone in cui tutti vogliono esprimere opinioni sull’impiego che fai dei tuoi sentimenti e dei tuoi genitali, anche le ex in campo??

 

No, non ce la potrei mai fare.

Motivo per cui, dopo questa introduzione, andrò a raccontare i lesbodrama – o lesbodrammi, come vi pare – che hanno sistematicamente afflitto il mio universo in questi anni, sperando che nessuna delle mie amiche legga mai queste pagine perché altrimenti finisce che prendo un sacco d’insolenze.

 

Para dura

Ho la testa annodata di roba che non riesco a tirare fuori: è troppo piena e il contenuto non passa e se cerco di tirare un filo per dipanare la massa, ottengo solo che si allacci più stretta. massa

Ho una cosa da concludere, non voglio rischiare di dover non sapere mai cosa sarebbe potuta diventare.
Il resto, l’ho lasciato stare. Non importa che penso ancora quanto vorrei passare con lui un’altra giornata, è una nostalgia forzata. C’era poco da fare, non ci andava di faticare.

Comunque sono felice e non penso mi fosse ancora successo. Esserlo, non è una magia vuota colorata in modo gioioso: è un pendio scivoloso e non l’avrei mai ammesso fino a quando ho capito che l’aver avuto torto in quasi ogni convinzione è una cosa con cui si fa pace quando il cuore è tranquillo e la mente sa e tace.

Stanotte ho fatto un brutto sogno, di quelli che ti svegli e hai il cuore spezzato e ci ho messo un paio d’ore a sistemarlo: non si era proprio rotto, solo ammaccato
sbattendo contro al fatto che sei un incubo di cui ho bisogno, a metà strada tra il niente e il passato

 

Ora che sei tornato

Ti passo le dita sul dorso e non mostri il solletico che so, un po’ ti fa soffrire. 

Mi sei mancato. Non c’è stato un giorno senza di te e ce ne sono stati tanti, cercando di dimenticarti. 

Credo di aver perso le forze, la voglia di combatterti. E non ho avuto altra scelta: ho dovuto lasciare che tu mi perdonassi. 

Resti fermo e mi aspetti, mi guardi da vicino con le braccia spalancate e non posso far altro che lasciartele chiudere tutt’attorno alla casa.

In caso di attacco epilettico

Sono traumatizzata: ieri una mia compagna di squadra ha avuto una discreta crisi epilettica fuori dal bar degli impianti sportivi. Discreta perché non è durata molto, impressionante da vedere, per chi non è abituato a situazioni d’emergenza.

Non mi ha traumatizzata l’attacco in sé, conoscendo la dinamica, ma la gente presente che continuava a urlare di aprirle la bocca sì, molto.

Le crisi epilettiche sono brutte e spaventano, ma i danni peggiori li può fare un soccorritore improvvisato.

Incollo quello che ho scritto su FB, puntualizzo che nel dubbio la prima cosa da fare è chiamare il 118, l’operatore vi darà rapidamente indicazioni.
Se siete in due o più, mentre uno chiama, gli altri in modo fermo possono aiutare la persona che sta male evitando che sbatta a destra e manca e che si soffochi.

Laddove vi capitasse di assistere ad un attacco epilettico
state calmi
tenete la persona su un lato con la faccia verso il basso in modo che sputi fuori
reggetele la testa
e aspettate che passi mentre chiamate l’ambulanza.

NON cercate di forzare l’apertura della mandibola
NON ficcate dita in bocca a chi ha l’attacco
NON cercate di buttare giù incisivi né altro

Non mi ero mai accorta che il nemico naturale dell’epilettico fosse il passante medio, avverso alla dentatura di questo gruppo di umani e desideroso di demolirla con la scusa della lingua da salvare.

Se non sapete cosa fare
chiamate subito il 118 e chiedete a loro

ma non urlate rompendo il cazzo ai presenti please.

Chiedo scusa

Mi sento sempre un po’ in colpa quando non scrivo per un po’ sul blog. In parte perché mi piace farlo, in parte perché per anni è stata una delle poche cose che mi rasserenava e trascurarlo così è quasi un tradirlo. E anche per chi mi legge – sempre molte grazie – mi sembra di essere l’amica stronzetta che scompare dalla faccia del pianeta appena trova un nuovo moroso. Senza contare il poco tempo per leggere i fatti altrui, sono indietro di un sacco di post…

Però, sto scrivendo un’altra cosa. Lunga, lunghissima. Mi ci sono persa dentro e mi piace molto. Mi fa felice.

Quindi, ci sentiamo tra un po’. Perché se va a rotoli, ci sarà parecchio – parecchio – di cui lagnarmi. E scasserò l’anima a chiunque farà l’errore di tornare a leggermi.

Fuori dall’osteria

Fumo in piedi, in una sera con le strade bagnate, con il bicchiere appoggiato su una botte fuori da un bar. Un gruppo di yuppie attorno alla botte di fianco cita filosofi e ride di battute contenenti la parola “culo”. “La visione erotica di Tommaso D’Acquino” 

“Culo” 

“Postulato”. 
Siamo un fottìo di persone con niente da ricostruire. 
“Ma siamo fuori e nessuno sta fumando”. 

Io sì. 

“Ma è che dentro ci stanno tutti i testosteronici, gli arancioni”. 

Mh, arancioni sì. 
Ma non abbiamo niente da ricostruire, solo ideali un po’ vecchi da portare avanti. 

Le persone oggi non sono più capaci di scegliere il nemico: ne inventano, ne battezzano altri a caso, altri ancora su presupposti inventati, un casino. 

E anche tutto il resto.