Brevi momenti di gloria

“Oh oh, bene ragazze, oggi – visto che è il cinque maggio – se qualcuna di voi saprà recitare l’omonima ode di Manzoni, niente lezione di matematica per queste due ore. 

Mezzatazza, alzi la mano perché vuoi concorrere? Voglio proprio vedere!”

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Messaggio in bottiglia

Ciao
non ti scrivo da un po’. Di te, non parlo.
Allora, e sarà per ripicca delle nostre parti allacciate a clessidra, oggi ti penso. Di più.

Scusa se te lo dico, così a bruciapelo, in una lettera immaginaria, ma mi manchi con la perfezione dei futuri irrealizzabili.

Ti ho visto di sfuggita, non potevo guardarti per davvero.
È ancora troppo presto perché tu sia cambiato, sempre troppo tardi per tutto il resto e questo tempo che fa come gli pare e brucia prima i desideri dei ricordi mi prende in giro coi suoi ganci. Lascia dentro tracce di odori che non togli e un giorno a caso, in strada, si attacca forte un amo di passaggio tirandoti all’indietro, se sa anche lui di te. 
 

Lesbodrama – Mica ho finito, anzi: è solo l’inizio

Tempo fa, notavo in una delle compagnie che ogni tanto frequento, un certo tumulto.
Poteva essere tutto, poteva essere niente: se non mi concentro con ogni fibra del mio cervello, riesco tranquillamente a non accorgermi di robe che succedono praticamente sotto i miei occhi.

“Come non sapevi che fossero insieme? Ma se hanno passato tutta la serata del giro dei bar a limonarti attaccato!”

Vabé, saranno state alle mie spalle, dove non sono fornita di occhi.
In ogni caso, tendo al rincoglionito spinto
quindi
se persino io giunsi a rendermi conto che, sul finire di quell’estate, qualcosa non andava, significava che l’umanità stava sfiorando l’orlo dell’abis c’era un bisticcio peso in corso.

Preambolo: le due, al tempo del limone, erano ragazze che conoscevo poco, parte di una compagnia che ho frequentato trasversalmente a singhiozzo, negli anni. E proprio in quel periodo si stavano mettendo insieme.
La compagnia era piuttosto eterogenea e da baracca: ventenni carichi duri, in eterno trottolo tra tanti luoghi e regolarmente di ritorno a casa, personaggi stanziali ma solo in senso domiciliare, peri-trentenni con risvegli post-serata più difficili di altri. Tra i peri-trentenni come me, c’era anche Balli.

Per un paio d’anni, io e Balli ci siamo frequentate regolarmente.
Balli era una danzatrice con simpatie esoteriche – stronzate che io ho sempre detestato – ma a parte queste incongruenze, avevamo molte cose di cui chiacchierare, durante lunghi caffè esistenziali per le vie della città. Del resto, lei ha sempre avuto quel suo sapore mediorientale, e le boiate che riguardano energieincenso, tutto sommato le donavano, come fossero un’altra delle sue cavigliere tintinnanti.
Balli nutriva una certa antipatia per le lesbiche: trovava ormai fosse diventata una moda, aderire al profilo. Che aveva allontanato da lei una cara amica, Editta.

“Prima che si mettessero insieme ci vedevamo sempre, poi con il fatto che sua morosa ce l’ha con me, ormai non so neanche se sia viva o no. E se le va di uscire, dobbiamo sempre stare con anche tutte le altre, sembra sia diventato impossibile parlare io e lei”

A Balli dispiaceva, ma cercava di farsene una ragione. Probabilmente Editta era solo nella fase in cui, da poco innamorate, le coppie non riescono a scollarsi per più di cinque minuti; invece Balli, che aveva il moroso da qualche anno, ormai si sentiva più assestata. Ad ogni modo, avanti nei mesi, i rapporti tra loro ripresero ad avere l’intimità delle grandi amiche che si ritrovano dopo la lontananza.
Balli ha continuato a pensare che diventare lesbiche fosse una stupida moda, ma forse meno irritante dei pantaloni a zampa d’elefante.

Secondo me, più che una moda, si trattava di una strada che in un contesto amichevole, in più persone si sono sentite abbastanza a proprio agio da sperimentare. Sia per quelle che hanno proseguito, che per quelle che non lo hanno fatto, è stata un’esperienza che ha plasmato la propria personalità. Credo in meglio. Come disse una volta Editta:

Mi sono innamorata di una persona, è capitato che fosse femmina.

E questo è un tipo d’apertura che, nonostante io mi stupisca di non trovare dappertutto, hanno davvero in pochi.

Comunque, a parte pochi dettagli, le lesbiche sono insopportabili.

[Continua…]

Sui passi dei fantasmi (lettori ninja)

La cosa che preferisco di avere un blog, è che qualcuno mi legga.
Mi sono chiesta, negli anni (caz, ormai parecchi) in cui – sempre priva della minima continuità – ho scritto, perché ci si debba sentire gratificati dalle visite degli sconosciuti.
Non ne ho idea: c’è chi ha il feticismo dei piedi, io ho quello dei…passi?
Le tracce grigine nei contatori sono i miei preferiti.

Anche perché non pubblico nei miei profili social nominali, quello che scrivo qui. Sì, ho amici che sanno del mio (dei miei) blog, che leggono le cose che scrivo ma ovviamente sono quelli a cui frega meno. So che qualcuno dei miei conoscenti leggerebbe, ma a me così non piace: poi ne vogliono parlare.

Ora, a meno che uno non scriva saggi tematici o articoli di giornale, generalmente al blogghino personale la gente si limita a fare non critiche ma complimenti. Difficile trovare qualcuno che dica su a come hai reso un ricordo o un pensiero (cazzonesanno?).

Insomma, io non so prendere i complimenti verbali. Come i calci troppo alti.
La mia reazione tipica è un atono “Oh, grazie…”, come se la frase dovesse continuare con “…scusa chi è che sei tu?”
E – ovviamente – annessa gran faccia da culo: im-mo-ta. Se fossi una spia e venissi catturata, non so come reagirei al poliziotto cattivo, ma quello buono si metterebbe a piangere. Non faccio apposta, le cose carine dal vivo, sono il mio tasto di spegnimento.

Quando sono sola, se ricevo un messaggio o un commento carino, rido. Saltello. A volte – giuro – applaudo. Forse è per questo che mi piace tanto: mi viene meglio sentirmi felice.
Dal vivo mi sgridano, perché non mi mostro contenta. Le persone che ho attorno non si sentono apprezzate, perché non credono alle parole senza tutto il contorno. In rete – finalmentebastano le parole.

E, qualcuno che mi legge, ne fa parte.
Mi piacciono i commenti – un sacco, ricordo i primi nel primo blog, che figata! – ma già mi fa contenta vedere che qualcuno passa. Nella fattispecie, una cosa che mi dà grandissima soddisfazione, è avere un numero basso di visite rispetto alle visualizzazioni. Che qualcuno imbrocchi nel blog mi gasa, ma che rimanga a leggere è il top!
(Poi però, se vedo che ruma troppo indietro, mi viene l’ansia).

Mi piace questa impersonalità materiale che però può rigirarsi in un cameratismo digitale basato su quello che qualcuno ha voglia di dire. Vero (Pontad…etc.86): chi scrive non è tutto contenuto nelle parole, ma neanche tutto contenuto nella stanza in cui si trova il suo (grosso) culo, o tra le persone con cui chiacchiera, nelle strade dove pedala.

Ho sempre amato isolarmi nei libri, internet per me è un gigantesco libro interattivo dove tutti si è personaggi. E – volendo – anche autori, di storie che fuori non si possono fare. Senza fantasmi di passaggio, varrebbe meno la pena di stare qui a sproloquiare.

Pensiero della sera

Per essere un grande
grasso (di nuovo ho stoppato le sigarette)
asociale
pallido
molliccio
cumulo informe e fumante (nonostante la carenza di sigarette)
di
potenziale
sprecato

cacca
(meno colorita e sorridente di così)

mi impressiona, quanta gente in gamba – davvero in gamba – pensi che io, in qualche modo sia, un interlocutore interessante. Nel senso che un tizio con cui chiacchieravo qualche minuto fa, ieri era a cena con gente della commissione Nobel. Tutto questo ha un che di ridicolo.

Me lo dice sempre anche la mia amica Caramella, ex coinquilina pugliese.

Giuro, non capisco come tu faccia.

Non so, forse è l’uso indiscriminato di parolacce
forse perché da qualcuno con i miei “occhi innocenti”, non ti aspetti la bestemmia a bruciapelo
ma tant’è.

Vado a leggermi un po’ di biochimica per sentirmi meno sfigata.

Parentesi: avete scassato le balls

Pensate sul serio di potervi fare un’opinione su necessità, composizione, effetti, categoria, rischi, benefici dei vaccini

leggendo articoli di giornale a caso?

E di avere pieno diritto di discuterne con professori che campano studiando e spiegando quelle materie?

Allora la prossima volta che vi capita di stare male, non andate in ospedale
andate in edicola.
Deficienti.

La strada in cui c’erano tutti i ricordi

Chiudo gli occhi e rivedo la via.
La guardo dall’alto, con la prospettiva hollywoodiana di una cinepresa in volo. Non esistono costruzioni in quel punto, da cui potersi affacciare ma conosco a fondo quel ricordo. Abbastanza da saperlo maneggiare.
La strada brulica, è mattina. Signore in bicicletta cariche di spesa, mogli sorridenti dietro carrozzine, vecchie bianche e turchine in camicie abbottonate.  Non si vedono signori, tutti i maschi a lavorare. O al bar, carte e bianchino.
A meno che si tratti di consegne, muratori o del messo comunale, la mattina della strada è tutta donna.
E le donne si salutano, tra marciapiedi, dalle vetrine, in rocambolesche corse su due ruote. Alzano la voce, anche se la via è stretta; vanno pure scavalcati gli altri toni, le vetture di passaggio, quasi tutte di lamiera. Automobili che se sbagli, ti raccolgono affettato.
Dalle finestre, sui marciapiedi, sbucano teste che guardano giù, di donne in cucina che fanno i cucù. Chiamano quelle di sotto, a volte lanciano qualcosa e iniziano a ridere prima ancora che il bersaglio se ne accorga. La malcapitata dabbasso alza la testa e ancora la voce, invita a scendere e reclama vendetta, ma il cuculo ha l’acqua sul fuoco o i figli per casa o è furba abbastanza. Saluta e si chiude e le passanti per strada scorrono via, richiamate dalla casa, aspettate dalla prole, picchiettate con lancette di orologio.
Chiudono i negozi, si aprono le gabbie e sciami di studenti di una scuola professionale strepitano per strada. L’onda si esaurisce in fretta e la strada si riposa.
Trascorsi gli anni, anche lei è appassita, nonostante il maldestro rattoppo di buchi. La sua fauna è scomparsa, i negozi hanno chiuso e quel che rimane è una piccola arteria invecchiata, dove ora tutto passa più lento. Macchine e gambe, tutto tranne il tempo.