Seguito

(Per fortuna posso fingere di essere stesa dalla terza dose oggi).

Dicevo, non avevo avvisato Alck del nuovo lavoro, per i perché e i percome già visti. La cosa non gli ha fatto piacere, ma ovviamente non lo ha rimarcato perché tra me e lui una vera confidenza si instaurava solo nei momenti delle grandi discussioni e poi scemava nella quotidianità, riportandoci all’educata condizione di semiestranei che si baciano spesso. Comunque neanche a me aveva fatto piacere, tre anni fa, che lui rifiutasse una proposta di lavoro per conto mio, quando una sua collega gli aveva chiesto di riportarmela. Durante una delle discussioni finali gliel’ho ricordato, perché era stato un brutto gesto. Lui nemmeno se lo ricordava.

(Da quando ho cominciato questa bozza sono passati credo quattordici giorni, incluso il Natale).

(E quasi un mese e una ripresa di psicoterapia ulteriore).

Nonostante siano passati pochi mesi, da quei giorni, non riesco a ricordare le date o gli eventi. Ricordo solo che ero contenta, stanca, frustrata da Alck e dalla mia incapacità di fare le cose che – fino a quello che mi sembrava il tempo di uno starnuto prima – avevo amato. Scrivere, soprattutto.

Ora, quel lavoro (lo stesso che faccio adesso), è strano. Nonostante da qualche settimana mi ritrovi sempre nella solita fabbrica, che è una grossa cliente e con un’amministrazione un po’ confusa e un sacco di gente a casa causa Covid, in genere posso trovarmi a fare di tutto e ovunque (in un ragionevole raggio).

Dallo scorso agosto ho tolto moquette (e colla sottostante, un incubo al metro quadro), scaricato rimorchi, rimosso un favo di calabroni del tutto ignara del livello potenziale di letalità, trovato lavoratori, visitato cantieri, pulito la stessa fabbrica – in gran parte da sola, perdendo la sensibilità a mezzo piede destro – accompagnato gente a lavorare, pulito giardini e potato siepi, e probabilmente dimenticato qualcosa.

Più di tutto, ho ricominciato a trovare quello che avevo perso.

Il giorno prima dell’inizio (perché il primo lavoro è stato alla fabbrica di biscotti che mi sequestrerà di nuovo tra qualche ora), Alck mi ha portata a vedere dove fosse, per essere sicura di trovarla facilmente. L’idea di andarci da sola un po’ mi spaventava: non ero abituata a guidare, non avendo un’auto mia. Per anni ero stata l’autista sobria di diverse serate, proprio perché non avendo l’auto ricambiavo gli eterni passaggi lasciando bere qualcosa a chi ce la metteva sempre, ma l’anno e mezzo di Covid mi aveva tenuta a casa, e l’anno e mezzo precedente mi aveva tenuta a casa Alck. E comunque gli amici con cui uscivo di solito si erano tutti sparsi agli angoli del pianeta, o dell’Italia, quindi c’era poco da stare sobri ai ritorni.

Comunque, la mattina in cui dovevo mi sono avviata, sullo scassato furgoncino messo a disposizione da Amica P, e ho raggiunto senza problemi (ma vari momenti di smarrimento nonostante il percorso praticamente obbligato: “Oddio, sono assolutamente certa che di qui non siamo mi passati, arriverò a Berlino anziché a lavoro!”) il posto.

I problemi sono cominciati quando, messo giù il furgoncino, mi sono resa conto che era praticamente impossibile entrare.

No buono

Questo nuovo straccio di vita è iniziato così.

Un mercoledì di fine agosto cazzeggiavo al bar con Zia G., la zia giovane, la zia gnocca, la zia che (come l’altra del resto) non ho mai chiamato con titoli parentali. Ogni volta che prendiamo un caffè diciamo “Ma solo un’ora eh” e ne partono dalle cinque alle tre.

Quel mercoledì la zia sciantosa arrotolava i ricci tra indice e medio e mi raccontava cose, tra le quali:

“Ma lo sai che Amica P cerca personale e fa fatica a trovare?”

Amica P è un personaggio notevole. Amica di sempre di Zia G (ora sono entrambe sulla cinquantina), tormentata, incasinata, venditrice nata, alle volte inaffidabile – le tirò una mossa di merda poco un lustro fa, per cui non si parlarono anni, finché le lusinghe di Amica P ottennero dal cuore troppo tenero della riccioluta Zia G quello che volevano. Amica P è letteralmente una forza della natura, mi conosce da sempre e condivide con entrambe quella forma d’animo che non saprei come chiamare, ma che allinea persone divergenti su ogni altro aspetto dell’esistenza.

Quindi, di getto, ho mandato un messaggio ad Amica P, perché il mio cervello va a random e magari l’università prima o poi la finirà, ma aveva voglia di lavorare. E io abbastanza bisogno di ingessi più stabili, dopo una pandemia passata a dare fondo a risparmi; un lusso non per tutti, anche se la scelta è stata percorsa nella massima frugalità.

Amica P mi ha risposto il giorno dopo, con un “Certo: cominci da lunedì un part time verticale”, e io non avevo idea di cosa avrei cominciato, lasciando stare la definizione stessa di part time verticale, che – per quanto ne sapevo – avrebbe potuto essere un pugno di ore a fare prove di ginnastica artistica. Sapevo solo che lei ha una ditta di pulizie e mansioni miste. Beh, l’ho imparato presto.

Nel giro di tre giorni mi sono trovata catapultata in una fabbrica di biscotti (luogo ostico per chi, come me, inizia a breve il percorso diagnostico per celiachia). Dire “Catapultata” poi riguarda solo il senso di straniamento, perché l’ingresso fisico non è stato semplicissimo: provate voi a suonare il campanello di uno stabilimento che produce a ciclo continuo, con un casino infernale costante che avvolge macchine e lavoratori.

Comunque, non lo avevo detto ad Alck del messaggio che avevo mandato, prima di sapere che avrei cominciato. Gli ho comunicato la cosa ad accordi presi, perché non volevo che mi facesse cambiare idea, che mi mettesse dubbi, incertezze, e che – come è sempre accaduto – smontasse ogni mio entusiasmo.

Nell’ultimo anno con lui non ho scritto, non ho quasi lavorato, ho pochissimo studiato. Non è colpa sua, non è mai stata una sua responsabilità fare cose al posto mio o badare a me. Però non mi ha neanche aiutata quando gli spiegavo che mi serviva sostengo, o partecipato a qualunque cosa io volessi fare per ricaricare la mente (tipo giocare a racchettoni in giardino, letteralmente; non si parla di scalare il Monte Bianco). Ed è stato un mio errore dare priorità a quello che pensavo di dover fare, perché “da grandi” si fa così, perché la terapia l’ho iniziata per caso mentre iniziavo a uscire con lui e forse l’ho collegato a un senso di “Guarigione” generale, quando la stragrande maggioranza delle mie disfunzionalità dipende dal fatto che (come moltissimi) io non sono fatta per funzionare secondo le prassi più diffuse e attese nel nostro sistema. Io funziono se faccio come sento di dover fare, incastrandomi solo dove strettamente necessario con il meccanismo generale, o compensando quello che mi manca con quello che mi viene meglio.

E non sapevo di poterlo fare, perché mi hanno sempre detto che le cose non funzionano così. E chi me lo diceva funziona, meglio di me almeno. Quindi chi potevo pensare di essere io, per dire l’opposto?

Beh, alla fine sembra che io sia questa qui, e che funzioni molto meglio quando seguo quello a cui punta il mio cervello bacato. Forse l’aria che entra dai buchi aiuta, non lo so.

Sta di fatto che io sono chi sono fatta per essere, perché non ho alternative e perché non ne voglio. Io vado benissimo cosi.

Che grande inculata la nostalgia

Madonna, sono in quella fase a dondolo tra disprezzo intenso e nostalgia totale.

Mi manca Alck. E per articolare il pensiero ho bisogno di una sigaretta e di una doccia, poi potrò riprendere a scrivere.

No, niente doccia, chissenefrega.

Non era sufficiente farmi vivere mesta per anni, prosciugata dalla fatica di digerire lo stare con lui, senza scrivere, sempre stordita, sempre in allerta. No.

Mi lascio da sola, perché figurati: a lui andava benissimo continuare a ignorarmi, poi lui comincia esattamente quello che io avevo disperatamente desiderato facesse tutto questo tempo, e subito dopo smette di parlarmi. Mi sarei sentita meno tradita se lo avessi colto nell’atto di trombare mia madre.

Per ogni cosa che mi fa pensare “Ho fatto la scelta giusta” mi vengono in mente due o tremila cose che mi mancano. Eppure, ero talmente infelice da non poter essere niente. Che cosa strana l’allontanarsi.

Comunque, ieri ho provato a chiamare l’Agenzia delle Entrate e non mi hanno cacata di striscio. Ritenterò, ma direttamente alla loro porta. Il resto delle cose che dovevo fare l’ho fatto.

Oggi vorrei correre, passare in ufficio e lavorare un paio d’ore, poi scrivere un po’. Nel mezzo, ridurre la pila di piatti accumulati nella mia piccola cucina di recupero, e magari finire le lavatrici.

Ah, ma prima FINIRE IL QUESTIONARIO PER LA DIAGNOSI DI ADHD.

Ho troppe cose da raccontare, escluso Alck… da dove comincio?

Il mio cervello è una distesa di figurine scompagnate da vecchi album mai completati

Alck non mi parla più da qualche settimana, nel senso che non risponde ai miei messaggi, nonostante fossimo rimasti d’accordo di mantenere i contatti. “Mi fa stare troppo male”, aveva poi rescisso lui. Ma vedi un po’ di andartene affanculo. Le solite minchiate. Mentre io mi odio perché avrei proprio bisogno di parlare con lui, dato che la mia colonna vertebrale sembra fare bizze diffuse.

“Bene, lei lamenta una mancanza di sensibilità alla pianta del piede destro, ma le sue braccia sembrano stare molto peggio delle sue gambe… che interessante!”

“Grazie Dottoressa, modestamente non è la prima neurologa che me lo dice”.

Io per anni sono stata quasi esclusivamente con Alck (intendo proprio come quantità totale di tempo), con chi dovrei avvertire il bisogno di parlare di questa cosa, oggi che mi sono un po’ spaventata, mentre aspetto la risonanza “Urgente” a febbraio?

Il fatto che lui non se ne sia preoccupato minimamente, sapendo che potrebbe essere un nonnulla come una roba orribile (più tutte le sfumature nel mezzo, tendenti a infinito), mi fa davvero arrabbiare. Vabé.

Ma è inutile pensare a lui, averlo come sottofondo ai pensieri, perché è sempre stato un rapporto a senso unico e partecipante solitario. Però mi dava la – a tratti controproducente – percezione di non essere sola.

Io, da sola, mi perdo. Mi sciolgo nel tempo tra le lancette, divago dieci minuti e sono passate quattro ore. Fatico a tenere il passo, spesso, e nel restante tempo sclero e recupero 3-4 giorni in due, ma degli altri resto indietro. Mi serve una forma di disciplina.

Si può usare un blog, per questo? Si può scrivere online giocando al diario per dire ad alta voce quello che vorresti che qualcuno ti aiutasse a ricordare di fare il giorno dopo? Non lo so, ma penso mi tocchi provare. Anche perché il canone e il passaporto non sono questioni che si risolveranno da sole.

Solite lamentele di quando ci si lascia

Mi fa ridere che, quando riavvio il telefono, poi la schermata si fermi sul blocco “tasti”, con nell’angolino in alto a sinistra un lapidario “SIM bloccata”. Cos’è, ti sei offeso perché ti ho spento e riacceso, che non mi offri il tastierino?

Vabé, a me fanno ridere queste cose qua.

Devo andare avanti con la mia vita, e la prospettiva mi sta in culo in un modo che non potete capire.

A me stagnare andava benissimo. Gran parte dei miei problemi era dovuto al fatto che non andasse bene ad altri, che mi macerassi costantemente in un passato che ogni giorno aumentava di volume, senza mai buttare l’occhio in avanti.

Ci vuole un po’ lo smaliziarsi che viene dal prendersi più sul serio, per capire che – a volte – quello che considerano sintomo di un disturbo mentale, non lo è.

“Lei non ha visione del futuro”. Me lo hanno detto quei due o trenta specialisti. No visione del futuro corrisponde (considerando anche il resto dell’anamnesi, chiaro) a depressione. E posso dire che sono d’accordo fino a un certo punto?

Nel senso: ok, per l’accezione comune ci sta, però non siamo tutti fatti esattamente con lo stampino. A me piace camminare in avanti, girata all’indietro. E poi, se non fossimo tutti su un tapis roulant di fogli di calendario, starei anche ferma, tanto basta una fetta di passato davvero magra per usare una vita a digerirla.

Comunque, mi è toccato fare due salti in avanti: a forza di stare fermi (e un po’ nascosti, perché gli altri sono un po’ una rottura di coglioni dato che vogliono una cifra di spiegazioni su cose che proprio non li riguardano)

ho trovato un lavoro strano, malissimo pagato, divertente, faticosissimo, multiplo

ho ri-lasciato Alck, che poi in realtà lui ha lasciato me, nel senso che io continuavo a cercare di parlare, lui continuava a promettere che le cose sarebbero migliorate, poi si accendeva un’altra canna e la tv, per la solita maratona di niente serale. O pomeridiana, se non aveva incombenze inevitabili. O mattutina, se nel giorno libero non aveva qualcosa da fare.

Gliel’avevo detto che avrebbe potuto essergli utile la terapia con Zack, il mio vecchio terapista (da cui tornerò, vorrei smettere di fumare), avevo rispiegato pazientemente, a ogni suo rimbecco astioso “Beh vado lì, gli mollo centinaia di euro e lui mi dice cosa dovrei fare, GRAZIE LO SO DA SOLO” che la terapia non è una serie di consigli da rubrica di rivista. Gli avevo chiesto di ridurre quelle cazzo di canne, che lo rincoglionivano (e che finivo per fumare anche io, solo di sera, ma rincoglionendomi comunque troppe ore) ma lui rispondeva che non era vero che si rincoglioniva. “Sì che è vero, solo che quello rincoglionito sei tu e non te ne accorgi. E poi il consumo cronico non lascia tempo al tuo corpo per recuperare, dovresti fare qualche giorno senza”.

Io lo sapevo che lui ha un problema di ansia, e le canne servivano per sedarsi e andare avanti. Ma lui no, non lo sapeva e difendeva con le unghie e coi denti l’unica strategia che aveva familiare per andare avanti.

Quando finivo con l’arrabbiarmi alzava le antenne e prometteva, con estrema sincerità, che si sarebbe impegnato in questo senso: fumarne una in meno, parlare di più con me.

La farò breve: tutte cazzate, mai fatto

TRANNE

ORA!

Quel figlio della merda ha smesso di fumare dopo che io, al limite, me ne sono andata guastissima da casa sua con la mia roba…

(passavo lì circa quattro-cinque giorni a settimana ma non potevamo convivere perché a lui prendeva male l’idea di spostare le audiocassette del 1994 del mobile in mansarda per far spazio a cose mie, quindi io dovevo pagare un affitto e andare costantemente avanti indietro a casa sua dopo che alla discussione epica dell’estate scorsa lui si era lamentato che non avessi un lavoro fisso e che quindi non potessimo convivere per quello, ma vaffanculo

… e ha iniziato ad andare in terapia, decidendo nel contempo che non dovevamo più sentirci.

Devo andare in farmacia a vedere se posso prenotare due risonanze ora, perché – nel frattempo – non sento più mezzo piede da qualche settimana e vorrei avere sue notizie.

Una cosa che anni fa sbagliavo anche io

In amore, o in qualunque altra cosa dato che io e Alck un ti amo non ce lo siamo mai detto (mi rendo conto ora che non lo scrivevo da anni, letteralmente anni) le ricevute contano poco.

Qualche sera fa è venuto qui.

Oltre ad avere alcune cose da portarmi e dopo le chiacchiere di rito, gli ho proposto di andare a bere una birra. Cazzo ne so: stavamo parlando del più e del meno.

Mi dice no, che voleva parlare di noi. Madonna, ancora. Che palle, è stata la mia risposta. E me l’ha menata con il solito discorso. Ancora.

Nell’incespicante arringa – che voglio dire: alla settantesima volta in cui dici le stesse cose, almeno sbrigati – ha continuato con la storia del “perché avevamo detto di aspettare questo periodo” (come se non avessi aspettato anni, letteralmente, e questo periodo misura circa 4 mesi) e altre sciocchezze che non ho nemmeno voglia di ricapitolare. Tipo “Non sono state 8 settimane di merda, solo 6” (numeri a caso). Ah perfetto: allora aspetta un secondo che cancello tutta la frustrazione accumulata, le decine di mattine iniziate piangendo, i momenti di ricorrente solitudine e il disprezzo verso me stessa collezionato ogni volta che scagavi malamente ogni mio bisogno. Devo sottrarre due settimane!

Ho riso di cuore, non sono neanche più arrabbiata.

Il succo della mia risposta, ed è questa la cosa che anni fa sbagliavo clamorosamente anche io, consiste nel riconoscere che non conta una sega il calcolo del malessere, la sopportazione imposta e l’irrilevante detraibile: io stavo malissimo. Per me conta solo questo.

E gliel’avevo detto decine di volte: tranquillamente, scherzando, arrabbiandomi. Lui ha sempre detto che capiva, che avevo ragione (quasi sempre), poi non ha mai cambiato un cazzo.

Ora, Alck ha alcune doti preziosissime e indiscutibili: è onesto ai limiti del ridicolo, è affidabile, sincero, intelligente, divertente

ma pensa solo ed esclusivamente a sé. È imprigionato nella sua testa.

Sia il lockdown trascorso insieme che i mesi quasi immediatamente successivi, passati separati (per logistiche di trasloco, sua madre si è trasferita da lui e io contestualmente ho iniziato a non poterne più, quindi siamo stati settimane e settimane vedendoci giusto una volta ogni tanto) hanno incontestabilmente spazzato via i pochi spaccati in cui toccavo con mano lo stare bene insieme.

Ma non basta divertirsi a fare due chiacchiere e condividere visione politica (comunque per me fondamentale) e trovare dall’apprezzabile in su il sesso (non è la persona con cui ho avuto più intesa in assoluto), per rimanere insieme per sempre. Altrimenti sarei insieme per sempre con qualcun altro da ben più tempo.

Lo ha detto metalupo nei commenti a qualche post fa: la vita di coppia ha bisogno di piccole gratificazioni quotidiane.

Io gliel’ho rispiegato ancora. Gli ho anche spiegato che non andrò da nessuna parte, almeno finché avrò finito di scrivere (intendo proprio mettere il naso fuori di casa) e che è tutto in mano sua: se vuole riottenermi, provare sta solo a lui. Lui ha annuito, chissà se ha capito.

Diciamo che presentarsi gnolando e pensare di usare come leva un qualche senso di colpa che potrei avere (non ce l’ho) perché so che questo periodo (tutti i periodi) è così, non è la mossa più brillante.

Come non lo è chiedermi indietro un libro che abbia detto potevo tenere (sua madre, sistemando negli scatoloni una collana de Il Corriere ha notato che ne mancava uno, quindi gli ha detto di chiedermelo indietro samai volesse leggerlo. Lolita. Certo, me la vedo).

Insomma, io non la vedo granché possibile. Comunque le mie ultime parole sono state:

fai quello che vuoi, l’importante è che tu vada in terapia appena potrai e che lo faccia per te, Zack ti cambierà la vita. Io le mie condizioni te le ho dette e non le cambierò di un punto. Ho cercato di adattarmi a te per anni, adesso basta. Vedi tu cosa preferisci. Ti voglio bene, non mi fa piacere che tu stia male, ogni tanto mi manchi ma non intendo fingere di non stare meglio adesso. Se vuoi ci rivediamo tra una decina di giorni.

Vedremo.

La felicità è un piatto che si scalda da solo

Mentirei se dicessi che non mi manca ogni tanto Alck. Il fatto che ci siamo sentiti spesso in questi giorni, e che regolarmente sia finita con me che gli scrivevo in fila tutti i motivi per cui non ne potevo più, ha certamente mitigato la sensazione. (È lui che se le cerca: mi ha scritto un pippone infinito ripetendomi ANCORA le stesse menate senza senso. Ho fatto lo screen parte per parte con le minchiate sottolineate e commentate).

Mentirei anche se dicessi che non mi sento felice.

Sono felice per la prima volta dopo tanto tempo, letteralmente entusiasta, probabilmente un po’ delirante.

Ho ripreso in mano il mio primo manoscritto, iniziato tre anni fa. Iniziato, per essere precisi, come un kolossal cinematografico che mi si proiettava da solo, inarrestabile, nella testa mentre studiavo fisiologia.

Alck, il quale – per dirla tutta – non ama leggere, aveva commentato le prime pagine che gli avevo fatto leggere con un “Ma fa schifo”.

Stavamo insieme da pochi mesi, non gliel’ho mai perdonata, questa uscita. Mi tornava in mente ciclicamente. Sapevo che aveva torto (non fa schifo, magari piacerà solo a me ma non fa schifo, checcazzo).

Comunque, il suo disprezzo per qualcosa che amavo da morire, me lo aveva fatto gradualmente accantonare, insieme al fatto che il senso di rifiuto costante mi prosciugava qualunque spinta in generale. E poi la psicoterapia mi aveva distratta; distrazione che, insieme alla sensazione di disvalore, mi aveva convinta di non essere più in grado di proseguire.

L’ho riaperto due giorni dopo averlo lasciato. Il sollievo nel vedere che la terapia non aveva intaccato proprio niente (dato che era uscito dal disordine ingestibile del mio cranio, e che la terapia lo aveva un poco riordinato, era qualcosa che non volevo affrontare) è stata una sensazione incredibile.

Comunque non avevo mai smesso di appuntarmi cose che mi venivano in mente, da inserire: dialoghi, nodi d’intreccio, spiegazioni e cose così.

Adesso sto tirando fuori tutto, che è anche uno dei motivi per cui ho voluto venire a stare in questo appartamento: mi serve spazio. E lo spazio lo sto occupando così

In tarda mattinata mi sono seduta con l’idea di andare avanti per un paio d’ore, ho così tanto da fare! Leggere il materiale scritto, tirare fuori gli appunti, colmare i buchi nella trama… che non è difficile: è una cosa che va da sola. Mi faccio una domanda e magicamente so la risposta, senza bisogno di esitare. I pezzi che ancora mancano – sono certa – arriveranno almeno a mano che avrò rifinito l’incastro dei precedenti.

Ho iniziato a scriverlo di getto, più di 200 pagine scritte in piccolissimo (le prime 14, trasformate in cartelle editoriali, sono diventate 25, per dire), quindi editorialmente parlando, saranno circa il doppio, senza contare gli appunti. Ok, mentre scrivo penso che forse sono un po’ troppe, ma sarà bellissimo! Almeno, per me.

Sistemare tutta ‘sta roba è mastodontico, ma non riesco a esprimere come mi sento mentre lo faccio… mi sento come mi sono sentita a leggere i libri che ho amato di più, tutto insieme!

Dicevo, mi sono messa lì con l’idea di usare due ore e ho tirato su la testa che ne erano passate più di quattro. Inclusa quella di pranzo.

Adesso che ho scritto questo post sul cellulare, gettando ogni tanto uno sguardo sognante alle mie pareti, corro a mangiare che poi ho da fare!

Ah, sull’altra parete procede anche il piccolo romanzino iniziato un anno e mezzo fa, stesso discorso che vale per il primo: adesso ho appesa sui muri un sacco di felicità!

Mi sento in colpa perché non mi sento in colpa

Che poi non è nemmeno vero, quindi ho questo disagio che si mescola con le budelle, e appena mi distraggo passa.

Prima della terapia, ogni volta, ogni storia non era altro che il mettere in atto la stessa scenetta. Cambiavano gli attori nel ruolo di co-protagonista, ma sempre quello cercavo di fare. E quando finiva (inevitabilmente) mi buttavo a capofitto in un’ondata di disperazione alla quale sapevo di non potermi sottrarre.

Che poi, era sempre la mia disperazione solita, e le mie storie una scusa per finirne sommersa una volta in più.

Stavolta no: ci ho provato tanto, a tratti troppo. Ho fatto molto di quello che penso bisogna fare per stare in una coppia. Non è andata. Non mi sento così male. Anzi: non mi sento male per niente.

Sarà che, nel tempo, avevo avuto una piena che la metà basta. Sentirsi sempre ignorati è snervante, sfiancante, opprimente. Mi sembra di essere scorretta a non sentirmi peggio, ma ho pianto tanto negli ultimi mesi… non piangevo così da nemmeno so quanto. Ogni giorno mi svegliavo e piangevo, come se per purgare fluidi la solita urina non fosse abbastanza. Ogni mattina facevo il funerale alla storia tra me e Alck.

Dovrei sentirmi più triste, più abbattuta perché alla mia età non è poi tanto presto per essere sole? Dovrei sentirmi sconfitta? Ultimamente, sentivo una fitta di frustrazione ogni volta che internet mi mostrava qualcosa di bello che qualcun altro aveva fatto.

Ho passato una vita a dirmi che facevo schifo perché non riuscivo a sentirmi come si sentono le persone attorno a me. A fare le cose che fanno loro, quindi al momento mi sento disorientata.

Oggi ho tirato fuori il materiale di una storia che avevo iniziato a scrivere anni fa, a lavorare sulle parti già buttate giù: dare un senso a passaggi confusi, mettere giù uno schema di verifica perché i richiami tornino, cominciato un elenco di elementi da inserire. Mi sono sentita felice come non mi sentivo da anni. Mi ci sono persa dentro per ore: mi piaceva leggermi. Rimandavo da mesi il riprenderlo in mano: avevo un convinto terrore che mi avrebbe fatto tutto schifo, che mi sarei fatta schifo per aver pensato che fosse decente. Invece mi piace, mi piace tanto.

È anche parte del motivo per cui mi trovo in questo appartamento, sconclusionato come la mia mente: finire due libri. Ma non ne avevo più le forze. Ero troppo occupata a essere qualcuno che si fa andare bene tutto, uno di quei circoli viziosi che si instaurano gradualmente e ti ubriacano di bruttura.

Non riesco a sentirmi male, non riesco a sentirmi infame, non riesco a dispiacermi davvero per come sto facendo sentire Alck. Mi sento così bene che potrei addormentarmi dalla serenità (detto da me, equivale a una dichiarazione d’amore all’Universo). Non vorrei che lui stesse male. Finita l’arrabbiatura credo sia una tra le cose che voglio meno al mondo.

È che non riesco a vederla come una mia responsabilità.

Che poi

io vorrei anche essere capace di farmi scivolare addosso le cose, ma dato che – bla bla bla, pippone sul fatto che mi hanno sempre ripetuto che non sarei dovuta nascere, e che mi hanno sfanculata entrambi i “genitori” – non posso proprio.

Ne va dell’essere me stessa, e la cosa che mi urta di più è che questo sottofondo di frustrazione costante è l’unico motivo per cui non scrivo più.

Volevo scrivere, volevo stare con Alck, volevo sentirmi bene, ma… trova l’intruso.

Sì, diciamo che non va benissimo

Non credo di avere molte risorse rimaste.

Non credo che vivere di frustrazioni, senza un segno d’interesse diverso da “ti ho comprato la pasta senza glutine” sia compatibile con me.

Non credo nemmeno che Alck sia in fondo l’unica persona con cui potrei mai essere me stessa, perché ho iniziato a vederlo quando ho cominciato la terapia e siamo rimasti insieme da allora, ma io sono io con o senza di lui

e ho fatto pace da sola con un po’ del mio cervello, ho usato quello che avevo ottenuto per funzionare insieme, non ho avuto l’occasione di fare grandi errori nei suoi confronti perché è difficile sbagliare da intontiti su un divano.

Non pretendo chissà cosa, ma qualcuno che – dopo più di due anni e mezzo – abbia voglia di fare qualcosa di carino per me almeno una volta, sì.

Ho avuto un ragazzo che si è finto per settimane un ammiratore segreto: mi mandava un messaggio anonimo al giorno con un’immagine carina, un espediente per portami in vacanza per l’anniversario

e ho apprezzato allo stesso modo un brutto braccialetto del mio colore preferito, con il ciondolo a forma di un animaletto che mi piace tanto, da un altro ragazzo dopo.

A me basta l’interesse, per essere felice. Non si può stare con qualcuno che non mostra interesse per te. O meglio: voi fate come volete, io non riesco. Meglio sola, perché almeno posso usare i miei sforzi su di me, non a rincorrere qualcuno che – in fondo – non mi ha mai incluso in nulla.

Alck ha comprato casa mesi fa, non l’ho mai vista.

Alck mi ha portata da sua mamma dopo la morte di suo papà, poi non ci ha più fatte incontrare. Da quasi un anno.

Alck non ha mai incontrato un mio familiare per più di dieci minuti.

“Sono cose poco importanti”, tutte quelle che importano a me.

“Non regalerò mai un mazzo di fiori, è una cosa inutile”.

Nessuna delle cose che Alck dice che non farà mai, o che non capisce – nonostante io glielo abbia spiegato come a un ritardato, il concetto di “cura”, e anche tutte le sue ex – le cose che fanno felici gli altri.

Alck dice che non capisce perché dovrebbe essere un problema che non ci sia mai stato nulla di quello che gli chiedevo – un aperitivo con i miei zii da balotta, molto più carichi di lui, un giro in un posto che mi piace a 20 km da casa sua, un giorno al mare.

Alck dice che non capisce ma gliene ho parlato tante volte. Lui ascolta solo se stai male, altrimenti non è in grado. Non ce la fa.

Non ho preteso letture del pensiero: ho parlato, ho spiegato, ho chiesto e ho dato. A questo punto l’unica cosa realistica da pensare è che lui non è mai stato qualcuno con cui potersi fermare: ero solo cambiata io.

A questo punto, Alck è un idiota. E ho paura a stare senza di lui, ho pensato che potessimo restare insieme perché ho voluto crederci e lo dico sempre: credere è un verbo stupido. Infatti.

Quindi, a questo punto, per la prima volta, nonostante per tante cose lo apprezzi e lo stimi, stavolta devo proprio dire – malgrado il mio malato egocentrismo che vorrebbe sempre me sbagliata non sono io: sei tu.