ed è strano come le parole a volte chiudano dentro

Non è sempre facile capire a chi stia mentendo qualcuno, e poche cose sono fastidiose come interpretare il danno accidentale delle balle che qualcuno racconta a se stesso. Come se non si fosse abbastanza rilevanti nemmeno per meritare una bugia tutta per sé.

Però la cosa che fa male-male, malissimo, è l’incertezza. Non siamo fatti per sopravvivere a lungo su un terreno incerto, pronto ad abbandonarci al primo passo falso. Come stare troppo a lungo su una tavoletta propriocettiva causa davvero dolore muscolare, stare troppo a lungo tutti tesi col timore di veder scomparire le cose attorno a sé, fa male a molto del resto.

Da quando io e Alck abbiamo parlato l’ultima volta, la mia testa è più ospitale. Ho tolto più ragni, ho buttato via cose, lavato per terra più di quanto abbia mai fatto.

L’equilibrio è una cosa che si può dare per scontata solo quando c’è.

Un termine volubile che vuol farsi passare per quello che non è

Non è una cazzata la teoria secondo la quale chi è single dopo i 30 anni ha qualcosa che non va.

Ovviamente dire che non è una cazzata differisce dal prenderla come verità assoluta. Si tratta solo di una frase generica che trova applicazione in molti casi, pur considerando le diverse situazioni.

C’è chi si ritrova single perché ha avuto altre priorità, chi per deliberata merdezza altrui (tradimenti, di qualunque genere) o propria, chi tragicamente per morte o malattie disastrose, eccetera eccetera eccetera. C’è anche il non aver trovato la persona giusta al momento giusto.

Trovo che un modo più sensato di metterla giù sia: chi è single, dopo i 30 anni, verosimilmente ha qualcosa che non va nella direzione ottimale per una relazione.

A rendere difficile il viraggio necessario sono tanti fattori, che ho provato a scrivere ma sono noiosi quindi li diamo per noti perché tanto li sappiamo.

Per un sacco di tempo io ho creduto di dover volere una relazione, ad esempio. Altre persone la vogliono, a patto che le loro inverosimili aspettative siano soddisfatte, che è solo un modo rapido per giustificare il rimanere soli, teoricamente proprio malgrado.

Ma anche qui tagliamo il para-pippone (il paragrafo pippone) perché insomma sticazzi.

L’ho detto qualche settimana fa: non voglio sputtanare troppo i fatti di Alck, quello che pensa e le sue questioni personali. Ci basti sapere che, messo davanti a domande scomode, è sempre sincero e, per quanto io possa trovare assurde alcune sue motivazioni, i suoi turbamenti non hanno meno dignità solo perché ha avuto più fortune di quante ne abbia avute io o molte altre persone.

L’altra sera abbiamo passato insieme cinque ore tra le più utili da quando stiamo insieme. Tutti (o quasi) discorsi che avevamo già fatto, ma ci eravamo sempre fermati a un piano sopra rispetto al quale avremmo dovuto attraccare.

Abbiamo parlato, io soprattutto, e fino alla quarta ora ho pensato davvero che ci stessimo lasciando. Perché, per quanto ci avessi provato, non avevo trovato motivi validi per continuare. O motivi validi per farmi trattare così: come se non avessi alcuna importanza per lui. Cosa che gli avevano rinfacciato tutte le sue ex (“Ma scusa, tu non sei un ritardato, mi spieghi come cazzo fai a comportarti ancora così se sono dieci anni che te lo dicono?!”)

Devo dire che mi sono piaciuta: mi è piaciuto non andare in modalità autodemolizione totale come facevo una volta; mi è piaciuto smettere di pesare le parole e dire tutto quello che volevo; mi è piaciuto riconoscermi il diritto di pretendere (roba piccola eh, e appunto per quello necessaria). E devo dire che non mi è piaciuto tutto quello che mi sono sentita rispondere, ma una cosa di Alck mi piace sempre: quando capisce, capisce davvero. Poi a volte dimentica, ma insomma.

Praticamente, lui dava per scontato che a ‘na certa ci saremmo lasciati (cioè che io lo avrei lasciato) e quindi andava bene non esagerare con il legame.

“Ah, quindi tu mi hai trattata così per un anno e mezzo (sarebbero due e mezzo ma un anno di lutto mi pare umano riconoscerlo) perché pensavi me ne sarei andata. E su che base scusa? Ma tu hai idea della fatica che ho fatto? Quindi secondo te ha senso tenere in ostaggio qualcuno per anni, fingendo di esserci anche tu dentro al rapporto, quando alla fine non-fai di tutto per farlo andare male e avere la conferma che sì: finisci lasciato?”

Ma siamo andati d’accordo: d’accordo all’inizio che ci saremmo lasciati e d’accordo alla fine che non lo avremmo fatto. Alck è la prima persona che — quando c’è — non mi fa venire voglia di essere qualcun altro. Anche se in quel momento non gli sto piacendo per qualche ragione. È stato così anche in quelle cinque ore di dilaniamenti emotivi palleggiati. Tutto considerato, mi pare un motivo valido per restare. A patto che intenda restare anche lui.

E poi “ordine” è una convenzione arbitraria

La serata di ieri si potrebbe quantificare con:

20% chiacchiere 30% rinfacci 2% videogiochi 18% psicoterapia 13% disperazione 7% baci 10% pianto

e il trailer della cronaca meglio spiegata è:

“Quindi tu non ti sei fatto problema a tenere in ostaggio qualcuno per due anni e mezzo della sua vita a causa di un trauma di serie B? Se eri convinto che tanto sarebbe finita, la mossa coerente sarebbe stata rimanere solo in partenza, non stare con me convinto che sarebbe andata di merda perché la stavi facendo andare di merda tu per darti ragione”.

Madonna, che astio mi fanno quelle persone che pensano di stare male solo loro. Come se noialtri attorno fossimo fatti di nulla.

Perché alla fine un vero ordine non c’è

Io non so chi sia in grado di fare coppia con qualcuno che gli riserva i suoi pensieri se e solo se non ha nient’altro a cui pensare ma chi lo è, è anche un gran coglione. (Non potete vedere ovviamente ma ho la mano insistentemente alzata: sì, sono io, io! Dai, ributtami addosso i traumi di tutta la mia infanzia, il non essere mai stata considerata dai miei genitori, non aver avuto nessuno interessato alla mia esistenza o a spiegarmi come funzionassero le cose. Il maltrattamento di Schroedinger: esiste ma non esiste, finché non ti sale su per una braga del tutto).

Che poi in realtà il paragrafo sopra è una bozza di ieri, ma adesso sto pensando ad altro. Alla mia diarrea insistente per la precisione, dato che oscillo appena un gradino sotto allo stato “colera avanzato”. Colpa mia: ho mangiato due foglie di lattuga, vabbè (ho mangiato anche altro, ma è la lattuga che mi ha uccisa). Il problema è che insieme mi viene da vomitare, in più oggi ho già pianto due volte. Poco eh, però tra diarrea, pianto e vomito, in queste settimane mi ha attraversata una portata di fluidi che se mi piantassero in culo una turbina farei concorrenza all’Enel. Per farvi un quadro accurato dei toni e dei sentimenti e degli smottamenti che mi percorrono.

Ieri sera sono stata a vedere un film con mio zio: Judy. Ci sono voluti i primi due minuti buoni di film a chiarirmi che fosse su Judy Garland e non su Judy Dench. Mi piace un sacco la Dench, sulla Garland non ho opinioni né interesse, però il film è molto bello.

Tanto a me né a mio zio interessava il film in sé: io avrei voluto vedere, nello stesso posto che ospita una breve rassegna estiva, Jojo Rabbit. A mio zio invece piacciono i cinema all’aperto. Se ho capito, è la storia di un bambino tedesco o circa il quale, durante la seconda guerra mondiale, vive con la famiglia in un posto isolato e, non avendo coetanei a portata di mano, decide di farsi un amico immaginario: Hitler. Così, quando capisce che i suoi genitori nascondono in casa un ebreo in fuga, si trova un filo confuso. Me lo guarderò da sola una di queste sere, perché no (perché non mi piace guardare i film da sola, ecco perché no).

Mi affascinano i bambini, davvero. Io da bambina ero già così: piena di seghe mentali, piena di pensieri annodati. Me lo hanno confermato, chi con rabbia, chi con perplessità, chi con fastidio e chi con pena, tante persone nel corso degli anni. “Eri così complicata, non si capiva cosa ti passasse per la testa”. “Eri troppo da prendere a mano”, “Hai sempre reso tutto molto complicato”. “Eri troppo.” è una roba che mi hanno detto così tante volte da stupirmi il fatto mi facesse effetto.

Beh, se me lo avessero detto dieci anni prima sarebbe stato più utile. Comunque ricordo distintamente un tardo pomeriggio: avevo sei anni, pensavo in piedi con la schiena appoggiata alla carta da parati color tortora e verde oliva, fissando la tapparella di fronte a me, abbassata, da cui filtravano e mi colpivano i raggi radenti del sole al tramonto. Filtravano dai buchini. Pensavo che non sarei stata sempre così: un giorno anche io sarei diventata come gli altri sembravano essere. Anche io avrei avuto la cosa normale da dire agli altri bambini, anche io avrei potuto trovare divertente la loro compagnia, anche io mi sarei trovata bene con qualcuno che non fosse un libro, un giocattolo, un sottoscala (verde anche quello: la palette di colori è l’unica cosa lineare della mia infanzia).

Non è mai successo. Quindi ho fatto quello che avrebbe fatto qualunque darwinista convinto: mi sono adattata. Una volta mi hanno presa in giro tipo due secondi perché avevo una brutta grafia. L’ho cambiata. Ora ne ho 5-6 tra cui scegliere, a seconda del tipo di penna e del supporto su cui poggia la carta (se sotto c’è altra carta è diverso rispetto a quando sotto c’è il tavolo). Non ero simpatica: qualunque cosa dicessi suonava evidentemente acida ma io non sapevo perché, mi limitavo a prendere vaghe sgridate sul quanto fossi sgradevole. Ho imparato l’umorismo dagli altri: guardavo le persone che facevano ridere le altre, capivo il meccanismo magico che animava il divertimento e l’ho imparato abbastanza bene da diventare qualcuno che veniva cercato per farsi due risate. Uno stress infinito. Non sapevo vestirmi. Però a quel punto ero simpatica, quindi andavo a comprare indumenti insieme a persone che andavano bene com’erano e sceglievano loro. Potrei comprare una palazzina con i soldi sputtanati in pantaloni e magliette che mi facevano schifo.

Questo per dire che ancora oggi non ho idea di cosa mi piaccia. Raramente rido per qualche battuta, perché per me è un breve compito orale da ascoltare e risolvere. Normalmente di infima qualità, oltretutto. Però rido molto per le involontarie ironie, le incongruenze grottesche, lo stridore dei fatti. Quelle cose mi piacciono o spiacciono abbastanza da farmi ridere. Non capisce nessuno, ma in fondo che importa.

Pensavo di arrivare per tempo all’altro discorso ma tra un’ora o forse due arriverà Alck e io proprio non ho cazzi. Deve portarmi la mia roba, evento concordato da mesi perché trasloca, però io non ho proprio voglia di “parlare”. Parlare di che? Io sono stufa. Vorrei non esserlo. O meglio: la vocina di quella bambina già troppo alta per la sua età, con alle spalle una carta da parati che avrebbe deviato per sempre la sua opinione sulla tappezzeria, dice che magari funzionerà. Tutto il resto di me dice di no. Però lei ha appena ricominciato a piangere e davvero non so cosa dirle.

Ma non sono sicura di averne voglia

Piango. Piango di continuo. Anche adesso mentre digito sulla tastiera del mio telefono c’è una lacrima gonfia sulla guancia destra e la narice che cola al lato sinistro.

Non ho pianto per anni. Occasionalmente, una volta ogni più tempo possibile, mi toccava di farlo ed era una sensazione orribile più di quanto lo sia vomitare da sobri. Mi faceva fisicamente male, come se una lama mi venisse piantata nello stomaco e tirata verso l’alto a tagliarmi lungo l’esofago, e forse era anche colpa del reflusso ma la fonte dei dolori era l’ultimo dei problemi: se sgorgava, li sentivo tutti insieme. Era il tempo in cui non conoscevo emozioni diverse da enorme dolore e enorme carica. Passavo da abissi impenetrabili a qualunque buonsenso o lucidità, a picchi di euforia e sicurezza che di lì a breve sarebbero rimpiombati inevitabilmente verso il basso, con quelle cadute verticali inattese degli sfigati nei cartoni animati.

E poi sono passata dal non piangere per lustri interi, al piangere di continuo. A volte piango come se espirassi il fiato all’acetone, altre piango come un brufolo che scoppia. Piango anche spesso come una caffettiera con la guarnizione bruciata, specie se indosso il mascara. Occasionalmente piango di solitudine, molto spesso piango di memoria. La memoria è il mio cruccio peggiore: a differenza della solitudine, non puoi sceglierla.

Ultimamente, con estremo disappunto perché di motivi per piangere ne trovo già in qualunque pensiero di sottofondo mi giri per la festa, a questa lista infinita si è aggiunto Alck.

Credo siamo giunti a naturale esaurimento, e con “naturale” intendo “connaturato”. Alla specie umana: credo di aver perfettamente rispettato la data di scadenza media delle sue relazioni. Due anni e mezzo e di più non si può.

C’è la motivazione combattuta e più realistica e poi c’è l’efficacia riassunto: mi sono rotta i coglioni.

Pf

Sono triste, sono stanca, sono venuta a conoscenza di una miriade di tasselli sulla deprimente storia della Prozia Zara, non credo che andrà bene tra me e Alck, non so.

È stata una serata intensa, quella di ieri. Talmente intensa che sembra strano fossimo solo io e i miei zii attorno a un tavolo.

Credo che per scriverla e digerirla, mi serva un’altra sera.

Ma che titolo vuoi che metta

Ho sempre pensato che bisognasse desiderare una vita piena di poesia. Credo sia un effetto collaterale dell’essere stata cresciuta dai libri; spesso libri stupidi. E da preti, però preti sognatori. Quindi stupidi due volte. Dunque non mi sento poi così turbata, di aver pensato un sacco d’idiozie.

Quando mi trovo a casa di Alck, non riesco a pensare. Poi torno in questo accarpamento (perché è un appartamento in cui sto molto accampata) e il cervello mi vomita fuori tutto insieme. Infatti mi viene voglia di cenare prestissimo, dormire prestissimo e tutto prestissimo. Perché non ho niente da aspettare e la mente mi stanca.

A casa di Alck aspetto che lui mi legga nel pensiero, e non succede mai. Probabilmente perché là non penso, e ho solo un cupo ronzio che rimbomba nel cranio. E poi lui non legge. Insomma: le mie pretese sono sempre il più irrealistiche possibile. Come con la poesia: qualcuno ci ha anche provato. Tra le figure poco interessanti che appiccicavo alle persone nel passato, vagamente ricordo alcuni tentativi di poesia. Ne apprezzai solo una, per il pensiero (la “poesia” era ridicola e, sul fondo del foglio, era attribuita a Nazim Hikmet, o come si scrive; “Nel caso non ti fosse piaciuta”. Neanche quelle del vero Hikmet-o-come-si-scrive mi sono piaciute).

Comunque, le poesie degli altri – letterali o metaforiche – non mi piacevano mai: mancava un po’ di ritmo qui, un pizzico di senso là, e facevo l’analisi del testo a ogni gesto che non s’appaiasse ai miei pensieri. I quali – come detto – erano stupidi, quindi potrei stare facendo un complimento a un pugno di persone.

Per un po’ non andrò da Alck, perché ho voglia dei miei pensieri e delle mie poesie. Dato che quelle degli altri non mi piacciono mai, ho concluso che le mie siano migliori, per me. Il solo giudizio che conto.

Ho scoperto che mi soddisfa, come la realtà non rifletta la mia fantasia: i miei incubi sono faticosi e inquietanti, ma mai lontanamente quanto i sogni che non fanno paura.

E poi, quando sono sola, leggo di più. Leggo più libri, più blog, più etichette dei prodotti che decido di comprare. Possono essere molto istruttive.

Alck ancora non lo sa: cade sempre dalle nuvole, prima che gli abbia ripetuto qualcosa per la quarta volta. Sembra sempre che alla terza abbia afferrato perché – dal nulla, mentre si sta facendo tutt’altro – me la ripete. È sempre la penultima volta prima che la ricordi. Ultimamente fatichiamo parecchio. Fatichiamo parecchio perché lui è pieno di pensieri (noiosissimi e ansiogeni) e io d’interferenze.

Così succede che mi confondo e mi agito. Mi viene la claustrofobia e mi siedo sul cesso pensando che sia finita (non sono drammatiche fughe nella stanza da bagno: devo solo urinare).

Un’altra cosa che pensavo, è che i rapporti non dovevano avere momenti così: ci si doveva conoscere, poi vorticare in una tempesta di sentimenti, sbattendo il cranio a destra e manca; dopodiché serviva arrivare a un grande punto di rottura, con tragici allontanamenti e sofferti silenzi, per infine ritrovarsi improvvisamente avvinghiati, rigonfi di giubilo e ardore. Vatti a fidare di quella stronza di Jane Austen (non è colpa mia se li chiamano “romanzi di formazione”). Un po’ mi viene da ridere, per la scioccheria di questa scarna scaletta, ma era proprio così che la facevo andare.

Beh, insomma: quando mi ronza la testa a casa di Alck, un po’ questa memoria motoria di sega teatrale mi torna su, tipo i rutti alla cipolla. E poi, quando parliamo – a volte il giorno dopo aver parlato, perché siamo due logorroici – e ci guardiamo, è di nuovo come se Jane Austen non fosse mai esistita.

Adesso mi fumo una sigaretta a letto e poi mi metto a dormire (sto cercando da decenni di approntare una tecnica efficace per addormentarmi leggendo, in modo che i personaggi dei libri si possano infilare nei sogni con me; questo è ambientato in un cimitero: anche i miei incubi dovrebbero essere d’accordo).

Io, comunque, mi piaccio quando penso.

Poi con Alck

Comunque abbiamo un po’ sbroccato, com’era giusto che fosse dopo più di due mesi a concentrare ansie, alcune nuove e altre covate da tempo. E sbroccheremo ancora.

Mi viene in mente la banale considerazione sui finali delle storie: non sai più cosa succede chiusa l’ultima parte di un racconto, o visti i titoli di coda di un film. Fatta esclusione di un finale in cui muoiono tutti. Lo trovo sempre fastidioso, perché metto a fuoco più che mai l’aver sempre cercato nei libri quello che non capivo del mondo, e il fatto che il manuale d’istruzioni che mi capitava tra le mani smettesse di punto in bianco di fornirmi informazioni, era sempre odioso.

Ultimamente ho ansie di cui non voglio parlare e pensieri che non riesco a mettere nero su bianco. Quindi disegno minchiate.

“Non ho capito, cos’ha lo scarico stavolta?”

Non mi viene praticamente mai da scrivere di Alck. Per più di un motivo.

Prima di tutto, gli starebbe seriamente sul cazzo. Cioè, come quasi sempre succede quando si realizza qualcosa che sostiene stargli molto sul cazzo, probabilmente storcerebbe brevemente il naso e poi passerebbe oltre. Abbiamo idee molto diverse sulle conseguenze degli avvenimenti che ci stanno molto sul cazzo.

Poi perché un po’ di gente che lo conosce e mi conosce, potrebbe leggerne e sapere qualcosa che penso in relazione a lui, prima di lui stesso. E questo gli farebbe l’effetto che fanno a me, le cose che mi stanno seriamente sul cazzo.

Ci sono un realismo e una lealtà diversi, con Alck, rispetto ai tizi dei miei sproloqui precedenti. Di anni, di sproloqui precedenti.

Con loro è un po’ come se non fossi mai stata. Non per disprezzo: ero troppo persa nelle mie narrazioni interne, e loro personaggi pittoreschi e interessanti, magicamente comparsi sulla mia strada per recitare puntuali camei, in quella sega mentale infinita che è la mia insulsa esistenza.

Se mi guardo indietro, è come se quelle storie le avessi immaginate. Quando qualcuna delle iniziali puntate dalle storie passate mi viene in mente, non riesco a mettere fuoco una sega. Non ci sono ricordi tattili, odori, un’identità tangibile di qualcosa vissuto. È come se fossero personaggi di un libro letto da un po’.

E poi, la menata messa in piedi, era sempre noiosa, sempre la stessa. Cosa che ha spiegazione molto semplice: avevo realizzato, in un momento ben circoscritto, che io ero fatta per essere un personaggio secondario. Servirà qualcosa di grosso, per superare l’entità del sollievo espirato quando ho capito che certe cose avrei potuto non farle. Feste di compleanno, feste per altri motivi, matrimonio in chiesa, matrimonio in generale, occasioni di famiglia. Curiosamente, non ho realizzato le cose in quest’ordine, né nello stesso momento. Gli intrecci di significati che legano i concetti, non sono gli stessi nella testa e nel dizionario. Comunque, l’idea di trovarmi al centro dell’attenzione, fin da quando ero piccola, mi provocava una sensazione opprimente e odiosa, che solo di recente ho imparato a chiamare “ansia”. È dovuta cessare e poi tornare a distanza di tempo, perché mi rendessi conto di cos’era quel sottofondo costante. Vabbè, ci si abitua, almeno in parte. Ma solo scrivere e ricordare che ci sono cose che ho imparato presto a odiare, che posso non fare, mi fa sentire benissimo.

Quindi ho sempre pilotato queste vicende interpersonali su rotte drammatiche ma modeste, traiettorie prevedibili e ripetitive, rappresentazioni già note (perché poi avevo da rappresentare una cosa da risolvere nel subconscio e bla bla bla) e non mi sono fatta problemi a parlare di questi ruoli improbabili, condivisi (spesso) sentimenti burrascosi e gigionate ridicole. Cioè: cosa gliene dovrà mai fregare agli interpreti – più o meno collaborativi o partecipi, perché bastavano incontri ridottissimi a impostare il kolossal – di una sega mentale continua, di quello che scrivo di loro? Sono pure parte di un intreccio marginale: impossibile dare importanza a qualcosa del genere.

Credo che a questo punto dovrei sentirmi in colpa, ma non sta succedendo. Vabbè, vedete? Sono cose inutili, è una perdita di tempo solo ripensarci. Se proprio, è gradevole pensare alle amicizie che da quelle scenate sono iniziate, il resto è noia.

Adesso è diverso. È diverso perché, mentre lo ignoro e scrivo, e lui cerca di attirare discretamente l’attenzione (“Vuoi delle patatine?”, “Buono questo vino”) perché si sente in colpa (poi glielo dico che stavo scrivendo, così non si offende: noto che manca poco), onestamente non avverto più il breve rigurgito di sclero di mezz’ora fa. Adesso, incredibilmente, mi sento del tutto separata da quelle emozioni. Adesso, che ho rimuginato e scritto in silenzio per un po’, riflettendo, per quanto tutti i miei teoremi precedenti dicano che la situazione è gravissima e il problema enorme, è come se tutto sommato non me ne fregasse un granché. Non è quello il punto, o giù di lì.

Questa cosa che Alck sia una persona vera, e non una comparsa che intrallazza con la co-co-coprotagonista di una storiella incolore, mi stupisce di continuo da due anni. E non mi va di… non so, mi sono distratta a metà frase. Una cosa tipo: non mi va di sentirmi irrispettosa, sleale.

Sono molto confusa. Però in realtà no. Persino Scanzi e Veltroni, a mezzobusto in scala 1:1 sulla tv di fronte a me, sembrano più concreti di quella che sono stata fino a poco tempo fa. Che strano il tempo. Credo di avere un principio di calo di zuccheri. Vado a cenare.

Due strani mesi

Sono stati due mesi davvero, davvero strani.

Non mi riferisco alla pandemia in sé – diciamocelo: per qualunque addetto o affine al lavori, era chiamata da tempo – ma all’insana presa per il culo del destino.

Voglio dire: ti scuoti di dosso la depressione ricorrente, vai in terapia e impari a gestire i tuoi stati d’umore, la smetti di torturare le persone con la tua attitudine alla manipolazione

poi d’un tratto ti ritrovi obbligata a una vita pratica che era stata conseguenza di ogni tuo disturbo precedente: immobilizzata in casa, con un’unica finestra sul mondo (Internet) affacciata su un panorama schizoide e distopico, ben più malsano del solito, senza sapere cosa sta per succedere e come se ne potrà uscire.

Voglio dire: avevo appena ricominciato a respirare (letteralmente, non espandevo del tutto i polmoni da iniziò dicembre).

Senza contare la fortuna di essermi trovata a casa di Alck, quando la chiusura è cominciata.

Vantaggio: non essere sola.

Svantaggi: carico d’ansia doppio tra le quattro mura, alimentato da noi loschi figuri che non avevamo mai passato insieme più di 5-6 giorni alla volta.

Alla fine il bilancio è uscito positivo, ma è stato ed è abbastanza faticoso. Comunque, tra qualche giorno tornerò a casa mia e mi mancherà.

Nel frattempo ho scritto, ho vegetato, ho studiato, ho disegnato, ho cucinato con alterne fortune e mi sono infortunata a più riprese.

Segue fototestimonianza:

Sto provando a disegnare perché – fine ultimo – voglio farmi la copertina del romanzino

Giuro che è stato il letto ad avventarsi contro di me

Pensavo che fosse impossibile fare pane buono senza glutine, invece era solo scarso il forno a cui andavo

Comunque mi irrito facile

Ho ricevuto una bella notizia da una coppia di amici/parenti, un po’ ci somigliano!

Coltello su unghia, sullo sfondo il tagliere. Manca solo la cipolla

Come state?