Il principio di groppone-reazione

Qualche giorno fa, mentre leggevo le anteprime wapp di una tristissima Ine, guardavo scorrere foto allegre che – proprio in quel momento – lei stava aggiungendo su Instagram.

“Piango troppo ultimamente…”

*foto di aperitivi tra i monti e sorrisi*

Lo faccio anche io, dev’esserci una sorta di legge fisica, per spingere via il groppo che abbiamo in gola:

Per ogni momento di para, esiste un quantitativo di foto uguale e contrario, da postare sui social.

Penso riguardi il bisogno di una rappresentazione di felicità che, non potendo vivere dentro in quel momento, cerchiamo di far entrare da fuori.

Stavo per scrivere: come se si potesse far entrare qualcosa in noi dagli occhi degli altri.

C’è un cortocircuito: il concetto che abbiamo di noi stessi (Concetto di Sé, mi insegnarono a scuola), passa in gran parte dal feedback che gli altri ci rimandano;

invece, forzare la mano in senso contrario, non ha senso e non funziona.

È un po’ come dirsi “Visto che, statisticamente su ogni aereo dirottato c’è un solo individuo armato, per sentirmi sicuro sarò io a salire con un coltello”.

Si chiama – forse – probabilità condizionata. (Farnesina STATE CALMI: era solo un esempio).

Comunque, è un palliativo da poco. Ovviamente non funziona, ma ho sempre trovato tristemente divertente, questo riflesso telematico.

Chissà quante sono, le foto sui social che si guardano con una punta d’invidia, e invece stanno lì appese, come bugie. Finti “bene” con cui rispondiamo a chissà chi nei momenti di sconforto.

Non so quanto sia sano.

Io l’ho fatto, e probabilmente lo rifarò, quindi lungi da me avere la risposta.

Del resto, ieri lo psicocoso Zack mi ha detto:

“Se scrivo il tuo nome sul calendario, il correttore del cellulare mi dà ‘Dedalo’, chissà come mai eh?”

Invece a volte, mi pare che nessuno di noi sia poi complicato.

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I nodi nei pensieri

Sono stata a trovare Ine, ex coinquilina tenerella, dottoressa, con un bimbo bellissimo e il corpo di una hostess svedese; peccato che sia pieno di ossa rotte.

Ho iniziato a scrivere dei due giorni passati con lei, ma è complicato, perché abbiamo tanto parlato e – per lo più – di cose orribili, perché orribili sono stati i suoi anni con Quellolà.

Mentre parlava di quello che aveva subito, dal continuo essere sminuita, non considerata né amata, criticata per i sentimenti più basilari (“Ho capito che ieri è morta tua nonna, ma che due coglioni tornare a casa con te che piangi”), tradita e mi fermo (perché sono cazzi suoi e perché potrei andare avanti ore)

cercando di razionalizzare, le ho detto: “Quellolà è talmente coglione che non lo faceva magari nemmeno per farti male. È che non gliene fregava un cazzo”

e anche se non era quello che intendevo, sentivo strisciare nelle mie parole un’indesiderata vena di giustificazione, o almeno di spiegazione.

Ora che è trascorsa quasi intera una settimana da quei due giorni là, e ho badato di digerire solo il pallido racconto del guano in cui lui l’ha fatta stare, ho bisogno di ritrattare.

Perché non c’entra una minchia che lui l’abbia fatto deliberatamente o no: come ci comportiamo è una nostra responsabilità.

E lui le ha gocciolato addosso, giorno dopo giorno, sera dopo sera, sputi di disprezzo.

Non era mai abbastanza bella, abbastanza allegra, abbastanza disponibile. Non era mai abbastanza.

Ci ha provato di demolirla, per anni. E non ce l’ha fatta perché Quellolà rimane una mezza sega, uno di quelli che nemmeno con ogni risorsa a loro disposizione saprebbero atterrarti.

Era lei, che desidera tanto una famiglia, a prostrarsi. Lui non l’avrebbe scalfita di lontano, se lei non gli avesse guidato la mano.

Ma non è abbastanza; mica lei: non è abbastanza che lei fosse disposta a incassare

non è abbastanza che lui sia meno intelligente

non è abbastanza che il figlio fosse stato un “incidente”.

Niente di tutto questo, né di tutto il resto, è abbastanza.

Mi manca ancora un po’, per processare quei racconti e arrivare alla fine del mio filo del pensiero. Adesso si blocca su un nodo, che per quanto mi riguarda, è tutto odio.

Lesbodrama – Dicevamo

Sicuramente sbaglio, ma nella mia testa l’universo maschile e quello femminile si bilanciano vicendevolmente.
Per una mera questione culturale che assegna ai due sessi, peculiarità caratteristiche.
E io, che sono misantropa, tollero meglio un po’ dell’uno e un po’ dell’altro, che da un certo punto di vista è un po’ come se si annullassero a vicenda.

Le lesbiche, sono doppia dose.
Durante l’adolescenza in modo particolare perché – non so che genitori abbiate avuto voi – ma per me non era contemplata l’ipotesi di stare da sola con un mucchio di maschi a mangiare, dormire, vegetare insieme chiusi in casa per giorni interi senza sorveglianza alcuna.
Questo per dire che, fosse andata diversamente, avrei le turbe pure su i gay.

Comunque, la storia della mia amica poi è proceduta tranquillamente, tra i normali alti e bassi di qualunque coppia immersa in un gruppo di amici, solo con molte, moltissime, parole in più.

Poi io e lei litigammo, non ricordiamo per cosa, e non ci parlammo per un paio d’anni, ritrovandoci poi quando – entrambe single – ci siamo messe assieme.
No, scherzo.
Ma siamo tornate amiche.

E qui si apre il capitolo successivo di cosa non sopporto dell’universo Lesbodrama: una volta che ci si lascia, hanno l’odiosa fissazione di voler restare
tutte
amiche.

Quando il gioco si fa duro

gli amici di sempre sanno chi sei – nel bene e nel male – e ti cazziano e ti rassicurano che certe cose non cambiano, nonostante sia tutto diverso
Ve e Lu sempre lì, anche da altrove

gli amici storici che prima di loro nemmeno sai cosa ci fosse ti ascoltano e ti raccontano e ti paccano e ti scrivono e ti cercano e ti consolano e ti mancano
poi ti ritrovano
sempre
Cu su tutti

le amiche di anni ti guardano stupite e ti parlano e ti chiedono e nonostante qualche parola non salti fuori quando serve
capiscono e cambiano argomento
Te e Ju e e le altre

gli amici di una casa nuova ti salvano nelle sere in cui rischi di annegare nel vomito e nei pensieri
maledetti, inaspettati e forse involontari, non so se potrò ricambiarli mai
En e F, che storia!

gli amici che non sapevi di avere li incroci per caso e bevi due birre
ti ricordano che c’è sempre un avanti anche quando non sembra
chiedono e ti chiedi come possa interessargli
chiedi e ritrovi in loro le stesse domande e alcune risposte
e una pace mista tra bicchieri, continenti e pensieri
“fatti sentire, ci rivediamo” e “you miss me, admit it!”
inaspettati Em ed

lo fanno tutti i giorni
o a turno
o tutti insieme come nelle ultime quarantott’ore
nonostante la mia “faccia da stronza”
l’involontario bullismo
l’alternata latitanza
“che sei ‘na femmina non so abituato”
sono fortunata, tanto

grazie.

Iniziali

I è alta, bionda di un caschetto sfizioso.
Trentina come le mele luminose delle pubblicità si è tanto adoperata per raggiungere i propri obiettivi sorridendo, a dispetto di genitori – parecchio – disfunzionali, fratelli strani e di una costitutiva trasparente ingenuità che scompare quando si entra in un suo ambito di competenza: allora tira fuori le palle, ripone i suoi svolazzi spontanei e diventa seriosa.

Be ha lunghi capelli castani, un musetto da criceto tenero e la gioiosa tranquillità di chi non si è perso in domane inutili: ha costruito e portato a termine i suoi progetti, edificato una storia duratura con l’unico calciatore a modo del panorama italiano, attraversato fino ad oggi l’esistenza con un’attitudine che pare leggerezza a chi non conosce la malattia della madre la quale da anni – inesorabile – perde la sua mente, ogni giorno un altro po’.

E viene dalla Turchia e non aveva mai vissuto sola o all’estero.
Ha una testa piena di capelli castano chiaro anche se una piccola area è vuota dalla sera in cui, per colpa della polish vodka, in bagno è scaracollata scraniando e abbiamo dovuto chiamare l’ambulanza per farle dare qualche punto.
Beve come un lavandino, segue un dottorato in chimica e odia la biologia quasi quanto la sua vita nel luogo dal quale proviene;
ama i numeri, delle equazioni la cristallina ovvietà con la quale esprimono i propri contenuti.
Lei, con i suoi di contenuti, al momento non sa cosa fare.

I ha un bambino bellissimo, una di quelle fortunate coincidenze che si trascinano dietro incredibili difficoltà pur mantenendo il broncio innocente di chi non c’entra nulla.
Era innamorata di L, finché vivevano lontani: un tassello magico del castello di nostalgia costruito su quel casino di casa sua.
Le mancava tanto, quando viveva ancora qui.
Lui è biondo, sciocco e vanitoso, gradevole in dosi controllate ed è ignavo e vanesio e “è un bravo papà almeno” ma non è bravo a capire come sia lavorare a due ore da casa per passarne dodici dentro un ospedale, in un reparto prevalentemente maschile, tornare e trovare il disastro di caos e recriminazioni perché “non facciamo mai niente e ti lamenti sempre”.
Lui è una persona vuota e insulsa, forse un buon accessorio ma solo per quelle serate in cui si cerca il superfluo dettaglio trash.

Be sembra felice, da lei non si avranno altro che sorrisi.
Lavora da casa poi se ne va in giro a fianco di quel ragazzo così bello e gentile da sembrare disegnato in un giorno di buonumore.
Una volta si sono lasciati, per circa due ore, ma nessuno dei due riteneva sensato passare tutto quel tempo piangendo disperati.
Lui ha paura dei ragni e di stare senza di lei, lei lo salva dai ragni e ama i gatti – anche i cani – e decora discreta i momenti degli altri.

E a casa ha un ragazzo, non sa se si appartengano ancora e nemmeno sa se le appartenga l’esistenza fra la quale ha dichiaratamente scelto di mettere mezza Europa.
Qui ha provato cose nuove – cibo, persone, lavoro e pelle – e non sa cosa vuole o cosa sia giusto volere.
Non sa se quello che dovrebbe desiderare le piace ed è un bel disastro: la libertà di scegliere completamente come sbagliare apre voragini di timori e lava bollente e le isole sono incerte, così diverse dalle mattonelle su cui ci si metteva in salvo nei giochi da bambini.

I è bellissima e noncurante delle bruttezze, ride e incassa i colpi bassi e piange e si dispera e torna a ridere ancora.
Ride sempre con il suo bambino e le piacerebbe poter stare con lui in una casetta in campagna, fantastica su giornate al sole e prati per non ricordare che ha voluto intraprendere una strada accorgendosi tardi che – per forza di cose – non passa di lì.

Be scherza e dimentica forse, per qualche ora e intanto la sua mamma si dimentica di lei;
I mi scrive triste, poi rassetta la frangia e  cammina sempre avanti fiduciosa dei passi con i quali ai suoi prati prima o poi arriverà;
E mi aspetta a casa, ride ai miei messaggi ma si trova al tavolo della cucina con quattro finkbrau vuote davanti, l’eye-liner spalmato fino alle orecchie e gli occhi gonfi, mille sigarette tra i polmoni e il cuore.

 

 

 

C’è chi è avanti

– Boh, non è che mi manchi fumare, alla fine ho stoppato perché ultimamente mi faceva sentire male quindi non è difficilissimo rinunciare, però mi manca il gusto

– In chessenso? Quindi il gesto nnno

(La mia ex coinquilina è pugliese)

– No, solo il sapore. Per un attimo folle ho pensato di provare il tabacco da masticare ma anche no, a me piace proprio il fumo, se non è bruciato fa lo stesso

– Eeeeh effà cossì: prenditi un fumatore e quando spegne la cicca limone duro.

Gente che ne sa.

Me la faccio addosso (altre bestemmie)

Me la faccio letteralmente sotto, specie perché sono annodata nel letto a piangere da circa due ore e non trovo la spinta per andare in bagno.

Cristo, che idiota sono stata.

I dolori, i momenti in cui sono sempre – sempre – stanca, più che stanca direi letteralmente tritata senza ragione apparente.
Male dappertutto.

“Quando eri piccola ti si arrossavano da morire le guance, diomio quanto si arrossavano! Si spaccava fin la pelle”

e potrebbe essere che quella minchia di dermatologo che avevo da bambina non riconoscesse un eritema a farfalla..?
Forse è solo suggestione.

I capelli, l’intolleranza a glutine e latticini, gli eritemi di quattro anni fa, più gli altri ventidue sintomi.
Ventidue.
Fra i quali un simpatico e coloratissimo affiorare di gocce di sangue sottopelle quando mi grattavo.
Cazzo volevo, che mi arrivasse una lettera da Hogwarts per comunicarmelo?

Vabè, respiro profondo e via, non è che debba essere per forza un dramma eh, però me la faccio sotto.

La cosa che mi fa sentire peggio – oltre al non avere idea di come stanno i miei organi interni e non aver voglia di saperlo adesso – è il fatto che nessuno contempli la possibilità che io me la stia facendo sotto.

Fanno battute, sdrammatizzano.

Poi i miei amici si chiedono perché tenda in linea di massima alla riservatezza, manica di idioti.

Visto che di norma ho la faccia da culo, allora allegria!
Oppure, mettere in dubbio. Come se facesse sparire tutto. Boh, a me sembra solo mi si dia dell’idiota perché ho paura.

“Sei sicura?”
“Magari non è così”
“Aspettiamo altre analisi”

Allora – dioporco – a parte il fatto che anche laddove le analisi fossero negative, è innegabile che:

sono stata di merda sostanzialmente per otto anni
ho iniziato a trovare una via d’uscita
sono stata meglio
qualche flessione in giù ma è stata tutta una roba in migliorare

ad agosto – senza che facessi nulla in particolare per cercarmela – sono stata molto male.
Di nuovo.

Seriamente, devo stare ad elencare al mondo i motivi per cui sono perfettamente legittimata a sentirmi spaventata..?
Ma vaffanculo.

Se il miglioramento l’ho messo assieme con aggiustamenti, fatica, ragionamenti, una buona dose di lavoro
il peggioramento prescinde decisamente dalla mia volontà.

E un grosso “Grazie al cazzo” potrebbe levarsi dalla folla, a questo punto

al quale risponderei con un sonoro “Prego la minchia“.

Insomma: analisi o non analisi, bene non sto.
Poi, si chiami Lupus si chiami Giovanni, diocane non è una cosa che posso gestire con la dieta delle star di Hollywood e l’atteggiamento cheerly.

Non è che io brami per avere una diagnosi di merda eh, mi rendo solo conto che ormai il quadro dei sintomi più che dare un’immagine chiara rappresenta proprio il capitolo del libro di reumatologia.

Dr. House si sta rivoltando nella sceneggiatura.
Dal ridere.

Ma, tutto sommato, tranqui.
Non c’è bisogno di agitarsi: sono migliorata comunque e il peggioramento recente è quasi del tutto rientrato, ora so come gestirmi, mi sento piuttosto bene a parte dolori ricomparsi ma affrontabilissimi.

Anche quando non pensavo al nome del disturbo, ho avuto momenti in cui sono stata male, me ne sono battuta le palle e amen.

Oh, poi sticazzi e amen: chi vivrà vedrà, poi non è che ora posso mandare a fanculo tutto perché sono spaventata e mi sento sola.

Stare male fa sentire molto l’essere soli, cosa che di norma a me non dispiace – recentemente era diventata una mano santa – ma al momento invece merda al cazzo.

Vabè, in tutto questo comunque FANCULONONPOSSOFUMARE