Lesbodrama – Dicevamo

Sicuramente sbaglio, ma nella mia testa l’universo maschile e quello femminile si bilanciano vicendevolmente.
Per una mera questione culturale che assegna ai due sessi, peculiarità caratteristiche.
E io, che sono misantropa, tollero meglio un po’ dell’uno e un po’ dell’altro, che da un certo punto di vista è un po’ come se si annullassero a vicenda.

Le lesbiche, sono doppia dose.
Durante l’adolescenza in modo particolare perché – non so che genitori abbiate avuto voi – ma per me non era contemplata l’ipotesi di stare da sola con un mucchio di maschi a mangiare, dormire, vegetare insieme chiusi in casa per giorni interi senza sorveglianza alcuna.
Questo per dire che, fosse andata diversamente, avrei le turbe pure su i gay.

Comunque, la storia della mia amica poi è proceduta tranquillamente, tra i normali alti e bassi di qualunque coppia immersa in un gruppo di amici, solo con molte, moltissime, parole in più.

Poi io e lei litigammo, non ricordiamo per cosa, e non ci parlammo per un paio d’anni, ritrovandoci poi quando – entrambe single – ci siamo messe assieme.
No, scherzo.
Ma siamo tornate amiche.

E qui si apre il capitolo successivo di cosa non sopporto dell’universo Lesbodrama: una volta che ci si lascia, hanno l’odiosa fissazione di voler restare
tutte
amiche.

Quando il gioco si fa duro

gli amici di sempre sanno chi sei – nel bene e nel male – e ti cazziano e ti rassicurano che certe cose non cambiano, nonostante sia tutto diverso
Ve e Lu sempre lì, anche da altrove

gli amici storici che prima di loro nemmeno sai cosa ci fosse ti ascoltano e ti raccontano e ti paccano e ti scrivono e ti cercano e ti consolano e ti mancano
poi ti ritrovano
sempre
Cu su tutti

le amiche di anni ti guardano stupite e ti parlano e ti chiedono e nonostante qualche parola non salti fuori quando serve
capiscono e cambiano argomento
Te e Ju e e le altre

gli amici di una casa nuova ti salvano nelle sere in cui rischi di annegare nel vomito e nei pensieri
maledetti, inaspettati e forse involontari, non so se potrò ricambiarli mai
En e F, che storia!

gli amici che non sapevi di avere li incroci per caso e bevi due birre
ti ricordano che c’è sempre un avanti anche quando non sembra
chiedono e ti chiedi come possa interessargli
chiedi e ritrovi in loro le stesse domande e alcune risposte
e una pace mista tra bicchieri, continenti e pensieri
“fatti sentire, ci rivediamo” e “you miss me, admit it!”
inaspettati Em ed

lo fanno tutti i giorni
o a turno
o tutti insieme come nelle ultime quarantott’ore
nonostante la mia “faccia da stronza”
l’involontario bullismo
l’alternata latitanza
“che sei ‘na femmina non so abituato”
sono fortunata, tanto

grazie.

Iniziali

I è alta, bionda di un caschetto sfizioso.
Trentina come le mele luminose delle pubblicità si è tanto adoperata per raggiungere i propri obiettivi sorridendo, a dispetto di genitori – parecchio – disfunzionali, fratelli strani e di una costitutiva trasparente ingenuità che scompare quando si entra in un suo ambito di competenza: allora tira fuori le palle, ripone i suoi svolazzi spontanei e diventa seriosa.

Be ha lunghi capelli castani, un musetto da criceto tenero e la gioiosa tranquillità di chi non si è perso in domane inutili: ha costruito e portato a termine i suoi progetti, edificato una storia duratura con l’unico calciatore a modo del panorama italiano, attraversato fino ad oggi l’esistenza con un’attitudine che pare leggerezza a chi non conosce la malattia della madre la quale da anni – inesorabile – perde la sua mente, ogni giorno un altro po’.

E viene dalla Turchia e non aveva mai vissuto sola o all’estero.
Ha una testa piena di capelli castano chiaro anche se una piccola area è vuota dalla sera in cui, per colpa della polish vodka, in bagno è scaracollata scraniando e abbiamo dovuto chiamare l’ambulanza per farle dare qualche punto.
Beve come un lavandino, segue un dottorato in chimica e odia la biologia quasi quanto la sua vita nel luogo dal quale proviene;
ama i numeri, delle equazioni la cristallina ovvietà con la quale esprimono i propri contenuti.
Lei, con i suoi di contenuti, al momento non sa cosa fare.

I ha un bambino bellissimo, una di quelle fortunate coincidenze che si trascinano dietro incredibili difficoltà pur mantenendo il broncio innocente di chi non c’entra nulla.
Era innamorata di L, finché vivevano lontani: un tassello magico del castello di nostalgia costruito su quel casino di casa sua.
Le mancava tanto, quando viveva ancora qui.
Lui è biondo, sciocco e vanitoso, gradevole in dosi controllate ed è ignavo e vanesio e “è un bravo papà almeno” ma non è bravo a capire come sia lavorare a due ore da casa per passarne dodici dentro un ospedale, in un reparto prevalentemente maschile, tornare e trovare il disastro di caos e recriminazioni perché “non facciamo mai niente e ti lamenti sempre”.
Lui è una persona vuota e insulsa, forse un buon accessorio ma solo per quelle serate in cui si cerca il superfluo dettaglio trash.

Be sembra felice, da lei non si avranno altro che sorrisi.
Lavora da casa poi se ne va in giro a fianco di quel ragazzo così bello e gentile da sembrare disegnato in un giorno di buonumore.
Una volta si sono lasciati, per circa due ore, ma nessuno dei due riteneva sensato passare tutto quel tempo piangendo disperati.
Lui ha paura dei ragni e di stare senza di lei, lei lo salva dai ragni e ama i gatti – anche i cani – e decora discreta i momenti degli altri.

E a casa ha un ragazzo, non sa se si appartengano ancora e nemmeno sa se le appartenga l’esistenza fra la quale ha dichiaratamente scelto di mettere mezza Europa.
Qui ha provato cose nuove – cibo, persone, lavoro e pelle – e non sa cosa vuole o cosa sia giusto volere.
Non sa se quello che dovrebbe desiderare le piace ed è un bel disastro: la libertà di scegliere completamente come sbagliare apre voragini di timori e lava bollente e le isole sono incerte, così diverse dalle mattonelle su cui ci si metteva in salvo nei giochi da bambini.

I è bellissima e noncurante delle bruttezze, ride e incassa i colpi bassi e piange e si dispera e torna a ridere ancora.
Ride sempre con il suo bambino e le piacerebbe poter stare con lui in una casetta in campagna, fantastica su giornate al sole e prati per non ricordare che ha voluto intraprendere una strada accorgendosi tardi che – per forza di cose – non passa di lì.

Be scherza e dimentica forse, per qualche ora e intanto la sua mamma si dimentica di lei;
I mi scrive triste, poi rassetta la frangia e  cammina sempre avanti fiduciosa dei passi con i quali ai suoi prati prima o poi arriverà;
E mi aspetta a casa, ride ai miei messaggi ma si trova al tavolo della cucina con quattro finkbrau vuote davanti, l’eye-liner spalmato fino alle orecchie e gli occhi gonfi, mille sigarette tra i polmoni e il cuore.

 

 

 

C’è chi è avanti

– Boh, non è che mi manchi fumare, alla fine ho stoppato perché ultimamente mi faceva sentire male quindi non è difficilissimo rinunciare, però mi manca il gusto

– In chessenso? Quindi il gesto nnno

(La mia ex coinquilina è pugliese)

– No, solo il sapore. Per un attimo folle ho pensato di provare il tabacco da masticare ma anche no, a me piace proprio il fumo, se non è bruciato fa lo stesso

– Eeeeh effà cossì: prenditi un fumatore e quando spegne la cicca limone duro.

Gente che ne sa.

Me la faccio addosso (altre bestemmie)

Me la faccio letteralmente sotto, specie perché sono annodata nel letto a piangere da circa due ore e non trovo la spinta per andare in bagno.

Cristo, che idiota sono stata.

I dolori, i momenti in cui sono sempre – sempre – stanca, più che stanca direi letteralmente tritata senza ragione apparente.
Male dappertutto.

“Quando eri piccola ti si arrossavano da morire le guance, diomio quanto si arrossavano! Si spaccava fin la pelle”

e potrebbe essere che quella minchia di dermatologo che avevo da bambina non riconoscesse un eritema a farfalla..?
Forse è solo suggestione.

I capelli, l’intolleranza a glutine e latticini, gli eritemi di quattro anni fa, più gli altri ventidue sintomi.
Ventidue.
Fra i quali un simpatico e coloratissimo affiorare di gocce di sangue sottopelle quando mi grattavo.
Cazzo volevo, che mi arrivasse una lettera da Hogwarts per comunicarmelo?

Vabè, respiro profondo e via, non è che debba essere per forza un dramma eh, però me la faccio sotto.

La cosa che mi fa sentire peggio – oltre al non avere idea di come stanno i miei organi interni e non aver voglia di saperlo adesso – è il fatto che nessuno contempli la possibilità che io me la stia facendo sotto.

Fanno battute, sdrammatizzano.

Poi i miei amici si chiedono perché tenda in linea di massima alla riservatezza, manica di idioti.

Visto che di norma ho la faccia da culo, allora allegria!
Oppure, mettere in dubbio. Come se facesse sparire tutto. Boh, a me sembra solo mi si dia dell’idiota perché ho paura.

“Sei sicura?”
“Magari non è così”
“Aspettiamo altre analisi”

Allora – dioporco – a parte il fatto che anche laddove le analisi fossero negative, è innegabile che:

sono stata di merda sostanzialmente per otto anni
ho iniziato a trovare una via d’uscita
sono stata meglio
qualche flessione in giù ma è stata tutta una roba in migliorare

ad agosto – senza che facessi nulla in particolare per cercarmela – sono stata molto male.
Di nuovo.

Seriamente, devo stare ad elencare al mondo i motivi per cui sono perfettamente legittimata a sentirmi spaventata..?
Ma vaffanculo.

Se il miglioramento l’ho messo assieme con aggiustamenti, fatica, ragionamenti, una buona dose di lavoro
il peggioramento prescinde decisamente dalla mia volontà.

E un grosso “Grazie al cazzo” potrebbe levarsi dalla folla, a questo punto

al quale risponderei con un sonoro “Prego la minchia“.

Insomma: analisi o non analisi, bene non sto.
Poi, si chiami Lupus si chiami Giovanni, diocane non è una cosa che posso gestire con la dieta delle star di Hollywood e l’atteggiamento cheerly.

Non è che io brami per avere una diagnosi di merda eh, mi rendo solo conto che ormai il quadro dei sintomi più che dare un’immagine chiara rappresenta proprio il capitolo del libro di reumatologia.

Dr. House si sta rivoltando nella sceneggiatura.
Dal ridere.

Ma, tutto sommato, tranqui.
Non c’è bisogno di agitarsi: sono migliorata comunque e il peggioramento recente è quasi del tutto rientrato, ora so come gestirmi, mi sento piuttosto bene a parte dolori ricomparsi ma affrontabilissimi.

Anche quando non pensavo al nome del disturbo, ho avuto momenti in cui sono stata male, me ne sono battuta le palle e amen.

Oh, poi sticazzi e amen: chi vivrà vedrà, poi non è che ora posso mandare a fanculo tutto perché sono spaventata e mi sento sola.

Stare male fa sentire molto l’essere soli, cosa che di norma a me non dispiace – recentemente era diventata una mano santa – ma al momento invece merda al cazzo.

Vabè, in tutto questo comunque FANCULONONPOSSOFUMARE

Il posto più bello

–  Casa è dove appendi il cappello
–  O dove c’è la tua famiglia

O dove perdi il conto del tempo
dove – chiunque sia l’ultima a entrare – chiuda la porta e posi la chiave.

Casa è strillare fortissimo in corridoio perché se non hai esaurito tutto prima di entrare, puoi comunque finire con calma
magari hai esaurito tutto e urli perché sei contenta.

Magari urli e basta.

Casa è dove arrivi con un peso sul cuore e c’è un posto per lasciarlo qualche ora e prendere respiro
dove agli altri non importa troppo né troppo poco
e nessuno ti chiede più di quanto tu possa dare.

Erba tra i capelli
graffi sulle gambe
scontrarsi e andare a terra fino a non avere nella testa spazio libero da usare
nessuna cosa a cui pensare.

cus

Giuro: avevo il terrore, di non riuscire a tornare.

Fili e gomiti

– Non so Tazza, è che dopo tanto tempo io ho proprio voglia di qualcuno. Domani sera ho una cena e saremo in nove, indovina perché? Esatto, tutti in coppia tranne me. Poi è vero che sto bene eh, non mi lamento, ma a volte viene voglia. E non lo so, probabilmente non sarei neanche più capace di stare con qualcuno e impazzirei dopo poco ma adesso proprio avrei voglia, dai dopo un po’ c’è bisogno

E. è una nuova amica e ieri abbiamo chiaccherato e bevuto qualche birra, che dicono aiuti a mandare giù quei bocconi di mesi e giornate ingoiati sconsideratamente, che si bloccano nel torace.

Forse è vero, che che c’è bisogno.

C’è bisogno di qualcuno steso a fianco
che ci annodi mani e piedi incrociando ogni dito
per illudersi che sia davvero lì un unire corpi e teste, debolezze e desideri, contentezze e futuri.

Forse siamo come fili per le trame
e ci immaginiamo arazzi
in disegni colorati con i bordi tutti belli, mal che vada un po’ sfumati.

–  Poi Tazza, almeno tu ti diverti, hai qualcosa a cui pensare, io no e mi annoio. Almeno ci fosse, qualcuno a cui pensare

Forse è vero: ci si cerca.
Ci si ha da completare?

Forse serve un qualcuno per poter combaciare in ognuno degli incastri, per potersi completare, per raggiungere le parti che da soli son distanti
come i gomiti e la bocca.

Però abbiamo troppi nodi e l’incastro non funziona, il disegno non compare e sembriamo scarabocchi.
Ci pensiamo pezzi d’arte poi non lo sappiamo fare, risultiamo senza capi, scooby-doo venuti male.

Scoobydoo_3562