4 – Il tempo passa troppo in fretta, Ine.

Ti devo aggiornare sulle cose, poi ne succedono altre, poi se ne trovano altre ancora da fare e allora diventa un po’ inaffrontabile.
Mi sembra siano già passati mesi dalla domenica di due settimane fa, invece si tratta solo di una spolverata di giorni e io sono ancora a scrivere al sole. Un po’ sbronza da ieri, che c’è stato il matrimonio di B.

Vabbé, quella domenica mattina facevo “scatoloni” per vuotare quell’appartamento di merda. Infilavo cose a caso in sacchi della differenziata, pensavo a come sarebbe stato tornare a casa con i miei e affrontare tutte le questioni rimaste in sospeso quando me ne sono andata, e non riuscivo a togliermi dalla testa Lui. Che in pochi mesi è invecchiato dieci anni e che probabilmente non rivedrò.
La malattia è una cosa strana: il tuo tempo non diminuisce, passa ancora più in fretta e i segni si accumulano come scarabocchi sul quaderno di fianco al telefono nel 1994.

Insomma, oltre a essere già in fase di ricaduta psichiatrica, era un momento strano, triste e di passaggio tutto insieme.
Quindi, ovviamente, quando il tizio che avevo sentito al giovedì, mi ha scritto “Facciamo un’altra volta”
che – per come la vedo io – non era un’altra volta, era “non facciamo” e basta
mi è partita la fase pippone power.
E – come sempre – ho scritto a lui per scrivere e basta. Una gran fila di cagate.
Ma questo è irrilevante. Impezzare gente a caso è il mio modo di sfuggire alla noia. Ho dato un nickname al tizio? Non ricordo, lo chiameremo Tizio.
Avrei voluto scrivere a B e lo avrei fatto, non fosse che era nel pieno dei preparativi per il matrimonio e non volevo intristirlo/preoccuparlo/annoiarlo. Avremo tempo di sentirci tra qualche giorno.
B è l’unico che, sotto pippone, ha sempre risposto al fuoco con la stessa portata di seghe mentali. Poi arriverò anche a raccontarti del suo matrimonio di ieri.

Mi sono appena data un improbabile smalto con i brillantini, poi sovrappensiero ho appoggiato la guancia al pugno chiuso. Il mio nome è Jem! Papparapappaaa….
Tutto questo, per strada. Vabbé.

Direi che Tizio può essere lasciato stare, ma lo dico a oggi che sono tornata in me, che non ho più bisogno di una fuga mentale (almeno, fino alla prossima volta in cui ne avrò bisogno) e che ho un sacco di cose da fare. Quella domenica, non lo dicevo.

Che poi, in realtà ora mi viene in mente che il pippone power l’ho scritto lunedì, alla domenica ho solo risposto acida al suo messaggio e ho cancellato l’app su cui lo sentivo, perché sono diventata coscienziosa: bloccare le vie di comunicazione, quando si è fuori di testa.
Peccato che la tecnologia fornisca così tante alternative…

Dopo aver fatto sacchi a caso, mi sono buttata in doccia e ho aspettato che un amico venisse a recuperarmi, destinazione: campo da rugby per la partita dei ragazzi, che avremmo visto solo a metà perché poi c’era da andare nel padovano al battesimo di questo puteo, figlio di un ex rugbista dei nostri.
A preoccuparci di andare alla cerimonia siamo stati solo in due:
io, la bestemmiatrice miscredente
e l’amico che guidava, l’Ebreo Ateo.

Domenica ho pensato un po’ anche a P, che tu vedesti solo di sfuggita una sera di un paio d’anni fa e dicesti che non ti piaceva neanche un po’. E a me sì, ma si sa che ho pessimo gusto.
Giocava ed ero un po’ triste: si vede che non sta bene. Ha un collo messo parecchio male, e si ostina a ficcarlo contro la spalla di un avversario e a spingere. Mi spiace molto.

Ad ogni modo, abbiamo abbandonato la partita e preso l’autostrada, direzione: Abbazzzia di Stocazzo.

Dopo nemmeno esserci mai persi, arriviamo in ‘sto posto da matti, bellissimo e supercupo, assistiamo alla mezza messa con il coro più stonato del mondo intero e parliamo del più e del meno con parenti del nostro amico.
Poi, via al rinfresco.

Ora: io non ho mai indagato sullo stato patrimoniale dei miei amici. Non mi interessa, non mi riguarda e son fatti loro
però devo ammettere che, se lo avessi fatto, avrei potuto immaginare cosa mi aspettava:
un Bat-matrimonio.
Senza supereroi ma pieno di superfigetti.
Ogni tre secondi mi veniva da parlare del mio amico chiamandolo “Lo sposo”, e non ero l’unica.
Adesso devo andare.

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3 – Per Ine

Vedere Lui, è stato un colpo non indifferente.

Lo penso ogni giorno, non ossessivamente come la settimana iniziata da che l’ho saputo, ma ogni giorno.
Penso a come sia, a meno di 35 anni, sapere di avere i mesi contati
all’effetto che deve fare guardarsi attorno e sentirsi un alieno nel posto che prima era casa
a quanto debba sentirsi solo.
Chissà com’è, ricordare a ogni respiro di essere mangiato vivo da dentro.

Il mio primo istinto, due mesi fa, era stato cercarlo.
Volevo parlarci, anche di niente. Fingere di non sapere e magari offrire qualche sprazzo di calcolata normalità, nei limiti del possibile.
Ma non erano davvero affari miei.
Per quanto stessi male, per quanto sentissi l’urgenza infantile di fare qualcosa, non era un combattimento a cui avessi diritto di partecipare. Non stava a me.

Sabato scorso, Lui era lì per strada, accompagnato da due donne giovani che mi hanno guardata con disprezzo nei pochi minuti passati a parlare
e mi ha prima sorriso, poi si è rabbuiato;
ha raccontato qualche sciocchezza, la voce si è rotta ed è scappato via.

Si è rotto qualcosa anche di mio.
Ci sono no, quei momenti in cui si rompono cose ed è giusto così?
Cadono denti, crescono sentimenti, cambiare e il passare del tempo aprono crepe e tracciano segni, ti fanno venire le smagliature prima sulle chiappe e più avanti nel cuore
ma insomma, si sa.

Lui sembrava invecchiato di mille anni e un bambino indeciso, e un uomo arrabbiato, tutto in brevi frangenti vicini e veloci.
Spero che in mezzo a tutto questo, gli resti da passare qualche momento di felicità.
Non credo lo rivedrò.

Fino a che sono rimasta in giro con Mik, ho potuto rimandare questi pensieri.
Dopo mangiato siamo tornati verso piazza, abbiamo bevuto qualcosa e poi raggiunto qualche suo amico.
Hai presente quella cosa che ti insegnano a fare in un sacco di film (tra cui Il Diario di Bridget Jones)?
“Quando presenti le persone, fornisci dettagli interessanti”.
Mik, maestro di uscite notevoli, ha fatto le presentazioni.

“Tazza, lui è l’amico di cui ti parlavo, il microbiologo nerd. Microbiologo Nerd, lei è Tazza, e il suo intestino fa schifo. Chissà cosa c’è dentro”.

Ovviamente, questo ha dato luogo a una lunga intervista incentrata sul mio alvo, i miei ritmi defecatori, le reazioni a certi alimenti.
E gli altri presenti, sempre del settore e interessati all’argomento merdicale, partecipavano coinvolti.

Lo diceva, un vecchio conoscente di dieci anni fa: “I giovani parlano di sesso, merda e soldi”.
Spero non si tratti di fasi a tenuta stagna.

Comunque, Microbiologo Nerd ha concluso proponendomi l’analisi di uno striscio di cacca, “Secondo me, sei piena di clostridi” e Il Rappresentante ha elencato la lista di prodotti che potrebbero essermi utili.
Il Rappresentante è altro amico loro, un ragazzo davvero bassino, con un modo di fare diretto ed efficace. Abbastanza da farti supporre che abbia un ottimo rapporto con il suo pisello. Tutti i maschi minuti conosciuti negli anni, mi hanno dato quest’idea.
Lo avevo incontrato già in un’altra occasione, ce lo siamo ricordati entrambi solo nel momento in cui ha fornito la sua consulenza commerciale: mi aveva già consigliato qualcosa in passato (per l’insonnia). La cosa divertente è che parte con una perfetta presentazione del principio attivo del caso
vantaggi, dosaggi, maneggi
poi – regolarmente – è prodotto da una ditta concorrente, mica dalla sua!

Decretato che Mik si sarebbe fatto corriere della merda – dal mio retto al tavolo di lavoro di Microbiologo Nerd – (non ti dico l’entusiasmo) siamo andati tutti assieme al K, io li ho brevemente abbandonati per avere una conversazione emo con il mio (ex) Allenatore che o è in campo o è al bar, e alla fine io e Mik ci siamo avviati verso casa tardissimo.
Lo sapevo che saremmo andati a casa tardissimo, sai perché?
Perché il giorno dopo avevo una giornata lunghissima, che sarebbe terminata con un battesimo nel padovano, e avrei dovuto guidare io al ritorno.
Ogni volta che devo guidare a tornare da Padova, finisce che salgo in auto con alle spalle cinque ore di sonno
totali-della-settimana.
Questa volta però, non è andata proprio così.

It’s been a while – ciao raga tutto rego?

Posto che dovrei stare a scrivere altro, al momento
ho uno di quei nidi di mosconi annodati in fondo al naso e non capisco, non connetto
voglio solo andare a letto.

Filastrocche a parte, penso di avere un po’ d’influenza, negativa.
Deliro, non c’è dubbio.
Più che altro, penso di aver messo in prospettiva corretta un sacco di cose, che prima mi erano chiare solo in teoria.
Cioè: non avevo capito un cazzo, perché pensavo avesse senso quello che facevo, mentre le mie azioni non azzeccavano manco per sbaglio dove volevo arrivare. Ma io pensavo di sì.
A parlare è il nido di mosconi nel mio cranio, io declino ogni responsabilità.
Bleah.

Comunque, ieri sera messaggiavo con Ine, una delle mie ex coinquiline.
Lei non ha mai fatto mistero dei sentimenti, usarli le viene spontaneo
io non capisco se ne ho meno o se fallisco nell’adoperarli
forse entrambe le cose.
Insomma, si lamentava che non mi faccio mai sentire, che non le racconto niente
in realtà la penso spesso, però ho sempre così tanto che mi risucchia nella testa
da effettivamente rendermi merda, come amica a distanza.

Ho avuto qualche giorno strano, molto strano
m’è sembrata lunga un mese, la scorsa settimana.
C’è da dire che, con la scusa del trasloco di ritorno al paesello, a causa di cose da fare che non giustificano un affitto a caz di cane, sono uscita con molti amici, ho parlato con tanta gente, ho mangiato spesso fuori.
La settimana più onerosa degli ultimi sei anni, mi azzardo a dire
e non sto pensando ai soldi.
Infatti adesso sono a casa influenzata
e leggermente in imbarazzo, ma questa è un’altra storia.

Vabbé, tutta questa intro per dire che devo aggiornare Ine
e animare i suoi viaggi in treno
e mettere in fila le idee
brutte indisciplinate
e chiedere scusa in anticipo
per una promessa che infrangerò.

 

Pensiero della sera

Per essere un grande
grasso (di nuovo ho stoppato le sigarette)
asociale
pallido
molliccio
cumulo informe e fumante (nonostante la carenza di sigarette)
di
potenziale
sprecato

cacca
(meno colorita e sorridente di così)

mi impressiona, quanta gente in gamba – davvero in gamba – pensi che io, in qualche modo sia, un interlocutore interessante. Nel senso che un tizio con cui chiacchieravo qualche minuto fa, ieri era a cena con gente della commissione Nobel. Tutto questo ha un che di ridicolo.

Me lo dice sempre anche la mia amica Caramella, ex coinquilina pugliese.

Giuro, non capisco come tu faccia.

Non so, forse è l’uso indiscriminato di parolacce
forse perché da qualcuno con i miei “occhi innocenti”, non ti aspetti la bestemmia a bruciapelo
ma tant’è.

Vado a leggermi un po’ di biochimica per sentirmi meno sfigata.

Caterina

Fisso la schermata azzurro pallido, senza sapere bene cosa fare. Con un po’ di aspettativa. Non che possa darmi altre informazioni: le ho cercate, è da ieri che scandaglio le notizie, ogni ora. Dicono tutte la stessa cosa.
Guardo lo schermo come se potesse chiarirmi che pensare e non succede.

Ti ricordo da vent’anni.
Quando ero piccola, mi chiedevo come sarebbe stato, un giorno, dire “da vent’anni”.
Ora lo so, è grande, spazioso. Tanto che dentro ci stanno molte persone, tutte capaci ad un certo modo di far parte di me.

Mi ricordo di te, vent’anni fa, nell’atrio della scuola. Eri così alta, più alta di tutte. Anche di me, che quanto a cm di troppo non scherzavo. A undici anni, i cm di troppo sono in lunghezza, mica in larghezza.
Però, tu sembravi altissima e timidissima e allo stesso tempo capacissima di cavartela così. Un pesce fuor d’acqua, solo perché affiorava la testa.

Ti invidiavo le scarpe, il saper disegnare e una malinconica capacità di rassegnarti al dovere. Soprattutto le scarpe.
Sei sempre stata così gentile. E triste. Perché diciamocelo: saranno tre, le foto dove ti ho vista felice. Guardavo i tuoi album ogni tanto, so di che parlo: raramente sorridi. Spesso ci provi e fingere – davvero – non ti viene granché.

Ho immagini definite, di te. Per mano con quel vecchio moroso sotto ai portici, fuori dall’oratorio, in piazza una sera d’estate. Un campeggio. Non importa che le elenchi tutte, perché lo schermo azzurrino alla fine serve, e mi fa mettere a fuoco quello che ci stavo cercando dentro. Sono immagini dove tu ridi felice e io ti invidio, poi ne ho viste sempre meno così. Ecco, perché, mai sostituite, le ho ancora lì.

Le tue amiche dicono che per aver fatto una cosa del genere dovevi aver ricevuto una notizia terribile, di qualche malattia incurabile o che so io. Chissà, se è stato per quello o se eri solo stufa. Hai lasciato una lettera ai tuoi, pare. Hai fatto bene, forse per loro sarà importante saperlo.

Mi spiace che tu sia arrivata a stare male fino a quel punto.
Vorrei sapere se c’era qualcosa di possibile da provare, un aiuto che ti avrebbe potuta salvare. Dando tutto questo come già considerato, in fondo io sono d’accordo con te.

Se ti sei alzata un giorno dopo l’altro sollevando di forza un peso nel petto, aspettando solo che ogni giornata finisse, e non c’era più niente a farti felice;
se hai scritto una lettera, guidato, aspettato un treno
capisco.

Mi torna in mente una sciocchezza di spettacolino tra noi, diciassette anni fa. Recitavamo uno le vesti dell’altro e qualcuno mimando, scimmiottava te. Ridevamo tutti, ridevi anche tu. Quel ciuffo di istanti, per me è dove resti.

Quando il gioco si fa duro

gli amici di sempre sanno chi sei – nel bene e nel male – e ti cazziano e ti rassicurano che certe cose non cambiano, nonostante sia tutto diverso
Ve e Lu sempre lì, anche da altrove

gli amici storici che prima di loro nemmeno sai cosa ci fosse ti ascoltano e ti raccontano e ti paccano e ti scrivono e ti cercano e ti consolano e ti mancano
poi ti ritrovano
sempre
Cu su tutti

le amiche di anni ti guardano stupite e ti parlano e ti chiedono e nonostante qualche parola non salti fuori quando serve
capiscono e cambiano argomento
Te e Ju e e le altre

gli amici di una casa nuova ti salvano nelle sere in cui rischi di annegare nel vomito e nei pensieri
maledetti, inaspettati e forse involontari, non so se potrò ricambiarli mai
En e F, che storia!

gli amici che non sapevi di avere li incroci per caso e bevi due birre
ti ricordano che c’è sempre un avanti anche quando non sembra
chiedono e ti chiedi come possa interessargli
chiedi e ritrovi in loro le stesse domande e alcune risposte
e una pace mista tra bicchieri, continenti e pensieri
“fatti sentire, ci rivediamo” e “you miss me, admit it!”
inaspettati Em ed

lo fanno tutti i giorni
o a turno
o tutti insieme come nelle ultime quarantott’ore
nonostante la mia “faccia da stronza”
l’involontario bullismo
l’alternata latitanza
“che sei ‘na femmina non so abituato”
sono fortunata, tanto

grazie.