Caterina

Fisso la schermata azzurro pallido, senza sapere bene cosa fare. Con un po’ di aspettativa. Non che possa darmi altre informazioni: le ho cercate, è da ieri che scandaglio le notizie, ogni ora. Dicono tutte la stessa cosa.
Guardo lo schermo come se potesse chiarirmi che pensare e non succede.

Ti ricordo da vent’anni.
Quando ero piccola, mi chiedevo come sarebbe stato, un giorno, dire “da vent’anni”.
Ora lo so, è grande, spazioso. Tanto che dentro ci stanno molte persone, tutte capaci ad un certo modo di far parte di me.

Mi ricordo di te, vent’anni fa, nell’atrio della scuola. Eri così alta, più alta di tutte. Anche di me, che quanto a cm di troppo non scherzavo. A undici anni, i cm di troppo sono in lunghezza, mica in larghezza.
Però, tu sembravi altissima e timidissima e allo stesso tempo capacissima di cavartela così. Un pesce fuor d’acqua, solo perché affiorava la testa.

Ti invidiavo le scarpe, il saper disegnare e una malinconica capacità di rassegnarti al dovere. Soprattutto le scarpe.
Sei sempre stata così gentile. E triste. Perché diciamocelo: saranno tre, le foto dove ti ho vista felice. Guardavo i tuoi album ogni tanto, so di che parlo: raramente sorridi. Spesso ci provi e fingere – davvero – non ti viene granché.

Ho immagini definite, di te. Per mano con quel vecchio moroso sotto ai portici, fuori dall’oratorio, in piazza una sera d’estate. Un campeggio. Non importa che le elenchi tutte, perché lo schermo azzurrino alla fine serve, e mi fa mettere a fuoco quello che ci stavo cercando dentro. Sono immagini dove tu ridi felice e io ti invidio, poi ne ho viste sempre meno così. Ecco, perché, mai sostituite, le ho ancora lì.

Le tue amiche dicono che per aver fatto una cosa del genere dovevi aver ricevuto una notizia terribile, di qualche malattia incurabile o che so io. Chissà, se è stato per quello o se eri solo stufa. Hai lasciato una lettera ai tuoi, pare. Hai fatto bene, forse per loro sarà importante saperlo.

Mi spiace che tu sia arrivata a stare male fino a quel punto.
Vorrei sapere se c’era qualcosa di possibile da provare, un aiuto che ti avrebbe potuta salvare. Dando tutto questo come già considerato, in fondo io sono d’accordo con te.

Se ti sei alzata un giorno dopo l’altro sollevando di forza un peso nel petto, aspettando solo che ogni giornata finisse, e non c’era più niente a farti felice;
se hai scritto una lettera, guidato, aspettato un treno
capisco.

Mi torna in mente una sciocchezza di spettacolino tra noi, diciassette anni fa. Recitavamo uno le vesti dell’altro e qualcuno mimando, scimmiottava te. Ridevamo tutti, ridevi anche tu. Quel ciuffo di istanti, per me è dove resti.

Quando il gioco si fa duro

gli amici di sempre sanno chi sei – nel bene e nel male – e ti cazziano e ti rassicurano che certe cose non cambiano, nonostante sia tutto diverso
Ve e Lu sempre lì, anche da altrove

gli amici storici che prima di loro nemmeno sai cosa ci fosse ti ascoltano e ti raccontano e ti paccano e ti scrivono e ti cercano e ti consolano e ti mancano
poi ti ritrovano
sempre
Cu su tutti

le amiche di anni ti guardano stupite e ti parlano e ti chiedono e nonostante qualche parola non salti fuori quando serve
capiscono e cambiano argomento
Te e Ju e e le altre

gli amici di una casa nuova ti salvano nelle sere in cui rischi di annegare nel vomito e nei pensieri
maledetti, inaspettati e forse involontari, non so se potrò ricambiarli mai
En e F, che storia!

gli amici che non sapevi di avere li incroci per caso e bevi due birre
ti ricordano che c’è sempre un avanti anche quando non sembra
chiedono e ti chiedi come possa interessargli
chiedi e ritrovi in loro le stesse domande e alcune risposte
e una pace mista tra bicchieri, continenti e pensieri
“fatti sentire, ci rivediamo” e “you miss me, admit it!”
inaspettati Em ed

lo fanno tutti i giorni
o a turno
o tutti insieme come nelle ultime quarantott’ore
nonostante la mia “faccia da stronza”
l’involontario bullismo
l’alternata latitanza
“che sei ‘na femmina non so abituato”
sono fortunata, tanto

grazie.

Ucciderò un coinquilino

A dicembre ho traslocato.
Ormai cambio casa più frequentemente di quanto cambi blog
molto, più frequentemente.

Ora abito in una zona residenziale un po’ fuori dal centro con due ragazzi: un omonimo laureato in medicina che in attesa del test di specialità sostituisce dottori, fa definizione in palestra e nel tempo libero amministra una città immaginaria sul suo smartphone e uno studente fuori corso come me, del mio stesso anno di iscrizione.

Ho scelto questo posto prevalentemente perché il secondo lo conoscevo già: persona adorabile E., gentile, disponibile ai limiti dell’imbarazzante, sempre allegro e sorridente, molto bello, fissato con i lego e altre cose da pseudo-nerd che non ricordo come si chiamino, canta, saltella, si veste come mio nonno e come mia nonna nutre un amore viscerale per la Coop.
Non conoscevo l’entità della cosa però.
Adora anche seguire le vicessitudini – che volente o nolente subirebbe comunque – con P. che conosceva già e che ora oltretutto è un vicino di casa
(giuro – lo giuro – quando ho dato l’ok a venire qui, non ne avevo idea)
mi fa compagnia mentre fumo anche se non fuma, qualunque cosa gli chieda mi dà risposta affermativa, si produce in balletti insieme all’altro per celebrare con gioia quelli che a loro avviso sono eventi ballabili e succosi.
Almeno F. sta poco in casa.

Ieri ennesima puntata di scemodramma con P. e come premio è stata allestita in corridoio a una performance off-Broadway che deve aver nuclearizzato qualunque ormone nel raggio di ere geologiche.

Anche sua adorabile morosa glielo dice sempre: “Te sei fortunato che sei bello” perché effettivamente sentir cantare e ballare la colonna sonora del film dei Lego e – in rapida sequenza – la sigla de I Cavalieri dello Zodiaco con tanto di mosse giappofile, alla terza replica renderebbe inchiavabile persino il sogno erotico più inconfessato.

E niente.
Io lo ammazzo.

eh, già

Ultimamente guardo un sacco di commedie melense.
Per addormentarmi, cosa che i film seri o belli o interessanti non mi consentono di fare.
E poi – diciamoci la verità – c’è molto più gusto quando un film bello lo guardi con qualcuno e poi puoi parlarne bene, male, inutilmente fino allo sfinimento ed è un po’ che non mi accade.
Una decina d’anni forse, almeno: nel modo in cui intendo io.

Comunque – dicevo – le commedie melense.
Non ricordo in quale delle tante, un padre dice alla figlia qualcosa del tipo: “Ogni donna ha la vita sentimentale che vuole
(ah, il film è “L’amore ha il suo prezzo”, carino!)
quelle immani cazzate partorite da sceneggiatori sui quali mi faccio sempre un sacco di domande:
ci crede sul serio?
ha iniziato sui diari delle medie o esiste una sorta di università del qualunquismo?
questi almeno se la ridono mentre campano su menate del genere?
In realtà mi chiedo anche cose meno acide, ma ho veramente molto sonno ora.

Ogni donna ha la vita sentimentale che vuole“, no.
Può avere standard aspettative, speranze magari e decidere a quanti compromessi è disposta a scendere laddove si trovasse tra la numerosa schiera di persone che non sono tanto fortunate da raggiungere quella che vogliono e devono accontentarsi.

Io non lo so che vita sentimentale vorrei.
Di recente me lo sono chiesta, ma a prendere inevitabilmente il sopravvento non era tanto un progetto ideale verso il quale dirigermi, anche perché – sinceramente – io con i progetti seri sono uno schifo e la mia intera esistenza al momento ne è un fulgido esempio.
Di merda.
Non per autocommiserarmi, solo per chiarire che è tempo di ricostruzione.
Quando penso a una “vita sentimentale” a me viene solo in mente un eventuale “Chi“, mica un “Come“.
E a scegliere i chi faccio veramente
cacare
il
cazzo.

Ma a me interessa la persona che mi piace vedere ridere e che amo sentire parlare, che mi fa preoccupare se sta male o se si sente triste, che mi fa venire voglia di cavare gli occhi a chiunque si frapponga tra lei e quello che desidera.
Cose così.
Per il come… – boh – forse sarebbe il caso di iniziare a riconoscergli l’importanza che merita ma quanto poco me ne frega sta tutto nel nemmeno sapere come finire questa frase. Boh.

Un’amica di recente, citando “La verità è che non gli piaci abbastanza”
(film simpatico, a parte la vicenda principale tra due imbecilli inscopabili dotati di un patchwork incompatibile di tratti a costituire personalità incoerenti) mi ha scritto una cosa tipo:
Se vuole stare con te farà di tutto per riuscirci“.

Altra troiata indecente.
A parte il fatto che potrei pure essere io a voler stare così tanto con qualcuno da voler fare di tutto per riuscirci, non ho capito il sessimo gratuito, ma al di là di questo: che è ‘sta passione per i giochi senza frontiere..?
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Non ho capito per quale assurdo motivo, stare con qualcuno dovrebbe essere una costante corsa a ostacoli fantasiosi

“Arriva il concorrente! Dategliene con le bastonate sui denti!”
“Eccola! Via alle badilate di merda”
“Pronti con i commenti anti-autostima!”

Perché negli ultimi anni mi sono prestata ad una serie di rapporti che in buona sostanza si possono riassumere in una disperata e all-consuming staffetta dichiaratamente senza alcun traguardo, dove al posto del testimone in mano arrivava solo cacca molliccia.

Forse la storia del farsi un’idea del tipo di vita sentimentale che si vorrebbe non è poi così sbagliata, inizio anzi a trovarla scientificamente coerente: fino adesso ho collezionato una quantità di cacconi tanto privi di consistenza che per forza scivolavano tra le dita.

Che poi: mi ci metto anche io eh.
Solo pochi sfortunati sanno quanto effettivamente io possa diventare cagaminchia.
Penso sia una gara dura e i miei avversari non sono stati da meno:

“Io sono la più demente”
“No io! E anche il più stronzo!”
“E allora io sono acida”
“E io capriccioso”

Ellamadonna
che
due
coglioni.
Sia in senso popolare che illustrativo.

Comunque, tutto questo per dire che – dopo l’ennesima pippa con P – sono veramente stanca morta.
Stanca morta e sgrammaticata, stando al messaggio che gli ho mandato dopo che ho cercato di recuperare un po’ di studio nelle ore notturne per far fronte all’ennesimo spreco di tempo collezionato discutendo con lui.
Di che, poi.
Di noi?
Ma non c’è mai stato nessuno “noi”, se non nelle mie fantasie malate.

Mi piacciono i film melensi anche perché sono infarciti di quel sentimentalismo che in linea teorica invidio ma che non riuscirebbe mai a essere parte di me, come un rossetto appariscente.

B prima mi ha mandato questa: pippodromo

la trovo adatta sia per me che per lui.

E insomma, niente: metto su l’ennesimo filmino melenso per dormire, cercando di pensare che infliggersi
trame complicate
persone annodate su se stesse per passione
balle su balle su balle
frasi come “Non le farei mai una cosa del genere” quando a me si può fare molto di peggio perché lei non sono io (buongiorno delicatezza!)
boh, non vale più la pena.

Fosse un doposbronza, almeno sarebbe fatto di cose già dimenticate.

Me la faccio addosso (altre bestemmie)

Me la faccio letteralmente sotto, specie perché sono annodata nel letto a piangere da circa due ore e non trovo la spinta per andare in bagno.

Cristo, che idiota sono stata.

I dolori, i momenti in cui sono sempre – sempre – stanca, più che stanca direi letteralmente tritata senza ragione apparente.
Male dappertutto.

“Quando eri piccola ti si arrossavano da morire le guance, diomio quanto si arrossavano! Si spaccava fin la pelle”

e potrebbe essere che quella minchia di dermatologo che avevo da bambina non riconoscesse un eritema a farfalla..?
Forse è solo suggestione.

I capelli, l’intolleranza a glutine e latticini, gli eritemi di quattro anni fa, più gli altri ventidue sintomi.
Ventidue.
Fra i quali un simpatico e coloratissimo affiorare di gocce di sangue sottopelle quando mi grattavo.
Cazzo volevo, che mi arrivasse una lettera da Hogwarts per comunicarmelo?

Vabè, respiro profondo e via, non è che debba essere per forza un dramma eh, però me la faccio sotto.

La cosa che mi fa sentire peggio – oltre al non avere idea di come stanno i miei organi interni e non aver voglia di saperlo adesso – è il fatto che nessuno contempli la possibilità che io me la stia facendo sotto.

Fanno battute, sdrammatizzano.

Poi i miei amici si chiedono perché tenda in linea di massima alla riservatezza, manica di idioti.

Visto che di norma ho la faccia da culo, allora allegria!
Oppure, mettere in dubbio. Come se facesse sparire tutto. Boh, a me sembra solo mi si dia dell’idiota perché ho paura.

“Sei sicura?”
“Magari non è così”
“Aspettiamo altre analisi”

Allora – dioporco – a parte il fatto che anche laddove le analisi fossero negative, è innegabile che:

sono stata di merda sostanzialmente per otto anni
ho iniziato a trovare una via d’uscita
sono stata meglio
qualche flessione in giù ma è stata tutta una roba in migliorare

ad agosto – senza che facessi nulla in particolare per cercarmela – sono stata molto male.
Di nuovo.

Seriamente, devo stare ad elencare al mondo i motivi per cui sono perfettamente legittimata a sentirmi spaventata..?
Ma vaffanculo.

Se il miglioramento l’ho messo assieme con aggiustamenti, fatica, ragionamenti, una buona dose di lavoro
il peggioramento prescinde decisamente dalla mia volontà.

E un grosso “Grazie al cazzo” potrebbe levarsi dalla folla, a questo punto

al quale risponderei con un sonoro “Prego la minchia“.

Insomma: analisi o non analisi, bene non sto.
Poi, si chiami Lupus si chiami Giovanni, diocane non è una cosa che posso gestire con la dieta delle star di Hollywood e l’atteggiamento cheerly.

Non è che io brami per avere una diagnosi di merda eh, mi rendo solo conto che ormai il quadro dei sintomi più che dare un’immagine chiara rappresenta proprio il capitolo del libro di reumatologia.

Dr. House si sta rivoltando nella sceneggiatura.
Dal ridere.

Ma, tutto sommato, tranqui.
Non c’è bisogno di agitarsi: sono migliorata comunque e il peggioramento recente è quasi del tutto rientrato, ora so come gestirmi, mi sento piuttosto bene a parte dolori ricomparsi ma affrontabilissimi.

Anche quando non pensavo al nome del disturbo, ho avuto momenti in cui sono stata male, me ne sono battuta le palle e amen.

Oh, poi sticazzi e amen: chi vivrà vedrà, poi non è che ora posso mandare a fanculo tutto perché sono spaventata e mi sento sola.

Stare male fa sentire molto l’essere soli, cosa che di norma a me non dispiace – recentemente era diventata una mano santa – ma al momento invece merda al cazzo.

Vabè, in tutto questo comunque FANCULONONPOSSOFUMARE

Ricette un po’ punk – melanzane pomodoro e mozzarella

In ‘sti giorni non ho cazzi di vivere.

Non per il caldo, a me sudare a cascata più di tanto non turba, ma son momenti da sombrero e saudade, mica da produttività.

Sticazzi.

Qualche sera fa mi ha accompagnata a casa uno dei ragazzi della squadra

– Ti dirò che a volte.. Fai quasi paura, allora non viene sempre spontaneo parlare con te..
– Questo perché tu generalmente sei una capra e spari cazzate senza attaccare il cervello, fai bene a vedermi così 

Non serve un profiler per capire quale delle due voci sia la mia.

Tra i tanti argomenti su cui cago il cazzo al mondo – come sapete – c’è il cibo.

‘Sto ragazzo con cui mi avviavo lungo la strada è pesantemente dermatitico – che poi secondo me è psoriasico ma vabbé – con ‘na panza irragionevolmente gonfia e il tono muscolare di un Teletubbie morto.

Tipo me qualche anno fa, ma io ero comunque più carina.

Mi racconta i suoi disturbi, cazzi e ammazzi, pastiglie di qua e di là ecc

– Ok, ma scusa, la tua panza è ingiustificata, manco con un barile di birra a sera si finisce così a 24 anni, cosa mangi di solito?
– Mah, di tutto.. Carne e pasta, pesce
– E vegetali..?
– Ah no quelli mai: frutta e verdura mi fanno schifo

Ah, non l’avrei mai detto, dai!

Oh, i rugbisti son tutti bambini di due anni:

– Mi fanno schifo i piselli!
– A me piacciono, ma solo freschi o surgelati, quelli in barattolo no
– Eeeh lo so che a te piacciono i piselli

ogni 
volta

la 

stessa 

battuta

(questo era P)

Comunque!, mi sono ripromessa di mandare al tizio qualche spunto per mangiare verdure in modo indolore, quindi son qua che fotografo tutto.. e no, un cazzo: mangio la stessa cosa per settimane, quindi la prossima variante gli arriverà tra un mese, tipo.

Il piatto riproposto da me a me e altri pochi eletti, questa luna è Melanzane in padella pomodoro e mozzarella.

Ci vuol talmente poco a farle che fotografare il procedimento lo avrebbe allungato del 30%.

  1. Mettere su la padella antiaderente
  2. Tagliate meanwhile le melanzane
  3. Mettetele nella padella con coperchio
  4. Tagliate una mozzarella 
  5. Girate le melanzane
  6. Tagliate un pomodoro 
  7. Lavate le stoviglie usate fino adesso
  8. Apponete la mozzarella sulle fette di melanzana e già che ci siete pure il pomoro, coprendo ancora 
  9. Fate passare poco meno di quattro minuti 

Fine della questione.  Al massimo ci stanno sale, olio e origano.

  Ah!, figata – ma non ne avevo in casa – se sopra alla mozzarella, ancora in pentola, date una spolverata di grana e pepe.

Top.

-Proverò!

A voi veder..