Random sbronzo

– Ciao Eli!

– Ciao Tazza! Una vita che non ci vediamo

– Già 

[…]

– Ma adesso hai delle bazze?

– Boh, non penso, ma è cosi tanto che non ci vediamo che nemmeno sai qualcosa di P

– No, chi è?

– Lascia perdere

– Perché, tra tutti i tuoi intrallazzi ce n’è mai stato uno normale?

effettivamente

Ieri abbiamo festeggiato la laurea di:

 sono troppo sbronza per ricordare comemminchia l’ho siglata qui

lei insomma, c’erano amici che non vedevo da un po’ ma son di quelli senza scadenza  

a volte pisciano en plein air

vabé

e – come ogni volta in cui la vedo – Eli chiede delle mie bazze, constata che nemmeno stavolta la situazione è cambiata e aggiunge ridacchiando una tacca alla sua collezione di facepalm.

Ora mentre trattengo urina e la mia testa dall’esplodere, ci penso

Rugbista anche detto 7. Non stavo bene in quel periodo, era una fissazione più che altro  

  emotivamente stitico, autocentrato, gentile, appassionato di aneddotica storica

–  Tazza ma tu lo sapevi che Sofia Loren e il marito dovettero scappare in Argentina perché lui in Italia era già sposato e il divorzio ancora illegale
– Sì
– Ma dai! Anche tu hai letto le raccolte di editoriali di Garcia-Marquez?
– No, io l’ho letto su Chi

alcolizzato, molto triste, con espressioni che fisserei per ore e non sono mai stata capace di leggere – o forse sì ma da lui non lo sapremo mai, per me è l’uomo più bello del mondo.

Sociopatico eh, completamente.

Se dico B penso subito: sorrisoperfetto, cvperfetto, corpoperfetto, lavoroperfetto. Poi penso a quanto è demente

-Tazza, cos’è quell’enorme misurino sullo spigolo del palazzo del municipio?
– Non ricordo mai come si chiama, comunque indica il livello raggiunto dall’acqua durante le varie inondazioni
– Ma nel ’51 l’acqua è arrivata fin lì..?
– Se è segnato così..
– Quindi.. al primo piano sono morti tutti?

B fa i sorrisoni, appare e scompare, torna e non sa se sarò la stessa e mi guarda di sottecchi, immagina tsunami nella pianura emiliano-veneta  

  sì: il molo è lo stesso, turutturutururù

da quando lei non c’è più il suo sorriso è cambiato e se prima era uno sciabordio sfrontato che gli invadeva il viso ora è come se non facesse mai in tempo ad arrivare allo sguardo.

Anche il suo taglio degli occhi sembra cambiato.

Comunque, quando B ti fissa serio-serio e parla a voce bassa, incanta. Pure parlasse di scoregge.

P, boh. Lui è come me, per tante cose, quelle peggiori.  

  Quando ci rivediamo dopo settimane passate lontani, un po’ si agita 

Lui ancora non lo vedo lucidamente: troppo vicino. Poi man mano che le cose si allontanano, la prospettiva migliora.

State sicuri che, a caso in una folla, io pescherò sempre una qualche versione del giovane Werther  

   Re sornione che risponde a Silvan.

Di lui ho raccontato di vecente


Principino – il coinquilino spesso dice che “non esistono uomini complicati“, quindi sono giunta alla conclusione che 

son 

così 

babba 

annodata 

da aver sbagliato anche a farmi gli amici immaginari.

Dormire.

Ma dai! – Non siamo più quelli di una volta

  

Una volta mi avresti scritto girandoci attorno:

Ciao.. Come va..? Sai in questi giorni sono a casa..

E giù di pare, pipponi, ansie e negroni.

Tantissimi negroni sbagliati, altro che numero contenuto! Ma forse più pare.

Una volta avrei tergiversato per poi rispondere “Ok..” sapendo che si preparava il disastro telefilmico psicoemozionale ellamadonna.

Una volta non parlavamo quasi di altre persone – che ci fossero o meno – avevamo il nostro universo malato di slanci immotivati, invece ora qualcosa ci siamo raccontati.

Però 

esattamente come hai sempre fatto

del tutto inavvertitamente 

contrariamente a ogni criterio di emancipazione universalmente conosciuto 

compari sempre quando ho bisogno di essere salvata.

Te l’ho sempre detto che hai i superpoteri, B

Pippone di pipponi – Good feeling 

Ieri sera, mentre stavo al Beer Shop di Z con P, dalla playlist è partito un pezzo dei Violent Femmes, che non era questo, ma me lo ha fatto venire in mente 

won’t you stay with me, just a little longer

Sono uscir a con P perché GMO Aveva scritto una cosa en Ci teen wolf che la legged se 

(Lol, avevo lasciato la tastiera in inglese e mi divertiva stare a vedere cosa veniva fuori)

Dicevo, sono uscita con P perché avevo scritto una cosa e ci tenevo la leggesse.

Tutto nasceva da una frase che mi aveva scritto due aprile (e o i?) fa B, a proposito del fatto che facessi sentire le persone sbagliate.

Faticavo ad afferrare cosa intendesse, o meglio: comprendevo il concetto, ma mi era oscuro come io riuscissi ad operare questa magia cattiva, specie su personaggi dotati inconfutabilmente di grande autostima ed ego smisurato. 

Ho sempre pensato di saperci fare con le parole.

Non come autrice di post stucchevoli o  pipponi a cui arrivavano in fondo solo segaioli mentali di calibro olimpionico – e la mia amica JU, lei adora i miei pipponi – bensì come emittente, quando è importante che il messaggio giunga forte e chiaro al ricevente.

Le mie epistole paranoidali sono sempre state precise nello spiegaremotivare e, quando ritenevo che il ragionamento fosse troppo ostico per una persona normale, esemplificare.

Ottenuto che il contenuto della mia testa si trovasse chiaramente espresso su una qualsivoglia superficie, per me il lavoro era finito.

Qualche sera fa P mi ha detto che non sentiva più come nei passati mesi. Era contento di vedermi, di trascorrere la serata insieme ma non avvertiva più quel trasporto che lo aveva spinto a voler stare con me.

Non che la cosa mi fosse sfuggita: dalla scelta delle emoticon nei messaggi alla frequenza con cui si faceva sentire a cosa sceglieva di raccontarmi piuttosto che no,  era evidente; ma mentre io – che non mi sentivo molto diversamente – lo trovavo fisiologico superabile dopo sette mesi per metà litigati, per lui si trattava di un punto d’arrivoC’est la vie.

Infatti gli avevo appena detto che si poteva pure lasciar lì tutto, perché ero triste sentendomi la sola a cui importasse, non per altro. Mi sarebbe piaciuto andare avanti, davvero.

It always seem like you’re leaving when I need you here just a little longer

Ho sempre pensato che – purché la base fosse presente – i rapporti migliori siano quelli costruiti insieme, di qualunque dimensione sia la fatica necessaria, cali emotivi compresi.

Quando P ha palesato a parole il suo pensiero, è come se qualcosa avesse fatto CRAC! nella gabbia toracica. Non all’altezza del cuore, più facile fosse un alveolo che doveva lasciar spazio al Lucky Strike Naturale Rosso che in questi giorni fumo direttamente arrotolando il pacco.

little voice says I’m going crazy 
to see all my worlds disappear

Ok, tranquy baby, nessun problema: non ce la si può prendere con qualcuno per i sentimenti che prova.

Ce la si potrebbe prendere per la tempistica, irrispettosa del mio bisogno di concentrarmi su altro in quel momento, per il fatto che un po’ penso fosse un fuoco preventivo in risposta ad un mio “dobbiamo parlare” (peraltro di una cazzata) di qualche settimana prima ancora in sospeso, ma in fondo sticazzi.

Il punto è che ha rotto qualcosa. Non mi succedeva da anni, era una sensazione che avevo completamente dimenticato.

Allora mi sono chiesta se le parole che avevo usato con lui nei mesi quando ero arrabbiata – molto arrabbiata – non gli avessero fatto quello che lui aveva appena fatto a me, se non gli avessi io per prima spezzato i sentimenti, se veramente lo avessi fatto sentire sbagliato

Per questo gli ho scritto.

Sei facciate con la bic blu dove gli spiegavo che non volevo, che non avevo fatto apposta e che mi dispiaceva tanto.

Gli ho detto che quando stai molto tempo senza provare sentimenti capita di scordare che alcuni di loro esistano, che non volevo fargli male ma non pensavo di stargliene facendo, che non aveva nulla di sbagliato.

Ho scritto molte cose: non volevo rimanesse più calcato nel suo ricordo di noi il fatto che lo avessi bombardato con granate di parole, volevo ricordasse i momenti in cui abbiamo riso e ci siamo picchiati, quelli in cui era bello vedersi arrivare da lontano, le zozzerie quando sotto c’erano più emozioni che lenzuola.

E altre cose ancora.

Risultato: mentre passavo il tempo che gli serviva a concludere la lettura con l’ultimo post di Ortolani, P andava disperandosi

Non

ci

becco

mai

Credevo gli avrebbe fatto piacere, magari un po’ effetto come ne aveva fatto a me scriverlo ma non volevo farlo sentire male.

“Mi hai messo una roba addosso”

“Scusa..”

Ma insomma, uno ti dice che sostanzialmente non gliene frega nulla di stare con te, che:

“Potremmo uscire ogni tanto e vedere come va”

“Ma spiegami: nel mentre posso uscire con altri se voglio?”

“Beh certo”

quindi – stringendo – trattasi di un “restiamo amici” poi, mi si agita in quel modo per qualche parola gentile. 

Va là che non ho riso mentre leggevo Ortolani..

Vague sketch of a fantasy 
Laughing at the sunrise  
like he’s been up all night

Nemmeno stavolta sono riuscita a non colpirlo, a non farlo sentire male per qualcosa che gli volevo far sapere.

Posto ormai che P probabilmente è un po’ delicato, mi chiedo se sia questione di incompatibilità con le persone che tipicamente sollevano il mio interesse o se sia incompatibile con i sentimenti in generale.

“Ma guarda.. Mi scrivi queste cose, mi fanno questo effetto.. e tu sei lì così… calma”

Baby, non sono calma: sono sconfitta. La partita è finita e io ho perso. Che dovrei fare, piangere? Se lo facessi ti sentiresti meglio?

Mi rendo conto di apparire indifferente, quello che potevo comunicarti l’ho fatto abbracciandoti, cercandoti, scrivendoti, non siamo mai stati tranquilli abbastanza a lungo perché riuscissi a farti vedere qualcosa di diverso dall’affetto e dalla durezza e non sono capace di iniziare ora.

Questa è una stanca, quieta resa.

Ooo slippin’ and slidin’, what a good time but now have to find a bed that can take this weight



Maledetto mondo reale

Detesto perdere la mia routine online ma la vita vera ha la fastidiosa caratteristica di essere inevitabile.
A meno che uno non sia autistico, ma nonostante la supportatissima diagnosi che mi fece una minchiosa maestra delle elementari la quale faticava a ricordare le regioni d’Italia – mentre immagino fosse campionessa di neuropsichiatria infantile – non posso fregiarmi del titolo.
Incredibile.
E dire che i vaccini li ho fatti tutti.
(I vaccini non fanno venire l’autismo, casomai aveste il dubbio).

Comunque deo gratia (non so il latino ma nemmeno ho un dio) ho:

ricominciato a dare esami

impostato un tira-molla pallosissimo con P

trovato un cinno a cui dare ripetizioni di chimica

un forse nuovo lavoro di merda

dato altre ripetizioni di biologia a Cugino Piccolo – cal g’ha po’ segh an –

convinto la Nonna Tì a provare il mio regime alimentare dopo che le sue analisi del sangue – perfette – l’hanno arbitrariamente convinta del fatto che sta morendo

risentito B

risentito la mamma di M

e insomma, sono stanca morta.

Devo rimettermi in pari con i blog che seguo!
Scrivete poco in questi giorni please che – nonostante suoni malissimo – i i vostri cazzi arretrati da farmi.

Come si è arrivati qui – P 5 il pre

Sabato era arrivato e insieme il sostegno provvidenziale di un mio ex coinquilino e amico, Fum.

– Beviamo.
– Certo Tazza!

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(Duomo di Ferrara, l’unica sua foto già sul mio telefono ha apposto un simpatico cartello che si rifà alla polemica dello scorso anno mossa dal Vescovo, il quale sosteneva che si consumassero orge immonde sul sagrato della chiesa a tarda notte.
Mah.
La freccia blu invece l’ho apposta io ed indica dove io e Fum ci siamo nascos bevuti un paio di bottiglie in attesa degli eventi
)

E mentre li aspettavamo, gli eventi, questi si cancellavano da soli: il tizio di Tinder causa lavoro non era riuscito a partire per tempo, B causa cellulare scarico da un certo punto in poi – che sfortuna! – non era più riuscito a contattarmi.

– Fum!
– Dica
– Sfangata! Non devo beccare né l’uno né l’altro, beviamo!
– Certo Tazza!

Liberi di circolare senza dover temere incontri telefilmici ci spostiamo nel sottomura: una zona di prato appena fuori dal centro dove ogni estate allestiscono un grande palco per gruppi musicali e gazebo per bar che ci posizionano l’estivo.
Lì c’erano altri amici e tra bicchieri, una telefonata al tizio di Tinder (da qui in poi amichevolmente eliminato), una chiamata di B che nel frattempo era arrivato a casa e aveva riacceso il cellulare

( – Mi spiace che si sia spento il cellulare, volevo vederti..
– Non ti preoccupare
– Senti, resto in Italia un’altra settimana, ci vediamo?
– Ok, ci aggiorniamo

più sentito per mesi),

il viavai plasmava la compagnia.

Fum aveva ripiegato dopo la seconda Vodka, io ero rimasta con una compagna di squadra, alcuni del rugby e qualche loro ragazza.

Ero sollevata, ero sbronza e volevo ballare – perché ero sbronza – quindi continuavo a rompere l’anima ad amici e non perché mi seguissero sulla piccola pista affollata sotto ad uno dei gazebo, ma gli unici che mi assecondavano interdetti per più di cinque minuti erano due dei giovani, con i quali non avevo credo nemmeno mai parlato prima di quella sera.
Da sobria non sempre sono socievole.

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Da sbronzi al punto giusto, tutto è bellissimo.

Gira-gira-gira eeeeeeh tutti frutti on rutti tutti frutti on rutti ua babluma baa ba ba oh guarda due nuove amiche eeeeeh massì importuniamo il trombettista perché suoni ancora tutta la notte uuuuuuh

C’era un tizio carino in pista, mi guardava, lo guardavo..
Almeno: credo di averlo guardato, ma l’alcool mi aveva sviato la convergenza oculare quindi mentre pensavo di sorridere a lui potevo benissimo stare ammiccando al lampione più vicino.
Una di quelle sere che finiscono che stai bene dentro, specie perché non sai come risulti vista da fuori.

Oh mi guarda no non mi guarda più tutti frutti on rutti tutti frutti on rutti ua babluma baa ba ba mi guarda no non mi guarda più mi guarda oh guarda sei ancora qui tu

La musica era cambiata, il gruppo che suonava sotto al gazebo stava per concludere la serata ed era il momento di qualcosa di più lento.
L’unico tra quelli che avevo trascinato rimasto in pista fino a quel momento, mi prende per la vita e iniziamo a girare insieme.

Ora, vorrei che immaginaste quanto possono essere obiettivamente antiestetici da vedere una tipa alta 1.82 affatto esile e un ragazzetto alto uguale ma talmente largo da risultare basso se visto da lontano perché quadrato.
Ma a noi sticazzi: noi ballavamo, ballavamo malissimo e ridevamo, forse abbiamo anche lussato qualche spalla a chi ci capitava a tiro perché eravamo brilli e sgraziati e completamente assorbiti dall’arduo compito di non rovinare a terra.

Continuando a girare, ridere e probabilmente fare feriti in quell’equilibrio precario, mentre penso “Ma guarda com’è socievole questo ragazzetto gigante, quattro anni che lo vedo in corridoio, mai detto manco ciao”
mi pianta un limone.
Oddio.
Bel limone però.
Ma quanti anni ha..?

Finisce la musica, mi sposto verso le panche per riavermi, lui mi segue e si siede di fianco a me:

– Dai dammi il tuo numero!

Il numero..? Esiste ancora qualcuno che chiede il numero dopo un limone..?

– Ok, tieni
– Ti do il mio
– Vabè fammi uno squil..
– Sisi ti faccio uno squillo, ho capito, sei troppo avanti

Mi prende anche in giro questo, oh!

– Scusa ma.. quanti anni hai?
– Quasi 23! Tu?
– Lascia perdere

Diocristo.

Come si è arrivati qui – P 4 il pre

Il ritorno di B era stato annunciato dai soliti messaggi insulsi dopo mesi di silenzio:

– Ciao come va?
– Bene, tu?
– Bene, le altre?
– Bene
– Mi fa piacere. Senti, tra due settimane sono a casa, se hai un giorno libero ci vediamo
– Ok

Sapevo che le possibilità si finisse a interpretare l’ennesima imitazione di Dawson’s Creek con scene di epico pathos e rinculo emotivo inevitabile, erano basse ma esistenti.

Del resto le mie amiche lo ricordano bene: iniziava sempre con un “No vabé ma siamo tranquilli ormai” e finiva con un “Mi accompagni a prendere il cinese del doposbronza e a produrre congetture e lamentele per le prossime tre ore sul perché cazzo si comporta così?” il giorno dopo.
Ah, i grandi misteri degli imbecilli.
Dai nostri incontri uscivo così prostrata che l’ultima volta mi hanno fatto a tradimento una tinta per capelli.

Sta di fatto che per ovviare al rischio telefilm ho proposto un’uscita di gruppo: io, lui e due amiche che conosceva già, lasciando il pathos all’ambientazione

2015/01/img_8563.png (niente Dawson ma il molo c’era).

Pomeriggio insulso, aperitivo insulso, saluti insulsi e addio, chissà quando lo avrei rivisto: di lì a poco sarebbe ripartito e non ci avevo fatto nemmeno mezzo minuto di chiacchera sola.
Come stava?
Le cose di cui avevamo parlato l’ultima volta le aveva superate?
Aveva riabilitato la spalla?
I sogni tristi erano finiti?
Paranoia.

Non ho retto, dopo qualche giorno gli ho scritto:
– Anche se ho deciso io cosa fare mi spiace che non abbiamo fatto nemmeno due chiacchere soli
– Se vuoi sabato sono in giro per i Buskers, magari ci vediamo lì

I Buskers sono gli artisti di strada che occupano il centro di Ferrara tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, quel fine settimana sarebbe stato quello di chiusura.
Il centro di Ferrara è molto, molto piccolo.
Un altro personaggio mi aveva comunicato che sarebbe venuto a Fe quella sera, chiedendomi di fargli da Cicerone.
Il tizio di Tinder.

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(Amici solidali).

La go pro sì, ma puntata su di me.

Come si è arrivati qui (P) – 2 il pre

Ho sempre usato i rapporti malati, gli impezzi vari, le seghe mentali come sistema per non pensare alle cose delle quali mi sarei dovuta preoccupare sul serio: proiettavo su quello anche tutto il resto, in modo da – al resto – non dover pensare, perché era troppo triste, difficile, brutto etc.

Al di là di questa funziona prettamente patologica, tutte le mie bazze erano abbastanza inutili: nessuna si concretizzava in un rapporto normale, vero.
Alcuni personaggi sono diventati miei amici (40enne, Rugbista), la maggior parte sono sono scomparsi completamente (Milanese, Blogger, Cinno), altri ancora non ho ben capito cosa pensino di fare perché ogni tanto qualcuno risbuca (B).

A parte qualche momento di frustrazione, io da single stavo bene: avevo i miei amici, la mia squadra, una collezione di ottime considerazioni (immeritate) da parte di molti dei miei conoscenti e di recente, sentendomi meglio con tutti i miei disturbi infiniti, avevo iniziato a divertirmi.

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Nemmeno stavolta parlo di zozzerie eh: per anni son stata monacale, tutto fumo – e qualche limone – ma niente salsicce, in piena serenità.

Insomma, la scorsa primavera mi trovavo fiduciosa, di buonumore, vergine di ritorno e spesso brilla, perfettamente a mio agio.

Finché
TATÀTAAAAAAAAAN
c’è stato questo matrimonio.

Da quello sketch di merda sono uscita veramente arrabbiata ma anche un po’ più realista: basta preoccuparsi di come questa manica di imbecilli poteva sentirsi, dello scegliere le parole da usare, del dar loro tempo-spazio blablabla.
Sticazzi, era ora di darci un taglio perché quel tipo di legami erano solo un annodare i lacci delle scarpe tra loro, un inciampo a tutto il resto ed era un’abitudine non solo da cessare, ma da annullare cercando di comportandosi all’esatto opposto.
Basta: d’ora in poi avrei anch’io scopato a caso.

Quindi che ho fatto?
Ho scaricato Tinder.

(Sì lo so che sono un’idiota).

Come si è arrivati qui (P) – 1 il pre

Dopo M, millemila (no, sette) anni fa, c’era stato il Milanese – la persona che ho trattato peggio in tutta la mia vita – il 40enne – sogno erotico fin dai miei 17 anni, realizzato in un’allegra storiella di qualche settimana -, il Cinno – cotta online presa in un momento di immobilità forzata per uno di cinque anni più giovane -, il Blogger – cotta clamorosa per uno che amavo talmente tanto leggere (anzi, che amo tutt’ora) da innamorarmi irreparabilmente anche di lui – il Rugbista – quello che mi ha portata nel gorgo della palla ovale, dal quale non sono più uscita – e B – due anni e mezzo di paranoia a concretezza zero.

Ce ne sono stati altri, cotte e/o slanci di durata inferiore, sventatezze passeggere e trasporti tipo treni FS: scomodi e malsani, una serie infinita di personaggi che ad ogni avvicendamento provocavano disperazione nelle mie amiche (“Ancora..? E questo chi è?? Tazza, basta!”).
Fuori uno, dentro l’altro.
E non sto facendo un doppio senso cafone, perché alle zozzerie non si è arrivati nemmeno con tutti tra quelli elencati sopra.

A me più che altro partivano Saghe di Seghe Mentali.
Ore e ore a discutere, sviscerare, bisticciare, parlare, scriversi, mancarsi, arrovellarsi, insomma due palle infinite.
Avrei dovuto fare l’imbonitrice televisiva: riuscivo a risucchiare nel gorgo della paranoia fine a se stessa qualunque tipo umano, pure i refrattari, i concreti, gli sticazzi, nessuno ne usciva indenne.
Forse ero solo contagiosa.

In più, stavo male.
Stavo sempre male, sempre sempre sempre, e nessuno che capisse cos’avessi.

A cavallo del periodo in cui ho iniziato a risolvere i miei disturbi (e non ho ancora finito: ieri la gastroenterologa mi ha definita un “caso interessante”), di una moto e di un Negroni Sbagliato, è arrivato B.

In due anni e mezzo ci saremo visti sì e no ‘na dozzina di volte, sempre con l’impatto emotivo di un meteorite estintore:
ci siamo conosciuti
terremoto
ci siamo baciati
lutto terribile suo
l’ho mandato a cagare
sono rimasta allettata un mese
ci siamo ribaciati
è andato a vivere in Cina

e così via.

Con in mezzo, spalmati in quei pochi incontri, ore ed ore di abbracci, tonnellate di pipponi paranoidi, limoni drammatici, pianti, grandi addii.
Manco avessimo mai scopato poi, cioè: tutta ‘sta para per sostanzialmente nulla.

Sette anni che avrei fatto meglio a passare in Tibet.

(Sì, l’ho presa alla larga, alla larghissima).

Caro B che stai tornando/8

Tra i messaggi di quel giorno, a parte quelli dell’amico dalle palpate solidali che, c’erano quelli di un paio di presenti alla festa che mi chiedevano se fossi arrivata viva e uno di M.
Messaggio guastissimo, secco, tutto punti che classicamente viene mandato al moroso dalla gnocchetta offesa, il suo succo era che non ricordava bene perché avesse “bisticciato” con me, scusa ciao.

Ne è seguito un breve scambio B, in cui io segnalavo di essermi accorta di come fosse preso male con me anche prima e lui rispondeva che era vero, non sapeva il perché ma “non c’è sempre bisogno di sviscerare tutto”.
Specie se quello che tratta di merda sei tu e quella che viene trattata di merda sono io, penso.

Comunque B, il succo del discorso
la morale
il punto
la conclusione

è che mi avete rotto il cazzo.

Mi avete veramente rotto il cazzo tu, che compari e scompari come un minchiosissimo uragano dal sorriso enorme e i pensieri contorti;
mi ha rotto il cazzo M perché è un poveretto talmente stronzo che mi ha fatto passare la nostalgia o la felicità nel ripensare a gli ultimi anni buoni prima di stare male;
mi ha rotto il cazzo aver sempre dato per scontato di essere meno di voi: ero difettosa – vero – ma non per questo meno umana.

C’è una cosa che dico sempre alle mie amiche:

prima di vederlo riconosciuto dagli altri, un valore ce lo si deve dare da soli: se tu regali auto nuove a 100 euro, nessuno replicherà “ma no dai, te ne do almeno 8000”.

Caro B, ma anche M, altro che 8000 euro, da oggi in poi.

Caro B che stai tornando/7

Ho iniziato a piangere e non mi sono più fermata.

Da sobria avrei incassato, riso per finta, fatto finta di niente ma non lo ero.
Poi checcazzo, sarà stato ubriaco anche lui ma l’alcool non inventa: amplifica, così ha alzato al massimo volume un suo nervoso che covava da chissà quanto e a me la tristezza di vederlo così.

Perché negli anni, con e (soprattutto) senza motivo abbiamo litigato milioni di volte bastava un “Ciao” e finiva in psicodramma ma era uno scontro che vedevo cretino e alla pari e la verità è che non ho dato mai lontanamente la stessa importanza agli anni di litigio di quella che per me hanno avuto gli anni insieme.
Eravamo ragazzini
è stata una vita fa
era finita già da un po’
Lo so!
Appunto: era una cosa da ricordare senza rancore, trascinata poi male ma comunque intoccata, la prima storia che sei scemo e non sai niente e vivi tutto di pancia e che bello sarebbe stato un giorno ripensarci a cuor leggero!
Almeno: pensavo.

Ero triste perché a quel punto era evidente che non sarebbe mai stato così.

Ad un certo punto, serata finita, dopo che avevo pianto circa due ore (oh scusa ma non riuscivo a fermarmi!) e perso un po’ di tramontana qualcuno mi ha caricata in auto e portata a casa.
Non ho idea di chi ci fosse sui sedili anteriori.
Mi fa ancora mettere il viso tra le mani la lieve empasse di – ehm – “palpate solidali” messa in atto dall’amico seduto al mio fianco ma ne sono uscita senza danni: prima che me ne accorgessi eravamo davanti al mio portone.

Mi sono buttata nel letto vestita, piuttosto disgustosa e stesa dalla giornata B, tu che mi hai vista bere sai di cosa parlo.
Ho dormito un sonno pesante e vischioso fino alle dodici del giorno dopo, senza mai aprire gli occhi prima – che per me è strano – senza sognare.

Ripresi i sensi, aspettati svariati minuti, ho recuperato il telefono e controllato lo schermo: avevo più di un messaggio da leggere.