Senza Titolo

“Come faccio quando vai a casa?
Come faccio?”.

Farai come sempre nonna, perché io da te non vengo mai.

C’ero quando ti hanno portata qui, non so se quattro o cinque anni fa.
C’ero e ho pianto per ore, perché pensavo fosse la fine.

“Come faccio quando vai a casa??
Ci sono i bimbi!
La bimba è grande?”

Anche adesso mi viene da piangere

“La bimba è grande come te?”

La bimba è mia cugina e ha 18 anni, ha i controcazzi nonna, ma non so se ti piacerebbe.
Trent’anni fa, la te di trent’anni fa forse l’avrebbe amata.
Ma no, non è vero: eri già troppo stronza.

“Al lavoro, ti danno soldi?
Io ne ho un sacco, ne vuoi?
Ho quattro sacchi, quattro sacchi di oro”

Cazzo sei nonna, un pirata?

“Li porto in banca”

Brava.

“Come faccio quando vai a casa?”

Tanto non sai che sono io, pensi che sia mia zia giovane, tua nipote, (bis)nonna, quella a cui hai fatto da testimone di nozze, quella che hai un po’ truffato, sfruttato eccetera.
Quella più devota.

“Acqua”

Sì nonna, ti faccio vento con la sinistra usando i fogli delle spese del condominio che avevo in borsa, con la destra scrivo e all’occorrenza ti do da bere.

Pensavo di fare un passaggio rapido e andarmene ma non è più come un paio di mesi fa, quando sono venuta e tu eri circa nel ’75 e sapevi di dover andare a impastare, fare gli stipendi agli operai.

“Gh.. La sedia, poi.. Cos’era quell’altra cosa..?”

Eh?

“Son vestita, vengo giù, poltrone”.

L’aria che ti muovo addosso ti piace e ti intontisce come un amante delicato, ogni tanto lo dici: “Sì, sì”.

Oggi non sei nel ’75, oggi sei in un tempo che non ti spieghi e che non riesci a contare e te ne vuoi andare ma non puoi.
Non riesci a muovere troppo nemmeno le braccia, figuriamoci il resto del mucchietto d’ossa che ti è rimasto.

Ora dormi.
Mi si è stretto il cuore a vederti grattare e sanguinare, a chiedere di uscire senza essere considerata, proprio tu che non hai mai chiesto una madonna di niente a nessuno e fatto sempre quello che ti pareva.

Ho preso un po’ di garze, le ho bagnate e le ho picchiettate sui graffi per farti passare il prurito, ho trovato fogli in borsa e ho iniziato a farti aria perché lo so perfettamente che non te ne frega un cazzo di uscire, non uscivi nemmeno quando avresti potuto, di questo ricovero ti da noia l’aria calda e stantia.
Non si può avere freddo da queste parti.
Il fresco sulla pelle ti fa venire sete, a te che non bevi mai.
Acqua, perché fino alla settimana prima di finire qui, quando davamo il cambio alla badante per la sua ora d’aria, se facevamo tanto di ritardare dieci minuti ti trovavamo a turno stesa a terra, ubriaca fradicia di mandorlo amaro – che schifo nonna – a sparare nomi a caso perché già non ci vedevi bene, da sbronza figuriamoci.

Il fresco ti piace e come segno di estremo gradimento sonnecchi e fai la cacca, brava nonna, come quando mi pulivi il culo da piccola: ” L’è totta roba santa”.

Dovresti mangiare ma ti sei addormentata.
Scrivere mentre sono qui mi permette di non piangere e di distrarmi dai crampi alla mano: sono quasi quaranta minuti che sventolo.

“Adesso mi vesto, vestimi!
Voglio venire fuori!
La camicia da giorno!”

No nonna…

“Vai a casa?”
Faccio segno di sì.
“Vengo anche io! Vengo anche io a casa con te”
e i tuoi occhi sono di un vetro blu scuro e mi supplicano ma smettila nonna cazzo tu non supplichi nessuno, non ti posso portare a casa con me, nemmeno mi vedi.

Ti bacio: le palpebre, la fronte, le guance.

“Ancora, ancora”

Sì nonna

“Vai a casa?”

“Grazie, grazie”

L’aria fredda aiuta, fuori è un mondo dove non ci sei più.
Bastardo il tempo, un figlio di troia che ti prende per il culo.
Te nonna sì che sei stata una gran stronza: hai rotto il cazzo a generazioni intere, amato pianto e tradito, scopato e picchiato (rispettivamente: altri oltre al nonno e quelle che il nonno scopava oltre a te), visto due guerre, la spagnola, sepolto da oltre vent’anni marito e figli e sei stata così tanto umana e puttana che non riesco a venire da te, vederti così e uscirne illesa.

Ci vediamo presto, se avrò il coraggio.