Un noir in famiglia – 4

Il decadimento che lo stile di vita della famiglia di Gherardo ha subito negli anni era evidente persino alla me ragazzina. L’oreficeria di famiglia andava perdendo vetrine, cedute ad altre attività attigue, amministrate in modo ben più proficuo; il lussuoso appartamento veniva abbandonato, per arredarne uno ridotto e lontano dal centro, con frustrazioni e passato; qualche voce o lamentela riportata all’Arma forse andava messa a tacere, lasciando che a parlare fosse il contante traghettato sottobanco; il labile legame con l’ineffabile madre Zara, ormai vedova da lungo tempo non aveva certo acquistato in qualità, anzi.

Zia Zara già non la vedevo da anni, quando seppi che si era “riaccompagnata”, con un anziano signore chiamato Norberto, benestante coevo che poteva di nuovo farla sentire fiera e femminile, grazie al quale – mi riportarono – l’arzilla ultrasettantenne si vantava di sfoderare i già purtroppo famosi perizomi leopardati.

Per lui, Zia Zara si era trasferita in riviera. Accolta come una stella del cinema dai nuovi concittadini che ne osannavano l’inintaccata bellezza; celebrata dai figli di Norberto come unico motivo di gioia dell’altrimenti rassegnato padre; richiesta a gran voce nei migliori salotti.

Almeno: questo era quanto riportava nelle frettolose telefonate alle sorelle. E sono convinta lo credesse lei stessa: per Zia Zara la parte più importante delle giornate si svolgeva dietro gli occhi, non dinnanzi; pazienza se ogni tanto questa pazzerella, maleducata realtà non si prendeva la briga di corrispondere a ogni suggerimento che avrebbe dovuto accogliere. La sua felicità la costruiva da sola, nella propria mente, accontentandosi signorilmente di quanto il bieco mondo fosse faticosamente in grado di confermarle. Nemmeno la morte pacifica e improvvisa di Norberto, addormentatosi profondamente sulla poltrona e poi scivolato – non visto – nell’aldilà, mi pare abbia mai messo in crisi quel profondo rapporto con la fantasia. Forse ne è uscito addirittura rinforzato: un’ultraottantenne sola, tutelata unicamente dalle disposizioni testamentarie del neo-defunto secondo marito, per rimanere accomodata nell’appartamento testimone del loro maturo amore, nonostante l’ostilità – fantasiosamente ignorabile ai magnanimi occhi di Zara – della prole di lui, perché mai avrebbe dovuto – proprio a quel punto – prodursi in un miserabile ingresso negli ultimi anni della sua vita?

Un noir in famiglia – 2

Come dicevo, mia nonna T. ha tre sorelle e un fratello;

Zara, la sorella più grande, è quella che non sappiamo dove sia finita; di lei conservo ricordi di seconda mano, ad esempio le mille volte in cui la nonna mi ha raccontato che i fascisti la volevano trascinare in piazza per rasarle la testa, o quando si era presentata – decenni dopo – davanti alla bottega del vecchio forno per esibire la nuova acconciatura e dalla finestra due piani più su, la Rina le aveva strizzato una spugna diritta addosso.

Ne ho anche qualcuno di prima mano: lei vestita da esotica giapponesina al matrimonio di una delle nipoti (una figlia di mia nonna, mia zia), con due cespugli fiorati piantati ai lati della testa. Venticinque anni fa era strano vedere un’ultrasessantenne addobbata in quel modo, com’era strano – a meno di un lustro di distanza – che la stessa ultrasessantenne suggerisse alla me preadolescente di acquistare qualche perizoma leopardato. “Sono deee-liziosi!”

Ma la prozia Zara è sempre stata così: vanesia, garrula, inappropriata.

Si sposò già incinta; deplorevole, secondo la rigida diseducazione che mi avrebbe impartito nonna T., ereditata dall’ipocrita madre – mia bisnonna – secondo cui ogni donna che… secondo cui ogni donna è una puttana, soprattutto se gravida prima del matrimonio. Esattamente come lo fu lei, a sedici anni, fatto da cui tentò di distrarre i posteri occupandosi a ritmo serrato della diffamazione di qualunque altro essere femminile del Creato.

Dicevamo, Zia Zara si sposò già incinta del primo figlio, che non ricordo di aver mai incontrato, poi ne fece un altro: quello spiaggiato in ospedale con lo scroto al vento a cui accennavo ieri. Il marito era un pomposo ingegnere, maestoso a parole e mesto nei fatti, esattamente il suo tipo (dacché la prozia non ha mai avuto granché da spartire con la realtà). Ma era alto, titolato, spocchioso e limitato come molti degli uomini di successo di cui ho assistito al successivo declino finanziario e familiare. Irresistibile.

Zia Zara e il marito Zio Trombone, per molti degli anni delle infanzie dei figli, viaggiarono a destra e manca, spargendo boria in tutti i salotti, di qualunque provincia, ai quali il mestiere di lui fornisse l’accesso. Non che io pensi sia mai loro sorto il dubbio, ma sono convinta che, a domanda diretta, avrebbero difeso la deliberata assenza genitoriale, offesi e stupiti del fatto che qualcuno potesse trovare meno che perfetto un qualsivoglia aspetto di quella mondana condotta. Se ai figli non bastava avere genitori che garantissero loro un buon nome (la cui bontà scompariva dalle bocche di tutti appena abbandonavano la stanza) e una bella casa – e nient’altro – il problema era esclusivamente della progenie, non certo loro.

Così quei due bambini crebbero soli, l’uno (a me sconosciuto) nel totale rifiuto di qualunque regola impartita da lontano, senza contatto diretto, tipo quelle del fisco; l’altro trascinando un’irrisolta, protratta infanzia, in cui il bambino che manifesta i dispiaceri ingozzandosi di cibo, avrebbe atteso per sempre una mamma che arrivasse a sostituirlo con il suo abbraccio. Non sarebbe mai arrivata.

Letti

C’è il signore sorridente che non si capisce bene cosa macchini, dietro la sua espressione cerosa, con il cuore rotto dentro;

c’è la giovane donna con l’aria di una ragazzina che ci accoglie sorridendo, mettendo su la faccia furba di chi spera in un dolcino, siede a gambe e dita incrociate sul letto con i polmoni in subbuglio per la voglia di tornare a casa;

c’è la signora con la lingua che taglia e cuce, non abbastanza per richiuderle le piaghe ma più che a sufficienza per fare la spia su quanto poco mangi la donna adagiata sul letto di fianco. La donna adagiata galleggia su una coltre di lunghi capelli grigi striati di bianco a circondare un viso da opale, spalle sottili e mani affusolate e guarda in cagnesco la chiacchierona. Solo una delle due vivrà, a meno che qualcuno non le molli una comprensibile padellata tra capo e collo;

c’è il signore allegro e gioviale, a guardarlo in faccia sembra un po’ un ragazzino e un po’ il Doc di Ritorno al Futuro, a guardargli le gambe c’è da mettersi le mani nei capelli e lui non ha chiaro che quello è l’ultimo dei suoi problemi. Il primo, stando alla sua anamnesi e agli occhi lucidi, penso sia avere solo una casa vuota ad aspettarlo.

Ci sono molti letti, in un grande ospedale, tante persone con i loro pensieri che si aggrovigliano e si diluiscono fino a disfarsi, come l’odioso gel disinfettante sui palmi, in cui tuffiamo le mani tra una sponda e l’altra;

c’è la minuta dottoressa svelta come una scheggia, a cui un’anziana sdentata e sempre meno allegra continua a domandare quando arriva “il dottore”, che passa in rassegna l’esterno e l’interno dei suoi pazienti e tiene i suoi pensieri chiari, netti, fuori dal groviglio in cui si perdono anche i miei.

Con gli occhi all’indietro

Quando un’illusione finisce, rimane quel senso d’incredulità candida, nel realizzare quanto a lungo ci si abbia vissuto dentro. Com’è stato possibile?

Ho un evidente problema con il passato. Ma grande, enorme, vasto quanto l’insieme delle vite di chiunque abbia condiviso a lungo la mia.

Fino a pochissimi mesi fa, il passato era l’unica dimensione temporale esistente. Dentro casa, ce n’era troppo: troppi adulti e anziani, troppi discorsi sull’indietro e la completa sfiducia nell’avanti. Una volta cresciuta, poi uscita, era tardi: di passato ero riempita.

Troppo grande, la frustrazione di non esserci stata, in quel passato. Non avevo dei genitori che mi permettessero di fare la figlia, mi mancava la capacità – e spesso l’occasione – di mescolarmi con i coetanei, ed ero obbligata a trascorrere il tempo infinito dell’infanzia pensando a un’epoca in cui, per forza di cose, non avrei mai potuto esistere.

Sono cose che realizzo mentre scrivo, un po’ a vanvera, che mi spiegano con parole tutte mie cos’è la sensazione nei miei ricordi: come mai abbia trascorso tante ore a immaginarmi dentro scene descritte da altri. In bianco e nero, come vedevo nei film quegli anni in cui non c’ero.

Nelle giornate che vivevo, l’argomento principale era quello che è stato.

“Una volta sì che era diverso…”

“Quando eravamo giovani facevamo…”

Ma ti ricordi…?”

Detta così, sembra stupido anche a me. Ma ho imparato a fidarmi delle materie di studio. È un po’ difficile da spiegare, ma ci provo:

c’è un vecchio esperimento, che spiega bene un aspetto del nostro cervello. Nell’esperimento, alcuni gatti venivano fatti crescere in ambienti attrezzati, dove i loro occhi potevano riconoscere solo righe verticali.

I nostri occhi, come i loro, sono strutturati principalmente per riconoscere i contrasti e se si va a misurare nel cervello, ci sono neuroni fatti per riconoscere le righe verticali e altri che si accendono per le righe orizzontali.

A forza di vedere solo righe verticali, il cervello di questi gatti aveva espanso l’area che rispondeva alle verticali e ridotto quella dedicata alle orizzontali.

Oltre una certa finestra temporale, il processo diventa irreversibile, e il gatto disimparerà per sempre a leggere gli stimoli visivi orizzontali: il suo cervello non emetterà più segnali, alla loro comparsa.

Gli stimoli che riceviamo, ci modificano.

L’uso che facciamo di noi stessi, ci plasma.

Probabilmente è per questo, che non mi sono mai pensata la protagonista di una storia: ogni fantasticheria in cui ero io il personaggio al centro dell’attenzione, mi impietriva. “Pensa, quando anche la bambina si sposerà”, dicevano le donne, tirando le sfoglie e piegando tortellini. Io immaginavo la navata della chiesa che frequentavamo, e mi veniva la nausea. Non mi piaceva festeggiare i compleanni. “Beh, perché non vuoi la festa?” Ma quale festa? Invitando chi? Per festeggiare cosa? Altro tempo trascorso in avanti anziché – come avrebbe dovuto per farmi felice – all’indietro? Anche no.

Dopo la morte del Nonno, quando avevo sei anni, ogni secondo era dedicato con ancora più forza al passato, da cui lui non avrebbe più potuto riemergere. Era rimasto indietro, cristallizzato, via da noi.

Fino a pochissimi mesi fa, il passato era l’unica dimensione temporale esistente ed è una puttanata colossale: l’unica cosa capace di esistere è l’istante, che cambia di continuo, scorre. A pensarci troppo, mi sembra sproporzionata l’importanza che può avere il minor lasso di tempo che possiamo immaginare. Quanto peso ha, la frazione minima di una giornata, di un’ora? Possiamo dire o fare qualcosa che altererà per sempre il corso degli eventi, senza più la possibilità di cambiare quel che è stato.

Per chi rimane qui però, gli istanti in entrata arrivano da davanti, come la frontalità dei nostri occhi sottolinea

vivendo rivolti indietro, passano senza che noi ne facciamo alcunché.

Il terzo giorno

Questo è il terzo giorno di fila in cui apro gli occhi e voglio morire.

Ne ho avuti (molti) altri, in passato; penso valga un po’ per tutto, trovarli più difficili se ti sei disabituato.

Non ho intenzione di uccidermi e, anche se l’avessi, sono troppo disorganizzata per riuscirci, quindi il problema non è questo. Il problema è che si tratta di una delle sensazioni più orribili da provare.

Ieri era il mio compleanno e io lo odio: come tutti i bipolari del mondo, le ricorrenze sono motivo di tremendi sbalzi. Per chi a ogni compleanno, si è sentita ripetere quanto non avrebbe dovuto venire al mondo, ma con il sorriso!, è la più brutta.

Nel mio caso, per essere onesta, se la gioca col Natale.

Nel mio caso, a dirla tutta, l’esistenza di mia madre peggiora drasticamente l’intera dinamica.

Se ne esce un paio di giorni prima dopo mesi di silenzio (tipicamente si fa viva per Natale e per il mio compleanno da quando avevo 16 anni, epoca in cui la casa base si sciolse e le donne rimaste in famiglia presero strade diverse) con messaggi e telefonate, a me viene da vomitare, è capitato che mi forzassi a incontrarla, segue crisi di rabbia in solitaria etc.

Con il compleanno è peggio perché tutti ti dicono “Auguri” o fanno battute scarse sugli anni che passano e sull’essere zitella e tu vorresti solo seppellirti e non esistere più. Come doveva essere.

A nessuno va bene che tu ti senta una merda il giorno del tuo compleanno: è una colpa. Sei talmente noiosa e piena di gnole, da non essere contenta nemmeno il giorno del tuo compleanno.

Come se a me divertisse rimanerne oltre 30 ore quasi immobile a piangere, senza mangiare.

Lo scrivo per ricordarmi che è assurdo e che non mi devo più mettere in una situazione del genere: sola, quando so che arriva un down.

È che non saprei a chi chiedere, di stare con me quando sto male. Non mi piace infastidire gli amici e sono comunque pochi quelli che mi hanno vista in sclero serio. Vero che diventa esponenzialmente più piccolo, quando non sono sola… non lo so.

L’anno scorso avevo programmato un impegno con una vecchia amica e aveva funzionato: ero stata bene.

Quest’anno non avevo programmato nulla perché in teoria avrei dovuto passare la giornata con Alck, il moroso recente. Pessima idea.

Alck è una cara persona, ma anche no. Nel senso: è gentile, disponibile etc, però non mi capisce neanche da lontano.

E da un lato è un vantaggio: puoi allegramente unirti a lui, nel fingere che le bombe a orologeria nel tuo cervello non esistono. Poi, quando esplodono, cazzi tuoi.

Secondo Alck, io e lui stiamo insieme da tipo due settimane dopo la nostra prima uscita. Secondo me no.

Per lui, stare con qualcuno significa mettere regole da quel momento in poi; per me si tratta di più di uno stato delle cose: ci conosciamo abbastanza, sappiamo come trattarci a vicenda, ci vogliamo abbastanza bene, ne consegue che stiamo stando insieme. Di lì il resto.

Invece devo conoscere suoi amici. Di recente si è lamentato perché non ho parlato molto con un suo amico molto gentile che è arrivato, ha fatto un monologo di venti minuti, ha scambiato con Alck opinioni su calcio, elettrodomestici e musica leggera italiana – a quel punto mi sentivo fuori gender – e poi mi ha puntato gli occhioni addosso chiedendomi: “parlami di te”.

Ora, io non so come siano abituati loro, ma due persone che conosco relativamente poco, piazzate sul lato del divano ortogonale al mio, che mi fissano e vogliono sentirsi rispondere non so che cosa, è uno dei pochi sistemi per essere certi di farmi tacere. Tra l’altro, al momento la mia vita mi fa veramente schifo, quindi non mi avrebbe esaltato come topic nemmeno fossi stata fan dell’allegro interrogatorio.

Vabé, è inutile che mi lamenti di Alck.

La vera-verità è che abbiamo fatto le cose male, troppo in fretta, e che io mi sento sola nonostante – in teoria – dovrebbe esserci lui, almeno ogni tanto.

Sono davvero a basso-consumo quando frequento qualcuno: non chiedo mai niente, non ho particolari fissazioni, mi va bene più o meno fare qualunque cosa,

però è vero: mi aspetto che se ti importa di me e vedi che sto male, tu almeno provi a tirarmi fuori. Non è necessario riuscirci.

È stato per due messaggi con un’amica al secondo aborto spontaneo, che mi sono alzata e sono andata a comprare da mangiare.

Chiaramente, queste sono riflessioni a oggi, che sto meglio.

“Ehi, come va oggi?”

“Alla grande! Ho pensato che starei meglio morta solo un paio d’ore, contro le venti di ieri!”

Oggi piangerò moltissimo (sto già piangendo moltissimo) e senza motivo. Il terzo giorno è sempre difficile, che tu voglia smettere di fumare, lasciare qualcuno o avere un tracollo nervoso.

La mia testa è vuota e non sento niente di niente: non sono triste né abbattuta, i miei sentimenti sono svuotati. Qualcosa da qualche parte, dentro di me piange ma posso lasciarlo fare finché non si sarà stufato. Ignoro chi stia piangendo e per cosa. O per chi.

Sdoganare piselli – cose che avrei voluto sapere

Qualche settimana fa, nel mezzo di una chiacchierata su Messenger, la mia vecchia amica Giò ha inviato uno dei messaggi più teneri che abbia mai ricevuto.

Glo

Devo ammetterlo: mi ha un po’ commossa.

Primo: è impressionante il fatto che ancora lo ricordi, considerato che parliamo di almeno-almeno 18 anni fa;
secondo, anche io ricordo la stessa chiacchierata, che inaugurò formalmente una fase particolarmente sgradevole della mia vita: la fila di menzogne.

Per tutta l’esistenza, mi ero acrobaticamente destreggiata a sopravvivere in una casa dove quattro persone diverse si urlavano addosso e urlavano addosso a me,
tutto 
e il contrario di tutto.

I bambini non hanno bisogno di tante parole, hanno solo bisogno che quelle che sentono corrispondano alla realtà;
quando realtà e parole cozzano, è un casino: una giungla ostile e tu non capisci dove sei, né con chi.

La Commedia dell’Arte di cui ero comparsa, aveva numerosi punti in comune con molte – troppe – altre case italiane:

il sesso è sporco e sbagliato 
voler far sesso è sbagliato e tu fai cagare per il solo averlo pensato
il genere maschile è composto da una mandria di zombie con rotoli di peli di cazzo al posto del cervello che non sono interessati ad altro che a usarti;
contraccettivi sono cose che conoscono solo le sporche puttane che fanno sesso prima del matrimonio;
se torni a casa incinta la tua vita e quella di tutta la famiglia è finita e l’artefice sei tu (come se non avessi già fatto abbastanza).

cose così.

Tipica, vincente, tattica
applicata nelle famiglie in cui si sono verificate gravidanze indesiderate,
e negli Anni di Piombo:
la Strategia del Terrore.

Quando una volta, tanto tempo fa, mi trovai di fronte alla prima vera occasione di contatto fisico, la prima cosa che feci fu mentire: gli dissi che – anche se non molto – qualcosa avevo già fatto.
Il ragazzo con cui persi la verginità, non ha mai saputo di essere stato anche il mio primo, vero bacio.
L’intimità con un’altra persona era da un lato una cosa che volevo, dall’altro un orribile tradimento alla mia famiglia;
un’esperienza da dividere con qualcuno che amavo, e una cosa che mi avrebbe sporcata per sempre, per cui ogni familiare non mi avrebbe più guardata in faccia;

sarebbe stato scegliere quella cosa disgustosavergognosa, fatta per persone deboli, incapaci di controllare i propri impulsi più bassi, sopra la propria famiglia.

Era chiedermi troppo, l’essere del tutto sincera. Avevo troppa paura.

E adesso bestemmio, e lo faccio nel mio dialetto: dio-bròt-boia

non fate MAI una cosa del genere alle vostre figlie.

Alla fine, non scelsi io per me: scelsero i miei ormoni
(mentre i miei neuroni, ancora se la combattono con una certa brutalità)

e il sesso era strano, nuovo, e francamente… non tutto ‘sto problema.

Non penso alle abilità di uno o dell’altro – che sono arrivate dopo un po’ – ma proprio in relazione al fenomeno: non c’era alcun terribile evento, ad attendermi dopo aver perso la verginità;
sotto alle mutande di lui non c’era niente di strano, dando per scontata la curiosa anatomia dell’organo riproduttivo maschile

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Ripensandoci, mi sono chiesta se – in fondo – non fosse, colpa loro.

Erano anni in cui si sceglieva se affondare o restare a galla: c’era poco tempo da dedicare ai più piccoli e si cercava di rendere più efficace e incisivo il messaggio, col minore dispendio energetico possibile.

Ripensandoci meglio, ho pensato: CAZZATE.

C’era gente messa uguale, che ha risparmiato anni di terrorismo psicologico e senso di colpa ai figli. E se i miei lo avevano imparato, perché a propria volta gli era stato insegnato così, potevano accendere il cazzo di cervello.

Il fatto è che, più ripenso a queste cose, più rinforzo due effetti:

da un lato, mi sento meglio. Instabile, confusa, ma meglio;

dall’altro, man mano, perdo gradualmente ogni tipo d’interesse verso i miei familiari, parametro rispetto al quale mi ero sempre – involontariamente – definita.

Chissà poi perché, considerato che esistevo nella misura in cui facevo qualcosa che andasse bene a loro e stop.

E seguo questo processo accadere, con tutte le loro espressioni stranite e incomprensioni del caso, come fosse una cosa triste in sé, ma troppo lontana per riguardarmi.

Mi interessano sempre meno… ed è strano e inaspettato, come quei calzini fatta a guanti per le dita dei piedi. Anzi: meno d’impatto, non è brutto e non dà fastidio.

Oh beh, sarà che succede così a sentirsi dare della puttana per 15 anni.

Io ci sono (lo stesso) – post terapia

Eravamo in negozio, nella panetteria.

Mia nonna era dietro banco, monolitica, con i capelli in ordine e il trucco perfetto nonostante le già dieci ore di lavoro alle spalle. Era ora di pranzo.

Davanti c’eravamo io, Niní e sua madre.

Zack, lo psicocoso, mi ha chiesto di estrarre un brutto ricordo.

“Posso scriverlo, anziché parlare?”

“Certo”

“Ok, se no piango e non riesco a parlare più”

Piangere e scrivere, è molto più facile. Lo sapevo: ad un certo punto della terapia mi sarebbe toccato, anche se la cosa mi urta moltissimo.

Mica per una questione “d’immagine”, è che mi impaciugo di lacrime e schifo di naso, poi si scalda la faccia e diventa rossa, infine mi confondo e poi non parlo più.

Piangere è una cosa che faccio disordinatamente: è faticoso, dopo anni passati ad allenarmi su come non si fa.

Eravamo in negozio e la mamma di Ninì stava chiedendo a mia nonna di potermi portare a Verona, dai parenti che allora abitavano là.

La mamma e il papà di Ninì fuggirono ancora bambini dalla guerra in Vietnam. Gran parte delle loro famiglie arrivò qui, e non solo: Ninì aveva zii e cugini sparpagliati in tutto il mondo.

Quelli americani le spedivano inguardabili vestiti bellissimi, pieno di balze e tulle, fatti di raso a colori confetto.

Ricordo che trovavo esotica, l’idea di cambiarsi vestiti per gioco.

A casa mia, le regole imponevano un ritmo ragionato: si indossavano gli abiti finché andavano da lavare, perché eravamo in tante e non si potevano fare “mucchi di roba”.

L’ho sempre trovato sensato, come ho sempre guardato lei con certi picchi d’invidia che sapevo solo io.

Ero così contenta che finii per sentirmi imbarazzata, la volta che ne arrivò uno abbastanza grande da andare bene anche a me.

Di solito, toccava ringraziare per cose di cui non m’interessava per niente, così avevo finito per non avere idea di come comportarmi quando qualcuno – anche accidentalmente – mi faceva sentire felice.

Anche adesso, passati in un soffio ben più di vent’anni, mi sento talmente incapace di mostrare gratitudine, che preferisco non si facciano cose per me.

I miei non erano cattivi, erano solo impreparati a gestire un umano accidentale, in mezzo a un’altra vasta serie di sfighe, cresciuto per forza di cose, tra i muri di cortili interni e colpi di vento. E pagine di libri.

Non a loro immagine, né a quella di mio padre.

Sui compagni di scuola usavo i modi burberi di Ugo il Falegname Nervoso:

se all’intervallo un pallone mi piombava in braccio mentre leggevo, abbaiavo con il muso ritagliato via da lui, che minacciava me è Ninì di bucare il Supertele, colpevole del rimbombo sulla porta scorrevole metallica del suo laboratorio;

con quelle capre delle maestre, sfoggiavo toni e battute da bottega. Rinunciarono presto ad avere i miei compiti svolti: quasi tutte le cose di scuola, io le sapevo già. Spesso li facevo in tempo reale, leggendo ad alta voce riempivo i campi mai completati, sui puntini del libro per quel giorno là.

Le poche volte in cui mi mettevo a giocare con dei coetanei, nella mia testa partiva un film – o un cartone animato – tratto dai volumi dentro cui spendevo i pomeriggi: I Quindici (peggio Simone paggio Simone, con il berretto di lana marrone, con il farsetto verde velluto, paggio Simone ti dà il benvenuto), i Classici per Ragazzi – che cotta avevo per Jervis Pendleton – o le facciate leggere di riviste con estratti di testi pruriginosi (sfido chiunque ad aver letto pagine dell’erotico “Il Macellaio” prima della terza elementare).

Ma i giochi dei bambini mi imbarazzavano: passavo il tempo da sola, o tra adulti per i quali l’infanzia era una perdonabile debolezza passeggera. Niente su cui concentrarsi troppo. “Giocare” era qualcosa che volevo fare, pur vergognandomi all’idea di essere vista.

Mi commuove come le mie amiche, neo-mamme, vivano nell’angoscia di non essere abbastanza. Quando dico loro: “Andrà bene, non ti preoccupare, andrà davvero molto bene”, lo penso sul serio.

Se guardo indietro, ho compassione per me stessa.

Ad ogni modo, eravamo in negozio e Fiore – mamma di Ninì – chiese a mia nonna il permesso di portarmi con loro.

La risposta, che mi colse del tutto impreparata, fu un secco “No!” senza appello, vagamente sprezzante.

Ero così contenta a quella prospettiva, che non avevo considerato le implicazioni.

Mia nonna era disgustata all’idea che qualcuno potesse avanzare una richiesta del genere, e quel qualcuno ero io: la mamma di Ninì non era tenuta a sapere come funzionasse, ma io sì. Avevo già nove anni, mica tre: dovevo sapere che le stavo solo causando il disturbo di passare da cattiva di turno per niente.

E io rimasi lì, spaesata, nell’ombra della bottega con la serranda un poco abbassata, e iniziai a piangere. Senza riuscire a fermarmi.

Che vergogna, piangere per un inutile capriccio. Che mossa inconsiderata da parte mia, mettere in una posizione tanto poco lusinghiera qualcuno che si preoccupava sempre per me.

“Ho io la responsabilità della bambina, se succede qualcosa la colpa ricade è mia”.

Quindi fu no.

E io piansi, piansi. Senza insistere, piansi e basta. Piansi talmente a lungo da interdire gli astanti, per niente abituati a vedermi così. Non importava che “la bambina” potesse essere dimenticata a casa dell’uno o dell’altro vicino di casa fino a ora tarda, perché la madre si scordava di andarsela riprendere. Nemmeno importava che “la bambina” fosse in grado dai cinque anni di andarsene autonomamente in giro per il paese, magari evadendo qualche commissione. “La bambina” era stata “una stupida” anche solo a pensare di poter andare via.

Mi rendo conto che – di per sé – quell’episodio non fu niente di grave, eppure riassume il ritornello di tutta la mia vita.

E adesso sono solo tanto, tanto stanca.