Le coppie scoppiettanti

Due minuti fa leggevo un post su Pensieri Effimeri in cui si parla di una coppia in un brutto momento.

Quando ero ggggiovane, guardavo in giro tra le coppie, o guardavo a quella in cui ero io da pochi anni, e nutrivo la spocchiosa convinzione che i rapporti funzionanti fossero in qualche modo sanciti dal Fato, caduti dal cielo, o – più semplicemente – generati da un estremo grado di compatibilità

e basta.

Gran cazzata.

Ma ne ero certa, con il sussiego e la superbia di chi si crede nata imparata.

Poi ho imparato sul serio, che non avevo capito una sega.

Le coppie che ho visto navigare decadi, guadare fiumi di merda, godere l’uno dell’altra e resistere davanti a tutto, sono quelle che discutono-di-continuo.

Oh, di continuo! Specie in compagnia di amici talmente storici che qualunque aperitivo è come prenderlo in mutande nel salotto di casa tua.

Esplosioni di contrarietà

detonazioni di punti di vista

fiumi di lava e parole.

Sorpresa sorpresa: quelle coppie resistono a tutto.

Al tempo, alle tentazioni, ai momenti di buio nei quali – fisiologicamente – siamo fatti per cadere ogni tanto.

Non sono coppie nate perfette, ma in un certo senso lo sono diventate:

parlando, a volte sbottando, soprattutto ascoltando.

Se oggi dovessi descrivere cosa rende una coppia inossidabile, direi che serve piacersi molto, volersi un gran bene, ed esplodere ogni volta che serve

(oggi ho gli ormoni melensi in circolazione)

ma prima che diventi uno scoppio nucleare: quando ancora – il botto – non è troppo pieno e riesca a sembrare un fuoco d’artificio.

(O almeno che faccia cuocere i pop-corn).

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Ditta Demolizioni

Faccio schifo: nei rapporti interpersonali e in un’altra lunga lista di cose, faccio schifo.

Ma!, se nella lunga lista di cose faccio schifo perché non riesce a interessarmi di niente, nei rapporti faccio schifo nonostante m’importi.

Forse, degli aspetti sbagliati.

Poche ore fa bisticciavo con mia nonna, che mi ha cresciuta.

La settimana scorsa le avevo raccontato della terapia, sembrava aver grossomodo capito mentre oggi – per i fatti miei, ero intrattabile – se n’è uscita sostenendo che io le avrei detto: “Tanto è tutta colpa tua”.

Grossomodo l’opposto, considerato che il tema – sia con Zap che con lei – è stato “Chiaro che senza di te e un altro paio di persone, sarei finita molto peggio”.

Vabbè.

Un paio di giorni fa mi sono seduta al bar di un amico e con lui e un altro paio di suoi compari, abbiamo fatto aperitivo. Tra gli argomenti di conversazione, è uscito un vecchio conoscente che ha un grosso problema di schizofrenia (diagnosticata etc) e uno dei ragazzi mi dice: “Perché all’inizio, quando vieni a sapere certe cose, pensi che faccia il coglione, non che stia male”.

“Già, la storia della mia vita” ho risposto con una risatina sciocca, ma solo il barista ha capito a cosa mi riferivo. Perché è così, sempre. Specie per chi – come me – ha una gran faccia da culo e un’apparenza granitica.

Il mio è un gioco sporco: mi trovo più a mio agio nel dibattito o nella rissa aperta, rispetto alle altre categorie di interazione umana. È la mia dimensione naturale e ho imparato a muovermici fin troppo bene, tenendo a mente qualunque elemento possa giocare a mio favore, assicurandomi di conoscere il meglio possibile il problema prima di aprire bocca a riguardo; e, dove non arrivo con la sostanza o se cado in toppe vistose, me la cavo con la dialettica, tradizionale metodo di tortura familiare di efficacia letale indiscussa.

Mi sorge il dubbio che, anche nei rapporti, questo non sia un metodo geniale: non ne avevo mai avuto sentore prima, ma ora ho il sospetto che sia comprensibile non fare i salti di gioia quando dal mio indirizzo, più che critiche, giungono relazioni tecniche d’inadeguatezza.

È che a me, l’approccio non disturba.

Tra l’altro, mi torna alla mente un episodio antichissimo in cui M (antico morosino di giovani anni) mi recapitò una missiva di rimprovero, sapientemente organizzata su elenchi puntati. Forse ce l’ho ancora, in qualche scatolone. All’epoca, probabilmente non apprezzai e risposi al fuoco con una certa severità.

Perché è questo che so fare io: ribattere, per sempre, all’infinito.

Ho cercato di non farlo, ho imparato a non farlo (una fatica da bestie), con il risultato di passare dalla guerra all’armistizio, comprensivo di qualche proclama davvero asciutto.

Quando m’incazzo, sclero qualche ora poi mi parte il Camillo Benso che parla come un’impiegata del recupero crediti.

Probabilmente è per questo che, dai morosi, riesco sempre a farmi mollare con molta tristezza, tanta nostalgia e una buona dose di masochistico sollievo: se finisce, è tutto nella norma.

Senza nodi allo stomaco, mi sento nuda.

Però, nella mia mente perversamente comune, la cosa normale è farmi mollare perché io sono sbagliata, non perché gli altri abbiano fatto qualcosa di male.

Invece, concentrandomi bene, temo di aver fatto un terribile errore di valutazione: probabilmente, molte delle mie analitiche lamentele hanno toccato punti scoperti. Intendo negli anni, non necessariamente stavolta (non lo so, ho evitato pipponi infiniti). Mi sa tanto che ho criticato forse punti deboli, le cui conseguenze si riversavano su di me, non deliberate mancanze fatte per divertimento.

Io coi sentimenti mi incasino e sono abituata a sentirmene dire di ogni: perché qualcuno dovrebbe sentirsi ferito da quello che fa a me? Boh.

Non capisco le persone. Posso descriverle, prevederle, farmele amiche o nemiche, ma se mi avvicino di più va in disastro. Non riesco a capire bene le interazioni di cui faccio parte e penso sia normale in sé, è la discrepanza con quanto bene mi riesce se guardo da fuori, a stordirmi.

Vabbè, pace.

Nemmeno sono sicura che sia questo il caso e ho davvero provato di non essere sclerata come ai gloriosi vecchi tempi, dove i miei blog ospitavano esclusivamente deliri a mezza via tra Guccini e Top Girl.

Non lo so, è stata una mattina difficile, è tutto un po’ difficile e più calmo.

Adesso non c’è più niente che mi faccia sentire contenta e penso che sia profondamente sbagliato, che da un certo punto di vista mi senta meglio così.

Cose che non dimentico

Ieri ho ripensato a una cosa che mi disse M., almeno cinque anni fa.

Ci eravamo già lasciati da un bel po’, eppure – nonostante non sia successo niente di grave tra noi – il risentimento nei miei confronti non sembra sia mai esaurito completamente.

Stavo per scrivere “mi sbaglierò”, ma stocazzo: non penso di sbagliare, checché lui ne dica.

Comunque, gli avevo voluto raccontare che una psichiatra, mi aveva prescritto un farmaco.

Si trattava di un blando psicoattivo, un SSRI, indicato per la gente a cui si impalla la serotonina. Uno stabilizzatore dell’umore.

Più o meno nello stesso periodo avevo saputo che Mondo, nel giro di amici di M., attraversava un brutto momento di down, e gli avevano dato la stessa medicina.

Mondo è uno di quelli che, già a 15 anni, potevi immaginare come cinquantenne un po’ sgradevole, con la camicia troppo aperta e niente di interessante da dire, mentre ti si avvicina con il sorriso umido, offrendoti con veemenza guance olivastre e paffute.

Non il mio genere di persona.

Anni fa, sarei stata capace di dirglielo in faccia. E non quello che ho scritto sopra: la versione non filtrata, quella che ora so sarebbe davvero, davvero troppo.

È sempre un work in progress per me, capire cosa può ferire o no.

Riconoscere di avere un problema, in parte mi salvò la vita: ero gravemente insopportabile, prima o poi qualcuno mi avrebbe presa a pugni

(una volta trovata la via tra la cortina di lacrime, probabilmente).

Rendermi conto di essere perfino meno di altri, mi rimise bruscamente al mio posto, fornendo prospettive crescenti per tutte le aspre e frammentate schegge di personalità che mi componevano.

L’unica persona di cui ero figlia, nella casa in cui vivevo, non si era mai occupata di me, tutte le altre mi impartivano lezioni in pillole, slogan e assiomi implacabili.

“Quel comportamento è da puttana”

“Luilá è un deficiente”

“Quello è uno stupido”

“Roba del genere è da poco di buono”

Non biasimo i miei familiari, hanno fatto del loro meglio e per anni ha significato beccheggiare tra l’assoluto silenzio e la totale lapidarietà:

volevano che mia madre facesse la madre in termini di oneri o onori, fino a quando sbottavano esasperati dal suo disinteresse, e cercavano di correggere il tiro delle sue assenze, vomitando sentenze.

Sentenze, è tutto quello che ho sentito per quindici anni.

Oltretutto, tendevo all’isolamento.

Se mi fossi trovata più spesso in mezzo alle persone, forse avrei capito prima che nemmeno i miei credevano fino in fondo a quello che dicevano;

invece, i miei sforzi si concentrarono sulla ricerca di giustificazioni, per cui quei fendenti avessero ottime ragioni per essere menati.

“Ok, quello è un idiota perché ha fatto così, che è inaccettabile, chi gli da ragione sarà un idiota a sua volta. Se qualcun altro farà cose simili, sarà idiota in proporzione alla somiglianza…” e mi annodavo su cose così, senza mai mettere in discussione l’assunto iniziale ma girandoci attorno e ragionando da lì in poi.

Alle superiori studiai filosofia, ma scoprii la dialettica in terza elementare.

Considerato tutto il contorno, penso non abbiano avuto altra scelta.

Sto divagando.

Insomma, quando parlai con M., lui mi ascoltò con aria di sufficienza e la bocca piegata in una smorfia di disapprovazione, poi concluse con l’unico commento che si degnò di fare a riguardo.

“Ah! Sei come Mondo! Proprio come lui!”

Scelse di ripeterlo ancora e ancora, schioccando soddisfatto le labbra con finto dispiacere, alla fine di ogni frase. Lui sì che disprezzava Mondo, a me solo antipatico.

E nient’altro.

Non un “come stai”, “ti senti bene”.

Un po’ meschino, da parte di qualcuno a cui ho succhiato il cazzo per cinque anni.

Non mi arrabbiai.

Come mio solito, le opzioni andavano dal nulla all’esagitazione e mi ritrovai dalla parte del nulla.

Essermi sentita dire da una dottoressa che ne sapeva davvero, che non funzionavo, era stata una liberazione.

Quel quasi medico davanti a me, che cercava di ferirmi con l’accostamento più umiliante che potesse trovare, nervoso al punto di parlare a scatti e gesticolare disordinato, poteva al massimo fare pietà.

Mi ricordo di aver riso, a un certo punto. D’imbarazzo, per lui.

È stata la sera in cui ho perso qualunque stima per M., e ne avevo tanta.

Mi rendo conto a oggi che, da lì in poi, tutte le volte in cui mi sono sforzata di parlarci, sono stati goffi e vani – talvolta assurdi – tentativi di rivedere la persona di cui ero stata innamorata da ragazzina.

Quella di cui avevo tanti ricordi felici.

Ancora mi fa pizzicare gli occhi, a pensarci troppo che

quel ragazzo

da nessuna parte

esista più.

Se non ci fossi – credo – riusciresti ad inventarmi 3 diobo sei proprio idiota

A quanto pare sono infiniti l’universo, la stupidità umana e quanto posso stare sui coglioni a M

Nel mese precedente al primo post su questo argomento, avevamo instaurato una sorta di ipocrita cordialità che – onestamente – speravo potesse evolvere davvero in un rapporto piacevole, per le volte in cui ci fossimo successivamente incrociati, quindi lo avevo aggiunto su FB

Solito discorso: quando si va in baracchina e ci si trova in 4-5 persone, che due idioti lasciatisi otto anni fa appesantiscano l’aria scoreggiando insofferenza, ormai non si può più sentire.

Il mio profilo è completamente aperto, visto che lo uso prevalentemente per seguire e condividere contenuti noiosi ai più e raramente ci piazzo fatti miei. 

Poi, quando qualcuno mi aggiunge, generalmente smetto di seguirlo in automatico: non mi interessa vita morte e miracoli di… Alcuno, direi. 

Quindi niente: lo aggiungo io, faccio unfollow e ciao. 

Settimane dopo, in chiacchera tra amici, qualcuno dice “Ah M  è appena tornato dall’Africa”. Ho pensato: “Bello dai, magari ha messo qualche foto figa” e in un momento di cazzeggio successivo, vado a guardare il suo profilo. 

A fine maggio, l’ultimo post che mi risultava visibile era del primo del mese. 

“Và che ‘sto coglione mi ha messo in una lista di contatti oscurata, poi controllo” 

e la cosa mi passa di mente. 

Tre giorni fa, mi trovo dopo ere geologiche con un vecchio amico: bellissima serata, un sacco di chiacchere interessanti, mi intervista a fondo su questa telenovellistica antipatia di M nei miei confronti e mi dice qualcosa di lui, al ché mi torna in mente la storia di FB 

– Ohi, allora dimmi un po’: a quando risale l’ultimo post di M?

– Due giorni fa Tazza, te continui a vedere come ultimo post quello del primo maggio? 

– Yes, bon… No no non iniziare nemmeno a dirmi cos’ha postato che sticazzi.

Ora 

io capisco tutto 

ma che senso ha aggiungermi per poi impedirmi l’accesso ai contenuti, esattamente come se non fossi nella tua lista di amici..?

Va bene eh, il mio voleva essere un gesto gentile e senza invadenza visto che non fosse stato per la curiosità di foto belle, manco ci avrei mai guardato nei fatti suoi

Boh 

magari, come si è inventato il mio proposito di fargli gli auguri 

aveva voglia di inventarsi che fossi una stalker

Vabé: contento lui, contenti tutti. 
– Hai ragione Tazza, se ci penso anche quando io becco la Ale, ci facciamo un sacco di risate! Magari non ci sentiamo per mesi, però quando ci si incrocia si ride sempre un sacco degli anni in cui da ragazzini siamo stati insieme!

– Eh, sarebbe piaciuto anche a me.. 

Se non ci fossi – credo – riusciresti a inventarmi 2 ebbasta!

Sabato ero tritata, tra i miei mille disturbi stupidi e l’insonnia insistente. 

Ora di sera, apro il messenger di FB e ci trovo – inaspettato – un messaggio di M. Il fatto che mi abbia provocato una sensazione molto fastidiosa ha chiarito come dice di essersi sentito lui le volte in cui gli ho scritto. 

Quindi non lo farò più (sono lenta, ma anche io imparo). 

  
Per i 40 minuti successivi alla lettura, ammetto di essere rimasta basita. 

Lulù: “Che peso” 

Mela: “Forse a modo suo voleva essere carino, sai quanto lo odio comunque” 

Bob: “Ma che cazzo hai fatto a quest’uomo? Per me, ti si vuole ancora fare“. 

Io: “Caro M, no: mi ero solo scordata e non avevo cazzi di avere a che fare con te e con i tuoi mocassini, invero terribili. 

Mi fa comunque piacere che ci pensi tu a colmare i miei vuoti: anche quando nulla faccio, al film ci pensi tu. 

Come mi riguardi quello che farai nelle prossime settimane, considerato come mi hai trattata negli ultimi anni e che ringrazi – in sostanza – del non rivolgerti la parola, rimane oscuro. 

Buon proseguimento.” 

Poi in realtà, al di là delle considerazioni degli amici e del mio monologo mentale sotto la doccia, ho pensato che sticazzi

Ho anche ripensato ai bei ricordi, a quanto l’ho amato da piccola, ai malintesi e a come sia triste che rimanga l’unica persona con cui non possa fare un brindisi alle cose belle condivise. 

(Eaquantosiarrabbierebbeleggendounacosadelgenerescrittasudilui)

Poi di nuovo sticazzi

Quindi:  

 
e ciao. 

Se mi devo guardare film altrui, almeno che siano belli. 

(Consigli? Sono a corto di cinematografia che meriti).
Edit: chiedevo di film veri! Da guardare!

Se non ci fossi – credo – riusciresti a inventarmi 

Alla soglia dei miei – sputtanatissimi – 30 anni, mi rendo conto che sì: sono sciroccata, disturbata, indisponente e chi più ne ha la smetta di aggiungerne che già lo so di mio, ma che pure chi me ne ha sempre dette di tutti i colori, proprio lineare non è. 

Io a M voglio bene. 

È stata la mia unica storia vera e propria, tutte le prime volte le abbiamo fatte insieme bla bla bla, a distanza di otto anni ce l’ha ancora con me, ultimamente ho provato – complice una maggiore presenza al paesello – a instaurare un rapporto cordiale, non è andata, pace. 

Venerdì nel tardo pomeriggio ci siamo trovate io, Lulù e Mela per uno dei soliti brevi aperitivi un po’ stanchi del fine settimana: Lulù ha due ciroli di cui uno nuovo-nuovo, Mela un impiego che chiamano “tirocinio professionalizzante” così possono non pagarla, io insonnia, frustrazioni, università e lavoretti che non bastano mai. 

Quando riusciamo ci vediamo per chiaccherare. 

L’altro giorno, più del solito, pareva mi fosse passato sopra un tram e chiunque mi incrociasse a quanto pare, ha sentito l’esigenza di comunicarmelo: “Oh, ti vedo sbattuta”, “ma che faccia hai?” eccetera. 

Cullo l’illusoria speranza che significhi quanto di norma io invece risulti sfavillante. 

Comunque. 

Noi amiche facciamo gli affari nostri e di chiunque ci venga in mente, nel tavolo di fianco si siedono due della vecchia compagnia, sotto alla tettoia in legno vanno accumulandosi personaggi che normalmente viaggiano in formazioni interattive ma separate tra loro. Lì per lì non ci faccio caso. 

Durante la bella stagione, al paesello il luogo di ritrovo di tutti noi semi-coetanei è una baracchina del centro sportivo.

Ad un certo punto arrivano M e coinquilino con una pila di cartoni da pizzeria d’asporto, secondo un complesso di norme non scritte, distanza e prospettiva permettevano d’ignorarci.

Scatta in fretta il coprifuoco-prole per Lulù “Torno dai miei figli, voglio piangere” e di Mela “Vado a prendere le pizze, voglio andare a letto”, io mi fermo a salutare un po’ di gente e il bimbo quasi nuovo di un conoscente, che non avevo ancora mai conosciuto. 

Il mio cranio rimbalzava all’interno di un’invisibile custodia semirigida foderata di chiodi, dico a Bob che mi stava a fianco “Ok, vado che son tritata”. 

– Ma come, non aspetti l’altro festeggiato?! 

– Eh..? 

– Ah ma non sei qui per i compleanni? Infiltrata! 

– Caz, ma di chi..? 

M e Taldeitali, ops.. 

– Caz, ciao 

Saluto, fuggo e addio: io e M non ci eravamo visualizzati frontalmente quindi per il regolamento vigente tra ex, potevo andarmene in silenzio.

Effettivamente qualche giorno prima mi era venuto in mente che sarebbe stato il suo compleanno, ma al suddetto regolamento mi sono sempre attenuta: “Auguri necessari solo al primo genetliaco dopo la rottura, utili a sottolineare la matura – a volte falsissima – assenza di rancore e addio”. 

La facevo morta lì, oscillando verso casa già non stavo pensandoci più.

Belle cose

Una cosa che amo nelle persone è il riuscire ad andare avanti senza restare legate a vecchi rancori. 

Ad esempio, di recente ho visto più spesso del solito M, il mio primo amore. Siamo stati insieme 5 anni e mezzo da ragazzini, ci siamo lasciati da 8 credo senza più vederci se non occasionalmente, nessuno dei due ha ammazzato parenti dell’altro quindi – seppure ci siano stati episodi antipatici da entrambe le parti – conservo un bel ricordo. 

Io. 

Lui nel giro di un paio di mesi in cui si sono succeduti sporadici contatti, mi ha chiarito che “non potremo mai avere un rapporto normale per come ti sei comportata tra il 2008 e il 2011” e che “possibile che ogni volta che ti sento sei la cosa peggiore della mia giornata” (testuale) 

chiaccherare del più e del meno è fattibile finché non viene nominato qualcosa che suggerisca l’esistenza di altri partner nell’universo conosciuto (questa è stata una mia impressione) 

più un paio di altre cose che avendo finito la pausa sigaretta non ho tempo di esporre visto che dubito meriti ulteriore attenzione ‘sta menata. 

Poi da sbronza avevo ottenuto un paio di condiscendenti “No no ma tranquilla non ce l’ho con te” e “sisi anch’io ti voglio bene” che – altra impressione – parevano falsi come Giuda – ma fa poi lo stesso. 

No, dicevo, mi piacciono molto le persone che non hanno più a che fare con i vecchi fantasmi e sono privi di animosità decennali che campano di rendita. 

Se ne conoscente qualcuna, magari presentatemela.