Adele, cristiddio

 

Ieri ho ascoltato per la prima  volta Hello, l’ultimo singolo di Adele.
Beh mi sono sentita veramente una brutta persona:
blog e blog, fiumi di parole di lamentele e seghe mentali, poi – pensandoci bene – nemmeno mettendo assieme tutti i miei peggiori momenti causati da:
ex
lutti
accessi al pronto soccorso
momenti in cui medici incompetenti mi comunicavano diagnosi assurdamente gravi
funerali – nella top five quello di Silente 
tributi a Robin Williams – emotivamente sfiancanti
tributi a Rei – maledetto Raoul
Papà ho trovato un amico
Big Fish
Dumbo

credo di aver mai provato
manco un quinto
dello struggimento che esce melodioso e terribile dalla gola di ‘sta ragazza.

Non stavo neanche ascoltando il testo che mi sono venuti i lucciconi e desiderio fortissimo di vegetare eternamente sotto spesse coperte e una finestra socchiusa, dentro a una stanza in bianco e nero quando fuori è autunno.

Comunque, prendo il caffè e scrivo a B.
B. è un po’ in para e io odio che sia in para: è il cavaliere dal sorriso scintillante – non credo facciano armature della sua misura – che ogni volta mi fa sbronzare orribilmente, mi fa piangere tre ore ma ridere almeno quattro e ha frequenti problemi di cuore ma no come me che ieri andavo in giro con Holter e stampella – parevo travestita da sanitaria – e casco a pezzi: lui ha questioni di sentimenti e insomma, negli anni direi che i suoi ne hanno passate abbastanza.

Io ieri l’altro ho mandato una mail pippone lunga e articolata a P dove gli spiegavo perché
nonostante tutto questo tempo
e il fatto che formalmente ci siamo lasciati lo scorso febbraio
ancora non riesca ad avere un rapporto pacifico e neutro con lui, che – in sostanza – mi dice da ere “Il momento è passato, non mi piaci nemmeno più” poi vuole che mi comporti da pseudomorosa a chiamata.
La
bella
figa.
Comunque, gli ho scritto cercando di non risultare troppo pesante, secca e antipatica – probabilmente con scarsissimi risultati – e lui
dopo che ci avevo impiegato tutto il tempo di bus per andare e tornare dal cardiologo
e anche un po’ di più
e i mal di pancia continui che mi provoca da ere
mi
ha
risposto
“Ok”.
E ora – secondo lui – devo anche implorarlo per sapere cosa ne pensa.
Beh zà.
Son sei mesi che mi dice più o meno che gli faccio schifo e altrettanti che regolarmente cerca di spalmarmisi addosso.
Ma vaffanculo.

Allora io e B. ci stavamo lamentando delle reciproche storie
anche se i nostri ruoli sono abbastanza invertiti.

quindi
io metto a disposizione la mia infinita saggezza basata sul principio del “Chi non può fare, insegna“, appresa da anni di telefilm, romanzi melensi e cartoni animati per la prima infanzia con master presso la sede “Culo degli altri

e lui si legge il mio pippone – che adesso gli inoltro, in uno screen non ci stava – poi mi sgriderà.
Almeno lui – quando era il destinatario effettivo di pipponi – mi ha sempre dato soddisfazione.

Comunque, che uno riconosca quando è il momento o quando no, possiamo tutti star tranquilli:
prima o poi degli stronzi ci si deve liberare.

Dita incrociate, ma non culo stretto.

 

Incroci – Sabato sera

– Ma ciao!

– Ciao! Ti vedo in forma Ine!

– Ah sisi sono stata due giorni a riposarmi, sono stata in barca, sto proprio bene!

– Si vede

[…] 

– Dovremmo vederci più spesso! Ho sempre pensato che avessimo cose in comune io e te! In fondo siamo state innamorate della stessa persona e la stessa persona è stata innamorata di noi quindi.. Ha senso no?

– Ahahaha, sisi sono d’accordo!

– Poi ti leggo sempre, ti leggevo anche quando non parlavamo 

– Ah beh ci sta, poi il mio facebook è pubblico..

– No, il blog

– Cazzo dici??

– Sì-sì leggevo il tuo blog, mi piace come scrivi

– Grazie, ma te sei fuori! Ahahaha mi hai stesa!

– Beh uno che scrive online lo fa per essere letto no? Quindi io ti ho letta! Dai prendiamone un altro e facciamo pagare al mio moroso!

Sabato sera sono uscita con il mio amico Atteoassi, tramite il quale venerdì ho conosciuto Re.

Atteoassi è un personaggio atipico: alto, secco, occhialini, ordinatino, metodico, bel ragazzo, zero filtri. Come un bambino:

– Beh Gei, che braccia..

Cosa dirà a Gei, l’amica di sua morosa che non vedevano da tanto e che li ospita in Sardegna dove lavora ogni volta che la vanno a trovare?

Beh Gei, che braccia… Grasse.

Io e Atteoassi ogni tanto usciamo: Mazz – la sua ragazza e mia amica che ci dovrei fare sei post solo per inquadrare il personaggio – me lo presta e ci prendiamo mine alcoliche di discreto livello.

Con la scusa che nelle ultime 24 ore si era sentito un po’ Castagna – prima che fosse morto – siamo usciti a far aperitivo.

Atteoassi nei panni di Cupìdo è inguardabile, non ha la minima idea di come rendersi utile ma in compenso si agita moltissimo 

  quindi mentre venerdì parlavo tranquilla con ‘sti tre sconosciuti – ancora ignara del fatto che la mia fosse irruzione in una serata reunion tra amici che non si vedevano da dieci anni – mi prendeva continuamente da parte e con la discrezione di uno spacciatore per liceali e inizia a bisbigliare:

Sì ma guarda che se ci vuoi provare fallo adesso eh che poi non so se ci spostiamo, chissà quando lo rivedo poi quindi non so se dopo ti posso aiutare

Pat-pat, annuire e via.

Re mi guardava, io guardavo lui, tornato a casa mi aveva aggiunta su fb, lineare.

Insomma, sabato aperitivo: una bottiglia per noi due e alla seconda ci ha raggiunto Re, finita la terza ci siamo spostati nel Barpreferito e lì ho incrociato Ine.

Ora, non fraintendetemi: mi sono divertita molto con tutti ed è stata una bellissima serata

io e Re siamo rimasti a parlare fino alle tre dopo aver perso di vista gli altri

abbiamo un po’ limonato perché sono per il free-lemon dopo il quinto bicchiere e comunque mi andava

poi ci siamo sentiti, accordati per rivederci, nessun problema

ma vince la serata Ine, da un paio d’anni felicemente ex di M, la quale per lungo tempo è stata la cosa più simpatica di lui e che per chissà quanto mi ha letta nell’ombra. 

 

Caro B che stai tornando/8

Tra i messaggi di quel giorno, a parte quelli dell’amico dalle palpate solidali che, c’erano quelli di un paio di presenti alla festa che mi chiedevano se fossi arrivata viva e uno di M.
Messaggio guastissimo, secco, tutto punti che classicamente viene mandato al moroso dalla gnocchetta offesa, il suo succo era che non ricordava bene perché avesse “bisticciato” con me, scusa ciao.

Ne è seguito un breve scambio B, in cui io segnalavo di essermi accorta di come fosse preso male con me anche prima e lui rispondeva che era vero, non sapeva il perché ma “non c’è sempre bisogno di sviscerare tutto”.
Specie se quello che tratta di merda sei tu e quella che viene trattata di merda sono io, penso.

Comunque B, il succo del discorso
la morale
il punto
la conclusione

è che mi avete rotto il cazzo.

Mi avete veramente rotto il cazzo tu, che compari e scompari come un minchiosissimo uragano dal sorriso enorme e i pensieri contorti;
mi ha rotto il cazzo M perché è un poveretto talmente stronzo che mi ha fatto passare la nostalgia o la felicità nel ripensare a gli ultimi anni buoni prima di stare male;
mi ha rotto il cazzo aver sempre dato per scontato di essere meno di voi: ero difettosa – vero – ma non per questo meno umana.

C’è una cosa che dico sempre alle mie amiche:

prima di vederlo riconosciuto dagli altri, un valore ce lo si deve dare da soli: se tu regali auto nuove a 100 euro, nessuno replicherà “ma no dai, te ne do almeno 8000”.

Caro B, ma anche M, altro che 8000 euro, da oggi in poi.

Caro B che stai tornando/7

Ho iniziato a piangere e non mi sono più fermata.

Da sobria avrei incassato, riso per finta, fatto finta di niente ma non lo ero.
Poi checcazzo, sarà stato ubriaco anche lui ma l’alcool non inventa: amplifica, così ha alzato al massimo volume un suo nervoso che covava da chissà quanto e a me la tristezza di vederlo così.

Perché negli anni, con e (soprattutto) senza motivo abbiamo litigato milioni di volte bastava un “Ciao” e finiva in psicodramma ma era uno scontro che vedevo cretino e alla pari e la verità è che non ho dato mai lontanamente la stessa importanza agli anni di litigio di quella che per me hanno avuto gli anni insieme.
Eravamo ragazzini
è stata una vita fa
era finita già da un po’
Lo so!
Appunto: era una cosa da ricordare senza rancore, trascinata poi male ma comunque intoccata, la prima storia che sei scemo e non sai niente e vivi tutto di pancia e che bello sarebbe stato un giorno ripensarci a cuor leggero!
Almeno: pensavo.

Ero triste perché a quel punto era evidente che non sarebbe mai stato così.

Ad un certo punto, serata finita, dopo che avevo pianto circa due ore (oh scusa ma non riuscivo a fermarmi!) e perso un po’ di tramontana qualcuno mi ha caricata in auto e portata a casa.
Non ho idea di chi ci fosse sui sedili anteriori.
Mi fa ancora mettere il viso tra le mani la lieve empasse di – ehm – “palpate solidali” messa in atto dall’amico seduto al mio fianco ma ne sono uscita senza danni: prima che me ne accorgessi eravamo davanti al mio portone.

Mi sono buttata nel letto vestita, piuttosto disgustosa e stesa dalla giornata B, tu che mi hai vista bere sai di cosa parlo.
Ho dormito un sonno pesante e vischioso fino alle dodici del giorno dopo, senza mai aprire gli occhi prima – che per me è strano – senza sognare.

Ripresi i sensi, aspettati svariati minuti, ho recuperato il telefono e controllato lo schermo: avevo più di un messaggio da leggere.

Caro B che stai tornando/6

La festa era solo a metà B, Elle e Ale ronzavano sorridenti da un tavolo all’altro, il vociare era allegro e tutti iniziavamo a essere decisamente ubriachi di cibo e di vino.

Per il resto della serata ho evitato M: mi era bastata la conferma del fatto che ce l’avesse con me, non volevo problemi.

Ma le pietanze non riuscivano ad arginare il livello alcolico, poi lo sai che io non posso mangiare granché quando sono fuori casa e le verdure grigliate non sono grandi alleate quando si parla di fare da diga tra i brindisi e la lucidità.

Il sole era calato da ormai qualche ora che, finita la cena, parte del grande gazebo bianco era stato adibito a pista da ballo e ci eravamo radunati attorno alla consolle in esempi molto divertenti di come un corso di danza al momento giusto della vita, avrebbe potuto renderci nel futuro individui meno imbarazzanti per loro stessi.

Ballavo con chi capitava: amici che non vedo mai, amiche che idem, sposo, sposa, parenti, sconosciuti, poi trenino – una di quelle cose che da sobri snobbiamo tutti – all’infinito.
Peppeppeppepè,
peppeppeppepè
etc.

Il trenino arriva a destinazione a fine canzone, sollevo il viso ormai sudaticcio e mi trovo esattamente, inevitabilmente di fronte a M.
M mi guarda serio, solleva le sopracciglia e non dice una parola.
Nessun problema!, ormai biascico io per tutti!

– Dai, fammi compagnia a fumare una scigaretta

Annuisce, mi segue

Usciamo dal gazebo sul prato, allo stesso tavolino di cui sopra, sediamo lui su una sedia io sul prato, cerco una sigaretta ma non la trovo e in silenzio me ne porge il pacchetto e non ricordo cos’ho detto, non esattamente ma dev’essere stata una cosa del tipo “Te sei sempre un po’ strano”.
Ricordo che – stolta – sorridevo, pensavo – il vino pensava – che il momento di prima fosse finito.

– Te sei sempre un po’ strano
-…

Pausa.
M si agita sulla sedia, mi guarda per un momento di nuovo con la faccia pesantemente schifata, io non afferro subito quello che mi dice:

– Ma sai che a me non me ne frega un cazzo di stare qua a parlare con te?!
Infatti non so neanche cosa ci sto a fare

e mentre lo dice prende e se ne va.
Così, dal nulla, come gli avessi offeso la famiglia, in uno spazio di due secondi.
Stavo ancora accendendo la sigaretta.

Anche a ripensarci ora B, mi viene una sensazione fastidiosa nel petto, pensa a come mi sono sentita in quel momento che ero stanca, sbronza e felice.
Sarò io una pastina, una sfigata, non lo so, sarà che mi ha presa alla sprovvista.
Seduta nel prato ho
acceso la sigaretta
dato due boccate
pianto.

Caro B che stai tornando/5

Mentre parlavo con Turbo, circondata da alcuni degli altri che ascoltavano (io credo) divertiti, M mi fissava con un mezzo sorriso inquietante.
Mi fissa
Mi fissa
Si vede che si trattiene
Poi
Sbotta:

– Ah, bella roba!
– Scusami..?
(Io sorriso ebete)

– No dico, bella roba le donne che descrivi, bah!, cosa ci sia di attraente poi non so!
– Beh ohi son gusti.. La donna spiccia ha un suo pubblico

Cercavo di tenerla leggera B, senza colpo ferire

– Non capisco cosa ci sia di bello, con la gente che descrivi io non ci passerei nemmeno cinque minuti

(Perché dopo tre ti avrebbero già giustamente rotto il naso)

– Beh vabè, tranquillo: mica ci devi passare del tempo se non vuoi..
– No quello di sicuro! Neanche morto, dico solo: bello schifo, non capisco che ci si dovrebbe stare a fare con donne del genere, che merda!

Non avevo descritto chissà quali tratti, non avevo fatto un comizio, mi ero limitata a raccontare brevemente le salienze delle mie amiche, calcando la mano sull’aspetto cazzuto (che non deve piacere a tutti) della donna rugbista.
Checcazzo, parlavo di minchiate!

Il mio tono B era calmo e stupito, il suo irritato, la voce quasi stridula e l’espressione guasta da matti.
A vedersi faceva un po’ schifo e un po’ tristezza, lui che avevo sempre trovato così bello da guardare era sgradevole e grottesco, il volto deformato e ridicolo.
Per cosa poi??
Bah.

Gli amici attorno – che da quando abito via sono più suoi che miei – se mentre parlavo io ridacchiavano e commentavano e annuivano, si erano fatti silenziosi e quasi imbarazzati.

Era riuscito a creare del disagio in due minuti e non voleva fermarsi, cosa che avrei pure apprezzato se fosse stato il momento giusto ma si era lì a scherzare aspettando il secondo B, che bisogno c’era?
E non mi sento nemmeno responsabile per la “provocazione”, perché è stato del tutto ridicolo reagire in quel modo.

Anyway, si era fatto un po’ di gelo.
Lo sai che non mi piace essere attaccata e, nonostante tutti mi taccino di impulsività, ho mantenuto il sorriso migliore, piombato il bicchiere quasi pieno che avevo in mano con la nonchalance di un lavandino e mi sono alzata:

“Ops, ho finito il vino, vado in cerca di un refill, a dopo!”.

B, tu non mi conosci poi così bene, per come è andata avanti la serata mi avresti immaginata a placcare alto e tagliare teste, dare risposte taglienti e lapidarie uscendone senza un graffio ma io non sono così: quando qualcuno che ho amato – che sia stato in un tempo remoto e passato non importa – mi tratta di merda, io accuso il colpo.

E sono felice, a dispetto di tutto lo schifo che c’è stato con M, di esserne ancora capace.

Caro B che stai tornando/4

E insomma, matrimonio.

Del mio circacugino: mia zia e suo zio sono sposati da sempre, noi siamo amici e abbiamo gli amici del paese in comune, quindi c’era un miscuglio divertente quel sabato di giugno (credo fosse già giugno).
Elle (lui) e Ale (lei) sono una coppia molto bella, sia da guardare che da compagnia, poi si potrebbero usare numerosi aggettivi per loro ma “belli” nell’accezione più estesa del termine mi pare confacente.

Beh insomma, il sabato era caldo e io vestita di rosso.
La metà di cerimonia che ho visto mi sarebbe sembrata molto tenera anche senza i due prosecchi bevuti nella metà marinata, una volta usciti dalla chiesa poi – tra riso e chiacchere – è sbucata nella via una classe di corso di danza africana e lungo il percorso della loro parata ci hanno regalato una lunga tappa di percussioni e balli e sembrava fatto apposta anche se non lo era.
Una figata davvero!

Verso sera ci siamo spostati per l’aperitivo in un agriturismo con tanto prato e animali, tanto vino e tanto tramonto.
Belli la cornice, la compagnia, il cielo.

M pareva tranquillo: dopo un po’ si era avvicinato per salutare me e mia zia, fare due chiacchere con lei e cose così.

Poi tutto è proceduto come al solito procede nelle feste ben riuscite: mangiare, parlare, ridere, bere troppo.

Verso metà cena io stavo facendo un po’ del mio show: seduta ad un tavolino in una pausa tra le portate, pontificavo con l’amico Turbo di donne.

– quindi Tazza, quand’è che mi presenti delle rugbiste?
– ah Turbo, non so, guarda che ti girano come un calzino quelle
– ma ce ne sono di scopabili?
– haivoglia

e quando si parla di gnocca con gli amici la più grezza sono io, spesso altri zitti zitti si mettono ad ascoltare quello che dico, approvando o meno, spesso ridono.

Vedo da qualche metro avvicinarsi al capannello che eravamo, M.
Faccia incazzata.
Guardava male me, palesemente.

Serata a metà: livello alcolico intermedio.

Si siede con noi, tace, mi guarda con l’espressione di chi ti aspetta al varco.
“Magari me lo sto sognando” mi dico, quindi
per fugare i miei dubbi
perché ci sarem lasciati pure sette anni fa che è più di quanto siamo stati insieme
perché i polli, polli restano
perché le persone non cambiano mai di tanto

uso un’espressione che sapevo, qualora ce l’avesse avuta veramente con me, lo avrebbe fatto saltare su:

“[…] donne con una forte personalità.”

Beh B, lui mi ha sempre detto, in modo molto meschino, che sono pazza, tu pure della normale non me ne hai mai dato, ma dimmi che sembra stia bene una persona che per mezza frase, strippa.

Perché – ovviamente – ha funzionato.

Caro B che stai tornando/3

Comunque sì: ho fatto bene a scrivergli, gli ho spiegato come mai lo avessi ricominciato a evitare e lui mi ha risposto, in modo sorprendentemente cordiale, quasi carino, concludendo con il proposito di bere un calice insieme di lì a poco.

Il primo maggio quindi ci siamo incontrati per sbaglio.
Io e un’amica eravamo al tavolino di un bar della piazza, al tavolino dietro mangiavano i ragazzi del paese che avevano organizzato il concertino di quel giorno, in un momento come un’altro lo sento arrivare, saluta quelli alle mie spalle e all’improvviso si materializza sulla sedia accanto alla mia.
Chiacchere, un po’ tese e inusuali, ma niente male.
Poi la serata prosegue, lui non vuole un secondo spritz o altro che il giorno dopo avrebbe lavorato e “io per principio al bar le cose analcoliche non le prendo!” perché il sussiego dei diciotto anni non tutti lo perdono con una decade in più, quindi ciao e me ne vado a ballare brilla sotto al palco dove un gruppo di cinquantenni matti rendeva la piazza ancora sciancata dal terremoto un posto più felice del solito.

Poi tu B mi hai fatto strippare, l’ennesima volta e ci siamo scritti mail tragiche, epiche, allucinate, che nel percorso tra Italia e Cina avranno provocato una corrente nauseante carica dell’odore di tutte queste stronzate che ci siamo sempre detti e io – demente – ho pensato che M fosse la persona giusta in quel momento con cui prendere un caffè e chiarirmi i pensieri.
Ero contenta di parlarci di nuovo, io non dimentico mai chi è stato famiglia.

Prendiamo quindi un caffè che poi era uno spritz, parliamo e mi sembrava vagamente infastidito che gli parlassi di te.
Mi chiedeva che tipo di rapporto avessimo, “seghe mentali e basta” rispondevo io.

Non gli piaceva parlare di qualcun altro evidentemente, old habits rendono cacapalle anche dopo ere a quanto pare.

Finiamo il bicchiere e le chiacchere e c’è un momento strano, ai saluti in piedi per strada, dove si avvicina più di quanto mi sarei aspettata.
Gli do un bacio sulla guancia, dico “A presto” e lui risponde “Immagino ci vedremo sabato al matrimonio”.
Ah beh, era il matrimonio di un mio quasi parente, ero io che non immaginavo ci avrei visto lui.

Il matrimonio è stato l’effettivo inizio di tutto B, ti racconterò.

Caro B che stai tornando/2

Ti stavo dicendo: un paio di palle.

Pensavo che dopo tutto quel tempo e quell’odio, ci saremmo incontrati più adulti e placati.
Poi lui nel frattempo ha fatto un sacco di cose: ha avuto un’altra storia lunga e altre corte, una laurea, una diagnosi scomoda, sorelle diventate adolescenti, etc.
Insomma, non pensavo che nella sua testa ci fosse ancora spazio per avercela con me.

A Natale lo avevo beccato durante la classica serata fuori con gli amici del 25.
Eravamo in un cerchio di una decina di persone, poi: un piccolo indiano era andato a passeggiare, un altro piccolo indiano a prendere un rosso fermo e insomma eravamo rimasti in tre o quattro, quindi a ‘na certa ci siamo rivolti la parola direttamente.
E abbiamo chiaccherato, riso, detto qualche cacata come non succedeva da quel che mi sembrava mai.
Dopo poco lui se n’è andato, io no.
Tornata a casa più tardi, tra il fatto che fosse Natale, tra che avevo visto suo nonno – sempre in gamba! – al supermercato un paio di giorni prima, tra che ho letto troppi Gaia Junior nella mia vita, gli mando un messaggio.

“Uè, era una vita che non facevamo due risate, mi ha fatto piacere! Buone feste!”

Silenzio.
Vabè, magari aveva cambiato numero.

L’ho rivisto a capodanno: arrivo nella casa che ospitava la cena della ventina che eravamo, mi passano tre cannoni in tre minuti, riesco ad entrare che ero già stordita in modo irreparabile, lo vedo e penso: “Oddio, ma magari gli do noia” e preda di quel desiderio di defilarsi che solo le sostanze psicotrope sanno procurarmi, lo evito tutta sera.
Ti assicuro B, che in una stanza con venti persone di cui almeno tre non ti stanno simpaticissime, evitarne pure una quarta non è cosa facile.

Comunque il capodanno passa – buon 2014 evviva evviva, basta canne cristo che sto sui gomiti ormai – e tutti a casa.

Ad aprile inoltrato incontro un amico che è sposato da tanti anni, amico pure di questo ex (infatti andammo insieme al suo matrimonio), a ‘na certa gli chiedo: “Ma che tu sappia, M ha mica cambiato numero?”

“Eh sì, la scorsa estate ha perso il cellulare”
“Ah, checcazzo”

Così mentre tornavo a casa gli ho scritto, avrei potuto evitarlo ma non l’ho fatto.
Avrei potuto battermene le palle ma non sono riuscita, avevo bevuto due cubetti e i miei neuroni e il rum bianco erano in disaccordo, democraticamente ha vinto il rum.

Alla fine ho fatto bene a fare così, però.

Caro B che stai tornando

Non ti sento da agosto, ma nemmeno ti avevo raccontato cosa era successo a Maggio.

Passeggia indietro fino ad aprile, con la mente e con la casella di posta elettronica, riscorri – ti prego senza leggere – quelle mail tra di noi e ricorda: pipponi.
Pipponi infiniti.
Tra me e te, non importano i mesi, lo spazio e i continenti, finisce sempre a pipponi.

“Non so cosa sei per me”
“In un certo senso ti amo”
“Il modo ambiguo con cui stiamo insieme mi stordisce”
“Sei importante”

Che di me, cresciuta a pane e Piccole Donne si può pure capire, ma di te nessuno lo direbbe mai, sarà stato quel libro di Baricco che una volta hai letto ad averti rovinato.

Comunque, dicevo caro B, nel clima di paranoia becera di quel fine aprile, ho reincrociato in modo curioso il mio primo moroso.
Restammo assieme cinque anni e mezzo e ci lasciammo che ne avevo 21: dopo una pausa di riflessione si presentò a casa mia che mi ero appena ribaltata con l’auto in un fosso:
“Ho pensato che ti voglio bene e che ci voglio riprovare”
“E che me ne faccio dopo cinque anni e mezza di un ti voglio bene? Anche alla carta da parati dopo anni si vuole bene”
“E allora – sniff sniff – cosa facciamo?”
“Facciamo che mi lasci eh, ciao”

Sono sempre stata io quella con le palle, teoriche.
Poi son stata male come un cane, contestualmente la salute peggiorava ma io non lo sapevo ancora, insomma un disastro di proporzioni telefilmiche hardcore.
E con ‘sto ex poi negli anni siamo diventati nemici giurati: io gli tolsi il saluto per ottime ragioni (sbucava ogni tot mesi, mi riempiva di pare a suon di limoni e scopate e scompariva, grazie), lui si offese, io un pomeriggio ricevetti numerose chiamate che parevano partire accidentali durante un amplesso – a causa dell’audio – e invece lui e sua morosa stavano scalando una scogliera in Sicilia a fine settembre ma questo lo seppi solo in seguito e lui si incazzò a morte.
Cose così.

E insomma, fortunosamente come ci eravamo odiati, a distanza di sette anni, ci siamo di nuovo trovati a parlare seduti ad un tavolino.
Lui – che come te ha i capelli neri ma ispidi, la barba che te manco se ti fertilizzi le guance, gli occhi più chiari dei tuoi ma così incapaci di dire – cordiale e insulso, irritabile e borioso, altezzoso e immodesto, io lo vedevo con occhi teneri ormai.

“Massì è passato tanto teeeempo, ormai possiamo avere un rapporto normale, in fondo siamo cresciuti insieeeme”.

Sì, un paio di palle.