Le ultime settimane e la terapia – 2

L‘intervista che un provato Zap aveva fatto al mio Protettore Distaccato, serviva in sostanza a farselo amico.

Nonostante mi faccia ancora strano, parlare di me in termini di numerosi pezzi esageratamente autonomi, devo ammettere si tratti della spiegazione più plausibile agli ultimi anni.

Il Rasoio di Occam è un principio che dice: l’evenienza con la maggior probabilità di realizzarsi, è la più plausibile.

Bene. Allora, per quanto suoni strano, essere cresciuta come si compone un mosaico, mi ha resa miscuglio di vetro e pietra, in proporzioni alla boia d’un Giuda.

“È un casino” disse la prima psichiatra;

“Bel casino” commentò il secondo psichiatra, quel manzo del Dr Luke;

“Eh, gran casino” convenne Zap.

“Mi aspettavo un gergo tecnico più solenne” penso io, che resto una abituata a guardare con riverenza alle istituzioni.

Ad ogni modo, Zap l’ho rivisto, e mi ha portata indietro, a fare una cosa inaspettatamente difficile, per la quale il Protettore Distaccato avrebbe dovuto farsi da parte.

Non si tratta di ipnosi: solo visualizzazione a occhi chiusi di una scena in particolare, avanzatissima tecnica, applicata con successo dai tempi in cui fantasticavo che un certo Di Caprio suonasse alla mia porta per limonarmi come un Liuk.

Così, sono tornata in un luogo del passato: la sponda destra del fiume che passa di qua.

“Ritrova un luogo che ricordi nella tua infanzia”

il luogo c’è ancora, quello che non c’è è mio nonno paterno che pesca quieto, burbero e silenzioso. Sempre stato di poche parole.

Mi portò qualche volta con lui, anche se facevo schifo a prendere pesci e mi intristiva vederli boccheggiare disperatamente, una volta catturati ed estratti dal letto del fiume. Avrei ripensato alla loro ritmica ricerca di acqua da respirare molte volte, nel corso dei numerosi momenti di panico mai sedati dalle medicine, ma efficacemente soffocati nel bere.

Ora mio nonno resta sempre chiuso in casa, a pochi passi e molto tempo dalla stessa sponda di fiume, chiuso in una gabbia incerta di anni e tremori.

A dispetto dell’implacabilità del tempo, il ricordo può restare un quadro limpido.

Secondo le neuroscienze, non siamo un disco portatile di fatti del passato (non basterebbe tutto il nostro cervello, per contenere pochi anni di vita) ma un insieme di percorsi tracciati dall’esperienza.

Quando ricordiamo, riaccendiamo la luce lungo la strada camminata; facendolo con attenzione, rievochiamo i profumi e i passanti, il rumore delle foglie o il rombare delle auto, il cielo tra le foglie e il Sole dietro ai tetti. Dentro di noi, la memoria è una mappa tridimensionale, tassello e teatro di quello che siamo, stati e saremo.

“Guarda la scena, guardaci dentro la piccola Tazza, quanti anni ha?”

“Sette, forse”

Guardavo la scena dalla metà dell’argine in discesa. La piccola me indossava un vestito a fiori, mio nonno i suoi calzoncini e le fidate bretelle, e un berretto molto brutto e caro, che sospettavo accessorio ufficiale dei nonni del mondo.

Accanto, di spalle, c’ero io. Ci sono stata, io.

“Avvicinati”

Forse mi ero piazzata su una pendenza proprio per avere la scusa con cui temporeggiare: si sa, presente o passato, servono cautela e guardare dove si va, in discesa. Non vogliamo mica storcerci una caviglia mnemonica. Ci guardavo da lontano.

“Lei ti ha visto?”

“Sì”.

E sembrerà cretino – almeno a me – e davvero non ho idea del perché, ma in quel momento esatto, senza preavviso, lacrime acide mi hanno punto negli occhi. Li hanno riempiti e mi facevano male. Esattamente come adesso mentre sto scrivendo.

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Le ultime due settimane e la terapia

Allo scorso incontro, il dr Zap è arrivato come al solito in ritardo ma, diversamente dal solito, sembrava lui stesso rallentato.

Lo aspettavo davanti al cancellino del cottage sulla campagna in cui più spesso ci vediamo. È arrivato in auto e mi ha raggiunta, ha aperto la porta, le persiane, lo studio.

Seduto sul suo lato della scrivania, parlava faticosamente e nel giro di due minuti i suoi occhi azzurri-azzurri si sono lucidati. Il colore delle iridi spiccava: come insegnano i tutorial di make up, il rosso butta fuori il blu chiaro.

“Tutto bene…?” gli ho chiesto.

Mi ha risposto: “Tu lo sai che no, ma lavoro lo stesso”, con un sorrisetto davvero poco credibile.

Dopo un po’ ha smesso di deglutire insistentemente e anche la sua voce ha ripreso il ritmo usuale.

Ha voluto intervistare il mio Protettore Distaccato, una di quelle proposte che inizialmente mi fanno partire lo scetticismo cavalcante. Lui lo sa, che il primo pensiero per me è sempre “ma che puttanata”. Un automatismo.

Poi mi metto lì e faccio quello che mi dice.

Così, ha aggirato la scrivania e si è seduto davanti a me senza più averla in mezzo, iniziando a rivolgersi a quella parte di me.

Sulle prime battute faticavo a immedesimarmi e lo scetticismo ancora vinceva. Poi, piano piano, è uscito.

Non so se ci abbiate mai provato: più di dieci anni fa, per curiosità – scatenata da una chiacchierata tra adolescenti al pub – provai di immaginare come avrei reagito se, svoltato l’angolo, mi fossi trovata davanti qualcuno che mi puntava una pistola.

Ero in un posto in cui facevamo volontariato in un pugno di ragazzi, io avevo finito e aspettavo gli altri nel cortile silenzioso.

Mi concentrai il più possibile, lasciai andare la testa – alla mia viene così facile farsi film lontani da dove mi trovo – e in pochi istanti mi trovai bloccata, tremante, impossibilitata a muovere un passo e dominata da un respiro affannoso.

Mai più fatta una cosa del genere.

Per certi aspetti, far parlare solo una parte di me, è andata nello stesso modo: sono bastati secondi e i muscoli della mia faccia hanno cambiato postura, mi sono aggiustata sulla sedia e sono andata in trip.

“Perché esisti?” mi chiedeva Zap

Quel mio pezzo di personalità, non è che sia di molte parole.

“Per tenere assieme i pezzi”, è stata la risposta.

Abbiamo chiacchierato un po’, alla fine mi sono alzata, stanchissima, e ho salutato Zap con un “in bocca al lupo”.

Almeno gli occhi lucidi non c’erano più.

Stamattina mi ha spiegato perché abbiamo fatto quell’intervista.

[…]

Comunque andrà, sarà un processo – Mal di testa

I concetti di colpa e responsabilità perdono di significato all’aumentare delle dimensioni dell’evento a cui sono riferiti.

Un litigio? Dei malintesi? Intere esistenze?

Si allarga l’orizzonte e questi significati mano a mano, rimpiccioliscono.

Allora diventa una scelta, fatta più o meno consciamente, serbare rancore per un giorno passato, restare arrabbiati da un appuntamento mancato, piangere ancora e scegliere indietro.

Fin da bambina, il centro dei miei pensieri era la domanda: “Perché?”

Il motivo chiariva, tranquillizzava; identificarlo dava – ogni tanto – la possibilità di gestirlo, modificarlo. E, quando non riusciva, di odiarlo.

Senza prendersela con le persone.

Perché non posso? Perché i miei genitori non sono mai con me? Perché il nonno è morto? Perché a scuola non riesco a stare con gli altri? Perché ieri mi avete sgridato? Perché oggi mi avete sgridato per il contrario? Perché sto sempre da sola.

A volte mi chiedo se essere stata una bambina precoce non mi abbia remato contro.

Crescendo, la rete di salvataggio dei perché mi si è stretta addosso: io ero l’orizzonte, e la fila di piccole domande un brulichìo di insetti impossibile da gestire, che mi camminavano sopra e entravano dentro. Tutti ce li hanno, ma non ci pensano sempre.

Perché la mia vita è stata quel che è stata, fino adesso? E che importanza ha, in termini di responsabilità?

Senza che me ne accorgessi, la miriade di bestioline ha preso la forma di un giudice implacabile, e gira e rigira, il colpevole ero sempre io.

Il fatto che la vita sia un processo non deve voler dire a ogni passo una sentenza.

Guarda quanto fotte il cervello dei bambini, la semantica.

Sdoganare piselli – cose che avrei voluto sapere

Qualche settimana fa, nel mezzo di una chiacchierata su Messenger, la mia vecchia amica Giò ha inviato uno dei messaggi più teneri che abbia mai ricevuto.

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Devo ammetterlo: mi ha un po’ commossa.

Primo: è impressionante il fatto che ancora lo ricordi, considerato che parliamo di almeno-almeno 18 anni fa;
secondo, anche io ricordo la stessa chiacchierata, che inaugurò formalmente una fase particolarmente sgradevole della mia vita: la fila di menzogne.

Per tutta l’esistenza, mi ero acrobaticamente destreggiata a sopravvivere in una casa dove quattro persone diverse si urlavano addosso e urlavano addosso a me,
tutto 
e il contrario di tutto.

I bambini non hanno bisogno di tante parole, hanno solo bisogno che quelle che sentono corrispondano alla realtà;
quando realtà e parole cozzano, è un casino: una giungla ostile e tu non capisci dove sei, né con chi.

La Commedia dell’Arte di cui ero comparsa, aveva numerosi punti in comune con molte – troppe – altre case italiane:

il sesso è sporco e sbagliato 
voler far sesso è sbagliato e tu fai cagare per il solo averlo pensato
il genere maschile è composto da una mandria di zombie con rotoli di peli di cazzo al posto del cervello che non sono interessati ad altro che a usarti;
contraccettivi sono cose che conoscono solo le sporche puttane che fanno sesso prima del matrimonio;
se torni a casa incinta la tua vita e quella di tutta la famiglia è finita e l’artefice sei tu (come se non avessi già fatto abbastanza).

cose così.

Tipica, vincente, tattica
applicata nelle famiglie in cui si sono verificate gravidanze indesiderate,
e negli Anni di Piombo:
la Strategia del Terrore.

Quando una volta, tanto tempo fa, mi trovai di fronte alla prima vera occasione di contatto fisico, la prima cosa che feci fu mentire: gli dissi che – anche se non molto – qualcosa avevo già fatto.
Il ragazzo con cui persi la verginità, non ha mai saputo di essere stato anche il mio primo, vero bacio.
L’intimità con un’altra persona era da un lato una cosa che volevo, dall’altro un orribile tradimento alla mia famiglia;
un’esperienza da dividere con qualcuno che amavo, e una cosa che mi avrebbe sporcata per sempre, per cui ogni familiare non mi avrebbe più guardata in faccia;

sarebbe stato scegliere quella cosa disgustosavergognosa, fatta per persone deboli, incapaci di controllare i propri impulsi più bassi, sopra la propria famiglia.

Era chiedermi troppo, l’essere del tutto sincera. Avevo troppa paura.

E adesso bestemmio, e lo faccio nel mio dialetto: dio-bròt-boia

non fate MAI una cosa del genere alle vostre figlie.

Alla fine, non scelsi io per me: scelsero i miei ormoni
(mentre i miei neuroni, ancora se la combattono con una certa brutalità)

e il sesso era strano, nuovo, e francamente… non tutto ‘sto problema.

Non penso alle abilità di uno o dell’altro – che sono arrivate dopo un po’ – ma proprio in relazione al fenomeno: non c’era alcun terribile evento, ad attendermi dopo aver perso la verginità;
sotto alle mutande di lui non c’era niente di strano, dando per scontata la curiosa anatomia dell’organo riproduttivo maschile

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Ripensandoci, mi sono chiesta se – in fondo – non fosse, colpa loro.

Erano anni in cui si sceglieva se affondare o restare a galla: c’era poco tempo da dedicare ai più piccoli e si cercava di rendere più efficace e incisivo il messaggio, col minore dispendio energetico possibile.

Ripensandoci meglio, ho pensato: CAZZATE.

C’era gente messa uguale, che ha risparmiato anni di terrorismo psicologico e senso di colpa ai figli. E se i miei lo avevano imparato, perché a propria volta gli era stato insegnato così, potevano accendere il cazzo di cervello.

Il fatto è che, più ripenso a queste cose, più rinforzo due effetti:

da un lato, mi sento meglio. Instabile, confusa, ma meglio;

dall’altro, man mano, perdo gradualmente ogni tipo d’interesse verso i miei familiari, parametro rispetto al quale mi ero sempre – involontariamente – definita.

Chissà poi perché, considerato che esistevo nella misura in cui facevo qualcosa che andasse bene a loro e stop.

E seguo questo processo accadere, con tutte le loro espressioni stranite e incomprensioni del caso, come fosse una cosa triste in sé, ma troppo lontana per riguardarmi.

Mi interessano sempre meno… ed è strano e inaspettato, come quei calzini fatta a guanti per le dita dei piedi. Anzi: meno d’impatto, non è brutto e non dà fastidio.

Oh beh, sarà che succede così a sentirsi dare della puttana per 15 anni.

2 – Io ci sono (lo stesso) – Post Terapia

Come di frequente accade, nemmeno nella dissociazione della personalità, gli esseri umani sono originali quanto amano credere.

“Cosa senti adesso?”

È una cosa che Zack mi chiede spesso, durante la MPR o come si chiama (mai stati il mio forte gli acronimi, manca una E o qualcos’altro).

Distacco”.

Quella sigla lì indica una roba che si fa con gli occhi che seguono un dito… che dovrebbe fondere l’influenza dei due emisferi l’uno sull’altro…

Boh, mi pare una cazzata, ma non sono io quella che ne sa sull’argomento, quindi qualunque cosa mi paia non è che sia troppo rilevante.

Ieri sono stata a una seduta, ma non quella del post precedente; da quella è trascorsa più di una settimana, e ieri abbiamo proseguito in scia.

Ci ho messo giorni a riprendermi: uscita dal suo studio ero dentro al 1990qualcosa, non c’erano persone di lì in poi.

I morti erano risorti, un pesante sipario nascondeva i vivi e il pezzo di me a quel punto in comando era arrabbiato e sfiancato e disinteressato a qualunque cosa il presente srotolasse in avanti.

Una bambina troppo stanca, che aveva bisogno di dormire.

Ieri, ad afferrare il timone è stato il Protettore Distaccato.

Lui è il serafico capitano di una nave da guerra: dargli contro, in qualunque momento, corrisponde ad affondare.

Nel contesto della Schema Therapy, il suo ruolo è allontanarti dalla fonte di dolore o malessere;

infatti, non attacca mai per primo: devi punzecchiarlo parecchio.

Vuole che tu non senta e ti fa venir voglia di bere e di stordirti e star tranquilla, finché qualcuno ti caga il cazzo.

A quel punto, ci pensa lui.

Ehm, a volte sbaglia mira: se non può rifarsi sulla fonte del problema, è capace di prendersela con qualcuno a caso, ma insomma… Negli anni ha acquisito precisione crescente.

“Ricordo” un paio di episodi in cui persi il controllo: ero poco meno che ventenne, ubriaca fradicia, e beccata clamorosamente.

Sottoposta a comprensibile interrogatorio, ha risposto lui.

Incazzato duro.

Non so cosa disse esattamente, ma i familiari presenti in quelle occasioni, le rare volte in cui gli aneddoti riemergono – mescolati a ricordi innocui di altri anni fa – su quei momenti abbassano gli occhi e passano oltre, molto in fretta.

Non mi hanno mai voluto ripetere cosa dissi. Hanno paura che sottoscriva, i codardi.

Come se fossi io, quella che non può immaginarlo, sé.

Francamente, anche se non è l’aspetto di me che preferisco e può essere difficile impedirgli di sparare,

anche se a volte non mi piace essere così,

il Protettore Distaccato ha una certa abilità dialettica e implacabilità emotiva che apprezzo molto.

Ha passato una vita a osservare in silenzio, prendere misura e leggere gesti volontari e non, per decidere quando era il momento di scappare.

A volte, alle facce stupite dei conoscenti a cui riporto esattamente cosa stavano pensando nel determinato frangente, rispondo che dovrei fare la profiler.

Il Protettore Distaccato osserva tutto, elabora in fretta, fonde e comprime i tratti dei malcapitati e li usa come proiettili, sparando pacatamente ad alta velocità. Perché non è distratto da emozioni, né intenerito.

Una cosa che mi sono sentita ripetere negli anni, sotto numerose perifrasi, è: “Quando ti arrabbi, fai paura. Sembri fatta di amianto.”

Beh, la descrizione corrisponde: non cambio mai espressione, quando decide lui. Sento contrarsi muscoli del viso ai quali normalmente non faccio caso e mi rendo conto che lavorano per appiattire le sopracciglia, bloccare le labbra, tirare le tempie.

Non c’è cosa che alcuno possa dirmi, che mi sfiori anche solo di lontano. Lo scudo del gran cazzo che gliene frega nemmeno si solleva, perché il punto è:

tu, tu che ti permetti di rompermi i coglioni con le tue stronzate, ma chi cazzo pensi di essere?

Cosa ha formato nel tuo inutile cranio, la fantasiosa idea di potermi guardare o parlare? Torna nel tuo stagno e annega nella merda. Lasciami stare.

E il punto, spesso viene espresso molto bene: nessuna parolaccia, commenti a segno, voce bassa e monotòna.

La cosa che stimo di lui – continuo a chiamarlo come entità a parte perché non sono così veloce a reagire, se mi trovo in stato di quiete – è che legge le espressioni altrui con una rapidità impareggiabile e – se crede – aggiusta la traiettoria della frase in fase di tiro, mentre è già in volo.

Il tuo punto debole è l’aspetto?

Le tue scelte di vita forniscono un tasto dolente? O il tempo che passa?

Il non aver avuto figli?

La tua dipendenza dalle droghe o dal gioco? Le corna che ti fa tuo marito o il fatto che tuo padre scopasse le tue amiche?

Uomini e donne espongono bersagli diversi, il più delle volte. Quasi sempre, sono donne a rompermi i coglioni.

Perché sapete… si capisce. Non serve che ci conosciamo da prima.

Siamo per strada? In paese capitano, questi incontri alla “Mezzogiorno di fuoco”. Persone che sbucano random, solo per dirti qualcosa di assolutamente fuori luogo.

Vecchi rancori che risuonano, o gente di merda che pensa di aver qualcosa da vomitarti addosso.

Cosa segue il tuo sguardo? Indicatori di uno stile di vita più agiato del tuo? O chi sta peggio?

Qual è il registro linguistico che usi?

Deglutisci subito prima di aprire bocca? Al tuo posto lascerei perdere: sei già in difficoltà. È timore, quello che inghiotti.

Che tipo di vestiti indossi?

Il pantone della miseria umana è davvero ripetitivo.

Non temere: lo trovo il tuo punto debole, lo trovo in fretta.

Nessuna remora: è la punizione per aver cercato di provocarmi. Per aver solo supposto di potermi colpire.

Se stai male, cazzi tuoi.

Io non c’entro.

La diagnosi di dissociazione mi ha fornito molte risposte:

non sono tanto rotta da cancellare ricordi importanti tra una modalità e l’altra, ma i dati en passant li ricordo a fuoco solo quando sono nello stesso stato in cui ero quando li ho recepiti.

In misura meno netta, penso accada a tutti, per me è solo particolarmente marcato. A volte.

E nemmeno ricordo cose che ha detto il Protettore Distaccato, quando ero più giovane e lui meno pacato.

Io non le ricordo, ma alcuni compaesani sì. C’è chi non mi saluta da quando ho 13 anni. Per fortuna, visti i soggetti.

La sera della seduta della scorsa settimana, il Protettore Distaccato si è svegliato per cercare di contenere l’esplosione di passato.

Il giorno seguente Alck, moroso recente, mi scrive che è ancora in coda all’ospedale.

Gli avevo anticipato che non mi sarebbe andato di sentirlo e che non dipendeva da lui, ma non avevo idea di cosa ci facesse all’ospedale.

Quando abbiamo iniziato a uscire, la prima seduta da Zack era solo prenotata.

Mi stupiva trovarlo bendisposto all’idea di uscire con qualcuno fuori di testa – o con troppa gente dentro la testa – e capivo che parte del suo coraggio a riguardo, era pura ingenuità.

“Basta che non mi sgozzi nel sonno” aveva circa scherzato.

“Ok, troverò un altro passatempo”.

C’è da dire che quando sono con lui, generalmente mi sento tranquilla.

Anche prima di uscirci o di pensare di volerci più che chiacchierare, mi piaceva fermarmi da sola al bar mentre lui lavorava. Alck mi disinnesca.

Così, quando mi ha scritto che si trovava in coda all’ospedale, il Protettore Distaccato – che spero lui non conosca mai – ha corrugato la fronte.

Lo sapevamo?

“Me lo avevi detto?”

“Sì sì, l’altro giorno, in sala, poco prima che te ne andassi” mi ha assicurato.

Il Protettore Distaccato si è fatto da parte di malavoglia, quanto basta perché da altrove emergesse sfocata la scena.

Sì, era vero.

Ma fino a quel momento non lo riuscivo a ricordare.

Al Protettore, Alck non piace.

Oppure: lo trova vagamente irritante, perché si escludono a vicenda.

Così, quando guida lui, è come se nemmeno conoscessi il suo nome.

Una grande fetta dello scopo di questa terapia è mettere al proprio posto i pezzi di personalità, eventualmente ridimensionati, e ordinarli come ingranaggi che muovono – compresi occasionali intoppi – le persone normali.

Anche se lo richiamo sempre meno, ho paura di perdere il Protettore Distaccato.

[…]

Io ci sono (lo stesso) – post terapia

Eravamo in negozio, nella panetteria.

Mia nonna era dietro banco, monolitica, con i capelli in ordine e il trucco perfetto nonostante le già dieci ore di lavoro alle spalle. Era ora di pranzo.

Davanti c’eravamo io, Niní e sua madre.

Zack, lo psicocoso, mi ha chiesto di estrarre un brutto ricordo.

“Posso scriverlo, anziché parlare?”

“Certo”

“Ok, se no piango e non riesco a parlare più”

Piangere e scrivere, è molto più facile. Lo sapevo: ad un certo punto della terapia mi sarebbe toccato, anche se la cosa mi urta moltissimo.

Mica per una questione “d’immagine”, è che mi impaciugo di lacrime e schifo di naso, poi si scalda la faccia e diventa rossa, infine mi confondo e poi non parlo più.

Piangere è una cosa che faccio disordinatamente: è faticoso, dopo anni passati ad allenarmi su come non si fa.

Eravamo in negozio e la mamma di Ninì stava chiedendo a mia nonna di potermi portare a Verona, dai parenti che allora abitavano là.

La mamma e il papà di Ninì fuggirono ancora bambini dalla guerra in Vietnam. Gran parte delle loro famiglie arrivò qui, e non solo: Ninì aveva zii e cugini sparpagliati in tutto il mondo.

Quelli americani le spedivano inguardabili vestiti bellissimi, pieno di balze e tulle, fatti di raso a colori confetto.

Ricordo che trovavo esotica, l’idea di cambiarsi vestiti per gioco.

A casa mia, le regole imponevano un ritmo ragionato: si indossavano gli abiti finché andavano da lavare, perché eravamo in tante e non si potevano fare “mucchi di roba”.

L’ho sempre trovato sensato, come ho sempre guardato lei con certi picchi d’invidia che sapevo solo io.

Ero così contenta che finii per sentirmi imbarazzata, la volta che ne arrivò uno abbastanza grande da andare bene anche a me.

Di solito, toccava ringraziare per cose di cui non m’interessava per niente, così avevo finito per non avere idea di come comportarmi quando qualcuno – anche accidentalmente – mi faceva sentire felice.

Anche adesso, passati in un soffio ben più di vent’anni, mi sento talmente incapace di mostrare gratitudine, che preferisco non si facciano cose per me.

I miei non erano cattivi, erano solo impreparati a gestire un umano accidentale, in mezzo a un’altra vasta serie di sfighe, cresciuto per forza di cose, tra i muri di cortili interni e colpi di vento. E pagine di libri.

Non a loro immagine, né a quella di mio padre.

Sui compagni di scuola usavo i modi burberi di Ugo il Falegname Nervoso:

se all’intervallo un pallone mi piombava in braccio mentre leggevo, abbaiavo con il muso ritagliato via da lui, che minacciava me è Ninì di bucare il Supertele, colpevole del rimbombo sulla porta scorrevole metallica del suo laboratorio;

con quelle capre delle maestre, sfoggiavo toni e battute da bottega. Rinunciarono presto ad avere i miei compiti svolti: quasi tutte le cose di scuola, io le sapevo già. Spesso li facevo in tempo reale, leggendo ad alta voce riempivo i campi mai completati, sui puntini del libro per quel giorno là.

Le poche volte in cui mi mettevo a giocare con dei coetanei, nella mia testa partiva un film – o un cartone animato – tratto dai volumi dentro cui spendevo i pomeriggi: I Quindici (peggio Simone paggio Simone, con il berretto di lana marrone, con il farsetto verde velluto, paggio Simone ti dà il benvenuto), i Classici per Ragazzi – che cotta avevo per Jervis Pendleton – o le facciate leggere di riviste con estratti di testi pruriginosi (sfido chiunque ad aver letto pagine dell’erotico “Il Macellaio” prima della terza elementare).

Ma i giochi dei bambini mi imbarazzavano: passavo il tempo da sola, o tra adulti per i quali l’infanzia era una perdonabile debolezza passeggera. Niente su cui concentrarsi troppo. “Giocare” era qualcosa che volevo fare, pur vergognandomi all’idea di essere vista.

Mi commuove come le mie amiche, neo-mamme, vivano nell’angoscia di non essere abbastanza. Quando dico loro: “Andrà bene, non ti preoccupare, andrà davvero molto bene”, lo penso sul serio.

Se guardo indietro, ho compassione per me stessa.

Ad ogni modo, eravamo in negozio e Fiore – mamma di Ninì – chiese a mia nonna il permesso di portarmi con loro.

La risposta, che mi colse del tutto impreparata, fu un secco “No!” senza appello, vagamente sprezzante.

Ero così contenta a quella prospettiva, che non avevo considerato le implicazioni.

Mia nonna era disgustata all’idea che qualcuno potesse avanzare una richiesta del genere, e quel qualcuno ero io: la mamma di Ninì non era tenuta a sapere come funzionasse, ma io sì. Avevo già nove anni, mica tre: dovevo sapere che le stavo solo causando il disturbo di passare da cattiva di turno per niente.

E io rimasi lì, spaesata, nell’ombra della bottega con la serranda un poco abbassata, e iniziai a piangere. Senza riuscire a fermarmi.

Che vergogna, piangere per un inutile capriccio. Che mossa inconsiderata da parte mia, mettere in una posizione tanto poco lusinghiera qualcuno che si preoccupava sempre per me.

“Ho io la responsabilità della bambina, se succede qualcosa la colpa ricade è mia”.

Quindi fu no.

E io piansi, piansi. Senza insistere, piansi e basta. Piansi talmente a lungo da interdire gli astanti, per niente abituati a vedermi così. Non importava che “la bambina” potesse essere dimenticata a casa dell’uno o dell’altro vicino di casa fino a ora tarda, perché la madre si scordava di andarsela riprendere. Nemmeno importava che “la bambina” fosse in grado dai cinque anni di andarsene autonomamente in giro per il paese, magari evadendo qualche commissione. “La bambina” era stata “una stupida” anche solo a pensare di poter andare via.

Mi rendo conto che – di per sé – quell’episodio non fu niente di grave, eppure riassume il ritornello di tutta la mia vita.

E adesso sono solo tanto, tanto stanca.

I nodi nei pensieri

Sono stata a trovare Ine, ex coinquilina tenerella, dottoressa, con un bimbo bellissimo e il corpo di una hostess svedese; peccato che sia pieno di ossa rotte.

Ho iniziato a scrivere dei due giorni passati con lei, ma è complicato, perché abbiamo tanto parlato e – per lo più – di cose orribili, perché orribili sono stati i suoi anni con Quellolà.

Mentre parlava di quello che aveva subito, dal continuo essere sminuita, non considerata né amata, criticata per i sentimenti più basilari (“Ho capito che ieri è morta tua nonna, ma che due coglioni tornare a casa con te che piangi”), tradita e mi fermo (perché sono cazzi suoi e perché potrei andare avanti ore)

cercando di razionalizzare, le ho detto: “Quellolà è talmente coglione che non lo faceva magari nemmeno per farti male. È che non gliene fregava un cazzo”

e anche se non era quello che intendevo, sentivo strisciare nelle mie parole un’indesiderata vena di giustificazione, o almeno di spiegazione.

Ora che è trascorsa quasi intera una settimana da quei due giorni là, e ho badato di digerire solo il pallido racconto del guano in cui lui l’ha fatta stare, ho bisogno di ritrattare.

Perché non c’entra una minchia che lui l’abbia fatto deliberatamente o no: come ci comportiamo è una nostra responsabilità.

E lui le ha gocciolato addosso, giorno dopo giorno, sera dopo sera, sputi di disprezzo.

Non era mai abbastanza bella, abbastanza allegra, abbastanza disponibile. Non era mai abbastanza.

Ci ha provato di demolirla, per anni. E non ce l’ha fatta perché Quellolà rimane una mezza sega, uno di quelli che nemmeno con ogni risorsa a loro disposizione saprebbero atterrarti.

Era lei, che desidera tanto una famiglia, a prostrarsi. Lui non l’avrebbe scalfita di lontano, se lei non gli avesse guidato la mano.

Ma non è abbastanza; mica lei: non è abbastanza che lei fosse disposta a incassare

non è abbastanza che lui sia meno intelligente

non è abbastanza che il figlio fosse stato un “incidente”.

Niente di tutto questo, né di tutto il resto, è abbastanza.

Mi manca ancora un po’, per processare quei racconti e arrivare alla fine del mio filo del pensiero. Adesso si blocca su un nodo, che per quanto mi riguarda, è tutto odio.