Un noir in famiglia – 4

Il decadimento che lo stile di vita della famiglia di Gherardo ha subito negli anni era evidente persino alla me ragazzina. L’oreficeria di famiglia andava perdendo vetrine, cedute ad altre attività attigue, amministrate in modo ben più proficuo; il lussuoso appartamento veniva abbandonato, per arredarne uno ridotto e lontano dal centro, con frustrazioni e passato; qualche voce o lamentela riportata all’Arma forse andava messa a tacere, lasciando che a parlare fosse il contante traghettato sottobanco; il labile legame con l’ineffabile madre Zara, ormai vedova da lungo tempo non aveva certo acquistato in qualità, anzi.

Zia Zara già non la vedevo da anni, quando seppi che si era “riaccompagnata”, con un anziano signore chiamato Norberto, benestante coevo che poteva di nuovo farla sentire fiera e femminile, grazie al quale – mi riportarono – l’arzilla ultrasettantenne si vantava di sfoderare i già purtroppo famosi perizomi leopardati.

Per lui, Zia Zara si era trasferita in riviera. Accolta come una stella del cinema dai nuovi concittadini che ne osannavano l’inintaccata bellezza; celebrata dai figli di Norberto come unico motivo di gioia dell’altrimenti rassegnato padre; richiesta a gran voce nei migliori salotti.

Almeno: questo era quanto riportava nelle frettolose telefonate alle sorelle. E sono convinta lo credesse lei stessa: per Zia Zara la parte più importante delle giornate si svolgeva dietro gli occhi, non dinnanzi; pazienza se ogni tanto questa pazzerella, maleducata realtà non si prendeva la briga di corrispondere a ogni suggerimento che avrebbe dovuto accogliere. La sua felicità la costruiva da sola, nella propria mente, accontentandosi signorilmente di quanto il bieco mondo fosse faticosamente in grado di confermarle. Nemmeno la morte pacifica e improvvisa di Norberto, addormentatosi profondamente sulla poltrona e poi scivolato – non visto – nell’aldilà, mi pare abbia mai messo in crisi quel profondo rapporto con la fantasia. Forse ne è uscito addirittura rinforzato: un’ultraottantenne sola, tutelata unicamente dalle disposizioni testamentarie del neo-defunto secondo marito, per rimanere accomodata nell’appartamento testimone del loro maturo amore, nonostante l’ostilità – fantasiosamente ignorabile ai magnanimi occhi di Zara – della prole di lui, perché mai avrebbe dovuto – proprio a quel punto – prodursi in un miserabile ingresso negli ultimi anni della sua vita?

Un noir in famiglia – 3

Altri familiari – parimenti disturbanti – sono meno rilevanti ai fini di questa vicenda; li introduco brevemente per questioni di contesto e ragioni: forse, se Zia Zara fosse stato un caso isolato, le conseguenze della sua condotta avrebbero finito per diluirsi, attutite da un contorno più equilibrato. Figuriamoci.

Mentre scrivo, mi chiedo cosa accadde alla bisnonna in questione (ne ho conosciuti cinque su otto di bisnonni, sono morti in successione dal compimento del mio nono anno in poi: li ricordo di persona) per diventare un’adulta tanto combattiva; no, non penso che i due conflitti mondiali c’entrino troppo: non combatteva qualcuno al di fuori ma ogni pulsione dentro di sé, soprattutto quando – livorosamente – la riconosceva nelle figlie. Se a Nonna T. chiedo qualcosa, generalmente si trincera dietro sbrigatività difensiva e mi liquida con un “all’epoca si faceva così”. Ci crederei, non avessi conosciuto troppi antenati, per farlo.

Negli anni delle sicurezze e della stabilità economica, i segni del prossimo disfacimento erano occultati da sfoglie dorate presto trasformate in pasta fresca, succulenti arrosti fumanti, occasionali e sfavillanti serate in quella piccola società di provincia. L’abbondante benessere soffocava violentemente il senso di malessere, occupando ogni spazio possibile, spingendolo in basso e facendo sentire terribilmente in colpa e sbagliato chiunque si permettesse di avvertirlo.

Quale giustificazione poteva avere un dolore che non fosse legato ai morsi della fame, al non aver di che coprirsi? Non c’era dignità riconosciuta nel soffrire mancanze immateriali e innecessarie, in una famiglia che ricordava più di una guerra, in cui sembrava toccarcisi solo per procreare.

I miei ricordi più chiari iniziano sul finire di quegli anni: un lento declino sfociato nella paura e nella solitudine di tutti i coinvolti. Da figlia illegittima, io risplendo tra le cause e le vittime. È stata la fedeltà a vincolanti dettami, spinta dalla paura di restare soli, che ha tenuto uniti tanti di noi, alimentando un rumoroso odio reciproco; legami freddi e soffocanti, malsopportati a ogni costo perché l’idea di reciderli non poteva esistere.

La Zia Zara che ricordo da piccola era un rumoroso uccellino appassito, ancora straripante di frivolezza e incoscienza. L’ho sempre capita, perché rappresentava una versione apparentemente meglio riuscita di mia madre; una volta le chiamavano “snaturate”, oggi le chiamano borderline: persone capaci di rincorrere unicamente il proprio godimento, prive della capacità di considerare qualunque aspetto dell’esistenza che non rientri nel palcoscenico immaginario in cui mettono in scena la propria quotidianità. Un palcoscenico che mescola desideri e realtà, indiscriminatamente. Zia Zara e mia madre andavano d’accordo, erano come bambine che confabulavano ridacchiando, raccontando e ascoltando l’un l’altra la propria verità, diversa da quella di chiunque altro.

Il figlio maggiore di Zara, Enea, che neanche saprei riconoscere, prese con una rincorsa di profondo odio le distanze dai genitori, in un momento imprecisato del passato e di lì in poi venne nominato in famiglia come un avventuriero destinato alla sciagura. Abitava a pochi km ma era come se avesse abbandonato il pianeta. Da bambina mi rimase impressa parte di una descrizione che riportò mia nonna, dopo averlo incrociato casualmente per strada: gli mancavano dei denti. A quei tempi, credevo ancora fosse tra le cose più gravi che potessero accadere a una persona, peggio dell’infelicità. I miei incubi si somigliavano tutti: uscivo di casa e scoprivo improvvisamente di non portare indumenti dalla cinta in giù, mi cadevano i denti e – in ultimo – mi aggiravo nella vecchia casa, completamente buia e inspiegabilmente estranea e mia madre compariva all’improvviso, sovreccitata e grottesca, spaventosa. Negli incubi più angoscianti, mia madre si nascondeva dietro tutte le porte.

L’altro figlio, Gherardo, aveva completamente abbracciato lo stile di vita genitoriale: un’attività commerciale di cui e con cui riempirsi la bocca (si parla di preziosi, si vocifera di illeciti), l’appartamento lussuoso, abbigliamento allineato all’immaginaria caratura del cognome. Suppongo rappresentasse il suo sforzo finale per ricevere considerazione da madre e padre, quel tipo di vita; considerazione che non arrivava, se non in occasioni particolari e isolate. Forse era solo perché non ne conosceva altre, non so.

Gherardo e la moglie Carla, donna talmente assoggettata e servile che nemmeno quando la sua esistenza è diventata un calvario ha smesso di adorare e servire il marito, hanno una figlia: Sabina.

Avrò avuto circa otto anni – Sabina tre o quattro più di me – nel breve periodo in cui trascorsi tanti pomeriggi a casa loro. Giocavamo alle bambole e avevamo l’imbarazzo della scelta, in quelle due stanze piene di giocattoli; io avevo anche l’imbarazzo dell’inadeguatezza. Non capivo se lei passava volentieri del tempo con me, abissalmente più piccola (considerando la fascia d’età), né saprei dire se la nostra frequentazione fu interrotta perché lei crebbe troppo o per altre ragioni. Non importa saperlo, dato che mi sfugge persino come fosse iniziata. Ricordo distintamente alcuni spaccati: un paio di giochi per me impensabili da chiedere ai familiari o a Babbo Natale, qualche frase ripetuta spesso, animando le Barbie che sceglieva di interpretare, e il non averla mai vista ridere.

Per almeno un lustro a venire, avrei ricevuto regolarmente sacchi per la spazzatura, straripanti di suoi abiti seminuovi, a malapena indossati. Ammetto che, all’epoca, mi pesò di più l’interruzione del flusso di indumenti che la perdita dei contatti con quella lontana cugina.

Dalla quinta elementare a oggi avrò incrociato Sabina forse due volte e ogni tanto l’ho sentita nominare. So che – per la volubile gioia di sua nonna Zara – debuttò in società, ma anche quell’ennesimo tributo non valse a Gherardo l’approvazione materna per più di qualche giorno. Con il senno di poi, cerco d’immaginare Sabina e il panorama che ne traggo è così diverso dall’immagine distrattamente recepita in passato, basata sui racconti dei miei. All’epoca avevo quattordici anni e tutt’altro per la testa, ma ora mi sembra di vederla: vestita di bianco – lei, così alta – spessa nella figura ed eternamente mesta nello sguardo, come la madre Carla; mi sembra di vederla, terribilmente a disagio, in una situazione estranea a lei e ancora di più agli imbarazzanti genitori, al rumoroso e infantile padre e alla sommessa e insipida madre.

Mia nonna ha cercato di contattarla al recente ricovero del padre, dato che anche Carla era in ospedale e nemmeno nello stesso. Ha risposto una megera urlante che ha preso ha insultare Nonna T., accusandola di volersi impicciare degli affari loro, perché aveva chiesto se poteva aggiornare la bisnipote sullo stato di Gherardo. Ma Sabina – stando all’abbaiare di quella cagna della suocera – dice di non avere altra famiglia eccetto quella del marito: un artigiano della notte con la faccia da gorilla a cui ha dato quattro figli, in una casa dove ha rinunciato a rispondere al telefono, dalla quale pare raramente esca.

Come sua madre si votò al culto di un marito irretito dal proprio vuoto, Sabina l’ha disconosciuta per intraprendere lo stesso, inutile martirio. Non credo la rivedrò mai.

Un noir in famiglia

Si sono perse le tracce della prozia.

Non credo che siano poi così tante le famiglie disfunzionali capaci di prodezze del genere; almeno, non in ogni cazzo di ramo del proprio malato albero genealogico.

La nonna T., quella che mi ha cresciuta, tra le sue tre sorelle e singolo fratello, è la meno assurda.

Userò nomi di fantasia solo perché tra noi parenti sono più frequenti le lettere d’avvocati che i pranzi di famiglia e taggherò nei prossimi giorni i post in cui ho raccontato in passato di alcuni di loro (qualora qualcuno avvertisse l’insano desiderio di approfondire il grado di disturbo). Per adesso, seduta nella corriera che mi scaricherà dritta dritta di fronte a casa di Alck, inizio a raccontare.

Qualche settimana fa nonna T. è finita improvvisamente ricoverata per un forte dolore al torace e senso di mancamento. Mia nonna è abbastanza ipocondriaca, sia perché ha avuto numerose rogne fisiche (di qui l’allerta costante), sia perché adora raccontare a chiunque di aver affrontato l’ennesima indagine, lasciando intendere di trovarsi costantemente in bilico tra la vita e la morte. Le piace così.

Ad ogni modo, dato che avevo presente le sue ultime analisi del sangue, l’angiografia dello scorso autunno, l’andamento medio della pressione di questi mesi e la sua alimentazione abituale, ero abbastanza certa che fosse in perfetta forma cardiovascolare. Infatti lo era: il ricovero è stato doveroso perché si è presentata in pronto soccorso di venerdì, giorno scomodo per richiedere gli accertamenti necessari al suo tipo di accesso. Alla fine si è fatta qualche pedalata sotto sforzo, godendo dei complimenti per la resistenza e forma muscolare da parte di dottori e infermieri, per poi tornare a casa con una fantasmagorica storia in più da raccontare, ispirata e liberamente adattata dalla realtà.

La causa dello scompenso era un carico di agitazione, che da una quindicina di giorni le gravava sulla fiction.

Un suo nipote, figlio della sorella maggiore, era stato ricoverato dopo che un’amica (o collaboratrice, non ricordo) di famiglia, lo aveva rinvenuto sul pavimento di non so quale stanza di casa sua. Era lì da due giorni. Se fosse stata presente, lo avrebbe trovato prima la moglie, ma la moglie era già ricoverata da qualche giorno, non chiedetemi per cosa. Però posso dire che, mentre stava lasciando l’ospedale, è caduta fratturandosi due vertebre, vincendo così almeno almeno altre tre settimane di degenza, in perfetta sincronia con il delizioso marito sporco, obeso, diabetico grave per scelta. Praticamente uno Sporcelli di Roald Dahl ma infermo, che di lì a poco avrei avuto il dispiacere di apprezzare in tutta la sua grottesca rotondità, scroto incluso.

Ora devo scendere dall’autobus, ma il resto devo proprio raccontarlo.

I casini sentimentali quando sei fuori di testa + video

Come chi mi legge da tanto sa (e sono commossa dalla loro presenza, davvero), ho speso tante di quelle ore a scrivere di varie seghe mentali riguardo a varie persone

che se avessi impiegato altrimenti le mie energie, a capo di Tesla ci sarei io.

Elon, tu sarai un genio ipercinetico, ma nessuno ha mai raggiunto le mie vette di processazione dati. Su dati inutili, almeno.

Quando stavo male, il grado di sclero riguardo ai rapporti interpersonali era clamoroso. Nella mia testa. Perché il fragore con cui mi rimbalzavano in mente era impossibile da superare.

L’avevo capito anche prima della terapia, che si trattava dell’estenuante ricerca scientifica per testare l’efficacia della narrativa sempre in corso nella mia testa. Madonna, che modo complicato per dirlo… il punto è che al centro del mio mondo c’era solo il disagio, fisico e mentale, così chiunque comparisse all’orizzonte diventava l’interprete di un ruolo già scritto, che non dipendeva affatto da lui, nella costante replica di qualcosa che avrei infinitamente voluto trattenere.

Vabbè.

Mi chiedo come vivano gli altri, specie se abbastanza fusi da non riuscire a vivere nel range della normalità (che per me corrisponde al non lasciarsi sopraffare la vita quotidiana dai pensieri), i sentimenti.

Non solo per i possibili o esistenti partner. Negli affetti in generale.

Perché quando si racconta un’esperienza riferita a uno specifico quadro, nel tentativo di avviare una conversazione si rischia di considerare come normale nell’anormalità, solo la propria esperienza

tracciando nuove esclusioni.

Qui ci ho fatto il breve video a riguardo

Aggiornamenti sparsi a puntate – 3 (paturnie paterne)

A volte mi sembra ancora strano che il papà di Alck sia morto. Ero così abituata a sentirne parlare, ai continui segni della sua presenza nella vita del figlio, che ogni tanto la realtà mi viene in mente all’improvviso e mi coglie impreparata.

Per contro, questo Natale ho deciso che non c’è più bisogno io perda fegato e tempo a preoccuparmi del “mio”.

Ho cercato di giustificare per anni i moti di nausea e fastidio che mi provocava, passare tempo con lui. Una repulsione epidermica. Mi urta profondamente ricordare qualunque contatto fisico che lo riguardi. Mi fa schifo.

Mi rendo conto non sia carino dichiararlo, ma è così che mi sento. Presumo sia naturale, quando il riassunto accurato degli incontri con un “genitore” è:

  • ricordarmi che non era minimamente sua intenzione concepirmi, nonostante in fondo gli stia simpatica
  • sputare merda su chi mi ha disordinatamente cresciuta, attribuendo ad altri la responsabilità di non esserci mai stato.

Anche basta, con le puttanate. Non vedere quel genio dal 26 dicembre 2017 mi è tanto piaciuto, che ho pensato di continuare.

Quindi, il 26 – giorno che anni fa fu battezzato di rito per il pranzo dai nonni paterni – non mi sono presentata.

Poi era l’unico giorno libero di Alck e siamo stata a pranzo da sua mamma, che è davvero una persona gradevole: non mi sarebbero toccate ore a mordermi la lingua e a sentirmi di merda.

Ovviamente i nonni lo sapevano e ho passato con loro qualche ora il 25. Loro sono stati i miei nonni sul serio: mi hanno portata appresso a pescare, in campagna, a casa, in piscina, a volte anche dal dottore. Ho passato con loro del tempo, che mi dedicavano. Il figlio non c’era mai, in queste occasioni. Troppo impegnato a fare il fenomeno con la figa da due soldi di turno, a fare lanci con il paracadute e a pippare come un idiota.

Il senso di rigetto che mi provoca averci tutto questo DNA in comune, neanche so descriverlo. È potente.

Beh, stavolta, anziché infliggermi la solita crisi di nervi delle feste, ho scelto.

Se devo essere sincera, erano due decenni che non passavo un Natale – pur intristito dalla perdita del papà di Alck – tanto sereno.

Se questo discorso avesse senso, direi che è morto quello sbagliato.

[…]

Di mal di pancia e sproni – filastrocca motivazionale per depressi

Quando il cervello – ‘sto maledetto

ti blocca, impedendo di alzarsi dal letto

vanno chiamati a rapporto i rinforzi

prima che il poco di spinta si smorzi.

Intestardirsi davanti a un muro

non porta a nulla: lo so di sicuro

bisogna lasciare spazio alla mente

che torni ad andare, appena si sente.

Allora scrivo agli amici più stretti

che ben conoscono ormai i miei difetti

mi sparano fuori due o tre bestemmioni

“forza dioca*e, tira fuori i coglioni!”

e il più delle volte riparte il neurone

come – percossa – una televisione.

Mi alzo e lo sbalzo mi porta lontano

petardi nel culo non fanno aeroplano

ma possono spingere chiappe pesanti

che sole faticano ad andare avanti.

Il più delle volte è sufficiente

farsi insultare un po’ dalla gente

(quando ormai si è già guariti

mentre è diverso da troppo feriti)

per riavviarsi con più convinzione

è sempre utile ci siano persone.

Quindi isolarsi è una pessima idea

non va subita come marea

il sentirsi di merda può capitare

serve e bisogna, farsi aiutare.

Se si sta molto male non fa differenza

ma con gli amici è diverso, che senza.

E mandate affanculo i poveretti

che vi fanno sentire soli e reietti

Lasciate indietro chi vi urta e vi spegne

la vostra famiglia è chi a voi ci tiene.

Aggiornamenti sparsi a puntate – 2

Ho rivisto la mamma di Alck una volta sola dal funerale, un paio di giorni fa. Se non lavorasse a pochi passi da casa mia, avrei visto poco anche lui: cerca di lasciarla sola il meno possibile.

Così, quando sono passata in zona per commissioni varie, io e lui abbiamo pranzato insieme e poi siamo passati a casa da lei, dove anche lui si è trasferito in questo cesso di periodo.

Mentre Alck faceva cose, siamo rimaste a chiacchierare e penso di averla intontita di parole. Però ha anche riso, quindi non è stata una slavina verbale sgradita. Spero.

B., uno dei vecchi trip documentati nell’archivio storico di (anche) questo blog, finalmente diventerà papà!

trasformati in grandi amici per affinità, mi stupisce e intenerisce ogni volta che li sento, il candore di ragazzina che sua moglie E. diffonde. Lontanissimo da quanto cupo può farsi B., che lo trascina e lo porta verso punti di vista più luminosi. È davvero la persona che ci voleva per lui e – per quanto poco la conosca – lui è davvero quello che lei ha sempre voluto. Pensarli mi rasserena. Per fortuna: visto che mesi fa, sfortunatamente, lui ha ascoltato un vocale mandato da me e Ine, in cui lei mi chiamava “amichetta Tazzy” e da allora non ho più avuto pace.

“Ciao zietta Tazzy, sono un maschietto” è stata l’ultimo irritante messaggio che ho ricevuto. Direi che per questa volta, possiamo perdonarlo.

I giorni scorsi si sono polverizzati in un paio di rimpatriate che sarebbe troppo lungo annotare ora. Ormai è ora di prepararsi per andare a cena.

Spero che passiate una buona Vigilia.

[…]

Con gli occhi all’indietro

Quando un’illusione finisce, rimane quel senso d’incredulità candida, nel realizzare quanto a lungo ci si abbia vissuto dentro. Com’è stato possibile?

Ho un evidente problema con il passato. Ma grande, enorme, vasto quanto l’insieme delle vite di chiunque abbia condiviso a lungo la mia.

Fino a pochissimi mesi fa, il passato era l’unica dimensione temporale esistente. Dentro casa, ce n’era troppo: troppi adulti e anziani, troppi discorsi sull’indietro e la completa sfiducia nell’avanti. Una volta cresciuta, poi uscita, era tardi: di passato ero riempita.

Troppo grande, la frustrazione di non esserci stata, in quel passato. Non avevo dei genitori che mi permettessero di fare la figlia, mi mancava la capacità – e spesso l’occasione – di mescolarmi con i coetanei, ed ero obbligata a trascorrere il tempo infinito dell’infanzia pensando a un’epoca in cui, per forza di cose, non avrei mai potuto esistere.

Sono cose che realizzo mentre scrivo, un po’ a vanvera, che mi spiegano con parole tutte mie cos’è la sensazione nei miei ricordi: come mai abbia trascorso tante ore a immaginarmi dentro scene descritte da altri. In bianco e nero, come vedevo nei film quegli anni in cui non c’ero.

Nelle giornate che vivevo, l’argomento principale era quello che è stato.

“Una volta sì che era diverso…”

“Quando eravamo giovani facevamo…”

Ma ti ricordi…?”

Detta così, sembra stupido anche a me. Ma ho imparato a fidarmi delle materie di studio. È un po’ difficile da spiegare, ma ci provo:

c’è un vecchio esperimento, che spiega bene un aspetto del nostro cervello. Nell’esperimento, alcuni gatti venivano fatti crescere in ambienti attrezzati, dove i loro occhi potevano riconoscere solo righe verticali.

I nostri occhi, come i loro, sono strutturati principalmente per riconoscere i contrasti e se si va a misurare nel cervello, ci sono neuroni fatti per riconoscere le righe verticali e altri che si accendono per le righe orizzontali.

A forza di vedere solo righe verticali, il cervello di questi gatti aveva espanso l’area che rispondeva alle verticali e ridotto quella dedicata alle orizzontali.

Oltre una certa finestra temporale, il processo diventa irreversibile, e il gatto disimparerà per sempre a leggere gli stimoli visivi orizzontali: il suo cervello non emetterà più segnali, alla loro comparsa.

Gli stimoli che riceviamo, ci modificano.

L’uso che facciamo di noi stessi, ci plasma.

Probabilmente è per questo, che non mi sono mai pensata la protagonista di una storia: ogni fantasticheria in cui ero io il personaggio al centro dell’attenzione, mi impietriva. “Pensa, quando anche la bambina si sposerà”, dicevano le donne, tirando le sfoglie e piegando tortellini. Io immaginavo la navata della chiesa che frequentavamo, e mi veniva la nausea. Non mi piaceva festeggiare i compleanni. “Beh, perché non vuoi la festa?” Ma quale festa? Invitando chi? Per festeggiare cosa? Altro tempo trascorso in avanti anziché – come avrebbe dovuto per farmi felice – all’indietro? Anche no.

Dopo la morte del Nonno, quando avevo sei anni, ogni secondo era dedicato con ancora più forza al passato, da cui lui non avrebbe più potuto riemergere. Era rimasto indietro, cristallizzato, via da noi.

Fino a pochissimi mesi fa, il passato era l’unica dimensione temporale esistente ed è una puttanata colossale: l’unica cosa capace di esistere è l’istante, che cambia di continuo, scorre. A pensarci troppo, mi sembra sproporzionata l’importanza che può avere il minor lasso di tempo che possiamo immaginare. Quanto peso ha, la frazione minima di una giornata, di un’ora? Possiamo dire o fare qualcosa che altererà per sempre il corso degli eventi, senza più la possibilità di cambiare quel che è stato.

Per chi rimane qui però, gli istanti in entrata arrivano da davanti, come la frontalità dei nostri occhi sottolinea

vivendo rivolti indietro, passano senza che noi ne facciamo alcunché.

Chiacchierate in famiglia

Sono cresciuta nella spontanea convinzione che tutte le famiglie fossero come la mia, circa. Il primo decennio di vita, trascorso in gran parte leggendo libri, non ha fatto che rinforzare l’impressione: le storie di Bianca Pitzorno ritraevano nuclei atipici e articolati, quelle di Roald Dahl descrivevano situazioni grottesche, per non parlare di Dickens e poi degli autori di cui un solo testo figurava nelle collane dei classici per ragazzi: Papà Gambalunga, Il Giardino Segreto, La Piccola Principessa. E così via, in una lunga trafila di gruppi composti da casi umani, in cui mi ritrovavo alla perfezione.

Quando parlo con Alck e lui fa tanto d’occhi, realizzo quanto casa mia sia una raccolta di disfunzionalità che – pur non rare – è difficile trovare tutte allo stesso indirizzo, catalogate dietro solo un paio di cognomi. Che primato del cazzo.

Un paio di giorni fa, per questioni di scelte di vita e soldi, mi sono trovata con le mie due zie (materne) e, come spesso accade, salutata la più grande delle due, con la Zia Giovane abbiamo fatto una di quelle sedute da un paio d’ore in cui fumiamo l’impossibile e dipaniamo secoli di matasse annodate, tra una voluta e l’altra.

Se nella famiglia di mio padre grossi drammi non ci sono, in quella di mia madre non esiste un membro uno che non sia sopra le righe e chiaramente pieno di paturnie. Chissà, dove è iniziata.

Sicuramente la Bisnonna ha incarnato il ruolo di demiurgo e di gran stronza, per almeno una settantina d’anni (dato realistico: è morta oltre il secolo). Era una donna affascinante, volitiva, decisa e cattiva. Sadica. Non con me: nei miei confronti è sempre stata generosa, disponibile e accogliente.

Da un certo punto di vista, ha sempre avuto un occhio di riguardo per chi si comportava peggio: suo figlio (fratello di mio nonno, violento, vizioso e poi incarcerato e morto giovane tra le braccia della madre e i sanitari, sul pavimento del bagno), mia madre (matta da legare, la vedo malvolentieri circa una volta all’anno da quando ho compiuto i sedici)

e poi dava contro, con umiliante disprezzo, a chi automaticamente si sottometteva a lei, come la nuora (mia nonna), che si è spaccata la schiena – anche non pagata – per anni, nell’attività di famiglia.

Ho pensato a lungo, in queste settimane. Tra le altre cose, a scrivere (qui), ma per la testa continuavano a girarmi ingestibili, pensieri sfilacciati e veloci. Niente che, sul momento, potesse portare a un discorso di senso compiuto.

Però, da qualche anno, mi gira in testa una considerazione che si è fatta via via più ingombrante: i segreti perdono qualunque rilevanza, una volta esposti. E io, di segreti pericolosi non ne ho, ma tra tutte noi di casa, di segreti dolorosi e vergognosi ne abbiamo a bizzeffe. Ci hanno insegnato a vergognarci.

Le mie zie – una l’indirizzo di questo blog lo ha – anni fa sarebbero crollate, all’idea che qualcuno potesse raccontare. Anonimamente o meno, irrilevante: i panni sporchi si lavano in casa, nella testa, nelle viscere, così che lo sporco degli altri ci si accumuli dentro. Come un veleno, una punizione, la giusta condanna per chi ha la sfrontata incoscienza di venire al mondo.

Il peccato originale, al nostro indirizzo, è rimasto per decenni infiammato e bruciante, senza battesimi per affrancarsene né preghiere sufficienti a soffocarlo.

Ma poi, perché?

Perché siamo rimaste tutte ad annuire e a prendere per buone le spiegazioni, costantemente confermate da un microcosmo di facce di merda di paese, che hanno trovato, nella miseria della propria vita, come unico divertimento, pitturare di lordura quella degli altri.

Quello che ti viene costantemente ripetuto, dopo un po’ diventa vero.

Alla terza sigaretta, mia zia mi ha chiesto se c’ero, al centenario della Bisnonna, mestamente festeggiato al ricovero per anziani.

“No, non mi avevate chiamata”

“Beh va bé, allora ti dico questo. La Nonna, quando è stato il momento di fare una foto in famiglia tutti insieme, di riflesso è arretrata. Le ho chiesto ‘Mamma, ma cosa fai? Vieni a fare la foto’.

Lei scuoteva la testa e non voleva avvicinarsi. La Bisnonna, ti ricordi: a quel punto non ragionava più, e la Nonna era ancora ter-ro-riz-za-ta.

Le ho dovuto ripetere, più volte, ‘Mamma, guardala: non può più farti niente”.

Io non so dove finisca l’inevitabile e inizi la scelta del proprio inferno

so bene che levarsi un condizionamento cresciuto con noi, è quasi impossibile.

Il fatto che io fossi piccola, negli ultimi anni dell’Impero del Disastro di casa, da un lato mi ha spezzata in più parti, dall’altro mi ha lasciato sospesa tra un microcosmo e il resto del mondo.

Ognuna delle mie parti, ora, concorda su una conclusione: fuori tutto.

Che sia qui, per strada nel mio ridicolo paese, in faccia ai diretti interessati o ovunque ne abbia voglia.

Perché, tra tutti i miei pezzi tirati a destra e manca, ha finito per rompersi proprio la vergogna

ma è rimasta intatta e pronta all’uso, una gran faccia come il culo.

Il gioco nei sogni

Capita, in sogno, d’incontrare persone
che sono perdute fuor d’immaginazione
sembrano vere se le stringi e le mordi
i sogni sono il trucco per barare dei ricordi.

Riesisti e mi chiedi “Che gioco facciamo?”
“A me non importa, intanto giochiamo”
e tu con magica mossa ad arte
estrai dal nulla un mazzo di carte.

Cala la carta e c’è un prato innevato
lo riconosco: io ci ho camminato
tu mi tenevi gigante per mano
io ti sfuggivo senza andare lontano.
Cadono fiocchi di acqua ghiacciata
“Dammi un bicchiere con l’aranciata
vorrei una granita come d’estate”
mi scaldi ridendo le dita gelate;
svanisce la scena, la mano è finita
so che niente è vero perché mi è riuscita.

Cala la carta e profuma di pane
la nonna ci mette prosciutto o salame
“Ci vuoi provare? È la tua giocata”
“Sì ma non pane: voglio far la crostata”.
Aggiungo impegno e qualche preghiera
perché non incrini alcuna dentiera
la teglia scompare, il forno si è spento
il dolce è pronto e non è di cemento.
So che è per finta ma sembra la stessa
però qui nel sogno la dose l’ho messa.

Cala la carta ed è un giorno festoso
domenica, andrebbe dedicata al riposo
invece si corre, con gran strepitare
“Muoviamoci, su!, sta per iniziare!”
Le donne davanti e io te dietro in coda
sul pulpito un prete che parla e che loda.
Il gioco finisce e la chiesa è lontano
tana di un gobbo che fa il sagrestano
per finta la messa è durata un momento
e non s’è sprecato tutto quel tempo.

Cala la carta: disinfettante arancione
del colore che hanno le divise in prigione
nei programmi TV che mi sono vietati
ma oggi è concesso perché siamo inventati.
Ritorni di corsa dall’ospedale,
stavolta ne esci e non è reale.
Ritorni alla vita senza alcun imprevisto
verso un futuro che non hai mai visto.
Tutto sommato son felice lo stesso:
quello che conta per finta è l’adesso.

Cala la carta, il gioco è finito
mi guardi più stanco, quasi assopito
chiedo se ti sei divertito anche tu
ma chiuso il mazzo non ci sei più.
Torno in un lampo la bimba impacciata
in piedi in cucina quando mi hai salutata
“A presto” hai detto dopo l’ultimo bacio
la sola bugia che mi hai raccontato.

Passano gli anni e ti penso anche adesso
torna a trovarmi per favore più spesso.
I sogni sono il modo di barare dei ricordi
se non ci pensi troppo

nemmeno te ne accorgi.