La strada in cui c’erano tutti i ricordi

Chiudo gli occhi e rivedo la via.
La guardo dall’alto, con la prospettiva hollywoodiana di una cinepresa in volo. Non esistono costruzioni in quel punto, da cui potersi affacciare ma conosco a fondo quel ricordo. Abbastanza da saperlo maneggiare.
La strada brulica, è mattina. Signore in bicicletta cariche di spesa, mogli sorridenti dietro carrozzine, vecchie bianche e turchine in camicie abbottonate.  Non si vedono signori, tutti i maschi a lavorare. O al bar, carte e bianchino.
A meno che si tratti di consegne, muratori o del messo comunale, la mattina della strada è tutta donna.
E le donne si salutano, tra marciapiedi, dalle vetrine, in rocambolesche corse su due ruote. Alzano la voce, anche se la via è stretta; vanno pure scavalcati gli altri toni, le vetture di passaggio, quasi tutte di lamiera. Automobili che se sbagli, ti raccolgono affettato.
Dalle finestre, sui marciapiedi, sbucano teste che guardano giù, di donne in cucina che fanno i cucù. Chiamano quelle di sotto, a volte lanciano qualcosa e iniziano a ridere prima ancora che il bersaglio se ne accorga. La malcapitata dabbasso alza la testa e ancora la voce, invita a scendere e reclama vendetta, ma il cuculo ha l’acqua sul fuoco o i figli per casa o è furba abbastanza. Saluta e si chiude e le passanti per strada scorrono via, richiamate dalla casa, aspettate dalla prole, picchiettate con lancette di orologio.
Chiudono i negozi, si aprono le gabbie e sciami di studenti di una scuola professionale strepitano per strada. L’onda si esaurisce in fretta e la strada si riposa.
Trascorsi gli anni, anche lei è appassita, nonostante il maldestro rattoppo di buchi. La sua fauna è scomparsa, i negozi hanno chiuso e quel che rimane è una piccola arteria invecchiata, dove ora tutto passa più lento. Macchine e gambe, tutto tranne il tempo.

Lesbodrama – Vecchi ricordi continuano

Negli anni mi sono fatta l’idea che l’omosessualità femminile sia una calamità di poderosa portata.
Per chi non lo è.

Questo perché, a differenza della media delle coppie etero (o gay, nella mia esperienza) con cui sei in contatto, nelle coppie lesbiche spesso sei – tenuta ad essere – amica di entrambe. Quindi a ogni bisticcio doppia dose di storia, considerazioni, dietrologie, recriminazioni e altri 40 minuti di monologo che non ho mai saputo cosa contenessero perché la mia soglia d’attenzione c’ha impostato il limite di autoconservazione gonadi che parte in automatico alla prima crepa.

Ma la prima volta fu naturale e spontaneo: all’amica del post precedente, fui io a presentare quella che sarebbe diventata la sua morosa per i successivi 5 anni.
Detta così non sembra ci sia niente di male, ma di male ce n’è stato eccome, specie in come prese la questione la famiglia di lei.

Potrei passare ore e ore a descrivere i nostri pomeriggi tutte assieme, compagne di agorafobia sempre chiuse in casa a bere, fumare e guardare telefilm (ah, e mangiare) e non lo farò – per vostra fortuna – ma insomma, le due (non mi ricordo cosa fosse già stato dichiarato quando e da chi) grazie a me conosciutesi, avevano iniziato a passare molto tempo assieme. Anche sole, dato che ognuna di noi altre del gruppetto aveva i fatti propri. Comunque, io sapevo già che cincischiavano, o stavano insieme ufficialmente? Boh, comunque la storia era già in piedi.

E insomma, com’è come non è, durante una vacanza di qualche giorno presso la casa di montagna dei nonni della mia amica – dove spesso venivamo ospitate anche noialtre, sia in assenza che in presenza degli altri famigliari – la nonna sgama che le due stanno assieme.
Cioè, solo osservandole, le sgamò la nonna e nessuno degli altri sedicimila parenti presenti. Proprio vero che le generazioni che hanno fatto la guerra finiscono con l’avere i superpoteri.
Da quel momento in poi, il delirio.

Tornate dalla montagna la mamma della mia amica affrontò – con molta poca diplomazia – la questione orientamento sessuale, la figlia confessò, la madre sclerò (ironico, da parte di una psicologa, tra l’altrò) e l’amica venne di nuovo impacchettata e spedita in esilio nella casa di montagna, con solo i nonni presenti, mentre la madre si riprendeva altrove.

Seguirono telefonate tanto piene di sussurri che sembrava di parlare con un fanstasma, o con una comparsa di Walking Dead, che duravano ore e ore.
E la morosa della mia amica, triste e dispiaciuta era a casa e veniva a casa mia a discutere l’argomento per ore e ore.
In tutto questo, io ero ovviamente e partecipativamente a disposizione, il mio allora moroso – M, quello oggi che mi detesta di più – era tenuto all’oscuro, perché la mia amica non voleva sapesse e tra il periodo coming out  e il periodo outing familiare, lui iniziava a chiedersi se con una patata andasse comunque considerato tradimento: ad un certo punto era convinto che ci facessimo io e lei.
Solo in seguito, mi fu concesso renderlo partecipe.

Con il coinvolgimento della famiglia dell’amica ormai siglato, la dinamica omosessuale alla quale mi trovavo marginalmente a partecipare cambiò completamente regole ed equilibri.

Adozioni omogenitoriali, checcazzo

Posto che l’argomento immediatamente precedente – il matrimonio gay – non dovrebbe neanche essere discusso perché mi pare ovvio e scontato che sia sacrosanto diritto di chiunque sposarsiaccoppiarsiinnamorarsi con chi accidenti gli pare purché entrambe le parti siano vigili, consenzienti e non mostrino inclinazioni politiche di estrema destra
(ognuno ha i propri razzismi)
e che la Pubblica Amministrazione dovrebbe muoversi nei confronti delle esigenze dei cittadini anziché cagare il cazzo
(o almeno, così mi hanno detto alle superiori)
mi rendo conto che la questione delle adozioni omogenitoriali sia fisiologico muova certe corde dell’opinione pubblica.

Le corde vocali di chi dovrebbe attaccare il cervello prima di parlare.

In base al solito principio per il quale avere un intestino non rende gastroenterologi
essere parte di un nucleo familiare non rende onniscienti in materia.

Dato che l’Associazione Italiana Psicologi e la Pediatrician American Association – e un sacco di altri enti specializzati in giro per il globo che non sto ad elencare perché sono tutti concordi – hanno statisticamente rilevato che i bambini cresciuti da coppie omogenitoriali stanno uguale-uguale a quelli cresciuti dalle coppie etero

perché non sono i genitali dei genitori che rendono tale una famiglia

mi chiedo che cazzo ci sia ancora da stare a rompere i coglioni.

Estensioni e puntualizzazioni:

1 – La statistica  non inventa: può essere utilizzata in modo fraudolento per mostrare correlazioni inesistenti, come questo sito che fa straridere chiarisce miss america
(Variazione dei valori dell’età di Miss America accoppiati alla variazione del numero di omicidi con vapori caldi ed oggetti bollenti, credo.. quello che fanno gli antivaccinisti)
ma nel caso delle famiglie omogenitoriali è emerso senza ombra di dubbio che i parametri su cui si valuta il benessere del minore non c’azzeccano una minchia con le patate o le carote e il loro assortimento nelle mutande parentali

2 – qualunque altro aspetto di vita di una famiglia nei limiti delle leggi imposte dallo stato, non sono affari altrui.

lego

(poi vi parlerò dell’ossessione per i lego del mio coinquilino)

Ci vediamo di notte

Ci vediamo di notte perché il buio ti dona
ti si intona alla pancia e ai capelli
ha una trama che sembra velluto blu scuro
ma è fatta di nodi su una corda che suona

Ci vediamo di notte perché il buio ti accende
come chi dorme col sole negli occhi
lui acceca i pensieri
tu abbassi le tende

Ci vediamo di notte perché è giusto lo sfondo
con spenti i colori posso metterti a fuoco
m’impegno per bene e trovo i tuoi bordi
se intorno non c’è quel disturbo del mondo

ed è giusta la notte se non fosse che è incerta
non so quando ti trovo
dove sei se non vedo

forse ridi del fatto che sono scoperta
non mi serve la giacca
non la voglio la felpa

Ci vediamo di notte ma è un po’ che non torni
è più dura adesso
ricordarti com’eri
ho già perso la voce il profumo la presenza e il tocco
sì lo so che è sciocco
puoi ridarmi i contorni?

Il posto più bello

–  Casa è dove appendi il cappello
–  O dove c’è la tua famiglia

O dove perdi il conto del tempo
dove – chiunque sia l’ultima a entrare – chiuda la porta e posi la chiave.

Casa è strillare fortissimo in corridoio perché se non hai esaurito tutto prima di entrare, puoi comunque finire con calma
magari hai esaurito tutto e urli perché sei contenta.

Magari urli e basta.

Casa è dove arrivi con un peso sul cuore e c’è un posto per lasciarlo qualche ora e prendere respiro
dove agli altri non importa troppo né troppo poco
e nessuno ti chiede più di quanto tu possa dare.

Erba tra i capelli
graffi sulle gambe
scontrarsi e andare a terra fino a non avere nella testa spazio libero da usare
nessuna cosa a cui pensare.

cus

Giuro: avevo il terrore, di non riuscire a tornare.

Fantasmi

Tanto tempo fa – avrò avuto quattordici anni – pistolando con il telecomando ero arrivata su Mtv mentre trasmettevano un cartone animato ambientato in un futuro distopico.

I disegni non parevano cupi, l’atmosfera sì.

Non ricordo il titolo del cartone – l’ho cercato e anche trovato, poi dimenticato ancora – ma la scena che mi è rimasta impressa sta ancora lì, registrata nel mio cervello, forse a togliere spazio a qualcosa di meglio.

Una ragazza bionda, capelli corti e pantaloncini beige, guardava un varco ad arco nelle mura lineari e pulite che avvolgevano la futuristica città.

Sapeva che di lì non si poteva uscire, non si doveva uscire.

Li fissava un giorno, poi quello dopo ancora e intanto la vita attorno scorreva ma lei non pensava che a oltrepassare quella soglia, tutto in silenzio.

Un giorno, armata di solo di coraggio che i disegni non mostravano e delle sue gambe, prende la rincorsa e si avvia ad attraversare la porta, il più velocemente possibile.

Nel momento esatto in cui il suo corpo piroettava svelto attraverso l’apertura, cavi agili e sottili comparivano per immobilizzarla e altrettanto improvvisamente bracci muniti di siringhe al termine le iniettavano anestetico nella carne.

Ultime, lame che turbinavano veloci comparivano per troncarle in due le cosce, subito sotto al punto dell’iniezione. 

 

La puntata finiva con lei che, accasciata contro ad un muro al margine di un campetto, fissava ragazzini che correvano giocando, mentre una voce fuori campo recitava una cosa del tipo 

È quello che non abbiamo a renderci diversi

Ecco, è così.

Maledetto mondo reale

Detesto perdere la mia routine online ma la vita vera ha la fastidiosa caratteristica di essere inevitabile.
A meno che uno non sia autistico, ma nonostante la supportatissima diagnosi che mi fece una minchiosa maestra delle elementari la quale faticava a ricordare le regioni d’Italia – mentre immagino fosse campionessa di neuropsichiatria infantile – non posso fregiarmi del titolo.
Incredibile.
E dire che i vaccini li ho fatti tutti.
(I vaccini non fanno venire l’autismo, casomai aveste il dubbio).

Comunque deo gratia (non so il latino ma nemmeno ho un dio) ho:

ricominciato a dare esami

impostato un tira-molla pallosissimo con P

trovato un cinno a cui dare ripetizioni di chimica

un forse nuovo lavoro di merda

dato altre ripetizioni di biologia a Cugino Piccolo – cal g’ha po’ segh an –

convinto la Nonna Tì a provare il mio regime alimentare dopo che le sue analisi del sangue – perfette – l’hanno arbitrariamente convinta del fatto che sta morendo

risentito B

risentito la mamma di M

e insomma, sono stanca morta.

Devo rimettermi in pari con i blog che seguo!
Scrivete poco in questi giorni please che – nonostante suoni malissimo – i i vostri cazzi arretrati da farmi.