Refolo

Ogni tanto mi si appanna qualcosa.

Si appanna, scompare come qualcosa di mai esistito ma sai che è una bugia della mente: c’era, fino a due o trecento minuti fa, e d’improvviso sparisce. Sparisce senza che tu te ne accorga, come i morti quando sei bambino.

Le colonne vanamente slanciate del supermercato in periferia, un semaforo col singhiozzo della sera; nel parcheggio dopo il tramonto solo i mostri a braccetto senza denti, ragazzini in bicicletta, io e quell’aria crudele che non mi dice più niente. La stessa aria delle notti se in estate pedalavo fino fuori dalle mura medievali, che colpisce la pelle sempre allo stesso modo; non importa la direzione: riporta sempre nello stesso posto, quello che non esiste più.

Ha smesso di trasportami, ha smesso di pizzicare fino a sentire la malinconia pungente di un tempo e il resto del giorno lascia spazio alla malinconia di un altro.

Non avevo mai sentito insistere sulla pelle la malinconia del futuro, mano a mano che le sue mura di carne e ossa crollano in avanscoperta e la diga si schiude. Un’angoscia più tetra, più triste e inevitabile.

Di tutti i tempi conosciuti, il futuro è l’unico da cui non esiste via di fuga.

È un forse un bugiardo?

È forse un bugiardo, chi mente convinto di dire la verità?

SÌ madonna ladra, SÌ.

Ci tengo a te, lo sai, solo che non riesco a dimostrarlo

Beh, va a prendere ripetizioni da altre, visto che quando sono io a dirti come, te ne batti le palle.

Fine del capitolo.

Per molti, molti anni, mi sono fatta dire dagli altri cosa e come dovevo fare le cose. E poi non le facevo.

Era più forte di me: il cervello non funzionava ma dovevo corrispondere aspettative.

Tutti mi dicevano come e cose, oppure mi mollavano lì. E io tentavo e fallivo, tentavo e fallivo.

Ho fallito così tanto, che non sono più sicura mi sia mai possibile fare il contrario.

E tutti a dirmi come fare e a non ascoltare se rispondevo che così non mi riusciva.

E io a fidarmi di tutti anziché di me.

E svegliarmi con il vomito di vivere, senza una cosa che mi invogliasse a prendere un respiro.

MA-CHE-DUE-COGLIONI

Anzi, una: io.

Ho speso più energie nel disperato tentativo di assolvere al metodo che mi veniva ripetuto, che per raggiungere il risultato.

Ora, sputtanati così dieci anni, tra neuroni scollegati e sensi di colpa infiniti, mi sono anche rotta il cazzo.

Ogni volta che mi arrabbio, mi parte nel cranio la trama di un libro.

Piano: il libro grosso è il progetto che mi ha tenuta a galla per un anno e mezzo, ma ho bisogno di un tempo isolato e tranquillo per finirlo e di qualche ricerca (è un libro complicato).

In questi giorni mi è poppato nel cranio un libretto più breve, simpatico (per me). Tutt’altro.

Con il libro grosso sono piombata di nuovo nel tunnel del È-COSÌ-CHE-DOVREI-FARE.

Di nuovo: energie buttate su passaggi non miei. I miei funzionano: hanno funzionato per duecento facciate, funzioneranno ancora.

Sto-cazzo che voglio tornare a vivere così.

Ci sono cose da fare nel mondo reale, facciamole, e intanto riposiamoci scrivendo una cosa carina.

Scadenze (perché un minimo di struttura mi serve):

  • Più video sono scritti: dal 20 al 30 settembre, ne voglio registrare almeno due. Pubblicazione: prima settimana di ottobre. Se mi cagherò sotto, metterò un pannolone.
  • Libro breve: fine ottobre. Di quello ho già tutto, sotto le cento facciate, sedici seguiti già nella testa.
  • Libro lungo: quello è un casino. È una storia complicata, molto lunga, molto figa, che mi è partita nella testa come se avessi acceso Netflix dal fondo della retina. Entro fine dicembre la bozza va chiusa.
  • Checcazzo, basta annuire, fallire o scappare.
  • È tempo di fare.