Con gli occhi all’indietro

Quando un’illusione finisce, rimane quel senso d’incredulità candida, nel realizzare quanto a lungo ci si abbia vissuto dentro. Com’è stato possibile?

Ho un evidente problema con il passato. Ma grande, enorme, vasto quanto l’insieme delle vite di chiunque abbia condiviso a lungo la mia.

Fino a pochissimi mesi fa, il passato era l’unica dimensione temporale esistente. Dentro casa, ce n’era troppo: troppi adulti e anziani, troppi discorsi sull’indietro e la completa sfiducia nell’avanti. Una volta cresciuta, poi uscita, era tardi: di passato ero riempita.

Troppo grande, la frustrazione di non esserci stata, in quel passato. Non avevo dei genitori che mi permettessero di fare la figlia, mi mancava la capacità – e spesso l’occasione – di mescolarmi con i coetanei, ed ero obbligata a trascorrere il tempo infinito dell’infanzia pensando a un’epoca in cui, per forza di cose, non avrei mai potuto esistere.

Sono cose che realizzo mentre scrivo, un po’ a vanvera, che mi spiegano con parole tutte mie cos’è la sensazione nei miei ricordi: come mai abbia trascorso tante ore a immaginarmi dentro scene descritte da altri. In bianco e nero, come vedevo nei film quegli anni in cui non c’ero.

Nelle giornate che vivevo, l’argomento principale era quello che è stato.

“Una volta sì che era diverso…”

“Quando eravamo giovani facevamo…”

Ma ti ricordi…?”

Detta così, sembra stupido anche a me. Ma ho imparato a fidarmi delle materie di studio. È un po’ difficile da spiegare, ma ci provo:

c’è un vecchio esperimento, che spiega bene un aspetto del nostro cervello. Nell’esperimento, alcuni gatti venivano fatti crescere in ambienti attrezzati, dove i loro occhi potevano riconoscere solo righe verticali.

I nostri occhi, come i loro, sono strutturati principalmente per riconoscere i contrasti e se si va a misurare nel cervello, ci sono neuroni fatti per riconoscere le righe verticali e altri che si accendono per le righe orizzontali.

A forza di vedere solo righe verticali, il cervello di questi gatti aveva espanso l’area che rispondeva alle verticali e ridotto quella dedicata alle orizzontali.

Oltre una certa finestra temporale, il processo diventa irreversibile, e il gatto disimparerà per sempre a leggere gli stimoli visivi orizzontali: il suo cervello non emetterà più segnali, alla loro comparsa.

Gli stimoli che riceviamo, ci modificano.

L’uso che facciamo di noi stessi, ci plasma.

Probabilmente è per questo, che non mi sono mai pensata la protagonista di una storia: ogni fantasticheria in cui ero io il personaggio al centro dell’attenzione, mi impietriva. “Pensa, quando anche la bambina si sposerà”, dicevano le donne, tirando le sfoglie e piegando tortellini. Io immaginavo la navata della chiesa che frequentavamo, e mi veniva la nausea. Non mi piaceva festeggiare i compleanni. “Beh, perché non vuoi la festa?” Ma quale festa? Invitando chi? Per festeggiare cosa? Altro tempo trascorso in avanti anziché – come avrebbe dovuto per farmi felice – all’indietro? Anche no.

Dopo la morte del Nonno, quando avevo sei anni, ogni secondo era dedicato con ancora più forza al passato, da cui lui non avrebbe più potuto riemergere. Era rimasto indietro, cristallizzato, via da noi.

Fino a pochissimi mesi fa, il passato era l’unica dimensione temporale esistente ed è una puttanata colossale: l’unica cosa capace di esistere è l’istante, che cambia di continuo, scorre. A pensarci troppo, mi sembra sproporzionata l’importanza che può avere il minor lasso di tempo che possiamo immaginare. Quanto peso ha, la frazione minima di una giornata, di un’ora? Possiamo dire o fare qualcosa che altererà per sempre il corso degli eventi, senza più la possibilità di cambiare quel che è stato.

Per chi rimane qui però, gli istanti in entrata arrivano da davanti, come la frontalità dei nostri occhi sottolinea

vivendo rivolti indietro, passano senza che noi ne facciamo alcunché.

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Chiacchierate in famiglia

Sono cresciuta nella spontanea convinzione che tutte le famiglie fossero come la mia, circa. Il primo decennio di vita, trascorso in gran parte leggendo libri, non ha fatto che rinforzare l’impressione: le storie di Bianca Pitzorno ritraevano nuclei atipici e articolati, quelle di Roald Dahl descrivevano situazioni grottesche, per non parlare di Dickens e poi degli autori di cui un solo testo figurava nelle collane dei classici per ragazzi: Papà Gambalunga, Il Giardino Segreto, La Piccola Principessa. E così via, in una lunga trafila di gruppi composti da casi umani, in cui mi ritrovavo alla perfezione.

Quando parlo con Alck e lui fa tanto d’occhi, realizzo quanto casa mia sia una raccolta di disfunzionalità che – pur non rare – è difficile trovare tutte allo stesso indirizzo, catalogate dietro solo un paio di cognomi. Che primato del cazzo.

Un paio di giorni fa, per questioni di scelte di vita e soldi, mi sono trovata con le mie due zie (materne) e, come spesso accade, salutata la più grande delle due, con la Zia Giovane abbiamo fatto una di quelle sedute da un paio d’ore in cui fumiamo l’impossibile e dipaniamo secoli di matasse annodate, tra una voluta e l’altra.

Se nella famiglia di mio padre grossi drammi non ci sono, in quella di mia madre non esiste un membro uno che non sia sopra le righe e chiaramente pieno di paturnie. Chissà, dove è iniziata.

Sicuramente la Bisnonna ha incarnato il ruolo di demiurgo e di gran stronza, per almeno una settantina d’anni (dato realistico: è morta oltre il secolo). Era una donna affascinante, volitiva, decisa e cattiva. Sadica. Non con me: nei miei confronti è sempre stata generosa, disponibile e accogliente.

Da un certo punto di vista, ha sempre avuto un occhio di riguardo per chi si comportava peggio: suo figlio (fratello di mio nonno, violento, vizioso e poi incarcerato e morto giovane tra le braccia della madre e i sanitari, sul pavimento del bagno), mia madre (matta da legare, la vedo malvolentieri circa una volta all’anno da quando ho compiuto i sedici)

e poi dava contro, con umiliante disprezzo, a chi automaticamente si sottometteva a lei, come la nuora (mia nonna), che si è spaccata la schiena – anche non pagata – per anni, nell’attività di famiglia.

Ho pensato a lungo, in queste settimane. Tra le altre cose, a scrivere (qui), ma per la testa continuavano a girarmi ingestibili, pensieri sfilacciati e veloci. Niente che, sul momento, potesse portare a un discorso di senso compiuto.

Però, da qualche anno, mi gira in testa una considerazione che si è fatta via via più ingombrante: i segreti perdono qualunque rilevanza, una volta esposti. E io, di segreti pericolosi non ne ho, ma tra tutte noi di casa, di segreti dolorosi e vergognosi ne abbiamo a bizzeffe. Ci hanno insegnato a vergognarci.

Le mie zie – una l’indirizzo di questo blog lo ha – anni fa sarebbero crollate, all’idea che qualcuno potesse raccontare. Anonimamente o meno, irrilevante: i panni sporchi si lavano in casa, nella testa, nelle viscere, così che lo sporco degli altri ci si accumuli dentro. Come un veleno, una punizione, la giusta condanna per chi ha la sfrontata incoscienza di venire al mondo.

Il peccato originale, al nostro indirizzo, è rimasto per decenni infiammato e bruciante, senza battesimi per affrancarsene né preghiere sufficienti a soffocarlo.

Ma poi, perché?

Perché siamo rimaste tutte ad annuire e a prendere per buone le spiegazioni, costantemente confermate da un microcosmo di facce di merda di paese, che hanno trovato, nella miseria della propria vita, come unico divertimento, pitturare di lordura quella degli altri.

Quello che ti viene costantemente ripetuto, dopo un po’ diventa vero.

Alla terza sigaretta, mia zia mi ha chiesto se c’ero, al centenario della Bisnonna, mestamente festeggiato al ricovero per anziani.

“No, non mi avevate chiamata”

“Beh va bé, allora ti dico questo. La Nonna, quando è stato il momento di fare una foto in famiglia tutti insieme, di riflesso è arretrata. Le ho chiesto ‘Mamma, ma cosa fai? Vieni a fare la foto’.

Lei scuoteva la testa e non voleva avvicinarsi. La Bisnonna, ti ricordi: a quel punto non ragionava più, e la Nonna era ancora ter-ro-riz-za-ta.

Le ho dovuto ripetere, più volte, ‘Mamma, guardala: non può più farti niente”.

Io non so dove finisca l’inevitabile e inizi la scelta del proprio inferno

so bene che levarsi un condizionamento cresciuto con noi, è quasi impossibile.

Il fatto che io fossi piccola, negli ultimi anni dell’Impero del Disastro di casa, da un lato mi ha spezzata in più parti, dall’altro mi ha lasciato sospesa tra un microcosmo e il resto del mondo.

Ognuna delle mie parti, ora, concorda su una conclusione: fuori tutto.

Che sia qui, per strada nel mio ridicolo paese, in faccia ai diretti interessati o ovunque ne abbia voglia.

Perché, tra tutti i miei pezzi tirati a destra e manca, ha finito per rompersi proprio la vergogna

ma è rimasta intatta e pronta all’uso, una gran faccia come il culo.

And that’s all folks

L’amico penso più stretto che ho, oggi parte per qualche mese di lavoro all’estero.

Non ci siamo visti nelle ultime settimane e – come altri – è uno di quelli che è rimasto inaspettatamente con me nonostante la casuale convivenza universitaria si fosse conclusa.

Vale per lui come per Ine e Char: ex coinquiline e ora amiche per suppongo tutto il tempo che ci rimane.

Gli ho mandato un podcast di vocali, che ascolterà in volo e che non è rilevante segnarmi qui.

L’ultimo messaggio – superpippons – che gli ho scritto, però sì.

In parte perché è il mio blog e ci metto quello che mi pare (uscita reazionaria al sentirmi troppo concentrata su me stessa, quando probabilmente il problema è il contrario)

in parte perché un paio di cose riguardano timori che altri hanno sollevato parlando di terapia e cose del genere.

Here you are.

Considerazione finale:

tutta la fatica che mettevo nel cercare di attenermi a schemi non miei, mi ha rotto il cazzo e una decade ha abbondantemente dimostrato che non serve a una sega.

Non posso passare la vita a tenere imbrigliata una parte di cervello che vuole fare cose, perché funziona male quella che dovrebbe fare altre cose.

Avevo la paranoia che sistemarne una sarebbe andata a discapito dell’altra: sistemare l’efficienza sarebbe andato a discapito della mia arrancante identità. Pensavo di essere l’insieme dei miei casini, non di avere dei casini.

Non lo penso più, ora sono in incoraggiante riavvio entrambe.

Ho pensato molte volte di “stare meglio” ma era un meglio rispetto a un punto talmente basso, che persino lavarsi i capelli o arrivare al caffè senza desiderare di non esistere almeno dieci volte, poteva considerarsi un progresso.

Non è più così, e mi sento molto bene e ho tutta l’intenzione di continuare a sentirmici.

Metto in conto qualche ricaduta, sconforto e solitudine, ma ultimamente niente di tutto questo si è inghiottito giornate intere, né mi ha (completamente) tolto il sonno o le energie.

Mi sento bene, mi sento triste, mi sento stanca o carica per cose che non pensavo realisticamente di poter fare davvero. Il poco che riuscivo a concludere saltuariamente non mi rendeva mai contenta: non ero contenta di passare un esame, non ero contenta di raggiungere un risultato, non ero contenta dei lavoretti che facevo per tirare su due soldi.

Adesso è tutto molto diverso, o sono un po’ diversa io, ma insomma: in meglio.

Qualunque cosa mi faccia sentire meno di così, è qualcosa che non voglio attorno.

FINE

Primi effetti collaterali

Ieri sera, mentre ripensavo alla questione video (li farò, ma sul “come” continuerò a cambiare idea anche dopo l’upload, quindi pace)

declinavo a scopo “preparatorio” uno dei miei soliti monologhi allo specchio: trentacinque minuti in bagno da cui regolarmente esco dimenticando di lavarmi i denti.

Stavo disquisendo tra me e il bidet di come siano diverse ora le emozioni – prima un continuo su e giù stile torri gemelle di Mirabilandia – e di come il pugno monco di “Ti amo” pronunciati in vita mia, non valgano più.

Volevo bene ai disagiati a cui li ho detti, ma lo slancio e il trasporto, ora capisco, erano finti. Più che rinnegare è un “prendere atto”.

Perché, step successivo, la mia era solo ansia di fare le cose come andavano fatte: forse in quel modo, avrei ottenuto quello che dai miei familiari è sempre mancato. L’interesse nei miei confronti, l’esistere al di fuori delle loro aspettative e fisime su di me.

A volte mi sento ancora cretina a pormi il problema dopo tutto ‘sto tempo, eppure niente è cambiato: quando li deludo per loro smetto di esistere;

d’altra parte, nemmeno una volta un mio familiare ha mostrato interesse per me quando facevo qualcosa che mi piacesse davvero. E non riesco a dimenticarlo.

Zack tempo fa mi aveva fatto scegliere un ricordo per poi elaborarlo insieme, io ne ho pescato uno abbastanza plateale, perché riassumeva una parte del problema. Non è l’unico però.

Una cazzata: ho giocato a pallavolo qualcosa come 12 anni, da quando ne avevo 6 a più avanti.

Nessuno dei miei familiari ha visto una mia partita.

Nessuno è venuto.

Sono venuti ai due saggi di danza, quando ero piccola, in parte perché sarebbe stato illegale lasciarmi andare sola, in parte perché era quello che – per i canoni familiari – dovevo fare. Poi ho smesso (arrivavo là davanti e andavo via, come per il violino, come per la scuola fin dalle elementari) e il tutto è morto lì.

Avevo libertà limitatissima – in parte ci sta – però mi hanno mollata dalla prima elementare in auto con perfetti sconosciuti per andare a partite sparse in tutta la regione senza mai una volta venire con me.

Quando a loro piaceva l’attività, ero la nipotina bella & intelligente, quando l’attività era noiosa “ah ma non è mica mia figlia“.

Mi viene da piangere a dirlo, mi viene da piangere a scriverlo. Mi vergogno a sentire gli occhi che pizzicano per una cazzata del genere. Però ho appannato comunque gli occhiali.

Insomma: tante volte ho cercato disperatamente di trovare un modo perché agli altri interessasse di me. Tralascio tutto un capitolo infinito su come, le volte in cui ci sono riuscita, regolarmente sono impazzita, suppongo per aver mosso un coperchio di piombo che schiacciava una frustrazione troppo grande, per essere punzecchiata da facezie così.

Dunque, avanti ancora, ostinarsi a cercare attenzione da chi sai non te la vorrà mai dare è un’eterna condizione a cui io sola mi condanno e insieme e l’unico modo che conosco per sentire un legame verso qualcuno.

Improvvisamente, e davvero non avrei voluto, mi è poppato in mente Alck. Che, per la fila di questioni sue, di cui ho già detto non spiegherò i dettagli qui, fatica ad accettare l’esistenza di qualcuno che non sia in funzione di lui stesso.

Mi sono sentita triste.

Perché – salto mille passaggi di ulteriori botte e risposte tra me e lo scaldabagno – lui è così, una parte troppo grande di quello che mi ha coinvolta di lui, pesca da lì.

E una cosa del genere, io non la voglio più. In teoria.

Nelle scorse settimane, l’arrabbiatura (sana) nei suoi confronti l’avevo placata ragionando su come fosse la sua prima volta nel mettere a fuoco e vocalizzare le paturnie che teneva sedate dentro di sé.

Mi fido di lui e so che – in ogni caso – non sarà mai volontario il farmi del male (relativo) o trattarmi di merda (sotterraneo)

però, voluto o meno, lo rifarà.

Adesso – step ancora – ho capito perché Alck non piace al mio Protettore Distaccato: vede solo se stesso.

E – secondo la teoria degli schemi – il Protettore Distaccato è lì al dichiarato scopo di allontanare le fonti di dolore. Ha già il suo bel da fare con tutto quel passato, figuriamoci se deve mettersi a difendermi da qualcuno che è appena arrivato.

Qualcuno che vede solo se stesso e me in funzione di lui, è esattamente il problema attorno a cui ho perso senno ed energie per tutta la vita.

D’altra parte (qui i rimbalzi tra me e il bicchiere degli spazzolini li segno tutti), ci tengo ad Alck e non è che questi mesi siano stati una sequela di drammi, no.

Ma nemmeno sono stati granché. Mi sono sentita molto sola.

E sì, abbiamo finalmente iniziato a parlare e a conoscerci, ma una cosa tanto difficile vale la pena ostinarsi a edificarla?

Da un lato penso di sì: l’ho già scritto qui

ma tra i due estremi del filo conduttore, non so dove mi trovo:

per qualcuno a cui si tiene vale la pena mettersi lì e lavorarci insieme

o è l’ennesimo fondo perduto in cui sputtanare mesi o anni?

Qual è il limite del sano o ragionevole e dove inizia il patologico?

Cosa sia sano e cosa no, non mi toglie il sonno, ma sono domande frequenti anche per altri argomenti. Penso dipenda dall’essere discontinua con la terapia – questione di orari – e passare periodi relativamente lunghi con i lavori a metà: i cavi scoperti dissipano di più.

E le mie parti non sono ancora fuse bene, tipo un impasto pieno di grumi.

A voi capita mai di essere sequestrati da un succedersi di pensieri?

Io non so cosa ascoltare.

Lo scrivo qui per obbligarmi a farlo – consigli ben accetti

Da ormai qualche mese mi ero proposta di registrare un paio di video.

Tra l’inizio da Zack e l’ancora precedente visita dal Dr Luke lo psichiatra, è un pezzo che la ripresa della salute mentale si è prepotentemente fatta strada nelle mie giornate.

E va là!

Come sempre, parlo relativamente poco di affari miei (preferisco scriverne) ma è anche vero che ho pochi filtri.

Quindi, se nei primi tempi mi veniva domandato come stessi o qualcun altro dei convenevoli che mi annoiano molto, rispondevo cose tipo “Mah, insomma: ho il cervello inceppato. Lo psichiatra dice che si può mettere a posto ma ci vorrà un po’”.

Oh: mi si fa una domanda, io rispondo. O vado via, dipende.

La solfa “ciao-bene-grazie-tu” mi fa venir voglia di prendere a schiaffi l’interlocutore, talmente l’ho sentita. Ed è anche profondamente ridicola per almeno un altro motivo: che le cose non vadano bene già è faticoso, fingere non sia così è ulteriormente faticoso e a me rompe infinitamente il cazzo parlare di nulla;

non so: a ‘sto punto martelliamoci direttamente i trillici a vicenda, quando c’incrociamo.

Se ho un po’ di tempo, mi piace aprire la strada:

Ciao! Come stai?!

– Insomma: mi hanno detto che sono matta, a parte questo tranqui. Tu?

– … ahah…ah, io… bene…

Ma “bene” COSA, che i tuoi muscoli del collo son più tesi dei tiranti di un tendone da circo e stai serrando tanto tra loro i molari per mantenere in postura il sorriso, che ti si sgretola la batteria di otturazioni.

– Ah sì? Sembri un po’ di fretta, tutto ok…?

(Il “di fretta” suona sempre meglio di “teso/a” o “stanco/a” e tendenzialmente le donne si agitano meno così: più di frequente le femmine preferiscono tentare di dissimulare rogne e fatiche, altro discorso con i maschi, a prescindere dal sesso poi dipende da persona a persona partendo dal presupposto che la confidenza non è molta).

BRAM!

A questo punto ti ascolti il problema o qualcosa che ci va vicino, incoraggi un po’ e l’altro se ne va un po’ meno peggio di come è arrivato. Almeno ha ricevuto interesse.

A parte le mie collaudatissime tecniche, la quantità di reticenza e terrore davanti a qualunque cosa riguardi il cervello, è tristemente ironica.

Siamo messi così male, che ci spaventa l’idea di prenderci cura del nostro cervello ma non delle nostre ginocchia.

Ora, capisco che sia desolante il numero di persone che usano più le rotule dei neuroni, ma insomma: non serve un gran volo pindarico per rendersi conto dell’ordine corretto delle priorità.

Non dico tutti dovrebbero andare in terapia, anche perché si tratta ingiustamente di un trattamento di lusso per ora, ma cercare di trattarsi meglio dentro al cranio con almeno un quinto dell’attenzione che mettiamo in quello che mangiamo, dovrebbe essere scontato.

Di qui, vista l’impossibilità di fermare tutti per strada per erogare lo stesso promemoria, considerata la facilità con cui si può realizzare, un qualche video sul tema a riguardo penso potrebbe aiutare.

Anche solo a sentirsi meno soli.

Solo che mi vergogno – vado forte live, ma in video… – e trovo scuse e non è immediato trovare un registro adatto a più persone alla volta.

Quindi, oggi inizio a provare e lo scrivo qui per prendere un impegno a scadenza entro la fine del mese (vorrei prepararne più di uno prima di metterne fuori).

Vediamo come va.

È una puttanata?

Comunque andrà, sarà un processo – Mal di testa

I concetti di colpa e responsabilità perdono di significato all’aumentare delle dimensioni dell’evento a cui sono riferiti.

Un litigio? Dei malintesi? Intere esistenze?

Si allarga l’orizzonte e questi significati mano a mano, rimpiccioliscono.

Allora diventa una scelta, fatta più o meno consciamente, serbare rancore per un giorno passato, restare arrabbiati da un appuntamento mancato, piangere ancora e scegliere indietro.

Fin da bambina, il centro dei miei pensieri era la domanda: “Perché?”

Il motivo chiariva, tranquillizzava; identificarlo dava – ogni tanto – la possibilità di gestirlo, modificarlo. E, quando non riusciva, di odiarlo.

Senza prendersela con le persone.

Perché non posso? Perché i miei genitori non sono mai con me? Perché il nonno è morto? Perché a scuola non riesco a stare con gli altri? Perché ieri mi avete sgridato? Perché oggi mi avete sgridato per il contrario? Perché sto sempre da sola.

A volte mi chiedo se essere stata una bambina precoce non mi abbia remato contro.

Crescendo, la rete di salvataggio dei perché mi si è stretta addosso: io ero l’orizzonte, e la fila di piccole domande un brulichìo di insetti impossibile da gestire, che mi camminavano sopra e entravano dentro. Tutti ce li hanno, ma non ci pensano sempre.

Perché la mia vita è stata quel che è stata, fino adesso? E che importanza ha, in termini di responsabilità?

Senza che me ne accorgessi, la miriade di bestioline ha preso la forma di un giudice implacabile, e gira e rigira, il colpevole ero sempre io.

Il fatto che la vita sia un processo non deve voler dire a ogni passo una sentenza.

Guarda quanto fotte il cervello dei bambini, la semantica.

Ci mancava anche lui

“Ciao! Cavolo… ho dimenticato di lasciarti il numero del mio Fisio Magico! Adesso mi fermo e te lo scrivo”.

Un quarto d’ora fa ho incrociato il tipo che lavora vicino a casa mia, quello che avevo incrociato al servizio di Igiene Mentale del mio paese.

Sembra uno zombie e io sono stanca, per cose mie, per cose di Ine, in più mi ha chiamata C., altra ex coinquilina (successiva a Ine) che ha un’indole ciarliera e molta intraprendenza, ma anche una famiglia che s’incrinò anni fa e che ora si sgretola sulla sua testa. Calcinacci impossibili da schivare.

Io sono stanca perché non sono brava a essere triste.

Zoppica ancora, e io – distrattamente – non ho mantenuto la parola: passare a prendere un caffè e passargli il contatto.

Checcazzo: conosco solo baristi, prendo sedici caffè al giorno…

Comunque, mi risponde sconsolato e rigido, come al solito, come il suo passo:

“No ma guarda, non importa: mi ero detto che sarebbe stato inutile arrivare all’età di Cristo…”

“Beh direi che l’hai superata da un po’”

“Esatto, ma ai 50 non mi importa di arrivare”

“Lo sai vero, che non sarà un ginocchio a ucciderti?”

“Sì” bofonchia con un sorrisetto amaro, lo sguardo puntato sui ciottoli della via e le mani strette dietro la schiena. “Ma voglio collezionare tutti gli acciacchi possibili”

“Che idea di merda”

“Poi penso farò come mio padre…”

Suo padre, anni fa, si sedette nella propria auto parcheggiata in garage, con il tubo di scappamento allungato da un tubo fin dentro all’abitacolo. Morì così: soffocando addormentato.

Capisco l’appeal, per un insonne.

“Eh alé… beh, aspetta: non che fatichi a capire la pulsione”

il pensiero di morte è una cosa con cui sono abituata a convivere. Niente di esagerato: alcuni giorni, continuare a vivere mi sembra una scelta del cazzo. Non è tristezza, non è sconforto: è solo vuoto il senso di quel giorno, di quell’ora o di quel minuto. Talmente vuoto, che attorno e dentro resta il niente.

Il trucco sta tutto nel rimandare. Per una procastinatrice come me è facile: io sopravvivo perché sono troppo disorganizzata, per uccidermi quando serve. Lui no: lui è efficiente.

Tra l’altro, lui non si stupisce: lo dice con me perché ci siamo incontrati nel posto dei cervelli rotti, perché sa che capisco.

“Ok, capisco, ma poi?”

“Poi niente: buio.”

“Macché buio. Poi niente e niente, una cosa che non puoi pensare: non si pensa il non essere. Noi siamo. Fatti di merda, ma siamo”

“Tu non sei credente?”

“Io? Ma figurati. Comunque, per morire c’è tempo, perché farlo subito?”

“È vero, ma non c’è più niente che mi piaccia: giocavo a tennis e non gioco più. Guardavo le partite di calcio e non le guardo più, viaggiavo e non faccio più neanche quello. Le mie figlie hanno 18, 15 e 13 anni e non mi cagano più…”

“Quella è l’età, quello passa”

“Me l’hanno detto”

Io non sarei contenta, se si ammazzasse.

“Senti, un anno fa circa, una ragazza si è buttata sotto a un treno. Quando l’ho saputo, ho pensato a tuo padre, che una volta si fermava a parlare con me, poi non l’ha fatto più. Nessuno dei due sorrideva da anni”

Arriviamo vicino a casa mia, dove lavora lui.

“Anche a me lo dicono, che non sorrido più. Anche il tipo dell’Igiene Mentale mi ha detto che sono svuotato…”

“Chissà come mai eh… senti: aspetta ad ammazzarti e và dal mio fisio. Anche se non sembra, avere sempre male a qualcosa, fa male alla mente. Fidati: ho fatto almeno 12 anni di dolori cronici. Ti rendono peggiore, rendono la tua vita peggiore”

Mi guarda di sottecchi. Fino adesso, non mi ha guardata granché.

“Dici…?”

“Sì, ma perché lo so! Dai: anche io voglio ammazzarmi ogni tanto, che poi non è neanche quello. Ogni tanto non ho più voglia di esistere, ma tanto moriremo tutti. A ‘sto punto, prova qualcos’altro, prima di chiudere i giochi”

“Mh…”

Abbiamo parlato di cosa potrebbe fare in concreto e non è che le opzioni – pur scarse – manchino, è che – come per tutto – gli sembra non valga la pena.

“Vabè, cosa farai o no, lo deciderai tu. Ma dico, ci vai a toglierti il male alla gamba?”

Dice di sì ed è una bugia.

Entro, prendo carta e matita, gli lascio il numero.

Lui sta già vuotando tavolini pieni di tazze sporche. Prima di andarmene, gli ricordo di chiamare.

“Mi raccomando!”

“Sì certo. Perderò il numero, mi sa” scherza e no.

“Non m’interessa: mercoledì vengo a controllare”

“…”

“Mi raccomando!”

Lo lascio che ridacchia con la spugna in mano e la schiena curva.

Meglio di niente.