Pensicchiavo

Quello che Zack, o Zap, o come ho chiamato lo psicocoso, definisce “mente iperproduttiva” (non in accezione utile, anzi) lo colgo appieno solo quando sono per i fatti miei. Intendo completamente sola, per giorni interi.

Ho letto tre libri in 70 ore, interrompendo solo per dormire, ho scribacchiato, ho disegnato, ho letto roba che dovevo leggere, ho persino lavato i piatti.

Poi vi racconterò dell’appartamento-accampamento in cui vivo: una roba da ufficio d’igiene, ma voglio che sia così e voglio starci dentro. Voglio che mi salga l’esigenza di sistemare, e sta funzionando. Mi sto esercitando a trovare un ordine disassato che deve sia entrare che uscire.

Prima, isolata da diverse ore, pensavo a quanta fatica ho sprecato negli anni per interagire con altre persone. Era sbagliato non farlo, era da asociali non farlo, era da presuntuosi non farlo, quindi lo facevo. Credo sia buona parte del motivo per cui ho sfiorato – eufemismo – l’alcolismo, per oltre un lustro.

Mi ero convinta che gli altri avessero ragione, è dato che io sbagliavo mi dovevo adattare. Ma sono sempre stata una da legami a poche persone. Ce ne sono tante che penso spesso, che apprezzo, e vedo volentieri un paio di volte all’anno. Altre, le penso e le apprezzo, e se non le vedo sto bene lo stesso. Mi piace troppo internet, perché è un ipertesto interattivo in cui vagare, assecondando gli sbalzi del mio cervello (però non troppo, ho quasi imparato) e basta.

Stare soli e sentirsi soli sono cose diverse. A questo punto, avrei potuto bere sola – direi – anziché fuori, in mezzo a maree di persone faticose. Mi sono anche divertita, sono stata anche bene, per quello che mi ricordo. Ho dei bei ricordi: sprazzi dall’odore pungente, saltelli sgraziati in mezzo alla gente, serate sincopate e scopate di cui parlare ridendo con le amiche.

Dico solo che, col senno di poi, potevo evitarmi molte fatiche.

Non so scrivere un incipit

Può anche essere che io abbia già postato questa parte, ma se non lo ricordo io – da diretta interessata – dubito sia rimasto a qualcun altro, nel caso.

Con la terapia dell’anno scorso, ho iniziato a scrivere un romanzino che per un po’ ha vagato perduto nell’immanente disorganizzazione delle mie settimane. Ora, cercando di rimanere fedele a una tabella di marcia che trovo sensata, vorrei finirlo in tempi non biblici.
Il legame con la terapia è abbastanza impalpabile: quando si è chiarito che la mia personalità fa un po’ il cazzo che le pare, oltretutto al plurale, Zack mi ha parlato delle varie strategie con cui le porzioni separate possono venirsi incontro. Nel mio caso, la più congeniale è la scrittura e così è nata una storiella con cinque personaggi principali che incarnano ognuno un tratto autonomo della mia personalità. Lo spunto poi ha preso la sua strada: non sono cinque me che parlano, sono solo cinque persone attinenti alle mie cinque porzioni, modellate su visi noti o inventati con cui ho a che fare da un po’.

Solo che, come spesso accade quando si scrive, temo di aver perso di obiettività. Non è efficiente continuare a riscrivere la stessa parte e sto procedendo;

vorrei – se qualcuno ne avesse voglia – un feedback sulla prima facciata o poco più.
Here you are:

 

1

L’ingresso della donna elegante e ricciuta in cappotto leggero rischiava di provocare una disastrosa reazione a catena al bancone del bar. Lo squillante “Buongiorno!” avvisava i clienti più esperti di scalare di un passo: se fuori pioveva arrivava grondante; nei giorni di commissioni, caricata di pacchi ingombranti. Era buona cautela farsi più in là.
Carissima, il solito?” sapeva il barista; tipo paziente che rideva rivolto al beccuccio sbuffante.
Gli era bastato il lamento dell’avventore di turno: un colpo di coda della borsa gigante aveva centrato l’ennesimo fianco.
Oh, mi perdoni… Sì grazie Dido, doppio macchiato!”
Il barista eseguiva senza più indagare il tipo di danno: da copione, il cliente ferito si sarebbe voltato con un sopracciglio per aria e poi col disappunto smontato in un soffio dal sorriso di lei.
Arrivava regolarmente quattro mattine su sette, trafelata, per gustarsi in pace una buona mezz’ora a sorbire un ordine o due – sempre lo stesso – sfogliando il giornale.
Il caso voleva che a qualche minuto dal suo allegro saluto il bar si vuotasse, scandendo gli orari di una clientela per lo più abituale;
così lei e il barista – Dido per tutti – scambiavano qualche parola su loro e sul mondo, con in sottofondo il risonante stormire di tazze che lui caricava e spediva diritte a lavare.
Dove andremo a finire di questo passo?” sospirava, raggiunto il fondo di tazzine e giornale.
Si preparano tempi bui” rispondeva lui, e notandola incupita cambiava argomento: “Figlio e marito? Resistono?”
Lei rideva e lo informava sugli (a sua detta) inspiegabili sinistri sofferti dai cari.
Una volta il marito aveva infilato quatto quatto la testa nel baule dell’auto, proprio mentre lei si affrettava a serrarlo per scappare a lavoro. Gli ci erano voluti giorni, per superare la contusione.
Poverino, dopo ha farfugliato qualcosa… diceva di essere lì da cinque minuti a cercare un qualche attrezzo, ma io proprio non lo avevo visto…”
Un’altra volta, il figlio non si era accorto che lei – ovviamente – puliva l’armadio delle scarpe sito al soppalco, lanciando dabbasso le paia malconce. “Per fortuna, da quando è entrato nella squadra di rugby, le prende al volo!” cinguettava contenta.
Dido aveva dapprima smesso di celare, poi di avvertire qualunque sorpresa: era evidente che i maschi di casa fossero ben allenati a superare la naturale selezione, soavemente incarnata da lei. Se fosse stata un’altra, si sarebbe chiesto come i due sopportassero tanta follia; invece, avendola di fronte, annuiva comprensivo.
È ora che vada… Ecco, dovrebbero essere giusti”
Benissimo cara” Dido non contava il malloppo di spicci: ormai la sua mano pesava gli importi. “Ti aspetto stasera con le Sorelle?”
Ma che giorno è oggi…?! Ah! Sì! Certo! Scappo!”
Il barista si era portato la mano alla fronte: un signore, entrando, l’aveva salvata dallo scontro col vetro. O forse aveva salvato il vetro da lei.
Tutto tranquillo, al Bar Sacramento.

Cos’è successo ieri

Penso di poter affermare con un buon margine di sicurezza di essere sbroccata.

Nel senso che mi è venuto uno sbalzo di umore come non ne avevo da un anno e mezzo.

Un sobbalzo di dentro che mi ha fatta sballinare. E posso provarlo: ho perso gli occhiali. In giro, non so dove. Non li troverò più.

L’ultima volta che mi è successo era luglio 2018 e ho perso il portafoglio e ho pianto in faccia a un autista e sono rimasta fissa sul divano senza mangiare per due giorni e mezzo. Sbrocco completo. Crisi di mezza psicoterapia, probabilmente.

Ieri no: a ora di sera, persi gli occhiali (che mi piacevano molto, numerose bestemmie) il tutto stava rientrando.

Gliel’ho anche detto ad Alck: “sono sbroccata e ce l’ho avuta per ore a morte con te”.

Perdo cose quando sbrocco, le perdo per assenza e per annegamento. Perdo anche qualunque tipo di fiducia, specie se già vacillante. Perdo di obiettività.

Oggi Alck mi ha accompagnata a comprare occhiali nuovi, non altrettanto belli ma fa lo stesso: era ora di cambiare, e tutte le cose di ieri c’erano ancora

solo più piccole e al loro posto.

Comunque – passatemi un piccolo rigurgito affettivo: grazie.

Quando mi sembra che tutto sia finito, questo è l’unico posto in cui abbia voglia di tornare (perché ci siete voi).

I casini sentimentali quando sei fuori di testa + video

Come chi mi legge da tanto sa (e sono commossa dalla loro presenza, davvero), ho speso tante di quelle ore a scrivere di varie seghe mentali riguardo a varie persone

che se avessi impiegato altrimenti le mie energie, a capo di Tesla ci sarei io.

Elon, tu sarai un genio ipercinetico, ma nessuno ha mai raggiunto le mie vette di processazione dati. Su dati inutili, almeno.

Quando stavo male, il grado di sclero riguardo ai rapporti interpersonali era clamoroso. Nella mia testa. Perché il fragore con cui mi rimbalzavano in mente era impossibile da superare.

L’avevo capito anche prima della terapia, che si trattava dell’estenuante ricerca scientifica per testare l’efficacia della narrativa sempre in corso nella mia testa. Madonna, che modo complicato per dirlo… il punto è che al centro del mio mondo c’era solo il disagio, fisico e mentale, così chiunque comparisse all’orizzonte diventava l’interprete di un ruolo già scritto, che non dipendeva affatto da lui, nella costante replica di qualcosa che avrei infinitamente voluto trattenere.

Vabbè.

Mi chiedo come vivano gli altri, specie se abbastanza fusi da non riuscire a vivere nel range della normalità (che per me corrisponde al non lasciarsi sopraffare la vita quotidiana dai pensieri), i sentimenti.

Non solo per i possibili o esistenti partner. Negli affetti in generale.

Perché quando si racconta un’esperienza riferita a uno specifico quadro, nel tentativo di avviare una conversazione si rischia di considerare come normale nell’anormalità, solo la propria esperienza

tracciando nuove esclusioni.

Qui ci ho fatto il breve video a riguardo

Com’è andato il primo video

Prima che mi scordi, questo è il link al secondo video.

Le reazioni al primo sono state molte più di quante mi sarei aspettata:

in diversi mi hanno raccontato la loro esperienza e ho chiesto il permesso per parlarne in futuro: per quanto scomoda, la mia vicende è estremamente più semplice di quella di troppi altri

e ho avuto il privilegio di ogni occasione per tentativi di ripresa che mi sia servita.

Poi c’è tutto il discorso che, per una serie di ragioni, io posso sentirmi a mio agio nel parlarne

altri no, sia perché la loro condizione clinica non è comoda per niente, sia perché troppo spaventosa o dolorosa l’idea di sottoporsi al giudizio degli altri.

Tutti sentimenti assolutamente rispettabili e motivati, per questo mi pare il caso che chi – come me – è nella condizione di farlo, dovrebbe adoperarsi un po’ e tentare di diluire questo senso di diffidenza e scoramento che accompagna l’argomento.

Mi è capitato di triggerare un paio di persone, che si sono sentite punte da come ho posto la questione, in qualche post sparso per la rete

ci siamo messi a posto in due minuti, nessun problema, ma lo sforzo di scegliere le parole è abbastanza… imponente.

Io capisco molto bene le persone (il più delle volte) quando le ho di fronte però. Difficile regolarsi mentre ci si sente idioti fissando un cellulare di traverso.

Ma va bene, anzi: benissimo. È così che si impara, solo che mi spiace non poter dire tutto insieme perché molte delle osservazioni o commenti che ho ricevuto – in privato soprattutto – sono cose di cui a mia volta sono convinta

ma non potendo fare un kolossal dei pipponi, verranno fuori mano a mano.

La cosa più soddisfacente è stato vedere che – esattamente come al bar – sono tanti ad aver voglia di parlare di salute della mente, di ricerca del benessere e anche di psichiatra e psicoterapeuta.

La cosa che mi sta facendo più impressione è che YouTube Italia non mi sta suggerendo video simili e temo significhi che non ce ne sono.

Mi spiego:

per tenere vivo l’Inglese (e anche perché sono pochi i video interessanti in Italiano che ho incrociato nel tempo) sono abituata a seguire canali stranieri.

In inglese c’è di tutto: trash, didattico, brillante, formativo, informativo, racconti e così via.

Pensavo che la carestia di video interessanti dal nostro Paese, fosse più che altro una questione di algoritmo: il sito sa che io guardo certe cose in una certa lingua e mi mostra quelle, supponevo.

Invece… nonostante con l’account che sto usando io guardi per lo più video nostrani… non mi arrivano grandi suggerimenti. Qualche grosso, grossissimo canale (Breaking Italy, Montimagno, Bressanini quando pubblica, Butac, Tia Taylor che però fa video in inglese perché americana trapiantata….) e il resto sono pettegolezzi e bisticci.

Al momento la cosa mi deprime parecchio, spero sia solo una mia percezione fuorviata.

Vedremo cosa succederà con i prossimi, nel frattempo ho chiesto a una psichiatra (diventata cara amica in quanto mamma di un’amica storica) di fare aperitivo per carpire qualche suggerimento e chiedere un paio di dritte.

Visti i gravi problemi che affliggono la mia capacità di “montaggio“, forse sarebbe il caso di pagare da bere anche a un videomaker

FUNFACT: non posso modificare l’immagine statica del video

e la cosa già inizia a risultare… interessante!

(E INGUARDABILE!)

Mi ha mollata anche lui

“Oooh, ciao! È un po’ che non ci vediamo!”

È vero: non vedo Zack da oltre un mese, sono arrivata in costosissimo ritardo causa Trenitalia – bestemmie – ed entro in sala d’aspetto mentre scola zucchine che hanno bollito troppo a lungo (ha una di quelle cucine nell’armadio e un po’ di panza).

Segue un riepilogo degli ultimi mesi, su tutto: me, le cose che voglio riuscire a fare, la concentrazione, Alck, la famiglia, il futuro.

Di Alck dice che siamo stati bravi: tra i suoi conoscenti e pazienti (lì per tutt’altro) parlare in coppia resta una cosa che nessuno ha voglia di fare. Li capisco: solo l’idea fa venire da vomitare, anche perché ti sembra di mettere in discussione il tutto.

Beh, per quanto brutto, una volta che inizi capisci molte cose. È come andare dal dentista, ma gratis.

Mi chiede aggiornamenti generali, poi a ‘na certa butta lì: “E pensi di aver ancora bisogno di me?”

“No… sì, boh…” rispondo. “Dipende”

“Da cosa?”

“Da un lato mi sento meglio, dall’altro chiudere così…”

“Guarda, dai messaggi che mi hai mandato quando non ci siamo visti, a me è sembrato che stessi continuando da sola il lavoro avviato insieme”.

È vero: imitare e riprodurre fa parte di me, emulare per l’esattezza.

Ho imparato a essere socialmente compatibile (chi non ci si è mai trovato, a non avere idea di come interagire al di fuori da casa sua, difficile capisca), ad avere una grafia che mi piacesse, a risultare divertente a tipi di persone molto diversi tra loro e così via per una lunga strada.

C’è chi ha fatto questi passaggi spontaneamente, c’è chi – come me – li ha ragionati e voluti, e ci è rimasto male ogni volta che non funzionava finché la cosa è andata come voleva. Vivere così è snervante.

Ho imparato anche la successione di ragionamenti che mi fa fare Zack, la logica con cui attraversare i ricordi peggiori, dove si trova la chiave per sbloccarli uno a uno (non so se tutti) in un lungo e lacrimevole videogioco molto cupo.

Non c’è un lieto fine, c’è solo da mettersi via molte cose.

“Quindi mi molli?”

Si agita un momento: “No no no, non dirmi così che mi sento cattivo!”

“Ma và, scherzo”

Quindi, come lui capisce al volo, anche io so di non aver più tutto quel bisogno di lui. Mi terrorizza che di qui in poi sia esclusivamente una mia responsabilità (come suppongo valga per tutti) però ci rivedremo saltuariamente per tenere le fila di quel gomitolo spanato che è il mio cervello, poi si vedrà.

Mi spiace che non abbiamo davvero finito nessuno dei percorsi “classici” aperti mesi fa, ma del resto, Zack lo aveva vaticinato:

“Te l’ho detto la prima volta che ci siamo visti: lo sapevo che con te sarebbe stato atipico”

poi mi ride un attimo in faccia. “Insomma, sei strana tu”.

Forse, è ora di valutare il prenderlo come complimento.

And that’s all folks

L’amico penso più stretto che ho, oggi parte per qualche mese di lavoro all’estero.

Non ci siamo visti nelle ultime settimane e – come altri – è uno di quelli che è rimasto inaspettatamente con me nonostante la casuale convivenza universitaria si fosse conclusa.

Vale per lui come per Ine e Char: ex coinquiline e ora amiche per suppongo tutto il tempo che ci rimane.

Gli ho mandato un podcast di vocali, che ascolterà in volo e che non è rilevante segnarmi qui.

L’ultimo messaggio – superpippons – che gli ho scritto, però sì.

In parte perché è il mio blog e ci metto quello che mi pare (uscita reazionaria al sentirmi troppo concentrata su me stessa, quando probabilmente il problema è il contrario)

in parte perché un paio di cose riguardano timori che altri hanno sollevato parlando di terapia e cose del genere.

Here you are.

Considerazione finale:

tutta la fatica che mettevo nel cercare di attenermi a schemi non miei, mi ha rotto il cazzo e una decade ha abbondantemente dimostrato che non serve a una sega.

Non posso passare la vita a tenere imbrigliata una parte di cervello che vuole fare cose, perché funziona male quella che dovrebbe fare altre cose.

Avevo la paranoia che sistemarne una sarebbe andata a discapito dell’altra: sistemare l’efficienza sarebbe andato a discapito della mia arrancante identità. Pensavo di essere l’insieme dei miei casini, non di avere dei casini.

Non lo penso più, ora sono in incoraggiante riavvio entrambe.

Ho pensato molte volte di “stare meglio” ma era un meglio rispetto a un punto talmente basso, che persino lavarsi i capelli o arrivare al caffè senza desiderare di non esistere almeno dieci volte, poteva considerarsi un progresso.

Non è più così, e mi sento molto bene e ho tutta l’intenzione di continuare a sentirmici.

Metto in conto qualche ricaduta, sconforto e solitudine, ma ultimamente niente di tutto questo si è inghiottito giornate intere, né mi ha (completamente) tolto il sonno o le energie.

Mi sento bene, mi sento triste, mi sento stanca o carica per cose che non pensavo realisticamente di poter fare davvero. Il poco che riuscivo a concludere saltuariamente non mi rendeva mai contenta: non ero contenta di passare un esame, non ero contenta di raggiungere un risultato, non ero contenta dei lavoretti che facevo per tirare su due soldi.

Adesso è tutto molto diverso, o sono un po’ diversa io, ma insomma: in meglio.

Qualunque cosa mi faccia sentire meno di così, è qualcosa che non voglio attorno.

FINE

È un forse un bugiardo?

È forse un bugiardo, chi mente convinto di dire la verità?

SÌ madonna ladra, SÌ.

Ci tengo a te, lo sai, solo che non riesco a dimostrarlo

Beh, va a prendere ripetizioni da altre, visto che quando sono io a dirti come, te ne batti le palle.

Fine del capitolo.

Per molti, molti anni, mi sono fatta dire dagli altri cosa e come dovevo fare le cose. E poi non le facevo.

Era più forte di me: il cervello non funzionava ma dovevo corrispondere aspettative.

Tutti mi dicevano come e cose, oppure mi mollavano lì. E io tentavo e fallivo, tentavo e fallivo.

Ho fallito così tanto, che non sono più sicura mi sia mai possibile fare il contrario.

E tutti a dirmi come fare e a non ascoltare se rispondevo che così non mi riusciva.

E io a fidarmi di tutti anziché di me.

E svegliarmi con il vomito di vivere, senza una cosa che mi invogliasse a prendere un respiro.

MA-CHE-DUE-COGLIONI

Anzi, una: io.

Ho speso più energie nel disperato tentativo di assolvere al metodo che mi veniva ripetuto, che per raggiungere il risultato.

Ora, sputtanati così dieci anni, tra neuroni scollegati e sensi di colpa infiniti, mi sono anche rotta il cazzo.

Ogni volta che mi arrabbio, mi parte nel cranio la trama di un libro.

Piano: il libro grosso è il progetto che mi ha tenuta a galla per un anno e mezzo, ma ho bisogno di un tempo isolato e tranquillo per finirlo e di qualche ricerca (è un libro complicato).

In questi giorni mi è poppato nel cranio un libretto più breve, simpatico (per me). Tutt’altro.

Con il libro grosso sono piombata di nuovo nel tunnel del È-COSÌ-CHE-DOVREI-FARE.

Di nuovo: energie buttate su passaggi non miei. I miei funzionano: hanno funzionato per duecento facciate, funzioneranno ancora.

Sto-cazzo che voglio tornare a vivere così.

Ci sono cose da fare nel mondo reale, facciamole, e intanto riposiamoci scrivendo una cosa carina.

Scadenze (perché un minimo di struttura mi serve):

  • Più video sono scritti: dal 20 al 30 settembre, ne voglio registrare almeno due. Pubblicazione: prima settimana di ottobre. Se mi cagherò sotto, metterò un pannolone.
  • Libro breve: fine ottobre. Di quello ho già tutto, sotto le cento facciate, sedici seguiti già nella testa.
  • Libro lungo: quello è un casino. È una storia complicata, molto lunga, molto figa, che mi è partita nella testa come se avessi acceso Netflix dal fondo della retina. Entro fine dicembre la bozza va chiusa.
  • Checcazzo, basta annuire, fallire o scappare.
  • È tempo di fare.
  • Le ultime settimane e la terapia – 2

    L‘intervista che un provato Zap aveva fatto al mio Protettore Distaccato, serviva in sostanza a farselo amico.

    Nonostante mi faccia ancora strano, parlare di me in termini di numerosi pezzi esageratamente autonomi, devo ammettere si tratti della spiegazione più plausibile agli ultimi anni.

    Il Rasoio di Occam è un principio che dice: l’evenienza con la maggior probabilità di realizzarsi, è la più plausibile.

    Bene. Allora, per quanto suoni strano, essere cresciuta come si compone un mosaico, mi ha resa miscuglio di vetro e pietra, in proporzioni alla boia d’un Giuda.

    “È un casino” disse la prima psichiatra;

    “Bel casino” commentò il secondo psichiatra, quel manzo del Dr Luke;

    “Eh, gran casino” convenne Zap.

    “Mi aspettavo un gergo tecnico più solenne” penso io, che resto una abituata a guardare con riverenza alle istituzioni.

    Ad ogni modo, Zap l’ho rivisto, e mi ha portata indietro, a fare una cosa inaspettatamente difficile, per la quale il Protettore Distaccato avrebbe dovuto farsi da parte.

    Non si tratta di ipnosi: solo visualizzazione a occhi chiusi di una scena in particolare, avanzatissima tecnica, applicata con successo dai tempi in cui fantasticavo che un certo Di Caprio suonasse alla mia porta per limonarmi come un Liuk.

    Così, sono tornata in un luogo del passato: la sponda destra del fiume che passa di qua.

    “Ritrova un luogo che ricordi nella tua infanzia”

    il luogo c’è ancora, quello che non c’è è mio nonno paterno che pesca quieto, burbero e silenzioso. Sempre stato di poche parole.

    Mi portò qualche volta con lui, anche se facevo schifo a prendere pesci e mi intristiva vederli boccheggiare disperatamente, una volta catturati ed estratti dal letto del fiume. Avrei ripensato alla loro ritmica ricerca di acqua da respirare molte volte, nel corso dei numerosi momenti di panico mai sedati dalle medicine, ma efficacemente soffocati nel bere.

    Ora mio nonno resta sempre chiuso in casa, a pochi passi e molto tempo dalla stessa sponda di fiume, chiuso in una gabbia incerta di anni e tremori.

    A dispetto dell’implacabilità del tempo, il ricordo può restare un quadro limpido.

    Secondo le neuroscienze, non siamo un disco portatile di fatti del passato (non basterebbe tutto il nostro cervello, per contenere pochi anni di vita) ma un insieme di percorsi tracciati dall’esperienza.

    Quando ricordiamo, riaccendiamo la luce lungo la strada camminata; facendolo con attenzione, rievochiamo i profumi e i passanti, il rumore delle foglie o il rombare delle auto, il cielo tra le foglie e il Sole dietro ai tetti. Dentro di noi, la memoria è una mappa tridimensionale, tassello e teatro di quello che siamo, stati e saremo.

    “Guarda la scena, guardaci dentro la piccola Tazza, quanti anni ha?”

    “Sette, forse”

    Guardavo la scena dalla metà dell’argine in discesa. La piccola me indossava un vestito a fiori, mio nonno i suoi calzoncini e le fidate bretelle, e un berretto molto brutto e caro, che sospettavo accessorio ufficiale dei nonni del mondo.

    Accanto, di spalle, c’ero io. Ci sono stata, io.

    “Avvicinati”

    Forse mi ero piazzata su una pendenza proprio per avere la scusa con cui temporeggiare: si sa, presente o passato, servono cautela e guardare dove si va, in discesa. Non vogliamo mica storcerci una caviglia mnemonica. Ci guardavo da lontano.

    “Lei ti ha visto?”

    “Sì”.

    E sembrerà cretino – almeno a me – e davvero non ho idea del perché, ma in quel momento esatto, senza preavviso, lacrime acide mi hanno punto negli occhi. Li hanno riempiti e mi facevano male. Esattamente come adesso mentre sto scrivendo.

    Le ultime due settimane e la terapia

    Allo scorso incontro, il dr Zap è arrivato come al solito in ritardo ma, diversamente dal solito, sembrava lui stesso rallentato.

    Lo aspettavo davanti al cancellino del cottage sulla campagna in cui più spesso ci vediamo. È arrivato in auto e mi ha raggiunta, ha aperto la porta, le persiane, lo studio.

    Seduto sul suo lato della scrivania, parlava faticosamente e nel giro di due minuti i suoi occhi azzurri-azzurri si sono lucidati. Il colore delle iridi spiccava: come insegnano i tutorial di make up, il rosso butta fuori il blu chiaro.

    “Tutto bene…?” gli ho chiesto.

    Mi ha risposto: “Tu lo sai che no, ma lavoro lo stesso”, con un sorrisetto davvero poco credibile.

    Dopo un po’ ha smesso di deglutire insistentemente e anche la sua voce ha ripreso il ritmo usuale.

    Ha voluto intervistare il mio Protettore Distaccato, una di quelle proposte che inizialmente mi fanno partire lo scetticismo cavalcante. Lui lo sa, che il primo pensiero per me è sempre “ma che puttanata”. Un automatismo.

    Poi mi metto lì e faccio quello che mi dice.

    Così, ha aggirato la scrivania e si è seduto davanti a me senza più averla in mezzo, iniziando a rivolgersi a quella parte di me.

    Sulle prime battute faticavo a immedesimarmi e lo scetticismo ancora vinceva. Poi, piano piano, è uscito.

    Non so se ci abbiate mai provato: più di dieci anni fa, per curiosità – scatenata da una chiacchierata tra adolescenti al pub – provai di immaginare come avrei reagito se, svoltato l’angolo, mi fossi trovata davanti qualcuno che mi puntava una pistola.

    Ero in un posto in cui facevamo volontariato in un pugno di ragazzi, io avevo finito e aspettavo gli altri nel cortile silenzioso.

    Mi concentrai il più possibile, lasciai andare la testa – alla mia viene così facile farsi film lontani da dove mi trovo – e in pochi istanti mi trovai bloccata, tremante, impossibilitata a muovere un passo e dominata da un respiro affannoso.

    Mai più fatta una cosa del genere.

    Per certi aspetti, far parlare solo una parte di me, è andata nello stesso modo: sono bastati secondi e i muscoli della mia faccia hanno cambiato postura, mi sono aggiustata sulla sedia e sono andata in trip.

    “Perché esisti?” mi chiedeva Zap

    Quel mio pezzo di personalità, non è che sia di molte parole.

    “Per tenere assieme i pezzi”, è stata la risposta.

    Abbiamo chiacchierato un po’, alla fine mi sono alzata, stanchissima, e ho salutato Zap con un “in bocca al lupo”.

    Almeno gli occhi lucidi non c’erano più.

    Stamattina mi ha spiegato perché abbiamo fatto quell’intervista.

    […]