Una cosa che anni fa sbagliavo anche io

In amore, o in qualunque altra cosa dato che io e Alck un ti amo non ce lo siamo mai detto (mi rendo conto ora che non lo scrivevo da anni, letteralmente anni) le ricevute contano poco.

Qualche sera fa è venuto qui.

Oltre ad avere alcune cose da portarmi e dopo le chiacchiere di rito, gli ho proposto di andare a bere una birra. Cazzo ne so: stavamo parlando del più e del meno.

Mi dice no, che voleva parlare di noi. Madonna, ancora. Che palle, è stata la mia risposta. E me l’ha menata con il solito discorso. Ancora.

Nell’incespicante arringa – che voglio dire: alla settantesima volta in cui dici le stesse cose, almeno sbrigati – ha continuato con la storia del “perché avevamo detto di aspettare questo periodo” (come se non avessi aspettato anni, letteralmente, e questo periodo misura circa 4 mesi) e altre sciocchezze che non ho nemmeno voglia di ricapitolare. Tipo “Non sono state 8 settimane di merda, solo 6” (numeri a caso). Ah perfetto: allora aspetta un secondo che cancello tutta la frustrazione accumulata, le decine di mattine iniziate piangendo, i momenti di ricorrente solitudine e il disprezzo verso me stessa collezionato ogni volta che scagavi malamente ogni mio bisogno. Devo sottrarre due settimane!

Ho riso di cuore, non sono neanche più arrabbiata.

Il succo della mia risposta, ed è questa la cosa che anni fa sbagliavo clamorosamente anche io, consiste nel riconoscere che non conta una sega il calcolo del malessere, la sopportazione imposta e l’irrilevante detraibile: io stavo malissimo. Per me conta solo questo.

E gliel’avevo detto decine di volte: tranquillamente, scherzando, arrabbiandomi. Lui ha sempre detto che capiva, che avevo ragione (quasi sempre), poi non ha mai cambiato un cazzo.

Ora, Alck ha alcune doti preziosissime e indiscutibili: è onesto ai limiti del ridicolo, è affidabile, sincero, intelligente, divertente

ma pensa solo ed esclusivamente a sé. È imprigionato nella sua testa.

Sia il lockdown trascorso insieme che i mesi quasi immediatamente successivi, passati separati (per logistiche di trasloco, sua madre si è trasferita da lui e io contestualmente ho iniziato a non poterne più, quindi siamo stati settimane e settimane vedendoci giusto una volta ogni tanto) hanno incontestabilmente spazzato via i pochi spaccati in cui toccavo con mano lo stare bene insieme.

Ma non basta divertirsi a fare due chiacchiere e condividere visione politica (comunque per me fondamentale) e trovare dall’apprezzabile in su il sesso (non è la persona con cui ho avuto più intesa in assoluto), per rimanere insieme per sempre. Altrimenti sarei insieme per sempre con qualcun altro da ben più tempo.

Lo ha detto metalupo nei commenti a qualche post fa: la vita di coppia ha bisogno di piccole gratificazioni quotidiane.

Io gliel’ho rispiegato ancora. Gli ho anche spiegato che non andrò da nessuna parte, almeno finché avrò finito di scrivere (intendo proprio mettere il naso fuori di casa) e che è tutto in mano sua: se vuole riottenermi, provare sta solo a lui. Lui ha annuito, chissà se ha capito.

Diciamo che presentarsi gnolando e pensare di usare come leva un qualche senso di colpa che potrei avere (non ce l’ho) perché so che questo periodo (tutti i periodi) è così, non è la mossa più brillante.

Come non lo è chiedermi indietro un libro che abbia detto potevo tenere (sua madre, sistemando negli scatoloni una collana de Il Corriere ha notato che ne mancava uno, quindi gli ha detto di chiedermelo indietro samai volesse leggerlo. Lolita. Certo, me la vedo).

Insomma, io non la vedo granché possibile. Comunque le mie ultime parole sono state:

fai quello che vuoi, l’importante è che tu vada in terapia appena potrai e che lo faccia per te, Zack ti cambierà la vita. Io le mie condizioni te le ho dette e non le cambierò di un punto. Ho cercato di adattarmi a te per anni, adesso basta. Vedi tu cosa preferisci. Ti voglio bene, non mi fa piacere che tu stia male, ogni tanto mi manchi ma non intendo fingere di non stare meglio adesso. Se vuoi ci rivediamo tra una decina di giorni.

Vedremo.

La felicità è un piatto che si scalda da solo

Mentirei se dicessi che non mi manca ogni tanto Alck. Il fatto che ci siamo sentiti spesso in questi giorni, e che regolarmente sia finita con me che gli scrivevo in fila tutti i motivi per cui non ne potevo più, ha certamente mitigato la sensazione. (È lui che se le cerca: mi ha scritto un pippone infinito ripetendomi ANCORA le stesse menate senza senso. Ho fatto lo screen parte per parte con le minchiate sottolineate e commentate).

Mentirei anche se dicessi che non mi sento felice.

Sono felice per la prima volta dopo tanto tempo, letteralmente entusiasta, probabilmente un po’ delirante.

Ho ripreso in mano il mio primo manoscritto, iniziato tre anni fa. Iniziato, per essere precisi, come un kolossal cinematografico che mi si proiettava da solo, inarrestabile, nella testa mentre studiavo fisiologia.

Alck, il quale – per dirla tutta – non ama leggere, aveva commentato le prime pagine che gli avevo fatto leggere con un “Ma fa schifo”.

Stavamo insieme da pochi mesi, non gliel’ho mai perdonata, questa uscita. Mi tornava in mente ciclicamente. Sapevo che aveva torto (non fa schifo, magari piacerà solo a me ma non fa schifo, checcazzo).

Comunque, il suo disprezzo per qualcosa che amavo da morire, me lo aveva fatto gradualmente accantonare, insieme al fatto che il senso di rifiuto costante mi prosciugava qualunque spinta in generale. E poi la psicoterapia mi aveva distratta; distrazione che, insieme alla sensazione di disvalore, mi aveva convinta di non essere più in grado di proseguire.

L’ho riaperto due giorni dopo averlo lasciato. Il sollievo nel vedere che la terapia non aveva intaccato proprio niente (dato che era uscito dal disordine ingestibile del mio cranio, e che la terapia lo aveva un poco riordinato, era qualcosa che non volevo affrontare) è stata una sensazione incredibile.

Comunque non avevo mai smesso di appuntarmi cose che mi venivano in mente, da inserire: dialoghi, nodi d’intreccio, spiegazioni e cose così.

Adesso sto tirando fuori tutto, che è anche uno dei motivi per cui ho voluto venire a stare in questo appartamento: mi serve spazio. E lo spazio lo sto occupando così

In tarda mattinata mi sono seduta con l’idea di andare avanti per un paio d’ore, ho così tanto da fare! Leggere il materiale scritto, tirare fuori gli appunti, colmare i buchi nella trama… che non è difficile: è una cosa che va da sola. Mi faccio una domanda e magicamente so la risposta, senza bisogno di esitare. I pezzi che ancora mancano – sono certa – arriveranno almeno a mano che avrò rifinito l’incastro dei precedenti.

Ho iniziato a scriverlo di getto, più di 200 pagine scritte in piccolissimo (le prime 14, trasformate in cartelle editoriali, sono diventate 25, per dire), quindi editorialmente parlando, saranno circa il doppio, senza contare gli appunti. Ok, mentre scrivo penso che forse sono un po’ troppe, ma sarà bellissimo! Almeno, per me.

Sistemare tutta ‘sta roba è mastodontico, ma non riesco a esprimere come mi sento mentre lo faccio… mi sento come mi sono sentita a leggere i libri che ho amato di più, tutto insieme!

Dicevo, mi sono messa lì con l’idea di usare due ore e ho tirato su la testa che ne erano passate più di quattro. Inclusa quella di pranzo.

Adesso che ho scritto questo post sul cellulare, gettando ogni tanto uno sguardo sognante alle mie pareti, corro a mangiare che poi ho da fare!

Ah, sull’altra parete procede anche il piccolo romanzino iniziato un anno e mezzo fa, stesso discorso che vale per il primo: adesso ho appesa sui muri un sacco di felicità!

Pensicchiavo

Quello che Zack, o Zap, o come ho chiamato lo psicocoso, definisce “mente iperproduttiva” (non in accezione utile, anzi) lo colgo appieno solo quando sono per i fatti miei. Intendo completamente sola, per giorni interi.

Ho letto tre libri in 70 ore, interrompendo solo per dormire, ho scribacchiato, ho disegnato, ho letto roba che dovevo leggere, ho persino lavato i piatti.

Poi vi racconterò dell’appartamento-accampamento in cui vivo: una roba da ufficio d’igiene, ma voglio che sia così e voglio starci dentro. Voglio che mi salga l’esigenza di sistemare, e sta funzionando. Mi sto esercitando a trovare un ordine disassato che deve sia entrare che uscire.

Prima, isolata da diverse ore, pensavo a quanta fatica ho sprecato negli anni per interagire con altre persone. Era sbagliato non farlo, era da asociali non farlo, era da presuntuosi non farlo, quindi lo facevo. Credo sia buona parte del motivo per cui ho sfiorato – eufemismo – l’alcolismo, per oltre un lustro.

Mi ero convinta che gli altri avessero ragione, è dato che io sbagliavo mi dovevo adattare. Ma sono sempre stata una da legami a poche persone. Ce ne sono tante che penso spesso, che apprezzo, e vedo volentieri un paio di volte all’anno. Altre, le penso e le apprezzo, e se non le vedo sto bene lo stesso. Mi piace troppo internet, perché è un ipertesto interattivo in cui vagare, assecondando gli sbalzi del mio cervello (però non troppo, ho quasi imparato) e basta.

Stare soli e sentirsi soli sono cose diverse. A questo punto, avrei potuto bere sola – direi – anziché fuori, in mezzo a maree di persone faticose. Mi sono anche divertita, sono stata anche bene, per quello che mi ricordo. Ho dei bei ricordi: sprazzi dall’odore pungente, saltelli sgraziati in mezzo alla gente, serate sincopate e scopate di cui parlare ridendo con le amiche.

Dico solo che, col senno di poi, potevo evitarmi molte fatiche.

Non so scrivere un incipit

Può anche essere che io abbia già postato questa parte, ma se non lo ricordo io – da diretta interessata – dubito sia rimasto a qualcun altro, nel caso.

Con la terapia dell’anno scorso, ho iniziato a scrivere un romanzino che per un po’ ha vagato perduto nell’immanente disorganizzazione delle mie settimane. Ora, cercando di rimanere fedele a una tabella di marcia che trovo sensata, vorrei finirlo in tempi non biblici.
Il legame con la terapia è abbastanza impalpabile: quando si è chiarito che la mia personalità fa un po’ il cazzo che le pare, oltretutto al plurale, Zack mi ha parlato delle varie strategie con cui le porzioni separate possono venirsi incontro. Nel mio caso, la più congeniale è la scrittura e così è nata una storiella con cinque personaggi principali che incarnano ognuno un tratto autonomo della mia personalità. Lo spunto poi ha preso la sua strada: non sono cinque me che parlano, sono solo cinque persone attinenti alle mie cinque porzioni, modellate su visi noti o inventati con cui ho a che fare da un po’.

Solo che, come spesso accade quando si scrive, temo di aver perso di obiettività. Non è efficiente continuare a riscrivere la stessa parte e sto procedendo;

vorrei – se qualcuno ne avesse voglia – un feedback sulla prima facciata o poco più.
Here you are:

 

1

L’ingresso della donna elegante e ricciuta in cappotto leggero rischiava di provocare una disastrosa reazione a catena al bancone del bar. Lo squillante “Buongiorno!” avvisava i clienti più esperti di scalare di un passo: se fuori pioveva arrivava grondante; nei giorni di commissioni, caricata di pacchi ingombranti. Era buona cautela farsi più in là.
Carissima, il solito?” sapeva il barista; tipo paziente che rideva rivolto al beccuccio sbuffante.
Gli era bastato il lamento dell’avventore di turno: un colpo di coda della borsa gigante aveva centrato l’ennesimo fianco.
Oh, mi perdoni… Sì grazie Dido, doppio macchiato!”
Il barista eseguiva senza più indagare il tipo di danno: da copione, il cliente ferito si sarebbe voltato con un sopracciglio per aria e poi col disappunto smontato in un soffio dal sorriso di lei.
Arrivava regolarmente quattro mattine su sette, trafelata, per gustarsi in pace una buona mezz’ora a sorbire un ordine o due – sempre lo stesso – sfogliando il giornale.
Il caso voleva che a qualche minuto dal suo allegro saluto il bar si vuotasse, scandendo gli orari di una clientela per lo più abituale;
così lei e il barista – Dido per tutti – scambiavano qualche parola su loro e sul mondo, con in sottofondo il risonante stormire di tazze che lui caricava e spediva diritte a lavare.
Dove andremo a finire di questo passo?” sospirava, raggiunto il fondo di tazzine e giornale.
Si preparano tempi bui” rispondeva lui, e notandola incupita cambiava argomento: “Figlio e marito? Resistono?”
Lei rideva e lo informava sugli (a sua detta) inspiegabili sinistri sofferti dai cari.
Una volta il marito aveva infilato quatto quatto la testa nel baule dell’auto, proprio mentre lei si affrettava a serrarlo per scappare a lavoro. Gli ci erano voluti giorni, per superare la contusione.
Poverino, dopo ha farfugliato qualcosa… diceva di essere lì da cinque minuti a cercare un qualche attrezzo, ma io proprio non lo avevo visto…”
Un’altra volta, il figlio non si era accorto che lei – ovviamente – puliva l’armadio delle scarpe sito al soppalco, lanciando dabbasso le paia malconce. “Per fortuna, da quando è entrato nella squadra di rugby, le prende al volo!” cinguettava contenta.
Dido aveva dapprima smesso di celare, poi di avvertire qualunque sorpresa: era evidente che i maschi di casa fossero ben allenati a superare la naturale selezione, soavemente incarnata da lei. Se fosse stata un’altra, si sarebbe chiesto come i due sopportassero tanta follia; invece, avendola di fronte, annuiva comprensivo.
È ora che vada… Ecco, dovrebbero essere giusti”
Benissimo cara” Dido non contava il malloppo di spicci: ormai la sua mano pesava gli importi. “Ti aspetto stasera con le Sorelle?”
Ma che giorno è oggi…?! Ah! Sì! Certo! Scappo!”
Il barista si era portato la mano alla fronte: un signore, entrando, l’aveva salvata dallo scontro col vetro. O forse aveva salvato il vetro da lei.
Tutto tranquillo, al Bar Sacramento.

Cos’è successo ieri

Penso di poter affermare con un buon margine di sicurezza di essere sbroccata.

Nel senso che mi è venuto uno sbalzo di umore come non ne avevo da un anno e mezzo.

Un sobbalzo di dentro che mi ha fatta sballinare. E posso provarlo: ho perso gli occhiali. In giro, non so dove. Non li troverò più.

L’ultima volta che mi è successo era luglio 2018 e ho perso il portafoglio e ho pianto in faccia a un autista e sono rimasta fissa sul divano senza mangiare per due giorni e mezzo. Sbrocco completo. Crisi di mezza psicoterapia, probabilmente.

Ieri no: a ora di sera, persi gli occhiali (che mi piacevano molto, numerose bestemmie) il tutto stava rientrando.

Gliel’ho anche detto ad Alck: “sono sbroccata e ce l’ho avuta per ore a morte con te”.

Perdo cose quando sbrocco, le perdo per assenza e per annegamento. Perdo anche qualunque tipo di fiducia, specie se già vacillante. Perdo di obiettività.

Oggi Alck mi ha accompagnata a comprare occhiali nuovi, non altrettanto belli ma fa lo stesso: era ora di cambiare, e tutte le cose di ieri c’erano ancora

solo più piccole e al loro posto.

Comunque – passatemi un piccolo rigurgito affettivo: grazie.

Quando mi sembra che tutto sia finito, questo è l’unico posto in cui abbia voglia di tornare (perché ci siete voi).

I casini sentimentali quando sei fuori di testa + video

Come chi mi legge da tanto sa (e sono commossa dalla loro presenza, davvero), ho speso tante di quelle ore a scrivere di varie seghe mentali riguardo a varie persone

che se avessi impiegato altrimenti le mie energie, a capo di Tesla ci sarei io.

Elon, tu sarai un genio ipercinetico, ma nessuno ha mai raggiunto le mie vette di processazione dati. Su dati inutili, almeno.

Quando stavo male, il grado di sclero riguardo ai rapporti interpersonali era clamoroso. Nella mia testa. Perché il fragore con cui mi rimbalzavano in mente era impossibile da superare.

L’avevo capito anche prima della terapia, che si trattava dell’estenuante ricerca scientifica per testare l’efficacia della narrativa sempre in corso nella mia testa. Madonna, che modo complicato per dirlo… il punto è che al centro del mio mondo c’era solo il disagio, fisico e mentale, così chiunque comparisse all’orizzonte diventava l’interprete di un ruolo già scritto, che non dipendeva affatto da lui, nella costante replica di qualcosa che avrei infinitamente voluto trattenere.

Vabbè.

Mi chiedo come vivano gli altri, specie se abbastanza fusi da non riuscire a vivere nel range della normalità (che per me corrisponde al non lasciarsi sopraffare la vita quotidiana dai pensieri), i sentimenti.

Non solo per i possibili o esistenti partner. Negli affetti in generale.

Perché quando si racconta un’esperienza riferita a uno specifico quadro, nel tentativo di avviare una conversazione si rischia di considerare come normale nell’anormalità, solo la propria esperienza

tracciando nuove esclusioni.

Qui ci ho fatto il breve video a riguardo

Com’è andato il primo video

Prima che mi scordi, questo è il link al secondo video.

Le reazioni al primo sono state molte più di quante mi sarei aspettata:

in diversi mi hanno raccontato la loro esperienza e ho chiesto il permesso per parlarne in futuro: per quanto scomoda, la mia vicende è estremamente più semplice di quella di troppi altri

e ho avuto il privilegio di ogni occasione per tentativi di ripresa che mi sia servita.

Poi c’è tutto il discorso che, per una serie di ragioni, io posso sentirmi a mio agio nel parlarne

altri no, sia perché la loro condizione clinica non è comoda per niente, sia perché troppo spaventosa o dolorosa l’idea di sottoporsi al giudizio degli altri.

Tutti sentimenti assolutamente rispettabili e motivati, per questo mi pare il caso che chi – come me – è nella condizione di farlo, dovrebbe adoperarsi un po’ e tentare di diluire questo senso di diffidenza e scoramento che accompagna l’argomento.

Mi è capitato di triggerare un paio di persone, che si sono sentite punte da come ho posto la questione, in qualche post sparso per la rete

ci siamo messi a posto in due minuti, nessun problema, ma lo sforzo di scegliere le parole è abbastanza… imponente.

Io capisco molto bene le persone (il più delle volte) quando le ho di fronte però. Difficile regolarsi mentre ci si sente idioti fissando un cellulare di traverso.

Ma va bene, anzi: benissimo. È così che si impara, solo che mi spiace non poter dire tutto insieme perché molte delle osservazioni o commenti che ho ricevuto – in privato soprattutto – sono cose di cui a mia volta sono convinta

ma non potendo fare un kolossal dei pipponi, verranno fuori mano a mano.

La cosa più soddisfacente è stato vedere che – esattamente come al bar – sono tanti ad aver voglia di parlare di salute della mente, di ricerca del benessere e anche di psichiatra e psicoterapeuta.

La cosa che mi sta facendo più impressione è che YouTube Italia non mi sta suggerendo video simili e temo significhi che non ce ne sono.

Mi spiego:

per tenere vivo l’Inglese (e anche perché sono pochi i video interessanti in Italiano che ho incrociato nel tempo) sono abituata a seguire canali stranieri.

In inglese c’è di tutto: trash, didattico, brillante, formativo, informativo, racconti e così via.

Pensavo che la carestia di video interessanti dal nostro Paese, fosse più che altro una questione di algoritmo: il sito sa che io guardo certe cose in una certa lingua e mi mostra quelle, supponevo.

Invece… nonostante con l’account che sto usando io guardi per lo più video nostrani… non mi arrivano grandi suggerimenti. Qualche grosso, grossissimo canale (Breaking Italy, Montimagno, Bressanini quando pubblica, Butac, Tia Taylor che però fa video in inglese perché americana trapiantata….) e il resto sono pettegolezzi e bisticci.

Al momento la cosa mi deprime parecchio, spero sia solo una mia percezione fuorviata.

Vedremo cosa succederà con i prossimi, nel frattempo ho chiesto a una psichiatra (diventata cara amica in quanto mamma di un’amica storica) di fare aperitivo per carpire qualche suggerimento e chiedere un paio di dritte.

Visti i gravi problemi che affliggono la mia capacità di “montaggio“, forse sarebbe il caso di pagare da bere anche a un videomaker

FUNFACT: non posso modificare l’immagine statica del video

e la cosa già inizia a risultare… interessante!

(E INGUARDABILE!)

Mi ha mollata anche lui

“Oooh, ciao! È un po’ che non ci vediamo!”

È vero: non vedo Zack da oltre un mese, sono arrivata in costosissimo ritardo causa Trenitalia – bestemmie – ed entro in sala d’aspetto mentre scola zucchine che hanno bollito troppo a lungo (ha una di quelle cucine nell’armadio e un po’ di panza).

Segue un riepilogo degli ultimi mesi, su tutto: me, le cose che voglio riuscire a fare, la concentrazione, Alck, la famiglia, il futuro.

Di Alck dice che siamo stati bravi: tra i suoi conoscenti e pazienti (lì per tutt’altro) parlare in coppia resta una cosa che nessuno ha voglia di fare. Li capisco: solo l’idea fa venire da vomitare, anche perché ti sembra di mettere in discussione il tutto.

Beh, per quanto brutto, una volta che inizi capisci molte cose. È come andare dal dentista, ma gratis.

Mi chiede aggiornamenti generali, poi a ‘na certa butta lì: “E pensi di aver ancora bisogno di me?”

“No… sì, boh…” rispondo. “Dipende”

“Da cosa?”

“Da un lato mi sento meglio, dall’altro chiudere così…”

“Guarda, dai messaggi che mi hai mandato quando non ci siamo visti, a me è sembrato che stessi continuando da sola il lavoro avviato insieme”.

È vero: imitare e riprodurre fa parte di me, emulare per l’esattezza.

Ho imparato a essere socialmente compatibile (chi non ci si è mai trovato, a non avere idea di come interagire al di fuori da casa sua, difficile capisca), ad avere una grafia che mi piacesse, a risultare divertente a tipi di persone molto diversi tra loro e così via per una lunga strada.

C’è chi ha fatto questi passaggi spontaneamente, c’è chi – come me – li ha ragionati e voluti, e ci è rimasto male ogni volta che non funzionava finché la cosa è andata come voleva. Vivere così è snervante.

Ho imparato anche la successione di ragionamenti che mi fa fare Zack, la logica con cui attraversare i ricordi peggiori, dove si trova la chiave per sbloccarli uno a uno (non so se tutti) in un lungo e lacrimevole videogioco molto cupo.

Non c’è un lieto fine, c’è solo da mettersi via molte cose.

“Quindi mi molli?”

Si agita un momento: “No no no, non dirmi così che mi sento cattivo!”

“Ma và, scherzo”

Quindi, come lui capisce al volo, anche io so di non aver più tutto quel bisogno di lui. Mi terrorizza che di qui in poi sia esclusivamente una mia responsabilità (come suppongo valga per tutti) però ci rivedremo saltuariamente per tenere le fila di quel gomitolo spanato che è il mio cervello, poi si vedrà.

Mi spiace che non abbiamo davvero finito nessuno dei percorsi “classici” aperti mesi fa, ma del resto, Zack lo aveva vaticinato:

“Te l’ho detto la prima volta che ci siamo visti: lo sapevo che con te sarebbe stato atipico”

poi mi ride un attimo in faccia. “Insomma, sei strana tu”.

Forse, è ora di valutare il prenderlo come complimento.

And that’s all folks

L’amico penso più stretto che ho, oggi parte per qualche mese di lavoro all’estero.

Non ci siamo visti nelle ultime settimane e – come altri – è uno di quelli che è rimasto inaspettatamente con me nonostante la casuale convivenza universitaria si fosse conclusa.

Vale per lui come per Ine e Char: ex coinquiline e ora amiche per suppongo tutto il tempo che ci rimane.

Gli ho mandato un podcast di vocali, che ascolterà in volo e che non è rilevante segnarmi qui.

L’ultimo messaggio – superpippons – che gli ho scritto, però sì.

In parte perché è il mio blog e ci metto quello che mi pare (uscita reazionaria al sentirmi troppo concentrata su me stessa, quando probabilmente il problema è il contrario)

in parte perché un paio di cose riguardano timori che altri hanno sollevato parlando di terapia e cose del genere.

Here you are.

Considerazione finale:

tutta la fatica che mettevo nel cercare di attenermi a schemi non miei, mi ha rotto il cazzo e una decade ha abbondantemente dimostrato che non serve a una sega.

Non posso passare la vita a tenere imbrigliata una parte di cervello che vuole fare cose, perché funziona male quella che dovrebbe fare altre cose.

Avevo la paranoia che sistemarne una sarebbe andata a discapito dell’altra: sistemare l’efficienza sarebbe andato a discapito della mia arrancante identità. Pensavo di essere l’insieme dei miei casini, non di avere dei casini.

Non lo penso più, ora sono in incoraggiante riavvio entrambe.

Ho pensato molte volte di “stare meglio” ma era un meglio rispetto a un punto talmente basso, che persino lavarsi i capelli o arrivare al caffè senza desiderare di non esistere almeno dieci volte, poteva considerarsi un progresso.

Non è più così, e mi sento molto bene e ho tutta l’intenzione di continuare a sentirmici.

Metto in conto qualche ricaduta, sconforto e solitudine, ma ultimamente niente di tutto questo si è inghiottito giornate intere, né mi ha (completamente) tolto il sonno o le energie.

Mi sento bene, mi sento triste, mi sento stanca o carica per cose che non pensavo realisticamente di poter fare davvero. Il poco che riuscivo a concludere saltuariamente non mi rendeva mai contenta: non ero contenta di passare un esame, non ero contenta di raggiungere un risultato, non ero contenta dei lavoretti che facevo per tirare su due soldi.

Adesso è tutto molto diverso, o sono un po’ diversa io, ma insomma: in meglio.

Qualunque cosa mi faccia sentire meno di così, è qualcosa che non voglio attorno.

FINE

È un forse un bugiardo?

È forse un bugiardo, chi mente convinto di dire la verità?

SÌ madonna ladra, SÌ.

Ci tengo a te, lo sai, solo che non riesco a dimostrarlo

Beh, va a prendere ripetizioni da altre, visto che quando sono io a dirti come, te ne batti le palle.

Fine del capitolo.

Per molti, molti anni, mi sono fatta dire dagli altri cosa e come dovevo fare le cose. E poi non le facevo.

Era più forte di me: il cervello non funzionava ma dovevo corrispondere aspettative.

Tutti mi dicevano come e cose, oppure mi mollavano lì. E io tentavo e fallivo, tentavo e fallivo.

Ho fallito così tanto, che non sono più sicura mi sia mai possibile fare il contrario.

E tutti a dirmi come fare e a non ascoltare se rispondevo che così non mi riusciva.

E io a fidarmi di tutti anziché di me.

E svegliarmi con il vomito di vivere, senza una cosa che mi invogliasse a prendere un respiro.

MA-CHE-DUE-COGLIONI

Anzi, una: io.

Ho speso più energie nel disperato tentativo di assolvere al metodo che mi veniva ripetuto, che per raggiungere il risultato.

Ora, sputtanati così dieci anni, tra neuroni scollegati e sensi di colpa infiniti, mi sono anche rotta il cazzo.

Ogni volta che mi arrabbio, mi parte nel cranio la trama di un libro.

Piano: il libro grosso è il progetto che mi ha tenuta a galla per un anno e mezzo, ma ho bisogno di un tempo isolato e tranquillo per finirlo e di qualche ricerca (è un libro complicato).

In questi giorni mi è poppato nel cranio un libretto più breve, simpatico (per me). Tutt’altro.

Con il libro grosso sono piombata di nuovo nel tunnel del È-COSÌ-CHE-DOVREI-FARE.

Di nuovo: energie buttate su passaggi non miei. I miei funzionano: hanno funzionato per duecento facciate, funzioneranno ancora.

Sto-cazzo che voglio tornare a vivere così.

Ci sono cose da fare nel mondo reale, facciamole, e intanto riposiamoci scrivendo una cosa carina.

Scadenze (perché un minimo di struttura mi serve):

  • Più video sono scritti: dal 20 al 30 settembre, ne voglio registrare almeno due. Pubblicazione: prima settimana di ottobre. Se mi cagherò sotto, metterò un pannolone.
  • Libro breve: fine ottobre. Di quello ho già tutto, sotto le cento facciate, sedici seguiti già nella testa.
  • Libro lungo: quello è un casino. È una storia complicata, molto lunga, molto figa, che mi è partita nella testa come se avessi acceso Netflix dal fondo della retina. Entro fine dicembre la bozza va chiusa.
  • Checcazzo, basta annuire, fallire o scappare.
  • È tempo di fare.