Pensicchiavo

Quello che Zack, o Zap, o come ho chiamato lo psicocoso, definisce “mente iperproduttiva” (non in accezione utile, anzi) lo colgo appieno solo quando sono per i fatti miei. Intendo completamente sola, per giorni interi.

Ho letto tre libri in 70 ore, interrompendo solo per dormire, ho scribacchiato, ho disegnato, ho letto roba che dovevo leggere, ho persino lavato i piatti.

Poi vi racconterò dell’appartamento-accampamento in cui vivo: una roba da ufficio d’igiene, ma voglio che sia così e voglio starci dentro. Voglio che mi salga l’esigenza di sistemare, e sta funzionando. Mi sto esercitando a trovare un ordine disassato che deve sia entrare che uscire.

Prima, isolata da diverse ore, pensavo a quanta fatica ho sprecato negli anni per interagire con altre persone. Era sbagliato non farlo, era da asociali non farlo, era da presuntuosi non farlo, quindi lo facevo. Credo sia buona parte del motivo per cui ho sfiorato – eufemismo – l’alcolismo, per oltre un lustro.

Mi ero convinta che gli altri avessero ragione, è dato che io sbagliavo mi dovevo adattare. Ma sono sempre stata una da legami a poche persone. Ce ne sono tante che penso spesso, che apprezzo, e vedo volentieri un paio di volte all’anno. Altre, le penso e le apprezzo, e se non le vedo sto bene lo stesso. Mi piace troppo internet, perché è un ipertesto interattivo in cui vagare, assecondando gli sbalzi del mio cervello (però non troppo, ho quasi imparato) e basta.

Stare soli e sentirsi soli sono cose diverse. A questo punto, avrei potuto bere sola – direi – anziché fuori, in mezzo a maree di persone faticose. Mi sono anche divertita, sono stata anche bene, per quello che mi ricordo. Ho dei bei ricordi: sprazzi dall’odore pungente, saltelli sgraziati in mezzo alla gente, serate sincopate e scopate di cui parlare ridendo con le amiche.

Dico solo che, col senno di poi, potevo evitarmi molte fatiche.

A voi succede?

Mi sento strana.

A parte qualche rogna prettamente fisica di cui – stavolta – dovrei venire a capo senza diventare cretina rincorrendo specialisti

(e che potrebbe essere qualcosa di dall’estremamente insulso all’estremamente orribile, ah!, che gioia essere testata da uno specialista della materia che stai studiando per il prossimo esame)

mi sento rimbalzare da uno stato all’altro – da una personalità all’altra – ogni dieci minuti, nell’ultimo mesetto.

Gestibile eh, niente di drammatico: penso una cosa e sei varianti del contrario al secondo, con un esito regolarmente indifferente.

È così, potrebbe essere colà, comì, più o meno suppergiù, quindi? Quindi sticazzi.

Ma queste palline sempre in moto che collidono tra loro senza causare grossi danni, non li ho solo io, vero?

La mia amica dice che lei non riuscirebbe a pensare costantemente (di recente ho provato a dirle ad alta voce le cose che mi passavano per la testa mentre l’ascoltavo, che neanche sono tutte perché posso pensare due cose insieme ma non vocalizzarle). Le ho risposto che lei ha una vita certamente più indaffarata della mia, con bambini e un ménage impegnativo. Mi ha risposto che non pensava così tanto neanche quando il massimo che doveva organizzare era andare a ballare nel weekend.

Alck nemmeno pensa come penso io.

Ho bisogno di conoscere persone nuove. Non perché non sia contenta di quelle che ho nella mia vita, bensì per la riduzione di interazioni che ho impostato poco prima della terapia.

Anni fa, quando ero io la pallina incontrollata che sbatteva nelle pareti del mio cranio, mi distraevo saltando da una persona all’altra, da una curiosità all’altra, da un’interpretazione all’altra. Mi manca il gioco di inquadrare le persone. Quindi tornerò a farlo, un po’.

È l’unica cosa che mi ha sempre interessata abbastanza da sedare il disordine dei miei pensieri.

Dato che mi ci vorrà qualche giorno per l’aperitivo abbozzato con una persona nuova, se vi va, ditemi un po’ cosa vi passa disordinatamente per la testa.

Letti

C’è il signore sorridente che non si capisce bene cosa macchini, dietro la sua espressione cerosa, con il cuore rotto dentro;

c’è la giovane donna con l’aria di una ragazzina che ci accoglie sorridendo, mettendo su la faccia furba di chi spera in un dolcino, siede a gambe e dita incrociate sul letto con i polmoni in subbuglio per la voglia di tornare a casa;

c’è la signora con la lingua che taglia e cuce, non abbastanza per richiuderle le piaghe ma più che a sufficienza per fare la spia su quanto poco mangi la donna adagiata sul letto di fianco. La donna adagiata galleggia su una coltre di lunghi capelli grigi striati di bianco a circondare un viso da opale, spalle sottili e mani affusolate e guarda in cagnesco la chiacchierona. Solo una delle due vivrà, a meno che qualcuno non le molli una comprensibile padellata tra capo e collo;

c’è il signore allegro e gioviale, a guardarlo in faccia sembra un po’ un ragazzino e un po’ il Doc di Ritorno al Futuro, a guardargli le gambe c’è da mettersi le mani nei capelli e lui non ha chiaro che quello è l’ultimo dei suoi problemi. Il primo, stando alla sua anamnesi e agli occhi lucidi, penso sia avere solo una casa vuota ad aspettarlo.

Ci sono molti letti, in un grande ospedale, tante persone con i loro pensieri che si aggrovigliano e si diluiscono fino a disfarsi, come l’odioso gel disinfettante sui palmi, in cui tuffiamo le mani tra una sponda e l’altra;

c’è la minuta dottoressa svelta come una scheggia, a cui un’anziana sdentata e sempre meno allegra continua a domandare quando arriva “il dottore”, che passa in rassegna l’esterno e l’interno dei suoi pazienti e tiene i suoi pensieri chiari, netti, fuori dal groviglio in cui si perdono anche i miei.

L’Infinito

Ho sentito chiamare il mondo, l’esterno da noi, “l’Infinito”.

Che strano: a me sembra tanto piccolo e ripetitivo, da non poter condividere neanche una frazione di questa definizione

mica per l’esterno – hai voglia, a definirlo -, solo perché può esserci qualunque cosa là fuori

ma noi siamo vicoli ciechi, piccole parentesi tonde capaci di gonfiarsi come palloncini da valvole standardizzate, fino a un volume massimo.

Se esiste qualcosa di infinito, noi non l’abbiamo mai visto
né siamo fatti per riuscirci.

1 – Le coppie svuota-frigo

Voi le avete presente?

Non parlo di coppie sovrappeso: le svuotafrigo sono le coppie di rimasugli.

Gli ultimi della compagnia allargata

i due ancora single alla fine dell’università

l’amico/a che la coppia-lungo-termine cerca di appioppare a ogni nuova conoscenza, animale vegetale o minerale che sia.

Generalmente, gli appartenenti alle coppie svuota-frigo si dividono in 2 categorie:

  1. I forzati quelli che non hanno sufficiente autonomia psicologica per ammettere che preferirebbero stare soli o in una relazione omosessuale e così cedono alla pressione sociale
  2. Gli insipidi insulsini, noiosini, senza caratteristiche spiccate tranne la trasandatezza, può capitare che solo per timidezza attendano di rimanere gli ultimi: troppo ardito!, farsi avanti, anche se l’assortimento finale era scritto da sempre.

Ho tre esempi principali di coppie svuota-frigo, che non hanno la pretesa di essere rappresentativi di altro se non della mia – perplessa – esperienza di spettatrice.

I cisaroli probabilmente gay:

per chi non li conosce, sembrerebbero due insipidi, ma la banalità del loro pregresso non si può tralasciare e li passa rapidamente alla categoria forzati.

Entrambi cisaroli, entrambi legatissimi per decenni ad amici dello stesso genere, fattisi troppo grandi per continuare così, si sono accoppiati tra loro (senza essersi mai considerati per il ventennio trascorso), tagliando brutalmente i ponti con gli inseparabili compari di poco prima.

Sounds like paraculata to me.

Comunque, ora hanno capelli precocemente grigi, figli molto carini e non li ho più visti sorridere a tutta bocca, da quando le loro amicizie storiche sono state seccamente concluse.

I bruttini vendicativi:

privi di qualunque caratteristica interessante, finiti assieme per mancanza di alternative dopo aver investito quindici anni della loro vita in una compagnia di numero pari, questi bruttini vivono la loro rivalsa cercando di essere il più sgradevole possibile, con chiunque tranne con chi li potrebbe piallare all’istante.

Il fatto che siano bruttini salta per forza all’occhio, ma il punto è che sono degli stronzetti sgradevoli e frustrati che trovano unica rivalsa nello sminuire il prossimo. L’aspetto fisico è l’ultimo dei loro problemi ma gli si confà.

Mostrano aperta avversità al lavaggio dei denti.

Si riproducono a ritmo murino e potrebbero evitare, visto che poi non hanno di che pagare lo stipendio ai dipendenti dell’attività che si regge unicamente grazie alla loro – bistrattata – presenza.

Se non se li era cacati nessuno, un motivo c’era. E non era la faccia.

Il misto male: un forzato per convenzione e un’insipida per mancata fiducia in se stessa

lui, dopo aver dissipato soldi, tempo, energie e occasioni lavorative, dato che pippare s’era fatto costoso, decide di mettere la testa a posto e cioè appiopparsi a qualcuno che un minimo lo faccia vergognare quando è il caso

lei, che non ha saputo o voluto darsi valore, corona l’illusione di impalmare l una delle sue cotte adolescenziali, accontentando l’orologio biologico.

Producono una figlia che cresce felice e grezza come una badilata di terra su un muro bianco, e questo è grossomodo tutto quello che so di sua moglie e “mio padre”.

Il gioco nei sogni

Capita, in sogno, d’incontrare persone
che sono perdute fuor d’immaginazione
sembrano vere se le stringi e le mordi
i sogni sono il trucco per barare dei ricordi.

Riesisti e mi chiedi “Che gioco facciamo?”
“A me non importa, intanto giochiamo”
e tu con magica mossa ad arte
estrai dal nulla un mazzo di carte.

Cala la carta e c’è un prato innevato
lo riconosco: io ci ho camminato
tu mi tenevi gigante per mano
io ti sfuggivo senza andare lontano.
Cadono fiocchi di acqua ghiacciata
“Dammi un bicchiere con l’aranciata
vorrei una granita come d’estate”
mi scaldi ridendo le dita gelate;
svanisce la scena, la mano è finita
so che niente è vero perché mi è riuscita.

Cala la carta e profuma di pane
la nonna ci mette prosciutto o salame
“Ci vuoi provare? È la tua giocata”
“Sì ma non pane: voglio far la crostata”.
Aggiungo impegno e qualche preghiera
perché non incrini alcuna dentiera
la teglia scompare, il forno si è spento
il dolce è pronto e non è di cemento.
So che è per finta ma sembra la stessa
però qui nel sogno la dose l’ho messa.

Cala la carta ed è un giorno festoso
domenica, andrebbe dedicata al riposo
invece si corre, con gran strepitare
“Muoviamoci, su!, sta per iniziare!”
Le donne davanti e io te dietro in coda
sul pulpito un prete che parla e che loda.
Il gioco finisce e la chiesa è lontano
tana di un gobbo che fa il sagrestano
per finta la messa è durata un momento
e non s’è sprecato tutto quel tempo.

Cala la carta: disinfettante arancione
del colore che hanno le divise in prigione
nei programmi TV che mi sono vietati
ma oggi è concesso perché siamo inventati.
Ritorni di corsa dall’ospedale,
stavolta ne esci e non è reale.
Ritorni alla vita senza alcun imprevisto
verso un futuro che non hai mai visto.
Tutto sommato son felice lo stesso:
quello che conta per finta è l’adesso.

Cala la carta, il gioco è finito
mi guardi più stanco, quasi assopito
chiedo se ti sei divertito anche tu
ma chiuso il mazzo non ci sei più.
Torno in un lampo la bimba impacciata
in piedi in cucina quando mi hai salutata
“A presto” hai detto dopo l’ultimo bacio
la sola bugia che mi hai raccontato.

Passano gli anni e ti penso anche adesso
torna a trovarmi per favore più spesso.
I sogni sono il modo di barare dei ricordi
se non ci pensi troppo

nemmeno te ne accorgi.

Mi ha mollata anche lui

“Oooh, ciao! È un po’ che non ci vediamo!”

È vero: non vedo Zack da oltre un mese, sono arrivata in costosissimo ritardo causa Trenitalia – bestemmie – ed entro in sala d’aspetto mentre scola zucchine che hanno bollito troppo a lungo (ha una di quelle cucine nell’armadio e un po’ di panza).

Segue un riepilogo degli ultimi mesi, su tutto: me, le cose che voglio riuscire a fare, la concentrazione, Alck, la famiglia, il futuro.

Di Alck dice che siamo stati bravi: tra i suoi conoscenti e pazienti (lì per tutt’altro) parlare in coppia resta una cosa che nessuno ha voglia di fare. Li capisco: solo l’idea fa venire da vomitare, anche perché ti sembra di mettere in discussione il tutto.

Beh, per quanto brutto, una volta che inizi capisci molte cose. È come andare dal dentista, ma gratis.

Mi chiede aggiornamenti generali, poi a ‘na certa butta lì: “E pensi di aver ancora bisogno di me?”

“No… sì, boh…” rispondo. “Dipende”

“Da cosa?”

“Da un lato mi sento meglio, dall’altro chiudere così…”

“Guarda, dai messaggi che mi hai mandato quando non ci siamo visti, a me è sembrato che stessi continuando da sola il lavoro avviato insieme”.

È vero: imitare e riprodurre fa parte di me, emulare per l’esattezza.

Ho imparato a essere socialmente compatibile (chi non ci si è mai trovato, a non avere idea di come interagire al di fuori da casa sua, difficile capisca), ad avere una grafia che mi piacesse, a risultare divertente a tipi di persone molto diversi tra loro e così via per una lunga strada.

C’è chi ha fatto questi passaggi spontaneamente, c’è chi – come me – li ha ragionati e voluti, e ci è rimasto male ogni volta che non funzionava finché la cosa è andata come voleva. Vivere così è snervante.

Ho imparato anche la successione di ragionamenti che mi fa fare Zack, la logica con cui attraversare i ricordi peggiori, dove si trova la chiave per sbloccarli uno a uno (non so se tutti) in un lungo e lacrimevole videogioco molto cupo.

Non c’è un lieto fine, c’è solo da mettersi via molte cose.

“Quindi mi molli?”

Si agita un momento: “No no no, non dirmi così che mi sento cattivo!”

“Ma và, scherzo”

Quindi, come lui capisce al volo, anche io so di non aver più tutto quel bisogno di lui. Mi terrorizza che di qui in poi sia esclusivamente una mia responsabilità (come suppongo valga per tutti) però ci rivedremo saltuariamente per tenere le fila di quel gomitolo spanato che è il mio cervello, poi si vedrà.

Mi spiace che non abbiamo davvero finito nessuno dei percorsi “classici” aperti mesi fa, ma del resto, Zack lo aveva vaticinato:

“Te l’ho detto la prima volta che ci siamo visti: lo sapevo che con te sarebbe stato atipico”

poi mi ride un attimo in faccia. “Insomma, sei strana tu”.

Forse, è ora di valutare il prenderlo come complimento.

Il punto con Alck

Nelle puntate precedenti: io non ne volevo più sapere, lui era un po’ spaesato ma talmente concentrato su sé che va bé, non mi sono stupita.

Se nelle prime fasi di soffocamento di un mese fa avevo mantenuto la calma, poi mi è caduta, si è frantumata e mi sono girati sul serio i coglioni.

Nelle puntate su watsapp: inviati podcast di svariati minuti fino a un massimo di sette, con una serie di robacce in fila, tutte tratte da una storia vera;
sfortunatamente, la nostra.

Nella penultima puntata: dopo una serie di messaggi incazzati – motivatissimi – scambiati per giorni, una sera ha insistito per parlare con me.

Una cosa figa di Alck è che posso dirgli più o meno qualunque cosa e non mi fa mai sentire sbagliata, quando mi ascolta.
Gran parte del problema è che non mi ascoltava più, e io non ho mai rincorso nessuno per parlare: se ti va, volentieri, se no fa lo stesso. Detesto impormi: mi vergogno. Litigo per affermare quelle che penso siano grandi verità, io resto una mezza truffa.
Nei mesi, una serie di sue pare avevano avuto la meglio, le mie ci erano andate a nozze sposando il disagio, e ci siamo trovati sconosciuti. Ore e ore passate insieme al preciso scopo di allungare distanze.

Penso sia la prima volta che, in una storia di coppia, lo sbrocco della pazienza non abbia chiuso la scena ma aperto il sipario.
Mi era già capitato, solo con amici: quelli scambiati pergrandi infatuazioni, lette male da entrambi e planate felici dove devono stare.

Trovo un po’ strano che con qualcuno tanto simile a me siamo arrivati a non sopportarci per implicita scelta, e d’altra parte ovvio e scontato. Come i finali troppo banali che ti fanno dire “Ma dai: non può davvero essere così”.
E invece.
Gli esseri umani non sono tanto originali quanto amano credersi.

Alla fine, forse, abbiamo risolto. Con la più ovvia delle strategie che un sacco di volte ci s’imbarazza a provare sul serio: troppo nudi, se si parla davvero. Più che davanti all’altro, di fronte a noi stessi. Dare voce a qualcosa che urta significa ammetterlo senza via di fuga.

Insomma, per ora è andata così: al primo riabbraccio, ho creduto poco. Sull’onda del patema ci si allarga sempre. E così per il secondo, terzo, quarto, fino al sedicesimo.
Al sedicesimo riabbraccio onesto e incerto com’era stato all’inizio e poi scappando da parti opposte non c’era stato più, ho pensato che sì: potevamo andare.

Dove non si sa e gran chissenefrega: per “affanculo” c’è sempre tempo.