La strada in cui c’erano tutti i ricordi

Chiudo gli occhi e rivedo la via.
La guardo dall’alto, con la prospettiva hollywoodiana di una cinepresa in volo. Non esistono costruzioni in quel punto, da cui potersi affacciare ma conosco a fondo quel ricordo. Abbastanza da saperlo maneggiare.
La strada brulica, è mattina. Signore in bicicletta cariche di spesa, mogli sorridenti dietro carrozzine, vecchie bianche e turchine in camicie abbottonate.  Non si vedono signori, tutti i maschi a lavorare. O al bar, carte e bianchino.
A meno che si tratti di consegne, muratori o del messo comunale, la mattina della strada è tutta donna.
E le donne si salutano, tra marciapiedi, dalle vetrine, in rocambolesche corse su due ruote. Alzano la voce, anche se la via è stretta; vanno pure scavalcati gli altri toni, le vetture di passaggio, quasi tutte di lamiera. Automobili che se sbagli, ti raccolgono affettato.
Dalle finestre, sui marciapiedi, sbucano teste che guardano giù, di donne in cucina che fanno i cucù. Chiamano quelle di sotto, a volte lanciano qualcosa e iniziano a ridere prima ancora che il bersaglio se ne accorga. La malcapitata dabbasso alza la testa e ancora la voce, invita a scendere e reclama vendetta, ma il cuculo ha l’acqua sul fuoco o i figli per casa o è furba abbastanza. Saluta e si chiude e le passanti per strada scorrono via, richiamate dalla casa, aspettate dalla prole, picchiettate con lancette di orologio.
Chiudono i negozi, si aprono le gabbie e sciami di studenti di una scuola professionale strepitano per strada. L’onda si esaurisce in fretta e la strada si riposa.
Trascorsi gli anni, anche lei è appassita, nonostante il maldestro rattoppo di buchi. La sua fauna è scomparsa, i negozi hanno chiuso e quel che rimane è una piccola arteria invecchiata, dove ora tutto passa più lento. Macchine e gambe, tutto tranne il tempo.

Caterina

Fisso la schermata azzurro pallido, senza sapere bene cosa fare. Con un po’ di aspettativa. Non che possa darmi altre informazioni: le ho cercate, è da ieri che scandaglio le notizie, ogni ora. Dicono tutte la stessa cosa.
Guardo lo schermo come se potesse chiarirmi che pensare e non succede.

Ti ricordo da vent’anni.
Quando ero piccola, mi chiedevo come sarebbe stato, un giorno, dire “da vent’anni”.
Ora lo so, è grande, spazioso. Tanto che dentro ci stanno molte persone, tutte capaci ad un certo modo di far parte di me.

Mi ricordo di te, vent’anni fa, nell’atrio della scuola. Eri così alta, più alta di tutte. Anche di me, che quanto a cm di troppo non scherzavo. A undici anni, i cm di troppo sono in lunghezza, mica in larghezza.
Però, tu sembravi altissima e timidissima e allo stesso tempo capacissima di cavartela così. Un pesce fuor d’acqua, solo perché affiorava la testa.

Ti invidiavo le scarpe, il saper disegnare e una malinconica capacità di rassegnarti al dovere. Soprattutto le scarpe.
Sei sempre stata così gentile. E triste. Perché diciamocelo: saranno tre, le foto dove ti ho vista felice. Guardavo i tuoi album ogni tanto, so di che parlo: raramente sorridi. Spesso ci provi e fingere – davvero – non ti viene granché.

Ho immagini definite, di te. Per mano con quel vecchio moroso sotto ai portici, fuori dall’oratorio, in piazza una sera d’estate. Un campeggio. Non importa che le elenchi tutte, perché lo schermo azzurrino alla fine serve, e mi fa mettere a fuoco quello che ci stavo cercando dentro. Sono immagini dove tu ridi felice e io ti invidio, poi ne ho viste sempre meno così. Ecco, perché, mai sostituite, le ho ancora lì.

Le tue amiche dicono che per aver fatto una cosa del genere dovevi aver ricevuto una notizia terribile, di qualche malattia incurabile o che so io. Chissà, se è stato per quello o se eri solo stufa. Hai lasciato una lettera ai tuoi, pare. Hai fatto bene, forse per loro sarà importante saperlo.

Mi spiace che tu sia arrivata a stare male fino a quel punto.
Vorrei sapere se c’era qualcosa di possibile da provare, un aiuto che ti avrebbe potuta salvare. Dando tutto questo come già considerato, in fondo io sono d’accordo con te.

Se ti sei alzata un giorno dopo l’altro sollevando di forza un peso nel petto, aspettando solo che ogni giornata finisse, e non c’era più niente a farti felice;
se hai scritto una lettera, guidato, aspettato un treno
capisco.

Mi torna in mente una sciocchezza di spettacolino tra noi, diciassette anni fa. Recitavamo uno le vesti dell’altro e qualcuno mimando, scimmiottava te. Ridevamo tutti, ridevi anche tu. Quel ciuffo di istanti, per me è dove resti.

Lesbodrama – Dicevamo

Sicuramente sbaglio, ma nella mia testa l’universo maschile e quello femminile si bilanciano vicendevolmente.
Per una mera questione culturale che assegna ai due sessi, peculiarità caratteristiche.
E io, che sono misantropa, tollero meglio un po’ dell’uno e un po’ dell’altro, che da un certo punto di vista è un po’ come se si annullassero a vicenda.

Le lesbiche, sono doppia dose.
Durante l’adolescenza in modo particolare perché – non so che genitori abbiate avuto voi – ma per me non era contemplata l’ipotesi di stare da sola con un mucchio di maschi a mangiare, dormire, vegetare insieme chiusi in casa per giorni interi senza sorveglianza alcuna.
Questo per dire che, fosse andata diversamente, avrei le turbe pure su i gay.

Comunque, la storia della mia amica poi è proceduta tranquillamente, tra i normali alti e bassi di qualunque coppia immersa in un gruppo di amici, solo con molte, moltissime, parole in più.

Poi io e lei litigammo, non ricordiamo per cosa, e non ci parlammo per un paio d’anni, ritrovandoci poi quando – entrambe single – ci siamo messe assieme.
No, scherzo.
Ma siamo tornate amiche.

E qui si apre il capitolo successivo di cosa non sopporto dell’universo Lesbodrama: una volta che ci si lascia, hanno l’odiosa fissazione di voler restare
tutte
amiche.

Lesbodrama – vecchi ricordi

Il mio ingresso nel mondo lesbo è iniziato alla nascita, molti anni fa: il mondo è uno solo e possiamo dargli tutti i nomi che ci pare, far finta che ce ne siano di più è una cosa che può funzionare per la Marvel o per chi partecipa a quegli strani giochi di ruolo con i dadi dotati di un numero irragionevole di facce. Per quanto riguarda gli altri, mi spiace comunicarvi che siamo tutti sulla stessa barca.

La prima volta che ho avuto a che fare con una paranoia legata all’omosessualità femminile è stato durante la mia adolescenza, così è stato un po’ l’avere un posto in prima fila ad un evento cardine che mai avrei vissuto altrimenti: accorgersi che il proprio orientamento sessuale non è quello atteso. Un plot twist che conferisce alla protagonista una marea di rotture di minchia vita-natural-durante.
Un’amica, di qualche anno più grande, parte della compagnia di cisaroli innocenti e compiti che popolava il nostro oratorio, non poteva più nascondere la chiara attrazione che provava nei confronti della patata, rispetto al vago disgusto e netto disinteresse sollevati dalla carota. Viste le carote sul mercato da quelle parti, non mi sono mai sentita di darle torto.
Comunque, ci teneva a comunicarlo alle persone che riteneva importanti nella sua vita. Una per una. Ufficialmente, drammaticamente. E perché mai sprecare tanto pathos per un solo spettatore? Io, in qualità di supporto morale, l’avrei accompagnata nel suo coming out (che non sapevo si chiamasse così, ammesso si chiami così) volta per volta.
Persona
per
persona.

Purtroppo per me, aveva un sacco di amici.
(Non fraintendetemi: ero assolutamente solidale le prime quattro volte che la sentivo tergiversare avvolta in una nuvola di fumo sui sedili intrisi di catrame e Bionsen della sua Fiat Bravo per circa venti minuti. La quarta replica rende insensibili quasi a tutto, compreso Titanic, alla sesta Benigni ne La vita è bella, forse un po’ lo avresti picchiato anche tu).
Funzionava così: la mia amica dava appuntamento all’interlocutrice (erano per lo più ragazze) di turno, con un SMS che inevitabilmente si concludeva in un “ti devo dire una cosa difficile”, l’equivalente interpersonale di un avviso di garanzia, considerata l’età.

L’amica e io, in assetto da psicobulle emotive, caricavamo l’ignara vittima e la conducevamo sempre alla stessa destinazione: il piccolo spiazzo erboso di fianco al cimitero cittadino, appena fuori dal paese.
Allegria!

cimitero-cento
Il cimitero è questo sul serio, noi andavamo a destra, da un lato le tombe e dall’altro i campi. Quanta poesia.

In quelle fredde e brumose notti emiliane, la mia amica – una persona adorabile ma estremamente prolissa – stendeva l’interlocutrice con panegirici allucinogeni che portavano noi dell’uditorio in una dimensione parallela, popolata da criceti parlanti
che giravano dentro rotelle parlanti, uccidendo neuroni altresì parlanti

 

– sto iniziando a considerare l’ipotesi che in realtà le sventurate non ricordino molto, di quelle serate –

per poi giungere al punto.

“Insomma, sono lesbica”

L’interlocutore giaceva immobile con la bava alla bocca sul sedile posteriore (passeggero anteriore era occupato da me) e dava il suo feedback.

Top 5:

5. Ah, ok
4. Ah, ma dai
3. Beh se va bene a te…
2. Ma non è vero!
1. …Tutto qui? Ma dai, mi avete fatto prendere un colpo, pensavo vi foste messe insieme voi due!

 

Ci vediamo di notte

Ci vediamo di notte perché il buio ti dona
ti si intona alla pancia e ai capelli
ha una trama che sembra velluto blu scuro
ma è fatta di nodi su una corda che suona

Ci vediamo di notte perché il buio ti accende
come chi dorme col sole negli occhi
lui acceca i pensieri
tu abbassi le tende

Ci vediamo di notte perché è giusto lo sfondo
con spenti i colori posso metterti a fuoco
m’impegno per bene e trovo i tuoi bordi
se intorno non c’è quel disturbo del mondo

ed è giusta la notte se non fosse che è incerta
non so quando ti trovo
dove sei se non vedo

forse ridi del fatto che sono scoperta
non mi serve la giacca
non la voglio la felpa

Ci vediamo di notte ma è un po’ che non torni
è più dura adesso
ricordarti com’eri
ho già perso la voce il profumo la presenza e il tocco
sì lo so che è sciocco
puoi ridarmi i contorni?

Come si è arrivati qui – P 10

Io e P ci eravamo infrattati a sorpresa quella sera, direi.

In parte, lo direi: è una di quelle persone che non mi ha lasciata indifferente dalla prima volta in cui ci ho parlato.

Anzi la seconda, visto che la prima era stata nella mia vecchia cucina l’anno precedente e la rimuovo così spesso che anche scrivendo la frase sopra in realtà mi riferivo alla scorsa estate.

È strano l’effetto che mi fa ripensare alla piazza di nove o dieci mesi fa. 

E ricordo molto bene la sensazione incompleta che avevo passando il tempo con lui all’inizio: era chiaro che ci fosse interesse reciproco ma non avrei saputo dire di che tipo, pensavo si trattasse di una di quelle intese indolore e nonostante sapessi a grandi linee che il suo stile di vita era diverso da quello degli altri nostri amici (anche i lavoratori di lunga data non hanno orari così vincolanti ed essendo per lo più dipendenti, ritmi meno cinesi) a volte sembrava di avere a che fare con un bimbo, per entusiasmi e testardia.

Cosa che ai miei occhi malati costituisce una condizione necessaria ad andare via di testa: mai piaciuta la gente pacata, tranquilla, lineare.

Ma poi, a chi la voglio dare a bere?, sapevo perfettamente che sarebbe stato un pasticcio gigante ma non avevo idea del punto da cui avrebbe preso il via e la cosa mi intrigava, mi intrigava moltissimo.

“Mi ricordo che una volta, fuori dal bar del CUS, ti ho vista e ho pensato che prima o poi io e te avremmo scopato”

mi ha detto poi lui, tempo fa.

Ma non mi ci vedevo con lui, non mi ci vedevo parlando e per questo ogni volta in cui mi saliva il pensiero partiva in automatico un “No.”;

non mi ci vedevo passeggiando, perché si capiva che è uno occupato tutto il tempo a pensare ad altro e non vede mai dove sei tu;

non mi ci vedevo ordinando da bere perché dopo averne parlato almeno in tre occasioni – “no, non bevo rum” – ancora mi chiedeva se ne volessi;

non mi ci vedevo con lui la sera in cui ci siamo baciati nella piazza lunga piena di gente e poi ancora lungo la strada verso il parcheggio – più volte senza vedermi in nessuna di quelle

in auto, mentre parcheggiava vicino a casa mia, 

camminando, verso il parchetto del sottomura, fino alle panche di pietra.

Poi

quando dopo mezz’ora passata a menarsi e baciarsi mi ha presa stretta e infilato le mani lungo la schiena, sotto la maglietta, è stato come se da sempre dovessero trovarsi lì.

Ad ogni modo: era il finire di un’estate noiosa, una sera fresca come altre mille

e mentre mi copriva nella penombra sui sedili abbassati dell’auto recuperata al preciso scopo, mi pareva che non avrei dovuto essere da nessun altra parte.

È successo altre volte poi, così: senza pensieri, due o tre.

Poco dopo – quasi subito – sono iniziate le rogne.

Come si è arrivati qui – P 9

Ora come ora ripensare a quei giorni arrovella le viscere e fa venire la nausea: mi manca la sensazione dell’inizio, specie perché questo – dopo tanto tempo – avevo pensato potesse essere qualcosa di più del solito allambicco mentale orchestrato dalle mie ansie per dribblare le paure.

Forse è questa, la nostalgia.

Quando P si era girato appoggiando la mano, volevo rispondere alla domanda che aveva fatto poco prima: 

“Qualcuno viene in piazza adesso?”

“Sì, io vengo in piazza ora”. Era presto per il ritrovo comune.

Quindi in bici ero tornata a casa per prendere su qualcosa di più pesante, lui in auto a cercare parcheggio.  

  Unica foto salvata sul mio cellulare con quella data: 4 ottobre 2014

Arrivata in piazza c’era già qualcuno: saluti, un bicchiere e c’eravamo seduti sugli sgabelli attorno ai tavolini alti da quattro davanti al locale, P alla mia destra e alla sua una mia compagna che pensavo ci stesse un po’ provando e mi chiedevo comecazzo le venisse in mente farlo – nel caso – parlando male della di lui ex, alla mia sinistra l’allenatore della maschile Ja, ultra quarantenne che ama flirtare con me. Forse la cosa lo fa sentire giovane e gagliardo,considerato il suo modus operandi: parlarmi a un millimetro dal naso, insultandomi a sorpresa ogni due minuti.

Io e P badavamo ai reciproci interlocutori e ogni tanto ci giravamo l’uno verso l’altra di sottecchi per commentare stralunando gli occhi il senso – scarso – di quello che entrambi stavamo ascoltando da una parte e dall’altra.

Aveva malissimo di schiena quella sera, ma a ‘na certa, quando iniziavo ad annoiarmi e pure lui non pareva troppo entusiasta, mi ha accompagnata comunque a fare bancomat.

Le serate di piazza vanno tra due bar distanti tra loro una ventina di metri, tornando dallo sportello ci siamo fermati alla seconda tappa e c’erano Ja e vari e perché non bere un paio di cicchetti a banco.

La resistenza alcolica di P è inferiore a quella che avevo io a quattro anni, quando la nonna – in risposta al mio primo mal di denti – intinse un fascio littorio di cotton fioc nel nocino per poi ficcarmelo in bocca. La presi con un certo aplomb. P, già alla seconda birra,  sbarra gli occhi in modo inquietante e ridacchia senza alcun motivo. 

Doveva guidare per tornare a casa.

– Sono ubriaco, devo camminare un po’ per riprendermi 
– Ti accompagno! Così non faccio tardi

Sè.

Quando mi trovo a mio agio con qualcuno e lo voglio esprimere, adotto la tecnica della gigiona delle caverne: spallate.

Così, nel tragitto dalla piazza all’auto, P si stava prendendo una quantità di spintoni impressionante.

Ma era solo autolesionismo alcolico: lui non è alto e a occhio è sì grosso, ma se caricando di rincorsa qualunque altro dei ragazzi almeno di un cm lo sposto, P è come un muretto: colpiscilo finché ti pare
non
si 
muoverà
di
un

soffio.

– Te l’ho raccontato di quando ero a piedi ed ho investito uno scooter? Però ero più grosso di adesso

Mi rimbalzava il cervello nel cranio, i colpi li attutiva l’alcool, grande alleato.

– Passiamo alla fontana che ho sete, magari bevi anche tu che ti scende prima
– Non bevo dalle fontane 
– Ok

P non beve dalle fontane ma dopo due minuti si era trovato mezzo lavato da una molestissima me.

– Piantala!

– No!

– Smettilaaaa

– No!

– Adesso ti fermo

E mi ha fermata, tenendomi per i polsi e mi ha baciata e lasciata andare.

Primo commento: “no“.

E io all’inizio
ci 
prendo 
sempre 
è il dopo a fregarmi.