Refolo

Ogni tanto mi si appanna qualcosa.

Si appanna, scompare come qualcosa di mai esistito ma sai che è una bugia della mente: c’era, fino a due o trecento minuti fa, e d’improvviso sparisce. Sparisce senza che tu te ne accorga, come i morti quando sei bambino.

Le colonne vanamente slanciate del supermercato in periferia, un semaforo col singhiozzo della sera; nel parcheggio dopo il tramonto solo i mostri a braccetto senza denti, ragazzini in bicicletta, io e quell’aria crudele che non mi dice più niente. La stessa aria delle notti se in estate pedalavo fino fuori dalle mura medievali, che colpisce la pelle sempre allo stesso modo; non importa la direzione: riporta sempre nello stesso posto, quello che non esiste più.

Ha smesso di trasportami, ha smesso di pizzicare fino a sentire la malinconia pungente di un tempo e il resto del giorno lascia spazio alla malinconia di un altro.

Non avevo mai sentito insistere sulla pelle la malinconia del futuro, mano a mano che le sue mura di carne e ossa crollano in avanscoperta e la diga si schiude. Un’angoscia più tetra, più triste e inevitabile.

Di tutti i tempi conosciuti, il futuro è l’unico da cui non esiste via di fuga.

Dolore e no

A distinguere una ferita improvvisa da un malessere cronico, è il dolore.

Vale in medicina, vale in generale: il dolore accompagna il danno subitaneo, rapido;

l’alterazione che si instaura in modo lento e subdolo non la riusciamo ad avvertire ma produce un danno cronico, protratto, capace di causare alterazioni determinanti e irreversibili.

È una distinzione crudele e ipnotica, se ci si ferma a pensarla: il dolore è capace di suscitare solidarietà ed empatia, enormi rispetto alle briciole che una situazione protratta accende.

E così la condizione che più spesso è facilmente reversibile, quella improvvisa che causa il dolore, riceve ondate d’attenzione e presenza

mentre le condizioni radicate, lente, che generalmente producono danni tanto più vasti e profondi, passano inosservate.

È così in medicina, è così nei rapporti umani, è così nei sentimenti.

Perché alla fine un vero ordine non c’è

Io non so chi sia in grado di fare coppia con qualcuno che gli riserva i suoi pensieri se e solo se non ha nient’altro a cui pensare ma chi lo è, è anche un gran coglione. (Non potete vedere ovviamente ma ho la mano insistentemente alzata: sì, sono io, io! Dai, ributtami addosso i traumi di tutta la mia infanzia, il non essere mai stata considerata dai miei genitori, non aver avuto nessuno interessato alla mia esistenza o a spiegarmi come funzionassero le cose. Il maltrattamento di Schroedinger: esiste ma non esiste, finché non ti sale su per una braga del tutto).

Che poi in realtà il paragrafo sopra è una bozza di ieri, ma adesso sto pensando ad altro. Alla mia diarrea insistente per la precisione, dato che oscillo appena un gradino sotto allo stato “colera avanzato”. Colpa mia: ho mangiato due foglie di lattuga, vabbè (ho mangiato anche altro, ma è la lattuga che mi ha uccisa). Il problema è che insieme mi viene da vomitare, in più oggi ho già pianto due volte. Poco eh, però tra diarrea, pianto e vomito, in queste settimane mi ha attraversata una portata di fluidi che se mi piantassero in culo una turbina farei concorrenza all’Enel. Per farvi un quadro accurato dei toni e dei sentimenti e degli smottamenti che mi percorrono.

Ieri sera sono stata a vedere un film con mio zio: Judy. Ci sono voluti i primi due minuti buoni di film a chiarirmi che fosse su Judy Garland e non su Judy Dench. Mi piace un sacco la Dench, sulla Garland non ho opinioni né interesse, però il film è molto bello.

Tanto a me né a mio zio interessava il film in sé: io avrei voluto vedere, nello stesso posto che ospita una breve rassegna estiva, Jojo Rabbit. A mio zio invece piacciono i cinema all’aperto. Se ho capito, è la storia di un bambino tedesco o circa il quale, durante la seconda guerra mondiale, vive con la famiglia in un posto isolato e, non avendo coetanei a portata di mano, decide di farsi un amico immaginario: Hitler. Così, quando capisce che i suoi genitori nascondono in casa un ebreo in fuga, si trova un filo confuso. Me lo guarderò da sola una di queste sere, perché no (perché non mi piace guardare i film da sola, ecco perché no).

Mi affascinano i bambini, davvero. Io da bambina ero già così: piena di seghe mentali, piena di pensieri annodati. Me lo hanno confermato, chi con rabbia, chi con perplessità, chi con fastidio e chi con pena, tante persone nel corso degli anni. “Eri così complicata, non si capiva cosa ti passasse per la testa”. “Eri troppo da prendere a mano”, “Hai sempre reso tutto molto complicato”. “Eri troppo.” è una roba che mi hanno detto così tante volte da stupirmi il fatto mi facesse effetto.

Beh, se me lo avessero detto dieci anni prima sarebbe stato più utile. Comunque ricordo distintamente un tardo pomeriggio: avevo sei anni, pensavo in piedi con la schiena appoggiata alla carta da parati color tortora e verde oliva, fissando la tapparella di fronte a me, abbassata, da cui filtravano e mi colpivano i raggi radenti del sole al tramonto. Filtravano dai buchini. Pensavo che non sarei stata sempre così: un giorno anche io sarei diventata come gli altri sembravano essere. Anche io avrei avuto la cosa normale da dire agli altri bambini, anche io avrei potuto trovare divertente la loro compagnia, anche io mi sarei trovata bene con qualcuno che non fosse un libro, un giocattolo, un sottoscala (verde anche quello: la palette di colori è l’unica cosa lineare della mia infanzia).

Non è mai successo. Quindi ho fatto quello che avrebbe fatto qualunque darwinista convinto: mi sono adattata. Una volta mi hanno presa in giro tipo due secondi perché avevo una brutta grafia. L’ho cambiata. Ora ne ho 5-6 tra cui scegliere, a seconda del tipo di penna e del supporto su cui poggia la carta (se sotto c’è altra carta è diverso rispetto a quando sotto c’è il tavolo). Non ero simpatica: qualunque cosa dicessi suonava evidentemente acida ma io non sapevo perché, mi limitavo a prendere vaghe sgridate sul quanto fossi sgradevole. Ho imparato l’umorismo dagli altri: guardavo le persone che facevano ridere le altre, capivo il meccanismo magico che animava il divertimento e l’ho imparato abbastanza bene da diventare qualcuno che veniva cercato per farsi due risate. Uno stress infinito. Non sapevo vestirmi. Però a quel punto ero simpatica, quindi andavo a comprare indumenti insieme a persone che andavano bene com’erano e sceglievano loro. Potrei comprare una palazzina con i soldi sputtanati in pantaloni e magliette che mi facevano schifo.

Questo per dire che ancora oggi non ho idea di cosa mi piaccia. Raramente rido per qualche battuta, perché per me è un breve compito orale da ascoltare e risolvere. Normalmente di infima qualità, oltretutto. Però rido molto per le involontarie ironie, le incongruenze grottesche, lo stridore dei fatti. Quelle cose mi piacciono o spiacciono abbastanza da farmi ridere. Non capisce nessuno, ma in fondo che importa.

Pensavo di arrivare per tempo all’altro discorso ma tra un’ora o forse due arriverà Alck e io proprio non ho cazzi. Deve portarmi la mia roba, evento concordato da mesi perché trasloca, però io non ho proprio voglia di “parlare”. Parlare di che? Io sono stufa. Vorrei non esserlo. O meglio: la vocina di quella bambina già troppo alta per la sua età, con alle spalle una carta da parati che avrebbe deviato per sempre la sua opinione sulla tappezzeria, dice che magari funzionerà. Tutto il resto di me dice di no. Però lei ha appena ricominciato a piangere e davvero non so cosa dirle.

Ma non sono sicura di averne voglia

Piango. Piango di continuo. Anche adesso mentre digito sulla tastiera del mio telefono c’è una lacrima gonfia sulla guancia destra e la narice che cola al lato sinistro.

Non ho pianto per anni. Occasionalmente, una volta ogni più tempo possibile, mi toccava di farlo ed era una sensazione orribile più di quanto lo sia vomitare da sobri. Mi faceva fisicamente male, come se una lama mi venisse piantata nello stomaco e tirata verso l’alto a tagliarmi lungo l’esofago, e forse era anche colpa del reflusso ma la fonte dei dolori era l’ultimo dei problemi: se sgorgava, li sentivo tutti insieme. Era il tempo in cui non conoscevo emozioni diverse da enorme dolore e enorme carica. Passavo da abissi impenetrabili a qualunque buonsenso o lucidità, a picchi di euforia e sicurezza che di lì a breve sarebbero rimpiombati inevitabilmente verso il basso, con quelle cadute verticali inattese degli sfigati nei cartoni animati.

E poi sono passata dal non piangere per lustri interi, al piangere di continuo. A volte piango come se espirassi il fiato all’acetone, altre piango come un brufolo che scoppia. Piango anche spesso come una caffettiera con la guarnizione bruciata, specie se indosso il mascara. Occasionalmente piango di solitudine, molto spesso piango di memoria. La memoria è il mio cruccio peggiore: a differenza della solitudine, non puoi sceglierla.

Ultimamente, con estremo disappunto perché di motivi per piangere ne trovo già in qualunque pensiero di sottofondo mi giri per la festa, a questa lista infinita si è aggiunto Alck.

Credo siamo giunti a naturale esaurimento, e con “naturale” intendo “connaturato”. Alla specie umana: credo di aver perfettamente rispettato la data di scadenza media delle sue relazioni. Due anni e mezzo e di più non si può.

C’è la motivazione combattuta e più realistica e poi c’è l’efficacia riassunto: mi sono rotta i coglioni.

Cercherò di andare con ordine

Abito in una casa piena di ragni. Un appartamento consunto, crivellato sui muri e sulle piastrelle dalle ambizioni d’arredo di troppi inquilini; sbreccato, spellato, scumaccato e rugoso.

L’unico specchio che possiedo è grande la metà di un foglio A4 e spazzolino e dentifricio giacciono incrociati su un barattolo bianco di crema corpo a buon mercato, su un fianco stanco del lavandino.

Non ci sono molti mobili e quelli che ci sono me li hanno regalati, riesumati da depositi e garage. Me li hanno affibbiati con un certo sollievo perché non vedevano l’ora di sbarazzarsene ma “buttare via è peccato” e così toccherà a me il duello con l’Altissimo quando si tratterà di porre fine all’esistenza di questa cucina.

Sono ufficialmente qui dallo scorso dicembre, ufficiosamente da molto prima, e ci sono ancora mobili smontati appoggiati contro ai muri, pezzi sconosciuti abbandonati qui e là, roba che ho dimenticato a cosa serva o cosa sia.

In realtà non ho passato qui troppo tempo: la quarantena è stata da Alck e anche in tempi sanificati mi fermavo da lui con una certa frequenza.

E in realtà è qui, in questo appartamento senza tende né belletti, che voglio stare: in una fatiscente proprietà bloccata centro di un passivo/aggressivo conflitto dinastico, dove venivo spesso a dormire da bambina e sembrava tutto nuovo e ci abitavano i miei giovani zii.

E non so come spiegare senza iniziare con una congiunzione la strana sensazione del trovarsi a piangere nuda sulla sponda del letto, con le spalle alla finestra (ho un sacco di dirimpettai)

perché mi sono incastrata in una risacca della mia testa

e poi alzarsi in piedi e vedere una piastrella che ti riorienta, il punto fermo in un caleidoscopio.

Questo appartamento è insieme passato e presente, è una rivelazione dopo l’altra, una ruvida rassicurazione che niente importa.

Avevo paura dei ragni, al punto che credevo di non poter dormire tranquilla sapendoli in giro;

avevo vergogna del caos nella mia testa e ora che lo vedo estratto e realizzato nelle cataste di carta e stendini e borracce e non so cosa sia quel zavaglio contro al muro, nei piatti che lavo sempre in ritardo e nella distese di vittime di cancelleria, imparo da che parte prenderlo;

credevo certe cose fossero necessarie, imprescindibili, che fosse vietato non averle e invece no: non le ho e sopravviverò.

Mi guardo intorno ed è la mia testa, con i miei dubbi e i danni altrui e le tracce di famiglia e l’insistenza del tempo e il rimpianto e i vetri vecchi; e la mia testa non ha più una scatola d’ossa a fare ombra, adesso si vedono i ragni.

Questo è il punto di partenza del discorso ed è brutto, è triste, luminoso, snervato, ferito, lugubre. E perfetto (a parte un problema di amianto sul tetto).

Un noir in famiglia – 4

Il decadimento che lo stile di vita della famiglia di Gherardo ha subito negli anni era evidente persino alla me ragazzina. L’oreficeria di famiglia andava perdendo vetrine, cedute ad altre attività attigue, amministrate in modo ben più proficuo; il lussuoso appartamento veniva abbandonato, per arredarne uno ridotto e lontano dal centro, con frustrazioni e passato; qualche voce o lamentela riportata all’Arma forse andava messa a tacere, lasciando che a parlare fosse il contante traghettato sottobanco; il labile legame con l’ineffabile madre Zara, ormai vedova da lungo tempo non aveva certo acquistato in qualità, anzi.

Zia Zara già non la vedevo da anni, quando seppi che si era “riaccompagnata”, con un anziano signore chiamato Norberto, benestante coevo che poteva di nuovo farla sentire fiera e femminile, grazie al quale – mi riportarono – l’arzilla ultrasettantenne si vantava di sfoderare i già purtroppo famosi perizomi leopardati.

Per lui, Zia Zara si era trasferita in riviera. Accolta come una stella del cinema dai nuovi concittadini che ne osannavano l’inintaccata bellezza; celebrata dai figli di Norberto come unico motivo di gioia dell’altrimenti rassegnato padre; richiesta a gran voce nei migliori salotti.

Almeno: questo era quanto riportava nelle frettolose telefonate alle sorelle. E sono convinta lo credesse lei stessa: per Zia Zara la parte più importante delle giornate si svolgeva dietro gli occhi, non dinnanzi; pazienza se ogni tanto questa pazzerella, maleducata realtà non si prendeva la briga di corrispondere a ogni suggerimento che avrebbe dovuto accogliere. La sua felicità la costruiva da sola, nella propria mente, accontentandosi signorilmente di quanto il bieco mondo fosse faticosamente in grado di confermarle. Nemmeno la morte pacifica e improvvisa di Norberto, addormentatosi profondamente sulla poltrona e poi scivolato – non visto – nell’aldilà, mi pare abbia mai messo in crisi quel profondo rapporto con la fantasia. Forse ne è uscito addirittura rinforzato: un’ultraottantenne sola, tutelata unicamente dalle disposizioni testamentarie del neo-defunto secondo marito, per rimanere accomodata nell’appartamento testimone del loro maturo amore, nonostante l’ostilità – fantasiosamente ignorabile ai magnanimi occhi di Zara – della prole di lui, perché mai avrebbe dovuto – proprio a quel punto – prodursi in un miserabile ingresso negli ultimi anni della sua vita?

Un noir in famiglia – 3

Altri familiari – parimenti disturbanti – sono meno rilevanti ai fini di questa vicenda; li introduco brevemente per questioni di contesto e ragioni: forse, se Zia Zara fosse stato un caso isolato, le conseguenze della sua condotta avrebbero finito per diluirsi, attutite da un contorno più equilibrato. Figuriamoci.

Mentre scrivo, mi chiedo cosa accadde alla bisnonna in questione (ne ho conosciuti cinque su otto di bisnonni, sono morti in successione dal compimento del mio nono anno in poi: li ricordo di persona) per diventare un’adulta tanto combattiva; no, non penso che i due conflitti mondiali c’entrino troppo: non combatteva qualcuno al di fuori ma ogni pulsione dentro di sé, soprattutto quando – livorosamente – la riconosceva nelle figlie. Se a Nonna T. chiedo qualcosa, generalmente si trincera dietro sbrigatività difensiva e mi liquida con un “all’epoca si faceva così”. Ci crederei, non avessi conosciuto troppi antenati, per farlo.

Negli anni delle sicurezze e della stabilità economica, i segni del prossimo disfacimento erano occultati da sfoglie dorate presto trasformate in pasta fresca, succulenti arrosti fumanti, occasionali e sfavillanti serate in quella piccola società di provincia. L’abbondante benessere soffocava violentemente il senso di malessere, occupando ogni spazio possibile, spingendolo in basso e facendo sentire terribilmente in colpa e sbagliato chiunque si permettesse di avvertirlo.

Quale giustificazione poteva avere un dolore che non fosse legato ai morsi della fame, al non aver di che coprirsi? Non c’era dignità riconosciuta nel soffrire mancanze immateriali e innecessarie, in una famiglia che ricordava più di una guerra, in cui sembrava toccarcisi solo per procreare.

I miei ricordi più chiari iniziano sul finire di quegli anni: un lento declino sfociato nella paura e nella solitudine di tutti i coinvolti. Da figlia illegittima, io risplendo tra le cause e le vittime. È stata la fedeltà a vincolanti dettami, spinta dalla paura di restare soli, che ha tenuto uniti tanti di noi, alimentando un rumoroso odio reciproco; legami freddi e soffocanti, malsopportati a ogni costo perché l’idea di reciderli non poteva esistere.

La Zia Zara che ricordo da piccola era un rumoroso uccellino appassito, ancora straripante di frivolezza e incoscienza. L’ho sempre capita, perché rappresentava una versione apparentemente meglio riuscita di mia madre; una volta le chiamavano “snaturate”, oggi le chiamano borderline: persone capaci di rincorrere unicamente il proprio godimento, prive della capacità di considerare qualunque aspetto dell’esistenza che non rientri nel palcoscenico immaginario in cui mettono in scena la propria quotidianità. Un palcoscenico che mescola desideri e realtà, indiscriminatamente. Zia Zara e mia madre andavano d’accordo, erano come bambine che confabulavano ridacchiando, raccontando e ascoltando l’un l’altra la propria verità, diversa da quella di chiunque altro.

Il figlio maggiore di Zara, Enea, che neanche saprei riconoscere, prese con una rincorsa di profondo odio le distanze dai genitori, in un momento imprecisato del passato e di lì in poi venne nominato in famiglia come un avventuriero destinato alla sciagura. Abitava a pochi km ma era come se avesse abbandonato il pianeta. Da bambina mi rimase impressa parte di una descrizione che riportò mia nonna, dopo averlo incrociato casualmente per strada: gli mancavano dei denti. A quei tempi, credevo ancora fosse tra le cose più gravi che potessero accadere a una persona, peggio dell’infelicità. I miei incubi si somigliavano tutti: uscivo di casa e scoprivo improvvisamente di non portare indumenti dalla cinta in giù, mi cadevano i denti e – in ultimo – mi aggiravo nella vecchia casa, completamente buia e inspiegabilmente estranea e mia madre compariva all’improvviso, sovreccitata e grottesca, spaventosa. Negli incubi più angoscianti, mia madre si nascondeva dietro tutte le porte.

L’altro figlio, Gherardo, aveva completamente abbracciato lo stile di vita genitoriale: un’attività commerciale di cui e con cui riempirsi la bocca (si parla di preziosi, si vocifera di illeciti), l’appartamento lussuoso, abbigliamento allineato all’immaginaria caratura del cognome. Suppongo rappresentasse il suo sforzo finale per ricevere considerazione da madre e padre, quel tipo di vita; considerazione che non arrivava, se non in occasioni particolari e isolate. Forse era solo perché non ne conosceva altre, non so.

Gherardo e la moglie Carla, donna talmente assoggettata e servile che nemmeno quando la sua esistenza è diventata un calvario ha smesso di adorare e servire il marito, hanno una figlia: Sabina.

Avrò avuto circa otto anni – Sabina tre o quattro più di me – nel breve periodo in cui trascorsi tanti pomeriggi a casa loro. Giocavamo alle bambole e avevamo l’imbarazzo della scelta, in quelle due stanze piene di giocattoli; io avevo anche l’imbarazzo dell’inadeguatezza. Non capivo se lei passava volentieri del tempo con me, abissalmente più piccola (considerando la fascia d’età), né saprei dire se la nostra frequentazione fu interrotta perché lei crebbe troppo o per altre ragioni. Non importa saperlo, dato che mi sfugge persino come fosse iniziata. Ricordo distintamente alcuni spaccati: un paio di giochi per me impensabili da chiedere ai familiari o a Babbo Natale, qualche frase ripetuta spesso, animando le Barbie che sceglieva di interpretare, e il non averla mai vista ridere.

Per almeno un lustro a venire, avrei ricevuto regolarmente sacchi per la spazzatura, straripanti di suoi abiti seminuovi, a malapena indossati. Ammetto che, all’epoca, mi pesò di più l’interruzione del flusso di indumenti che la perdita dei contatti con quella lontana cugina.

Dalla quinta elementare a oggi avrò incrociato Sabina forse due volte e ogni tanto l’ho sentita nominare. So che – per la volubile gioia di sua nonna Zara – debuttò in società, ma anche quell’ennesimo tributo non valse a Gherardo l’approvazione materna per più di qualche giorno. Con il senno di poi, cerco d’immaginare Sabina e il panorama che ne traggo è così diverso dall’immagine distrattamente recepita in passato, basata sui racconti dei miei. All’epoca avevo quattordici anni e tutt’altro per la testa, ma ora mi sembra di vederla: vestita di bianco – lei, così alta – spessa nella figura ed eternamente mesta nello sguardo, come la madre Carla; mi sembra di vederla, terribilmente a disagio, in una situazione estranea a lei e ancora di più agli imbarazzanti genitori, al rumoroso e infantile padre e alla sommessa e insipida madre.

Mia nonna ha cercato di contattarla al recente ricovero del padre, dato che anche Carla era in ospedale e nemmeno nello stesso. Ha risposto una megera urlante che ha preso ha insultare Nonna T., accusandola di volersi impicciare degli affari loro, perché aveva chiesto se poteva aggiornare la bisnipote sullo stato di Gherardo. Ma Sabina – stando all’abbaiare di quella cagna della suocera – dice di non avere altra famiglia eccetto quella del marito: un artigiano della notte con la faccia da gorilla a cui ha dato quattro figli, in una casa dove ha rinunciato a rispondere al telefono, dalla quale pare raramente esca.

Come sua madre si votò al culto di un marito irretito dal proprio vuoto, Sabina l’ha disconosciuta per intraprendere lo stesso, inutile martirio. Non credo la rivedrò mai.

Un noir in famiglia – 2

Come dicevo, mia nonna T. ha tre sorelle e un fratello;

Zara, la sorella più grande, è quella che non sappiamo dove sia finita; di lei conservo ricordi di seconda mano, ad esempio le mille volte in cui la nonna mi ha raccontato che i fascisti la volevano trascinare in piazza per rasarle la testa, o quando si era presentata – decenni dopo – davanti alla bottega del vecchio forno per esibire la nuova acconciatura e dalla finestra due piani più su, la Rina le aveva strizzato una spugna diritta addosso.

Ne ho anche qualcuno di prima mano: lei vestita da esotica giapponesina al matrimonio di una delle nipoti (una figlia di mia nonna, mia zia), con due cespugli fiorati piantati ai lati della testa. Venticinque anni fa era strano vedere un’ultrasessantenne addobbata in quel modo, com’era strano – a meno di un lustro di distanza – che la stessa ultrasessantenne suggerisse alla me preadolescente di acquistare qualche perizoma leopardato. “Sono deee-liziosi!”

Ma la prozia Zara è sempre stata così: vanesia, garrula, inappropriata.

Si sposò già incinta; deplorevole, secondo la rigida diseducazione che mi avrebbe impartito nonna T., ereditata dall’ipocrita madre – mia bisnonna – secondo cui ogni donna che… secondo cui ogni donna è una puttana, soprattutto se gravida prima del matrimonio. Esattamente come lo fu lei, a sedici anni, fatto da cui tentò di distrarre i posteri occupandosi a ritmo serrato della diffamazione di qualunque altro essere femminile del Creato.

Dicevamo, Zia Zara si sposò già incinta del primo figlio, che non ricordo di aver mai incontrato, poi ne fece un altro: quello spiaggiato in ospedale con lo scroto al vento a cui accennavo ieri. Il marito era un pomposo ingegnere, maestoso a parole e mesto nei fatti, esattamente il suo tipo (dacché la prozia non ha mai avuto granché da spartire con la realtà). Ma era alto, titolato, spocchioso e limitato come molti degli uomini di successo di cui ho assistito al successivo declino finanziario e familiare. Irresistibile.

Zia Zara e il marito Zio Trombone, per molti degli anni delle infanzie dei figli, viaggiarono a destra e manca, spargendo boria in tutti i salotti, di qualunque provincia, ai quali il mestiere di lui fornisse l’accesso. Non che io pensi sia mai loro sorto il dubbio, ma sono convinta che, a domanda diretta, avrebbero difeso la deliberata assenza genitoriale, offesi e stupiti del fatto che qualcuno potesse trovare meno che perfetto un qualsivoglia aspetto di quella mondana condotta. Se ai figli non bastava avere genitori che garantissero loro un buon nome (la cui bontà scompariva dalle bocche di tutti appena abbandonavano la stanza) e una bella casa – e nient’altro – il problema era esclusivamente della progenie, non certo loro.

Così quei due bambini crebbero soli, l’uno (a me sconosciuto) nel totale rifiuto di qualunque regola impartita da lontano, senza contatto diretto, tipo quelle del fisco; l’altro trascinando un’irrisolta, protratta infanzia, in cui il bambino che manifesta i dispiaceri ingozzandosi di cibo, avrebbe atteso per sempre una mamma che arrivasse a sostituirlo con il suo abbraccio. Non sarebbe mai arrivata.

5 – Come un cielo stellato

Sembra ieri invece sono scappati otto anni, cinque dei quali mi avrebbero vista annegare, senza una boa ovale a cui attaccarmi, che giocassi o meno, mentre gli ultimi tre hanno scandito un’attesa da spettatrice, di cui non avrei mai augurato a nessuno l’essere protagonista.

Ogni tassello di quel periodo è avvolto da un senso di gratitudine forse sproporzionato ma sincero, per quanto marginale potesse essere rispetto alla situazione generale. Io e Faggio originale non avremmo avuto granché in comune, se fossi stata ribattezzata diversamente. Invece, ogni volta che ci trovavamo contemporaneamente nello stesso spazio fisico, a forza di battute e sciocchezze, si era diventati un binomio istituzionalizzato e, anche nel periodo in cui lui aveva giocato altrove, l’uscita classica consisteva in: “Ehi ciao Faggio! … ma Faggio Uomo, come sta?”

I siparietti che ci cucivano attorno, i battibecchi sul furto del nome e un paio di serate in cui l’alcol e le cazzate l’avevano fatta da padroni non erano bastati a farci amici, ma buoni compari.

Per una che non ha mai amato il contatto fisico, finire per caso in un universo sportivo in cui la pelle è coinvolta quanto i muscoli e la testa, ha reso l’esperienza totalizzante. Persino i miei amici al di fuori se ne sentivano coinvolti e avevano passato con giocatori e giocatrici diverse nottate in giro per bar.

Così, quando stavo preparando un esame abbastanza breve da essere superato nonostante le mie ridotte capacità mnemoniche, un amico – già specializzando del reparto corrispondente – mi mostrò sconvolto un reperto insindacabile.

L’esame che stavo preparando era Diagnostica per Immagini, al secolo “Radiologia“, e quello che avevo davanti agli occhi, se avesse rappresentato qualunque altra cosa, sarebbe apparso come una riproduzione di parte del cosmo.

Fin da bambina le immagini dallo spazio mi rapivano e incantavano, mi facevano sentire minuscola e importante: nonostante le ridotte dimensioni umane, era incredibile che potessi vederle; più tardi, avevo osservato a bocca aperta i poetici accostamenti che riviste divulgative mostravano, tra cervello umano e galassie lontane.

Tutte cose cadutemi in mente come da una rampa di scale, guardando un cielo stellato che altro non era se non una tac cerebraledi un giovane uomo di 33 anni

e mentre ne scrivo, mi avvio al funerale.

[…]

Ve lo ricordate P?

“Beh puoi dare un ulteriore contributo autoimmune alla famiglia”

“Esatto, in un mondo ideale potremmo mettere su un esercito e conquistare il mondo: ‘L’Invasione degli Anticorpi'”

Settimane fa avevo scritto a P per chiedergli se rivolesse un (bruttino) libro suo che – causa trasloco infinito – mi era capitato tra le mani spostando cose. Non avevo realizzato di averlo ancora io.

Il mio messaggio era finito nel vuoto. Non avendo ricevuto risposta, non ci ho più pensato.

Dopo parecchi giorni mi ha riscritto, dicendo che gli era sfuggito e che potevo tenerlo. Abbiamo chiacchierato un po’, a più riprese, e proprio poco fa gli stavo raccontando di dicembre, del papà di Alck.

Nella scala dei tempi del lutto non è passato poi molto tempo e le conseguenze sono ancora molto presenti e sempre più faticose da tenere a mente, come chiave di lettura.

Comunque, dopo l’iniziale scambio, avevo chiesto ad Alck – che mi pare si sforzi di interpretare una flessibilità non sentitissima ma onesta – come dovevo regolarmi: gli dava noia che sentissi un ex?

Preferiva saperlo?

Preferiva non saperlo?

Ovviamente nessuna delle mie domande era una richiesta di permesso: per come la vedo io, sento chi mi pare e lo stesso vale per lui (anche nell’ipotesi di averne fastidio), perché altri rapporti archiviati e sepolti anni prima che iniziasse quello corrente, non lintrovo minacce per il presente.

Lì trovo parte della propria identità.

Mi ha fatto piacere poter raccontare ex novo la storia di dicembre a qualcuno che mi ha conosciuta bene e che non si fa remore a commentare la mia posizione nella vicenda. È stato un ricapitolare dall’inizio, per rimettere in ordine i pensieri.

Insomma, dopo aver partecipato come special guest a una serie di paturnie davvero imbarazzanti (per me che le producevo), mi fa piacere che P si sia prestato alla chiacchiera di prospettiva.

Mi piace, ogni tanto, recuperare la confidenza del passato (non avendo mai concluso una frequentazione con grosse brutture) e ritrovare uno scampolo di confidenza. È rassicurante pensare che gli psicodrammi si sistemano anche fuori dalla famiglia, fuori da obbligo formale

e che – tutto sommato – non sono mai stata tanto fusa da spendere pensieri su qualcuno che non capisse un cazzo.