Il fango, il tempo e gli aironi

Mio padre esiste, non era scomparso.

Nonostante questo, i ricordi d’infanzia nella sua casa, sono quasi tutti senza di lui.

C’erano i nonni, ci sono ancora.

Lui ha vissuto con loro qualche anno, dopo aver lasciato l’appartamento appena scartato insieme a mia madre.

Lei mi fa compassione e invidia allo stesso tempo, credo. Ho quest’idea perché a volte la spiego e a volte la vorrei morta, ma non ne sono sicura.

In quell’appartamento, avevano avuto un largo tavolino di vetro i cui angoli erano retti e attraversati da grandi matitoni sporgenti, colorati a tinte diverse. Roba anni ‘80.

Lo avevo visto nella sala di amici, tra il divano e il terrazzo, ci avevo corso e girato attorno, disegnato sopra: era una famiglia che aveva un bambino di poco più giovane di me.

Non mi è poi piaciuto granché, una volta saputo da dove veniva.

La nonna paterna, nonna S., è una minuscola elfa tonda, dal sorriso sottile.

Credo mi arrivi al gomito circa.

Ultimamente è dimagrita molto, come tutti gli animali vecchi e malati, però c’è una foto che rivedemmo quel giorno, in bianco e nero, dei suoi dieci anni.

Non sono molte le persone che hanno conservato il sorriso da bambini; forse lei ci è riuscita perché, nonostante tutto, ha ancora il cuore pieno.

È il mio opposto: mora, piccola, indossavo le sue scarpe in prima elementare e già in seconda non ci entravo più.

Nonna S. passa il tempo a volere bene alla gente. Ha sempre una parola buona.

Sono la più alta della famiglia, di tutte e due e di parecchio. Potenziale mimetico: zero. Non c’entro un cazzo anche lì.

Il nonno E. è sempre stato burbero e di poche parole. Qualche volta mi ha portata a pescare, anche se – a dire la verità – io più che altro giocavo con i vermi.

Di recente, nella taverna della villetta a schiera che da una ventina d’anni dividono con lo zio M., moglie e figlio (mio cugino), abbiamo parlato di cosa vorremmo fosse del nostro cadavere.

“Io vorrei essere compostata” ho detto, “surgelata, tritata che se no ci vuole troppo, e messa sotto un albero di faggio”.

“Anca mè. Con tòt i verm ca iò druvè ander a pés, i avran pùr da magnér anca lour”, ha risposto lui, con la voce che gratta e un occhiolino, il massimo della complicità condivisibile con lui.

Mi piace questa cosa del nonno, di sfidare con finto sprezzo la paura. Lo sprezzo, a dirla tutta, è vero. È finta la sfida, e lui lo sa.

Nonno E. mi ha portata a pescare e a volte per campagna, caricata sul cannone della bicicletta. Pedalava e indicava gli uccelli di pianura. “Quello è un airone cinerino, là ci sono i cuculi”.

Qualche mese fa, nonna S. mi raccontò di quando erano fidanzati e lui non si presentò alla sua porta per due settimane. Sentirsi era impossibile: non c’erano telefoni.

“L’ira tant pvù…” e tutta quella pioggia aveva riempito di fango i viottoli attorno alla casa di lei.

“Nonno! Non sei andato dalla nonna per due settimane per un po’ di fango?!” gli ho chiesto, ridendo scandalizzata.

“An vlèva mènna spurcherm” mi ha borbottato indietro, con un ghignetto.

La nonna è un tipo paziente, lui invece è ancora ostinato e polemico. Una volta se la prendeva col fango, da qualche anno, bisticcia maldisposto con la morte.

Se c’è una cosa che le due mie mezze famiglie hanno in comune – credo insieme a tutto il regno animale – è allontanare i problemi fingendo che non esistano. A eccezione della nonna S., che parla della paura. La butta fuori e le rimane solo bontà.

Vedo raramente i miei nonni paterni, anche se abitano vicino e potrei visitarli di più. Mi sento in colpa, ma non riesco ad andare quanto vorrei, il confronto continuo con il passato mi sfianca. È come se quello che vorrei passare con loro fosse un tempo ideale, che nella realtà non esiste.

Questa settimana, vedrò di andare.

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Non si nasce innocenti

Si dice che ognuno venga al mondo innocente: una vita nuova, una pagina bianca, tratteggiata in grigio o in azzurro a righe o a quadretti, tutta da scrivere.

I genitori di T. facevano i mercati, quando non c’era la guerra. C’erano i carri, i canali per vie a oggi asfaltate, le rumorose campane a segnare le ore. La madre di T. era rimasta incinta a sedici anni di un uomo più grande, che l’aveva sposata, ma dopo. T. era una bella bambina bionda, con lo sguardo azzurro del padre, e mezza cecata.

Piccolissima, la portarono da un dottore che disse dei suoi occhi “non si possono salvare: meglio accecarla del tutto”.

Così, per settimane, le iniettarono nelle tempie qualcosa per spegnerle la luce.

Il liquido bruciava, e lei urlava forte.

Suo padre, che viaggiava nel nord Africa per lavoro portando a casa scimmie e pitoni e – si diceva – lasciando in cambio figli a donne che non avrebbe più incontrato, a quel dottore la tolse dalle mani.

“Basta!” fu lui a urlare forte, un giorno. Così, gli occhi di T. vennero finalmente lasciati in pace.

T. aveva un fratello più piccolo, che un volta rubò i soldi a suo padre per comprare i mattoncini da costruzioni. Fu scoperto, e prese un sacco di botte. I lividi si vedevano, perché i calzoncini alla zuava non superavano il ginocchio, mentre la cinghia arrivava ovunque.

La mamma di T. era rimasta incinta nubile e a sedici anni, quindi – ovviamente – le altre, erano tutte puttane che non aspettavano altre di essere ingravidate, come vacche d’inverno.

La prima delle sorelle di T. rimase incinta sulle orme materne, prima del matrimonio. Prese la sua dose d’espiazione sibilante e andò avanti con la sua vita. Le botte erano un rito di passaggio, un riconoscimento. Sei abbastanza grande da allargare le gambe?, da rubare soldi a casa? Allora lo sei abbastanza per conoscere il dolore, e ricevere una tangibile rappresentazione della vita da qui in avanti.

La seconda sorella di T. si sposò regolarmente, poi suo marito – sulle orme dello suocero – lasciò figli ad altre donne. Non ebbe il buon gusto di lasciare il continente, anzi: nemmeno il paese. Le comprò bei vestiti e qualche immobile, uno dei quali due vie più in là e la donna ci aprì un negozio. “Circe”, si chiamava.

Come diceva la mamma di T.: “tutte puttane”.

Dopo di T. c’era un altro sorella, che amava un uomo lontano.

La madre, forse pensando che gli insulti fossero sia educativi che anticoncezionali, non si preoccupò di spiegarle che amare un altro, non le avrebbe impedito di essere fecondata da un brav’uomo che per mesi e mesi l’aveva lusingata e a cui lei aveva ceduto.

Ebbe una sola figlia e un matrimonio con mezzo amore, non il suo.

Poi la figlia, grossa e sgraziata come un frutto malriuscito, lasciata libera di fare, decise che quello che voleva farsi erano le pere. La leggenda racconta che si fosse data alle marchette con gli “uomini neri”, pur di comprarsi la droga.

Il fratello più piccolo di T. fece un matrimonio riempito di grazia da una piccola donna, più piccola di quanto il ventre del ragazzo si sarebbe dilatato con gli anni, riempito da sperperi e vino.

Ebbero una figlia che per il dolore della nonna maestra e della madre lettrice, non finì le scuole. Si veste di nero, forse perché sfina, e riempie di specchi la camera da letto per guardarsi interpretare il kamasutra e quella roba lì, di fianco alla stanza dei suoi genitori.

T. da adolescente non poteva superare la seconda parallela rispetto alla sua via: pareva che, secondo i genitori, oltre la piazza del paese risiedesse la perdizione e che solo le poco di buono si azzardassero a sfidarla.

Probabilmente, dall’altra parte della piazza qualche famiglia diceva lo stesso, rendendo la via di T. il crogiolo delle luci rosse, o – più semplicemente – dipingendo una geografia impossibile del paese natío, dove – poi avremmo scoperto – le puttane non si organizzavano in rioni ma al massimo in appartamenti.

Un giorno, T. attraversò la piazza, venne scoperta e poi presa a sberle, con relativa attenzione a lasciarle gli occhi nelle orbite, considerato tutto ciò che avevano già passato.

Sua madre non aveva mai sentito parlare del metodo scientifico, a quanto pare: per prove ed errori, i suoi sistemi si erano rivelati piuttosto inefficienti, ma lei perseverava.

Dato che la sorella più grande era già rimasta incinta, la madre di T. si era fatta bastare la conferma che le donne fossero tutte puttane. Per contromisura, aumentò la forza nelle sue braccia.

Comunque, non la usò su T., che crebbe timorata e, un giorno, mentre teneva un banchetto da cui vendeva francobolli, conobbe un ragazzo.

Chissà, se lo vide bene, attraverso le lenti spesse due dita che le allargavano gli occhi del loro azzurro brillante, o se si chiese in che stato fossero le sue trecce bionde, inusuali in pianura, che le tenevano nei ranghi i capelli ondulati.

“Se li compro, posso appiccicarteli sugli occhiali?”

le chiese ridendo, mio nonno.

Un film muto a colori

Il Dr. Luke tra le altre cose, ha espresso preoccupazione per la mia vita relazionale.

“Queste cose vanno risolte, per permetterle di avere un rapporto con le persone, anche sentimentale”

È da più anni rispetto a quanti chiunque possa pensare, che ho abbandonato l’idea.

Le persone per me, sono cruciverba da finire, e poi collezionare.

Non ho mai pensato sul serio di dovermene tenere una.

“E dopo la laurea, cosa vorrebbe fare?”

Io l’ho guardato scuotendo debolmente la testa, perché la nostra ora abbondante era quasi finita e anche la mia batteria.

“Non lo sa, non ci pensa?”

Non sul serio, gli ha ripetuto la mia testa.

“Lei non pensa al futuro”.

È la verità: non penso al futuro. Non ho mai pensato davvero al futuro. Ad un certo punto, il presente è finito ed è rimasto solo il passato. Come si fa a pensare a qualcosa, se per te non ha significato?

Negli ultimi anni, invaghirmi di qualcuno significava avere un pensiero meno odioso del solito prima di dormire. Pensavo a quel lui, a come sarebbero stati un giorno o due e trovarcisi nuda davanti, immersa, e poi a come sarebbe finita: tutta la scena, per filo e per segno. Cos’avrei detto io, cos’avrebbe detto l’altro.

Nient’altro.

Mi piace risolvere gli enigmi dei bugiardi: quegli individui dove la voce prende una strada diversa dai gesti. I disonesti innocenti.

Una vita trascorsa a decifrare incongruenze mi ha portata a guardare gli altri senza ascoltarli. Sono brava a stare a sentire, ma la trama effettiva è nel come dei gesti, non nel contenuto delle parole. Quando coincide, il gioco è finito.

Mi piace chi recita male, chi combatte tra quello che crede e quello che ignora.

Sui segni del corpo, non vincono mai le parole insincere, tutto sommato è facile, abbastanza facile da venirmi a noia.

Il futuro è una dimensione da costruire e io non ho le energie per farlo. Alzarmi ogni mattina mi sfianca abbastanza da desiderare solo di tornare a dormire, vivere è una cosa che odio e fingere diversamente, risucchia tutto il resto.

Non ho mai pensato al futuro, forse perché ogni energia è andata nel portarmi dietro me stessa, e io non sono altro che un deposito di passato.

Sono una persona che non funziona, sono un computer rallentato.

Da quello che scrivo

sembra che abbia avuto solo una serie di momenti di merda intervallati dai pasti.

Non è così: ho un sacco di bei ricordi

però

da un lato, è l’aver rovesciato il vaso della cacca che richiede di farci i conti in fila, dall’altro, mi rendo conto di aver passato due decenni sul chi vive.

La fisiologia insegna: quando il terreno sotto i piedi è incerto, tutti i muscoli sono tesi, perché il cervello non sa cosa aspettarsi e il suo scopo è impedirti di cadere.

I miei muscoli sono stati tesi a lungo, giorni, mesi e anni, pronti a scattare, mi hanno resa capace di esplodere in ogni momento. Bastava una goccia, non era importante da dove arrivasse. Qualunque piccola vibrazione in più, era insopportabile.

A questo punto ci sono arrivata sui vent’anni.

I momenti più belli mi facevano sfiatare, e sentire in colpa. La colpa è una cosa che conosco bene: ogni cosa era colpa di qualcuno, spesso mia o del fatto che ci fossi.

Lo so che non era intesa come mia responsabilità, lo so che non ho scelto io di esistere e non so contare le volte che avrei preferito fosse stato evitato.

Però le parole hanno un peso.

Le parole degli altri mi hanno definita da sempre come un colpo che non era stato possibile schivare, inferto da mia madre a chiunque avesse intorno.

Ero troppo piccola, per capire cosa a casa mi volessero dire.

Volevano dire che mi volevano bene e che non avrei dovuto esserci allo stesso tempo, come si dipingono gli intralci letterari: quei personaggi che loro malgrado hanno cambiato il corso della storia.

Ma io non ero scritta in un libro e non potevo adattarmi costantemente alle virgole a ai sospiri, o ai dolori, che regolarmente mi trovavo cuciti addosso. I miei muscoli erano tesi e punti dagli spilli con cui mi fissavano appunti sulla pelle.

“Imprevisto, ma è così bella”

“Intralcio, ma tanto educata”

“Indesiderata, ma talmente amata”

Ad un certo punto, non ci ho capito più niente. Le parole dei miei familiari erano insiemi di incongruenze, e così nella mia testa non c’era un concetto che si impilasse correttamente con l’altro. Nella mia testa, c’erano appunti ammucchiati di altri che mi dicevano cos’ero e perché.

Se cerco un ricordo felice per asciugarmi qualcosa dagli occhi, devo tornare a quando c’era il nonno.

Il presepe preparato tutti insieme nel salotto della bisnonna, uno dei giorni prima di Natale;

i pomeriggi in cui ci trovavamo tutte nel forno a tirare le sfoglie e chiudere i tortellini. Mi lavavo le mani e li piegavo a metà, poi la nonna lì chiudeva, Ina impastava e stendeva e allargava la pasta gialla sul piano di marmo grigio e si chiacchierava di chi era morto e chi vivo, di chi aveva scopato a casa dell’altro, delle fortune dissipate da figli sventati, del peggio che c’era nelle case di tutti ma poi si rideva di altre sciocchezze.

Imparai anni dopo che quei discorsi, grotteschi per me, non erano altro che un confortarsi tra adulti che viaggiavano su acque ostili.

I miei avevano la mia folle madre e me, Ina aveva un marito che aveva truffato mezzo paese e gran parti di altri, storie di fondi pensione fatti sparire. Era amica di mia nonna, io la conoscevo così e perché dai miei primi anni mi svegliava canticchiando Gianni Morandi, cercando di sedurmi con “il latte alla francese”.

Il latte alla francese era un tazzone bollente con immerso sul fondo un cucchiaio di Nutella. I miei non volevano comprare il Nesquick, perché ai tempi al supermercato si andava di rado e non era necessario, allora lei risolse così.

Poi andavamo in soffitta a stirare. Lei stirava e io la guardavo. “Marina, Marina, Marina, ti voglio al più presto sposar…” cantava forte, avvolta dal vapore del ferro da stiro. Lei rideva sempre. Io non lo sapevo, che era passata dal vivere in una bella casa con la domestica, nelle automobili e infiniti vestiti, a nascondersi lì con noi.

Quando era stato chiaro di che portata fosse il disastro, si era rimboccata le maniche. Tante amiche le avevano regalato qualcosa: abiti, soldi. Mia nonna no. Mia nonna, che è bella ancora adesso e lavorava in forno con sotto il foulard i capelli biondi perfetti e le mani curate di una regina (con lo smalto solo di sabato sera, se no finiva negli impasti), non voleva che Ina le dovesse qualcosa. Sarebbe stata l’ennesima umiliazione.

Mia nonna le diede lavoro: tutto quello che non riusciva a fare da sola in una casa piena di gente, lo lasciava fare a lei.

E quando in negozio si presentavano i creditori di quell’idiota del marito, mia nonna diceva loro che non sapeva dove fosse, spedendo una delle mie zie su per le scale ad avvisarla di rimanere.

Ina non aveva soldi da restituire: era una moglie, era la mamma di tre figli che adorava, che calcolava cosa poteva mettere in tavola perché la più grande, dotata della stessa indole ciarliera e festosa della sua mamma, potesse una volta ogni tanto andare a ballare. Intanto, lei ballava con il matterello in mano, inamidando i colli delle camicie del nonno e mentre sbatteva i panni da stendere. Non l’ho sentita lamentarsi una volta, non l’ho mai vista meno che raggiante. Ina, al posto di piangere, cantava.

I miei si lamentavano per tutto, criticavano chiunque, ma non hanno rinfacciato una volta i soldi pagati, prestati, buttati per aiutare chi ne avesse bisogno. E Ina se li guadagnava, tutti gli altri no.

Non si sono tirati indietro una volta quando c’è stato qualcosa da fare di necessario, anche le volte in cui non era una loro responsabilità, anche con me.

La mia famiglia amava con le mani e il sudore, nient’altro. Di tutte le cose inutili che potevano rompersi con l’uso diretto, si faceva un bel pacco da tenere nell’armadio, con la biancheria costosa mai usata, vicino ai cappotti da sfoggiare per la Pasqua. Pezzi di anima mai levati dalle confezioni.

Quando c’era mio nonno e tutti erano felici, quando c’era Ina che lavorando cantava e sulle scale scoppiavano bombe di risate, la terra sotto ai miei piedi si fermava. Persino mia madre era lì, quei pomeriggi, e non sembrava più pazza, e le mie zie ascoltavano e ridevano.

Poi il nonno è morto, il lavoro è calato e tutto è cambiato. Non ci sono più state abbastanza persone per diluire le colpe, né il loro peso a fermare la terra.

I clacson

La mia famiglia

intendo la parte di mia madre

ha fatto del suo meglio.

Poi, che abbiano sottostimato il concetto di “meglio”, è un altro paio di maniche.

Del resto, non mi aveva chiesta nessuno.

L’anno scorso, forse due anni fa, mio padre mi ha raccontato in che circostanze sono stata concepita.

Lui frequentava una palestra vicino casa/attività dei miei nonni materni, e mia madre lo tampinava.

Mia madre era bella ma folle, chiaramente folle, anche se – allora come ora – non stava bene dirlo. La primogenita di una famiglia di artigiani che si erano fatti da soli, cresciuti con la guerra, che l’avevano curata in tutto e per tutto, partendo dagli episodi di epilessia dei primi anni, fino al tentativo costante di contenerne gli eccessi umorali degli anni a venire, sempre più evidenti.

Lei lo tampinava, lui collezionava amanti.

Una sera, in cui era giù di morale, lei ottenne quello che voleva: riuscì a farsi mettere incinta.

Ne seguì un disastroso matrimonio che resistette meno di dieci mesi. Mia madre era folle e mio padre immaturo, la vita di tutti sarebbe stata enormemente diversa, se io non fossi esistita. Questo lo avrei capito anche se tutti gli artefici della mia esistenza non me lo avessero ripetuto allo sfinimento.

Quando avevo sei anni, il padre di mia madre morì, lasciando sei donne sole:

sua madre, la mia bisnonna, già vedova di un marito e orfana di un altro figlio;

sua moglie, con tre figlie, la cui maggiore era più impegnativa delle altre due insieme;

mia zia A., quella di mezzo, che aveva ereditato una morale strettamente cattolica;

mia zia J., all’epoca diciottenne, che si era già sentita abbandonata quando l’attenzione di tutti si era spostata su di me.

E poi c’ero io.

La morte di mio nonno, che per me era l’unico padre che avessi conosciuto, fece crollare l’equilibrio instabile di una casa che ruotava attorno a lui, un austero matriarcato che gli era devoto in tutto.

Mio nonno era un omone gentile, buono. Si sarebbe fatto tagliare a pezzi per chiunque di noi.

Non si volle però far tagliare dal chirurgo, quando gli diagnosticarono un cancro già diffuso, quando le analisi di routine che l’AVIS faceva ai donatori mostrarono la malattia.

“Chi muore aperto, muore dannato”.

Morì tra le braccia di mia nonna, non ancora sessantenne, che a casa aveva tre figlie di cui una ingestibile, una suocera astiosa che l’aveva sempre disprezzata, e me.

Insieme a un lavoro che avrebbe piegato uomini più forti: per anni, da quel giorno, sarebbe scesa ogni notte da sola mentre tutti dormivano, tra i muri della casa costruita con un marito perduto di cui si era innamorata a 13 anni, a preparare il pane e i dolci che avevano imparato a fare insieme.

Dal quel giorno, tutto cambiò completamente.

La casa iniziò a invecchiare e fallire, come se anche lei si sentisse abbandonata.

Avevamo un interfono, collegato al telefono, da cui ci si poteva chiamare tra il negozio e il secondo piano a cui abitavamo.

Quando si ruppe, nessuno lo aggiustò, come nessuno aveva aggiustato mio nonno, o gli ingranaggi zoppicanti della mia famiglia irreversibilmente mutilata.

Io crescevo e diventavo più cupa, distratta, disordinata, ansiosa. Non dormivo, non parlavo e se lo facevo, argomentavo. Una bambina irritante.

Le urla nei miei confronti aumentarono, nessuno aveva tempo di fare altro, tra il contenere mia madre e portare avanti il lavoro. Le mie zie lavoravano sia in casa che fuori.

Io ero passata dall’essere una mascotte benvoluta, a nient’altro che un onere in più.

Amato, ma nel modo sbagliato, l’unico che conoscevamo.

L’interfono era rotto, così ogni richiesta e ogni rimprovero, correva nella tromba delle scale, urlato a squarciagola dal piano terra fino a me.

Giorno dopo giorno, dopo giorno, dopo giorno.

Per anni, ogni volta che un clacson suonava in lontananza, drizzavo la schiena e trattenevo il respiro: a echeggiare nella testa era l’urlo del mio nome. Un latrato distorto, rimbalzato per lunghe rampe di gradini, carreggiate, decenni.

A distanza di vent’anni, se cammino stanca o assorta e qualche auto suona, succede ancora.

Fotografie nel pomeriggio – courtesy of Lu e Gu

La scorsa settimana, mi aveva raggiunta un messaggio di raduno famigliare, schieramento Padre:

“Domenica la nonna si sposa e vuole che ci siamo tutti”

Padre va interpretato: l’anniversario, 60 anni.

Quindi domenica, in ritardissimo per una serie di motivi assolutamente prevenibili, ho raggiunto il paese, perso un mucchio di tempo, fatto tappa dal fiorista e una corsa fino alla chiesa.
Va da sé: ci sono arrivata ridotta a grado schifo, ma tanto la chiesa fa schifo a me, quindi pari e patta.
Rimane che entrarci ha come sempre significato piombare in uno scenario immerso nei ricordi.
In parte, per l’essere cresciuta nella parrocchia di un paese dove ci si conosce tutti,
in parte perché stavolta, superando la porta, mi sono trovata tra Lu e Gu che ormai sono alti.
E per fortuna non sono tipi vendicativi: una volta, tra i miei compiti, c’era il rincorrerli e picchiarli per i cortili dell’oratorio e, se con Gu forse potrei ancora giocarmela (o almeno sopravvivere), Lu vincerebbe a mani basse. Erano miei bambini a Estate Ragazzi.
Gu è il più giovane, ha sei o sette anni meno di me. Questo rende possibile scroccargli la presa di tabacco per una sigaretta e allo stesso tempo ricordarlo secco scricciolo delle scuole elementari. Aveva gli occhi spiritati, un sorriso da castoro e l’insana capacità di suscitare istinti omicidi in qualunque essere umano. Poi però faceva troppo ridere, con quello sclero sempre addosso. Ora è un ragazzo un po’ punk ma anche a modo, a parte l’orrida treccina che, grossomodo, sembra coltivare dalla terza elementare. Contando che ha 23 (22, 24? Non ricordo) anni, probabilmente si avvicina il momento in cui l’abbandonerà.
Lu ha 4 o 5 anni meno di me, non ricordo. Secondo me, è bellissimo: mi suscita immediatamente la cotta della prozia. Lo ricordo preadolescente, o come si dice quando tu hai 16 anni e qualcun altro ne ha circa 12. Un abisso, all’epoca. Aveva sempre quell’aria di sufficienza stampata tra occhi e naso, e a dirla tutta mi stava un po’ su.
Nel tempo, a blocchi di anni, l’ho visto cambiare. Per chissà quale ragione, le volte in cui ci si incrociava, si fermava a salutare. E io mi ricordo un suo vecchio cappello. Mi sono sempre fermata anche con il fratello, ma quello ci sta: l’ho picchiato di più.

I due mi hanno salutata, Lu mi ha chiesto se non avessi paura di sciogliermi a entrare lì.
Ho biascicato qualcosa ma l’importante era altro: c’era ancora tempo, dovevo uscire al volo, recuperare i fiori ordinati. Su e giù per la via, compaesani confusi si guardavano di sbieco al mio atletico passaggio.
Avete presente, come ci si senta sempre meno sfigati dentro, di come alla fine si risulta da fuori? Beh, la sensazione che avevo, di correre in modo almeno decoroso, temo fosse ingenua illusione.

Comunque, presi e pagati i fiori, via di nuovo di corsa alla chiesa, accaldata, sudata. Lu e Gu erano usciti a prendere aria ma io dovevo entrare, allungare i fiori ai nonni senza rullare nessuno nei corridoi gremiti, incrociando le dita per essere in tempo.
Missione compiuta! Non li avevano ancora chiamati!

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I miei nonni odiano essere fotografati, il nonno finge sempre che non stia accadendo

Ovviamente non mancavano pochi minuti al loro turno per andare all’altare a ricevere la commemorazione, ma tipo un’ora.
“E ora le coppie che festeggiano un anno!”
Ma cosa caz c’è da festeggiare a un anno dal matrimonio??
Almeno ho fatto cardio.

Mi sono messa buona buona, insieme a ZioSorella e relativa Mamma Cri,  Padre (in ordine di incontro) ad applaudire forsennatamente a intervalli sempre più brevi, per le coppie chiamate, nella speranza di accelerare il ritmo della cosa. Speranza vana.
Almeno ho fatto braccia: un anno, dieci, quindici, venti, venticinque fino a sessanta poi sessantadue anche. Più di una coppia, per lustro e biennio.

Al momento di uscire, volevo proprio una sigaretta. E un gatorade. Lu e/o Gu sulla sigaretta potevano aiutarmi. Ricordo vagamente che forse Lu ha smesso e neanche so, perché lo so. Ma Gu è giovane, fuma ancora, sicuro. Mi appioppo e li seguo, menzione d’onore al loro, di nonno, che sulla porta sferza la chiappa della consorte, la quale ottant’anni non so dove li abbia messi: non li aveva di certo portati con sé.
Chiacchieriamo di nulla, arriva mio padre.
Padre aveva riconosciuto i nonni dei ragazzi, e ad un certo punto molla labbomba, il colpo di scena! L’acme di ogni riunione sociale dalle mie parti: siamo parenti alla lontana.
Non so voi, io imparo d’essere parente di qualche compaesano almeno tre volte a settimana da quando ho memoria. Altro che sardi. Uno dei miei bisnonni aveva 12 fratelli, l’altro 7, tutti si sono abbondantemente riprodotti qui in zona, quindi…

Lu e Gu, che sono abbastanza carini da simulare, si mostrano entusiasti, specie perché Padre rivela di avere, nascosta chissà dove, una foto che ritrae sia lui che la loro madre piccoli piccoli, insieme alle rispettive genitrici.

“Dopo la cerco”, dichiara. “Scambiatevi i numeri che poi ve la manda”.
Lu mi dà il numero, si va tutti a casa.

Mangiamo – parte che normalmente si svolge in pace – e alla fine del pasto, il tema su cui litigare, rispetto alle altre occasioni è una novità:
le foto sono troppe, non la troveremo mai, lasciamo stare da un lato (squadra Zio)
beh le sfogliamo insieme, vedete che la troviamo dall’altro (squadra Padre)

I miei parenti hanno una sorta di tradizione per le ricorrenze: litigare il più possibile. So che è una pratica diffusa anche altrove.

Comunque loro, sapendo che succederà, si sentono tranquilli solo dopo essersi rovinati la giornata a vicenda.
Una vocina dentro li avverte: “Ehi attenzione, si sta pericolosamente navigando nell’area comune delle vostre opinioni, su un ipotetico campo minato a diagramma di Venn. Si raccomanda diversiva a dritta e prendere bene tutta la distanza che c’è!”
Se si va d’accordo troppo a lungo poi, c’è il rischio di posticipare troppo l’inizio della rissa, che per farla bene dopo serve prolungare il tempo insieme – che fai vuoi lasciare una lite a metà? Senza contare che l’attesa li uccide. Insomma, va tolto il pensiero.

Questa volta, ispirata dal rallegrante effetto dei ricordi, decreto e annuncio – con un giocoso aumento di volume che penso abbia divelto alcuni pali della luce – cosa faremo:

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Inoppugnabilità, incisività ed eleganza, dal mio ululato colpiscono sui denti tutti gli astanti come una stilosa borsettata Chanel e, abbacinati dallo sfoggio di logica, Zio e Cugino dalla fazione del No!, eseguono.

Avevo avvisato Lu che non avremmo mai trovato “la foto di famiglia in questione” vista la mole di immagini a disposizione. Lui aveva risposto con uno scatto di loro fratelli insieme ai nonni: “Ecco la prima”. Al giapponese. La mia cotta da prozia lì ha raggiunto la vetta: obiettivamente adorabili.

E niente, ci siamo immersi.

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Le foto erano davvero tante, abbastanza da coprire il nostro campo di battaglia.
Hanno nascosto le caselle, non potevamo più affondarci.

Siamo rimasti così, seduti qualche ora, a rivedere persone che mancavano da un po’, a presentarci ad altre, che non avevamo mai visto.

Nonna Saura
La nonna odia questa sua foto da bimba, invece le piacciono tutte quelle dov’è con il nonno
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Qui ci sono i passati di più persone di quante pensassi

Mia nonna è quella davanti con la giacchetta aperta, il ragazzo a destra era il tabaccaio della via principale, che mi vendeva le Super con filtro a stecche. Ma il filtro mica c’era. Erano per la mia bisnonna, squadrone Madre però.
Non avevo mai saputo che fosse stato così giovane e bello.
Tra gli altri attorno, ce ne sono troppi uguali-uguali a persone che conosco, non c’è bisogno di specificare chi siano i loro discendenti.

Ho visto anche molte foto di me

Nonna e io
Sembrano foto degli anni ’70, ma era il 1991, a occhio e croce

In particolare, sono una di quelle che mi ha fatta più felice è questa:

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La bisnonna e la nonna. Un’amica a cui l’ho mostrata mi ha chiesto: “E la bambina chi è?”

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Ce n’è stato per tutti: mio nonno da giovane, mio padre da piccolo, mio zio da sfigato (l’ultimo a destra).

Poi ovviamente, abbiamo trovato la foto, che quasi tutti ci eravamo dimenticati di essere lì per cercare.

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Mia nonna è a destra che regge Padre 
nel mezzo la mamma di Gu e Lu, con la loro nonna
gli altri non so, forse scoprirò di essere loro parente un’altra domenica.

Ed è stato proprio bello. Davvero. Eravamo un po’ tutti commossi e non lo ammetteremo mai.
Ho ringraziato molto Lu. Pure troppo, come faccio sempre quando l’entusiasmo si fa contestuale ad un aperitivo con lo stomaco molto vuoto: sgraziata ubriaca.
Prima di addormentarmi, la mia personalità dodicenne ha cancellato la conversazione. Perché si vergognava, di cosa poteva aver inviato via Wapp, mentre per strada alle tre di notte chiacchierava con norvegesi appassionati di Dante e londinesi vestiti di nero. La sveglia alle 6.20 è stata terribile. Punizione proporzionata ai deliri virtuali.

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Ho scoperto che mio nonno si sentiva molto bello. Esibiva scatti con una certa vanità: “Guerda que, fàti gamb” diceva sventolandosi, secoli fa in costume. Mentre “figurino” si sentiva da ritratto col vestito color… cacca? Ma la foto mostrata forse con più orgoglio è stata questa al centro, lui e mio padre, forse l’ultima volta in cui si sono abbracciati. Eh, c’est la vie, specie quando hai una testa di merda. Entrambi. Anche i bisnonni, non li vedevo da un po’. Li penso spesso, ho il terrore di dimenticare.

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La nonna, quando siamo tutti insieme, sorride sempre.
Il nonno mai, a meno che io non dica qualche maialata che lo diverte, e lui è burbero e silenzioso e si vedeva che quelle fotografie tutte insieme erano tanto. Mi pizzicano occhi e naso anche ora a scriverne e sono come lui.

Quindi io e Sorella ci siamo messe a fare brutte facce nelle foto e a mostrargli i risultati.
Lui sbuffava una risata e diceva “Um cunsòl“. “Mi consolo”, nel senso che riusciamo a essere più brutte noi.
Gli è piaciuto lo scatto preso poco prima di uscire dalla chiesa, il terzo.

Non so bene come concludere perché di fatto non mi va: resterei ore a ripensare a domenica. A come stavo ieri no, per niente, ma quello è stata colpa dell’aperitivo dell’ultima di campionato e della sveglia implacabile. Cioè, colpa mia.

Bello, è stato bello. Lu e Gu sono stati la casualità che ci voleva. Mi hanno fatta contenta.
Ed era davvero molto tempo, che non mi piaceva tanto parlare – o scrivere, vabbé . Strano, come ci si possa vergognare tanto per essersi mostrati scioccamente infatuati della magia che qualcuno, casualmente, butta dentro una giornata.

Grazie : )
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Messaggio in bottiglia

Ciao
non ti scrivo da un po’. Di te, non parlo.
Allora, e sarà per ripicca delle nostre parti allacciate a clessidra, oggi ti penso. Di più.

Scusa se te lo dico, così a bruciapelo, in una lettera immaginaria, ma mi manchi con la perfezione dei futuri irrealizzabili.

Ti ho visto di sfuggita, non potevo guardarti per davvero.
È ancora troppo presto perché tu sia cambiato, sempre troppo tardi per tutto il resto e questo tempo che fa come gli pare e brucia prima i desideri dei ricordi mi prende in giro coi suoi ganci. Lascia dentro tracce di odori che non togli e un giorno a caso, in strada, si attacca forte un amo di passaggio tirandoti all’indietro, se sa anche lui di te.