And that’s all folks

L’amico penso più stretto che ho, oggi parte per qualche mese di lavoro all’estero.

Non ci siamo visti nelle ultime settimane e – come altri – è uno di quelli che è rimasto inaspettatamente con me nonostante la casuale convivenza universitaria si fosse conclusa.

Vale per lui come per Ine e Char: ex coinquiline e ora amiche per suppongo tutto il tempo che ci rimane.

Gli ho mandato un podcast di vocali, che ascolterà in volo e che non è rilevante segnarmi qui.

L’ultimo messaggio – superpippons – che gli ho scritto, però sì.

In parte perché è il mio blog e ci metto quello che mi pare (uscita reazionaria al sentirmi troppo concentrata su me stessa, quando probabilmente il problema è il contrario)

in parte perché un paio di cose riguardano timori che altri hanno sollevato parlando di terapia e cose del genere.

Here you are.

Considerazione finale:

tutta la fatica che mettevo nel cercare di attenermi a schemi non miei, mi ha rotto il cazzo e una decade ha abbondantemente dimostrato che non serve a una sega.

Non posso passare la vita a tenere imbrigliata una parte di cervello che vuole fare cose, perché funziona male quella che dovrebbe fare altre cose.

Avevo la paranoia che sistemarne una sarebbe andata a discapito dell’altra: sistemare l’efficienza sarebbe andato a discapito della mia arrancante identità. Pensavo di essere l’insieme dei miei casini, non di avere dei casini.

Non lo penso più, ora sono in incoraggiante riavvio entrambe.

Ho pensato molte volte di “stare meglio” ma era un meglio rispetto a un punto talmente basso, che persino lavarsi i capelli o arrivare al caffè senza desiderare di non esistere almeno dieci volte, poteva considerarsi un progresso.

Non è più così, e mi sento molto bene e ho tutta l’intenzione di continuare a sentirmici.

Metto in conto qualche ricaduta, sconforto e solitudine, ma ultimamente niente di tutto questo si è inghiottito giornate intere, né mi ha (completamente) tolto il sonno o le energie.

Mi sento bene, mi sento triste, mi sento stanca o carica per cose che non pensavo realisticamente di poter fare davvero. Il poco che riuscivo a concludere saltuariamente non mi rendeva mai contenta: non ero contenta di passare un esame, non ero contenta di raggiungere un risultato, non ero contenta dei lavoretti che facevo per tirare su due soldi.

Adesso è tutto molto diverso, o sono un po’ diversa io, ma insomma: in meglio.

Qualunque cosa mi faccia sentire meno di così, è qualcosa che non voglio attorno.

FINE

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Primi effetti collaterali

Ieri sera, mentre ripensavo alla questione video (li farò, ma sul “come” continuerò a cambiare idea anche dopo l’upload, quindi pace)

declinavo a scopo “preparatorio” uno dei miei soliti monologhi allo specchio: trentacinque minuti in bagno da cui regolarmente esco dimenticando di lavarmi i denti.

Stavo disquisendo tra me e il bidet di come siano diverse ora le emozioni – prima un continuo su e giù stile torri gemelle di Mirabilandia – e di come il pugno monco di “Ti amo” pronunciati in vita mia, non valgano più.

Volevo bene ai disagiati a cui li ho detti, ma lo slancio e il trasporto, ora capisco, erano finti. Più che rinnegare è un “prendere atto”.

Perché, step successivo, la mia era solo ansia di fare le cose come andavano fatte: forse in quel modo, avrei ottenuto quello che dai miei familiari è sempre mancato. L’interesse nei miei confronti, l’esistere al di fuori delle loro aspettative e fisime su di me.

A volte mi sento ancora cretina a pormi il problema dopo tutto ‘sto tempo, eppure niente è cambiato: quando li deludo per loro smetto di esistere;

d’altra parte, nemmeno una volta un mio familiare ha mostrato interesse per me quando facevo qualcosa che mi piacesse davvero. E non riesco a dimenticarlo.

Zack tempo fa mi aveva fatto scegliere un ricordo per poi elaborarlo insieme, io ne ho pescato uno abbastanza plateale, perché riassumeva una parte del problema. Non è l’unico però.

Una cazzata: ho giocato a pallavolo qualcosa come 12 anni, da quando ne avevo 6 a più avanti.

Nessuno dei miei familiari ha visto una mia partita.

Nessuno è venuto.

Sono venuti ai due saggi di danza, quando ero piccola, in parte perché sarebbe stato illegale lasciarmi andare sola, in parte perché era quello che – per i canoni familiari – dovevo fare. Poi ho smesso (arrivavo là davanti e andavo via, come per il violino, come per la scuola fin dalle elementari) e il tutto è morto lì.

Avevo libertà limitatissima – in parte ci sta – però mi hanno mollata dalla prima elementare in auto con perfetti sconosciuti per andare a partite sparse in tutta la regione senza mai una volta venire con me.

Quando a loro piaceva l’attività, ero la nipotina bella & intelligente, quando l’attività era noiosa “ah ma non è mica mia figlia“.

Mi viene da piangere a dirlo, mi viene da piangere a scriverlo. Mi vergogno a sentire gli occhi che pizzicano per una cazzata del genere. Però ho appannato comunque gli occhiali.

Insomma: tante volte ho cercato disperatamente di trovare un modo perché agli altri interessasse di me. Tralascio tutto un capitolo infinito su come, le volte in cui ci sono riuscita, regolarmente sono impazzita, suppongo per aver mosso un coperchio di piombo che schiacciava una frustrazione troppo grande, per essere punzecchiata da facezie così.

Dunque, avanti ancora, ostinarsi a cercare attenzione da chi sai non te la vorrà mai dare è un’eterna condizione a cui io sola mi condanno e insieme e l’unico modo che conosco per sentire un legame verso qualcuno.

Improvvisamente, e davvero non avrei voluto, mi è poppato in mente Alck. Che, per la fila di questioni sue, di cui ho già detto non spiegherò i dettagli qui, fatica ad accettare l’esistenza di qualcuno che non sia in funzione di lui stesso.

Mi sono sentita triste.

Perché – salto mille passaggi di ulteriori botte e risposte tra me e lo scaldabagno – lui è così, una parte troppo grande di quello che mi ha coinvolta di lui, pesca da lì.

E una cosa del genere, io non la voglio più. In teoria.

Nelle scorse settimane, l’arrabbiatura (sana) nei suoi confronti l’avevo placata ragionando su come fosse la sua prima volta nel mettere a fuoco e vocalizzare le paturnie che teneva sedate dentro di sé.

Mi fido di lui e so che – in ogni caso – non sarà mai volontario il farmi del male (relativo) o trattarmi di merda (sotterraneo)

però, voluto o meno, lo rifarà.

Adesso – step ancora – ho capito perché Alck non piace al mio Protettore Distaccato: vede solo se stesso.

E – secondo la teoria degli schemi – il Protettore Distaccato è lì al dichiarato scopo di allontanare le fonti di dolore. Ha già il suo bel da fare con tutto quel passato, figuriamoci se deve mettersi a difendermi da qualcuno che è appena arrivato.

Qualcuno che vede solo se stesso e me in funzione di lui, è esattamente il problema attorno a cui ho perso senno ed energie per tutta la vita.

D’altra parte (qui i rimbalzi tra me e il bicchiere degli spazzolini li segno tutti), ci tengo ad Alck e non è che questi mesi siano stati una sequela di drammi, no.

Ma nemmeno sono stati granché. Mi sono sentita molto sola.

E sì, abbiamo finalmente iniziato a parlare e a conoscerci, ma una cosa tanto difficile vale la pena ostinarsi a edificarla?

Da un lato penso di sì: l’ho già scritto qui

ma tra i due estremi del filo conduttore, non so dove mi trovo:

per qualcuno a cui si tiene vale la pena mettersi lì e lavorarci insieme

o è l’ennesimo fondo perduto in cui sputtanare mesi o anni?

Qual è il limite del sano o ragionevole e dove inizia il patologico?

Cosa sia sano e cosa no, non mi toglie il sonno, ma sono domande frequenti anche per altri argomenti. Penso dipenda dall’essere discontinua con la terapia – questione di orari – e passare periodi relativamente lunghi con i lavori a metà: i cavi scoperti dissipano di più.

E le mie parti non sono ancora fuse bene, tipo un impasto pieno di grumi.

A voi capita mai di essere sequestrati da un succedersi di pensieri?

Io non so cosa ascoltare.

In coda

Alla cassa c’è una tipa che ricordo dai tempi in cui io ero bambina e mi sbucciavo le ginocchia nel ridicolo fazzoletto di piastrelle e aiuole vicino casa; lei si faceva le canne su una panchina con i pantaloni a zampa old school insieme ai suoi amici, scrollando capelli lunghissimi e mozziconi portati con un certo stile.

Ora è in banca davanti a me, con un triste taglio corto vecchio quanto i miei ricordi, vestita da suora laica che fa battute incomprensibili alla cassiera mentre agita furiosamente le dita dei piedi fuori da sandali molto brutti.

Una signora anziana con due gambe di tutto rispetto, non molto coperte da una gonna doppio strato di pizzo, capelli crespi modello due-dita-nella-presa-1997 sgrana un rosario alla mia sinistra.

Funziona! Quando al suo turno domanda gracchiante: “I SOLDI CI SONO?!” una delle cassiere annuisce festante, lei si fionda e ritira il contante.

La bancaria con cui avevo appuntamento 18 minuti fa sta facendo chiacchiere inutili nel suo ufficio.

Lei è bellissime, perfettissima e divertentissima: scherza, ricorda, chiede a segno i fatti tuoi e ovviamente dimentica di consultare l’agenda che la segretaria insipida compila con impegno, proprio quando tocca a me.

La mia pazienza sta per finire e quando la mia pazienza finisce, scompaio.

Medito di usare la mia vecchia tecnica collaudatissima:

chiudere telefonicamente con il minor sforzo possibile, al massimo qualche sms passivo-aggressivo e badare bene di non farmi più vedere con le occhiaie e i capelli spettinati da questa filiale. Ha funzionato con un paio di piselli, funzionerà anche con un deposito titoli altrettanto piccolo.

Il terzo giorno

Questo è il terzo giorno di fila in cui apro gli occhi e voglio morire.

Ne ho avuti (molti) altri, in passato; penso valga un po’ per tutto, trovarli più difficili se ti sei disabituato.

Non ho intenzione di uccidermi e, anche se l’avessi, sono troppo disorganizzata per riuscirci, quindi il problema non è questo. Il problema è che si tratta di una delle sensazioni più orribili da provare.

Ieri era il mio compleanno e io lo odio: come tutti i bipolari del mondo, le ricorrenze sono motivo di tremendi sbalzi. Per chi a ogni compleanno, si è sentita ripetere quanto non avrebbe dovuto venire al mondo, ma con il sorriso!, è la più brutta.

Nel mio caso, per essere onesta, se la gioca col Natale.

Nel mio caso, a dirla tutta, l’esistenza di mia madre peggiora drasticamente l’intera dinamica.

Se ne esce un paio di giorni prima dopo mesi di silenzio (tipicamente si fa viva per Natale e per il mio compleanno da quando avevo 16 anni, epoca in cui la casa base si sciolse e le donne rimaste in famiglia presero strade diverse) con messaggi e telefonate, a me viene da vomitare, è capitato che mi forzassi a incontrarla, segue crisi di rabbia in solitaria etc.

Con il compleanno è peggio perché tutti ti dicono “Auguri” o fanno battute scarse sugli anni che passano e sull’essere zitella e tu vorresti solo seppellirti e non esistere più. Come doveva essere.

A nessuno va bene che tu ti senta una merda il giorno del tuo compleanno: è una colpa. Sei talmente noiosa e piena di gnole, da non essere contenta nemmeno il giorno del tuo compleanno.

Come se a me divertisse rimanerne oltre 30 ore quasi immobile a piangere, senza mangiare.

Lo scrivo per ricordarmi che è assurdo e che non mi devo più mettere in una situazione del genere: sola, quando so che arriva un down.

È che non saprei a chi chiedere, di stare con me quando sto male. Non mi piace infastidire gli amici e sono comunque pochi quelli che mi hanno vista in sclero serio. Vero che diventa esponenzialmente più piccolo, quando non sono sola… non lo so.

L’anno scorso avevo programmato un impegno con una vecchia amica e aveva funzionato: ero stata bene.

Quest’anno non avevo programmato nulla perché in teoria avrei dovuto passare la giornata con Alck, il moroso recente. Pessima idea.

Alck è una cara persona, ma anche no. Nel senso: è gentile, disponibile etc, però non mi capisce neanche da lontano.

E da un lato è un vantaggio: puoi allegramente unirti a lui, nel fingere che le bombe a orologeria nel tuo cervello non esistono. Poi, quando esplodono, cazzi tuoi.

Secondo Alck, io e lui stiamo insieme da tipo due settimane dopo la nostra prima uscita. Secondo me no.

Per lui, stare con qualcuno significa mettere regole da quel momento in poi; per me si tratta di più di uno stato delle cose: ci conosciamo abbastanza, sappiamo come trattarci a vicenda, ci vogliamo abbastanza bene, ne consegue che stiamo stando insieme. Di lì il resto.

Invece devo conoscere suoi amici. Di recente si è lamentato perché non ho parlato molto con un suo amico molto gentile che è arrivato, ha fatto un monologo di venti minuti, ha scambiato con Alck opinioni su calcio, elettrodomestici e musica leggera italiana – a quel punto mi sentivo fuori gender – e poi mi ha puntato gli occhioni addosso chiedendomi: “parlami di te”.

Ora, io non so come siano abituati loro, ma due persone che conosco relativamente poco, piazzate sul lato del divano ortogonale al mio, che mi fissano e vogliono sentirsi rispondere non so che cosa, è uno dei pochi sistemi per essere certi di farmi tacere. Tra l’altro, al momento la mia vita mi fa veramente schifo, quindi non mi avrebbe esaltato come topic nemmeno fossi stata fan dell’allegro interrogatorio.

Vabé, è inutile che mi lamenti di Alck.

La vera-verità è che abbiamo fatto le cose male, troppo in fretta, e che io mi sento sola nonostante – in teoria – dovrebbe esserci lui, almeno ogni tanto.

Sono davvero a basso-consumo quando frequento qualcuno: non chiedo mai niente, non ho particolari fissazioni, mi va bene più o meno fare qualunque cosa,

però è vero: mi aspetto che se ti importa di me e vedi che sto male, tu almeno provi a tirarmi fuori. Non è necessario riuscirci.

È stato per due messaggi con un’amica al secondo aborto spontaneo, che mi sono alzata e sono andata a comprare da mangiare.

Chiaramente, queste sono riflessioni a oggi, che sto meglio.

“Ehi, come va oggi?”

“Alla grande! Ho pensato che starei meglio morta solo un paio d’ore, contro le venti di ieri!”

Oggi piangerò moltissimo (sto già piangendo moltissimo) e senza motivo. Il terzo giorno è sempre difficile, che tu voglia smettere di fumare, lasciare qualcuno o avere un tracollo nervoso.

La mia testa è vuota e non sento niente di niente: non sono triste né abbattuta, i miei sentimenti sono svuotati. Qualcosa da qualche parte, dentro di me piange ma posso lasciarlo fare finché non si sarà stufato. Ignoro chi stia piangendo e per cosa. O per chi.

Le ultime settimane e la terapia – 2

L‘intervista che un provato Zap aveva fatto al mio Protettore Distaccato, serviva in sostanza a farselo amico.

Nonostante mi faccia ancora strano, parlare di me in termini di numerosi pezzi esageratamente autonomi, devo ammettere si tratti della spiegazione più plausibile agli ultimi anni.

Il Rasoio di Occam è un principio che dice: l’evenienza con la maggior probabilità di realizzarsi, è la più plausibile.

Bene. Allora, per quanto suoni strano, essere cresciuta come si compone un mosaico, mi ha resa miscuglio di vetro e pietra, in proporzioni alla boia d’un Giuda.

“È un casino” disse la prima psichiatra;

“Bel casino” commentò il secondo psichiatra, quel manzo del Dr Luke;

“Eh, gran casino” convenne Zap.

“Mi aspettavo un gergo tecnico più solenne” penso io, che resto una abituata a guardare con riverenza alle istituzioni.

Ad ogni modo, Zap l’ho rivisto, e mi ha portata indietro, a fare una cosa inaspettatamente difficile, per la quale il Protettore Distaccato avrebbe dovuto farsi da parte.

Non si tratta di ipnosi: solo visualizzazione a occhi chiusi di una scena in particolare, avanzatissima tecnica, applicata con successo dai tempi in cui fantasticavo che un certo Di Caprio suonasse alla mia porta per limonarmi come un Liuk.

Così, sono tornata in un luogo del passato: la sponda destra del fiume che passa di qua.

“Ritrova un luogo che ricordi nella tua infanzia”

il luogo c’è ancora, quello che non c’è è mio nonno paterno che pesca quieto, burbero e silenzioso. Sempre stato di poche parole.

Mi portò qualche volta con lui, anche se facevo schifo a prendere pesci e mi intristiva vederli boccheggiare disperatamente, una volta catturati ed estratti dal letto del fiume. Avrei ripensato alla loro ritmica ricerca di acqua da respirare molte volte, nel corso dei numerosi momenti di panico mai sedati dalle medicine, ma efficacemente soffocati nel bere.

Ora mio nonno resta sempre chiuso in casa, a pochi passi e molto tempo dalla stessa sponda di fiume, chiuso in una gabbia incerta di anni e tremori.

A dispetto dell’implacabilità del tempo, il ricordo può restare un quadro limpido.

Secondo le neuroscienze, non siamo un disco portatile di fatti del passato (non basterebbe tutto il nostro cervello, per contenere pochi anni di vita) ma un insieme di percorsi tracciati dall’esperienza.

Quando ricordiamo, riaccendiamo la luce lungo la strada camminata; facendolo con attenzione, rievochiamo i profumi e i passanti, il rumore delle foglie o il rombare delle auto, il cielo tra le foglie e il Sole dietro ai tetti. Dentro di noi, la memoria è una mappa tridimensionale, tassello e teatro di quello che siamo, stati e saremo.

“Guarda la scena, guardaci dentro la piccola Tazza, quanti anni ha?”

“Sette, forse”

Guardavo la scena dalla metà dell’argine in discesa. La piccola me indossava un vestito a fiori, mio nonno i suoi calzoncini e le fidate bretelle, e un berretto molto brutto e caro, che sospettavo accessorio ufficiale dei nonni del mondo.

Accanto, di spalle, c’ero io. Ci sono stata, io.

“Avvicinati”

Forse mi ero piazzata su una pendenza proprio per avere la scusa con cui temporeggiare: si sa, presente o passato, servono cautela e guardare dove si va, in discesa. Non vogliamo mica storcerci una caviglia mnemonica. Ci guardavo da lontano.

“Lei ti ha visto?”

“Sì”.

E sembrerà cretino – almeno a me – e davvero non ho idea del perché, ma in quel momento esatto, senza preavviso, lacrime acide mi hanno punto negli occhi. Li hanno riempiti e mi facevano male. Esattamente come adesso mentre sto scrivendo.

Le ultime due settimane e la terapia

Allo scorso incontro, il dr Zap è arrivato come al solito in ritardo ma, diversamente dal solito, sembrava lui stesso rallentato.

Lo aspettavo davanti al cancellino del cottage sulla campagna in cui più spesso ci vediamo. È arrivato in auto e mi ha raggiunta, ha aperto la porta, le persiane, lo studio.

Seduto sul suo lato della scrivania, parlava faticosamente e nel giro di due minuti i suoi occhi azzurri-azzurri si sono lucidati. Il colore delle iridi spiccava: come insegnano i tutorial di make up, il rosso butta fuori il blu chiaro.

“Tutto bene…?” gli ho chiesto.

Mi ha risposto: “Tu lo sai che no, ma lavoro lo stesso”, con un sorrisetto davvero poco credibile.

Dopo un po’ ha smesso di deglutire insistentemente e anche la sua voce ha ripreso il ritmo usuale.

Ha voluto intervistare il mio Protettore Distaccato, una di quelle proposte che inizialmente mi fanno partire lo scetticismo cavalcante. Lui lo sa, che il primo pensiero per me è sempre “ma che puttanata”. Un automatismo.

Poi mi metto lì e faccio quello che mi dice.

Così, ha aggirato la scrivania e si è seduto davanti a me senza più averla in mezzo, iniziando a rivolgersi a quella parte di me.

Sulle prime battute faticavo a immedesimarmi e lo scetticismo ancora vinceva. Poi, piano piano, è uscito.

Non so se ci abbiate mai provato: più di dieci anni fa, per curiosità – scatenata da una chiacchierata tra adolescenti al pub – provai di immaginare come avrei reagito se, svoltato l’angolo, mi fossi trovata davanti qualcuno che mi puntava una pistola.

Ero in un posto in cui facevamo volontariato in un pugno di ragazzi, io avevo finito e aspettavo gli altri nel cortile silenzioso.

Mi concentrai il più possibile, lasciai andare la testa – alla mia viene così facile farsi film lontani da dove mi trovo – e in pochi istanti mi trovai bloccata, tremante, impossibilitata a muovere un passo e dominata da un respiro affannoso.

Mai più fatta una cosa del genere.

Per certi aspetti, far parlare solo una parte di me, è andata nello stesso modo: sono bastati secondi e i muscoli della mia faccia hanno cambiato postura, mi sono aggiustata sulla sedia e sono andata in trip.

“Perché esisti?” mi chiedeva Zap

Quel mio pezzo di personalità, non è che sia di molte parole.

“Per tenere assieme i pezzi”, è stata la risposta.

Abbiamo chiacchierato un po’, alla fine mi sono alzata, stanchissima, e ho salutato Zap con un “in bocca al lupo”.

Almeno gli occhi lucidi non c’erano più.

Stamattina mi ha spiegato perché abbiamo fatto quell’intervista.

[…]

Aborto: mi cascano le palle

Il tema dell’aborto, sotto tre diversi aspetti, ultimamente mi è tornato a viva forza dentro al cranio.

La scorsa settimana, ho condiviso su Facebook un post – abbastanza arrabbiato – di una tipa che difendeva il diritto a ricorrervi. Non una pubblicità pro IGV (nei confronti della quale penso ognuna debba avere la propria visione), solo un dichiarare che dovrebbe essere disponibile per tutte, senza colpevolizzazione o stronzaggine.

Sotto al post, ha preso a commentare la moglie di B., che non conosco molto.

B. lo si trova indietro di qualche anno, su questo blog. È un tipo che conobbi nell’ennesimo Sturm und Drang della mia vita; caso volle, che anche lui fosse dentro uno dei suoi.

Tra di noi, tutto quello che c’è stato si riassume in due o tre telefilmici limoni, un paio di sbroccate, per arrivare alla reciproca comprensione: tra me e lui non c’era chimica, solo un’estrema affinità, che ci aveva portati a buttare l’una sull’altro cose che non riguardavano noi.

Per questo, anche a distanza di anni, siamo rimasti ottimi amici.

Questi siamo io e lui ai laghetti: ci andiamo ogni volta che lui torna in Italia dalla Cina, Paese in cui si trasferì tre o quattro anni fa. E dove ha conosciuto sua moglie E.

La cosa che racconto sempre di loro due, è la vicenda geografica:

i due si sono conosciuti a Shangai, nel circuito degli stranieri emigrati.

Quando mi disse che aveva trovato la donna, lo immaginai – testualmente – con un’avventuriera americana, o con un’asiatica alta e misteriosa.

Invece

“No Tazza, è anche lei di BP…”

E. fino ai cinque anni, aveva vissuto nello stesso paesino immerso in nulla e nebbia, da cui viene lui.

I veneti, lo prendono sul serio il detto “Mogli e buoi dei paesi tuoi”, cazzo.

Io ed E. siamo molto diverse, ma penso ci stiamo simpatiche.

Il post che ho condiviso su FB, pur non trattando esattamente lo stesso aspetto, l’ha punta sul vivo: lei è B. hanno sofferto un aborto spontaneo, a seguito di una gravidanza molto desiderata.

E. non è complicata né cervellotica, e ha quel modo disarmante e schietto di vivere e raccontare il dolore, che a me fa sempre venire un po’ da piangere.

“Nessuno parla mai di tutte quelle mamme che non ce l’hanno fatta fino in fondo a diventarlo, a nessuno interessa”

era il succo del discorso. È vero: ne conosco altre.

In piccola parte, la capisco: ai tempi di P., mentre facevo addominali, iniziai a sentire un gran fastidio nel basso ventre – simile a crampi mestruali -, arrivai in bagno e feci appena in tempo a sedermi, che partì una lavata di sangue e schifo. Durò un paio di minuti.

Mi era già capitato di avere perdite strane (occasionalmente), ma mai una cosa del genere.

Finita, mi tirai su e feci finta di niente. Avevo altro per la testa, in quel periodo.

Tempo dopo, a una visita ginecologica, il medico mi chiese se avessi figli.

“No” risposi, presa alla sprovvista.

“Beh, di qui qualcosa è passato”.

Avevo rimosso. Con il suono delle sue parole, il ricordo di quel tardo pomeriggio tornò su come un conato di vomito.

Raccontatolo a E., si è ripristinato l’equilibrio: a quel punto, parlavamo della stessa cosa. Un aborto non è mai a costo zero, anche se ti coglie alla sprovvista e passa senza conseguenze.

Anche la mia amica CE. ha perso una gravidanza.

Ieri l’altro l’ho incrociata per caso e ci siamo fermate a fare due chiacchiere.

“Ma non mi vedi diversa??” ha miagolato sorridente.

“Sei incinta!”

“Sì! Ma è proprio fresca, infatti vediamo come va…”

Ci era rimasta davvero male, per la prima gravidanza persa. Come E.: relazione stabile, figlio desiderato, difficoltà a rimanere nuovamente incinta.

Il suo capo è un coglione: considerato il lavoro che fa, può stare a casa da subito, ma lei non è il tipo che approfitta di ogni singola possibilità per fare meno. Certo che, con il suo storico, il piano è dare a lui l’agio di sostituirla ma staccare comunque presto.

Il Capo Coglione però, non se lo merita. Prima che l’assumesse, sono stati colleghi, si conoscono da 15 anni, eppure

ha avuto il coraggio di rispondere al di lei annuncio, con:

“Beh oh, tanto lo sai che sono già pronto con la bambolina vodoo, come l’altra volta”.

Da am-maz-za-re.

Detto da uno che ha due figlie poi!

Ancora, mi è tornato tutto in mente: E. e il suo dolore, la sua candida paura di non riuscire a farcela più;

le altre storie sentite al volo, di amiche e non;

la mia, per il cui esito sono serena, perché se fosse andata diversamente sarebbe stato un casino per me, per P., e non ci sarebbe stata la terapia con Zap, e non avrei avuto Alck.

Ho ripensato allo sconforto di CE ogni mese.

Non ho una vera conclusione da tirare, penso solo che nello stracazzo di 2018

ancora

anziché ad andare avanti, a imparare a stare meglio e a capire di più, ci si ritrova a dover soffrire l’ovvio in varie forme.

L’aborto sfortunato, quello casuale, quello augurato, sono tre facce di un poliedro gigantesco, su cui mancano empatia ed educazione.

Di tutte queste storie, quello che mi rimane, è una sonora

cascata di palle.