Adesso vi racconto questa (4) OGGI

[…]

Così, archiviati i transitori malumori, ho incontrato Kin e Cicci, che mi hanno parlato più diffusamente di questo progetto: un piccolo magazine online, per trattare quanto secondo loro, i siti più consolidati tendono a tralasciare:

iniziative piccole ma interessanti, punti di vista godibili, spunti misti e – in generale – qualunque cosa possa meritare un’occhiata o una lettura.

Le mie scarse doti di sintesi, forse non rendono giustizia al concetto.

Comunque, all’inizio, non mi era chiaro il grado di accuratezza con cui l’idea era stata impostata, invece la storia è proprio ben articolata.

Alla fine, dopo svariate chiacchiere e settimane, cose brutte e relativa difficoltà a produrre scritti di senso compiuto, abbiamo trovato un senso a quello che avrei potuto scrivere per loro.

L’accordo è stato siglato a dovere.

Post come questo mi hanno sempre lasciato la voglia di spiegare cose di scienza che ho imparato studiando, con la personalità che troppo spesso non gli si riconosce;

in fondo sono convinta che, se da un lato è la chiave di lettura umana a obbligare un certo inquadramento, d’altra parte è come funzioniamo, a impostare la chiave di lettura stessa (suppongo di averla copiata a Kant).

Un gatto che si morde la coda, insomma: siamo fatti così perché funzioniamo così, o funzioniamo in un certo modo perché è così che siamo fatti?

Non aver ancora trangugiato il mio canonico litro di caffè, mi rende vagheggiante.

Mi mancava un posto dove ficcare le mie fantasie sul tema:

come ci corrono i segnali dentro, l’orchestra di minuscoli ottoni (per modo di dire: vincono Sodio, Potassio, Cloro, Calcio, Zinco eccetera) che dà spettacolo in ogni istante della nostra esistenza, i ciuffi di corrente in frenetico sbuffo dentro di noi.

Senza dilungarmi oltre, ora un posto ce l’ho.

Ed è anche fico.

E sarà online oggi alle 12.00.

Beh, devo dirlo: nonostante la mia scarsa inclinazione all’entusiasmo

quasi quasi, non vedo l’ora.

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Un pezzo

Una volta, una donna di passaggio si era trattenuta al bar più a lungo del dovuto.

Diacono, temporaneamente galvanizzato dalla recente lettura di un libro di auto-aiuto da cui aveva tratto incrollabili verità che avrebbe entusiasticamente interpretato fino alla settimana successiva, si era allargato a domandare: “Qual è la sua più grande ambizione?”

La donna gli aveva riposto, un poco sorpresa: “Io… non ne ho. Odio tutto quello che faccio, quando va bene. Quando va male, non m’importa al punto che, sarebbe lo stesso se lo facesse qualcun altro”.

Il suo sorriso era rilassato e gli occhi carichi di quiete e vuoto.

Percosso, ma ancora aggrappato alla cresta schiumosa della sua positività, Diacono aveva azzardato: “Beh… magari se ne parlasse con qualcuno di vicino… si sentirebbe meglio! Motivata!”

“È carino da parte sua, ma non posso dirlo a chi mi è vicino… L’unico mio desiderio, è che chi mi ama, non se ne accorga mai. Se lo venissero a sapere, perderei l’unico aggancio che ho a questa terra. Fingere di essere quella che credono sia, mi avvicina a come vorrei sentirmi. A sentire qualcosa”.

Lui non sapeva trovare di che rispondere, a quel punto.

Lei doveva avergli allungato la banconota solo per toglierlo d’imbarazzo. Mentre contava il resto da porgerle, frugava la mente alla ricerca di una ribattuta incoraggiante, ma non gli era riuscito di spremere altro che non fosse qualche goccia di sudore.

Una fila di “Chissà”

B ed E aspettano di conoscere le loro sorti lunedì, all’ecografia programmata improvvisamente, dopo un’apparentemente incoraggiante esito di risonanza magnetica.

Non sanno cosa aspettarsi e non posso aiutarli.

Una fastidiosa influenza mi ha svalvolata per tutta la settimana e sono indietro su più fronti rispetto al mio solito, ma va tutto bene lo stesso.

L’altro giorno, uno dei tre passati con Alck, giusto lui mi telefona da supermercato:

“Adesso rovinerò la mia sorpresa romantica per S. Valentino

ho riso, perché non sapevo dove volesse andare a parare, ma sicuro non sul romanticismo.

“Vai, dimmi”

“A casa ci sono la paprika e il resto che serve? Ti ho preso le costine…”

che sono la nostra schifezza preferita.

Così è tornato e, il giorno successivo, le abbiamo messe in lavorazione per una serata lurida.

Non sono stata molto brava con Alck in questi giorni: tra il mal di testa costante e la mancanza di sonno ad alimentarlo – perché lui si agita come un’anima in pena di notte, e io mi sveglio definitivamente – ero arrabbiata per il non riuscire a essere produttiva come devo.

Lo avevo scritto, che avrei necessitato di promemoria.

Comunque, se n’è accennato e a posto. Alck è meno incline di me, a parlare di come si sente.

Il resto è andato liscio.

Giovedì, subito prima d’iniziare la cena, ho guardato il tavolo.

Cuccioli, salse, birra e vino rosso, una sparuta rappresentanza di broccoli e funghi al forno, patate fritte e formaggio.

“Ma guarda qua! Facciamo schifo… guarda ‘sto tavolo!” ho detto io.

Lui ha frugato la zona non apparecchiata, aggiungendo “… vuoi anche un Mars?”

Tra alti (soprattutto i trigliceridi) e bassi, va tutto come deve.

La cosa che ora mi preoccupa di più, è che Alck questa settimana, inizia in un nuovo posto di lavoro.

Quello che era di suo padre.

Sono sicura che andrà bene, ma sono altrettanto sicura del fatto che non ne parlerà quanto vorrei.

Vabbè, siamo qua lo stesso.

(Questa l’abbiamo fatta da mandare a un’amica, ex collega di Alck. La farò incorniciare).

Sanremo e vecchi rancori

Leggermente febbricitante e zero nostalgica, i post su Sanremo che mi solcano i social, mi fanno tornare alla mente orridi testi del passato.

L’insoddisfazione per uno in particolare (che non ho idea se sia mai stato in corsa alla KERMESSE), non mi ha abbandonato:

“E mangio troppa cioccolata

forse ero te nella mia vita passata”.

Cosacazzo vuol dire.

Da vent’anni, ciclicamente mi chiedo come qualcuno che non avreste invitato alla stesura del papiro di laurea del vostro peggior nemico, sia finito a scrivere testi di canzoni.

Allego una serie di alternative che avrebbero avuto più senso:

“E mangio troppa cioccolata”

– dovrei provare anche la marmellata

– con la mostarda è una figata

– ma non disdegno una bella costata

– ormai la metto anche sull’insalata

– dopo due anni la cintura è scoppiata

– l’ultima arteria è già stata otturata

– ora è una sciolta a ogni cacata

– sarebbe ora di una pedalata

– la mia ora sarà presto arrivata

– ho delle carie dimensione patata

Preoccupazioni Riflesse – 2

Dopo aver sentito B., contattato qualunque persona mi confermasse di avergli dato la versione dei fatti corretta su RM in gravidanza, ventricoli cerebrali e quant’altro

ho sentito E.

Preoccupata ma non troppo (va là) mentre B., ancora perduto in lande asiatiche, aveva ceduto alla pressione incombente, di certo aumentata dallo scarso ricircolo d’aria di certe parti della Cina.

Detesto quando mi confondono gli amici.

Secondo E. e secondo amiche nel campo dell’ostetricia, è possibile che la lieve anomalia riscontrata, con molta urgenza indagata poi, possa essere più che altro molto interessante per il professore che si è interessato della lettura dei risultati e che le ha chiesto il permesso all’utilizzo dei dati.

“La mia povera cavietta

mi ha detto per telefono, mentre – immagino – si passava la mano libera sulla pancia lievitante.

“Beh, anche fosse: meglio così. Nel dubbio, se c’è stato un mutuo beneficio – per voi con il passaggio diretto a un esame molto dettagliato e per loro con la raccolta dati – ne avete guadagnato da entrambe le parti”

“Eh però potrebbero dirlo!”

Assolutamente, cara E.: troppe volte ‘sti cazzo di dottori, non arrivano a capire che basterebbe spiegarsi.

In generale, tra persone, basterebbe spiegarsi e spiegare.

Allora poi…

(ombreggiato in viola, il sistema di scolo del nostro encefalo, che sembra complicato ma se si pensa che il cervello è un tubo che finisce come un origami ripiegato, forse ha più senso)

(Dita incrociate: dopodomani, gli esiti dell’RM)

Preoccupazioni riflesse

B., che ho nominato di recente, non è in formissima.

Considerate una grossolana descrizione del personaggio: trentenne di 1,95 d’altezza, moro, sportivo di lunga data, tratti marcati e occhi bruni che si assottigliano tantissimo quando ride.

Non so bene il perché di questa sensazione, ma quando “vedo” lui abbattuto, mi fa più effetto. Deve aver a che fare con questa apparenza solida, invincibile.

E scrivo “vedo” perché lui è dall’altra parte del mondo e sua moglie E. qui, e dovrà sottoporsi a un esame per verificare che il cosetto nella pancia non stia facendo cazzate.

Tubo neurale di merda. Una volta che si chiudesse e ripiegasse come cazzo deve, senza fare tante storie.

Avete presente come ci formiamo?

Non è da una palla (quella serve anche a fare un po’ di placenta e altri annessi embrionali)

ma da tre strati di cellule, tre foglietti impilati (si chiamano proprio così) che si arrotolano per fare un tubo

poi il tubo si piega a “C” e quello è l’embrione in posa da fagiolo. Poi sbucano gambe e braccia, ma al momento non ce ne strafrega una minchia (comunque ci sono).

Siamo un tubo di fogli e ammennicoli vari, a dare spessore.

Ovviamente, durante l’avvolgimento, ai tre foglietti vengono velleità da origami e formano figure varie e fantasiose

e quando queste figure sembrano non riuscire, quando si tratta di cervello, il grado di paranoia aumenta esponenzialmente. Giustamente.

Però i feti sono poi cosetti strani: piccoli, indifesi, ma dotati di tutta la potenza di cui un umano può disporre: si sistemano, riprovano, rifanno. Succede di continuo e neanche lo sappiamo, ma si preparano a entrare in scena: ci sta, una qualche indecisione su posa e look.

Quindi siedo in corriera, me la faccio sotto perché so che tutto tornerà di certo a posto, ma diciamo che mi si stanno un po’ rifacendo il look i polmoni e non riesco a inspirare proprio del tutto…