Adesso vi racconto questa (4) OGGI

[…]

Così, archiviati i transitori malumori, ho incontrato Kin e Cicci, che mi hanno parlato più diffusamente di questo progetto: un piccolo magazine online, per trattare quanto secondo loro, i siti più consolidati tendono a tralasciare:

iniziative piccole ma interessanti, punti di vista godibili, spunti misti e – in generale – qualunque cosa possa meritare un’occhiata o una lettura.

Le mie scarse doti di sintesi, forse non rendono giustizia al concetto.

Comunque, all’inizio, non mi era chiaro il grado di accuratezza con cui l’idea era stata impostata, invece la storia è proprio ben articolata.

Alla fine, dopo svariate chiacchiere e settimane, cose brutte e relativa difficoltà a produrre scritti di senso compiuto, abbiamo trovato un senso a quello che avrei potuto scrivere per loro.

L’accordo è stato siglato a dovere.

Post come questo mi hanno sempre lasciato la voglia di spiegare cose di scienza che ho imparato studiando, con la personalità che troppo spesso non gli si riconosce;

in fondo sono convinta che, se da un lato è la chiave di lettura umana a obbligare un certo inquadramento, d’altra parte è come funzioniamo, a impostare la chiave di lettura stessa (suppongo di averla copiata a Kant).

Un gatto che si morde la coda, insomma: siamo fatti così perché funzioniamo così, o funzioniamo in un certo modo perché è così che siamo fatti?

Non aver ancora trangugiato il mio canonico litro di caffè, mi rende vagheggiante.

Mi mancava un posto dove ficcare le mie fantasie sul tema:

come ci corrono i segnali dentro, l’orchestra di minuscoli ottoni (per modo di dire: vincono Sodio, Potassio, Cloro, Calcio, Zinco eccetera) che dà spettacolo in ogni istante della nostra esistenza, i ciuffi di corrente in frenetico sbuffo dentro di noi.

Senza dilungarmi oltre, ora un posto ce l’ho.

Ed è anche fico.

E sarà online oggi alle 12.00.

Beh, devo dirlo: nonostante la mia scarsa inclinazione all’entusiasmo

quasi quasi, non vedo l’ora.

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Cose sparse e una quasi finita

“Eh, come non hai mai visto Love Actually?! Dai, fa ridere, guardiamolo!”
“Dai!”
[…]
“No senti, a ripensarci non ho cazzi.”
“… Ok ok, allora cambiamo…”

“In questa scena di HIMYM (Alla fine arriva mamma) prendono per il culo Robin così a lungo che dietro hanno messo due tizi che si conoscono, si innamorano, poi si sposano, il figlio si laurea poi… Baciami! E cosa mangiamo per cena? Cosa pensi del riscaldamento globale? Guardami, ho per caso qualcosa nell’occhio?”

Le cose vanno abbastanza bene, Alck sta com’è normale che stia, la sua mamma anche.

Io sto componendo il trasloco più lungo della storia perché gli inquilini precedenti hanno lasciato l’appartamento e sono letteralmente fuggiti rubando il rubabile e lasciando le utenze piombate per morosità

mi sono accorta che mancasse la rubinetteria del bagno solo al termine delle peripezie per far giungere il tecnico a riavviare il contatore.

“ALLORA SIGNORA, LA PRESSIONE DELL’ACQUA VA BENE?”

“ALLA GRANDE MA CHIUDA TUTTO: HO UNA PISCINA IN BAGNO”

Mi mancano l’ultima rilettura e la conversione in ePub del romanzino, che piazzerò su Amazon al costo di uno spritz.

Non ho ancora scritto altro per il sito Pellicano, perché mi è stato un po’ sul cazzo che fosse necessario leggere qualcosa che avessi scritto (poi vabé, che siano arrivati qui è stata solo una svista) per vedere… se fossi in grado, immagino

e poi vedere pubblicata insieme roba che – secondo me – è illeggibile.
Non posso valutarmi come scrittrice, tuttavia mi reputo un’ottima lettrice.

Comunque, finisco il romanzino e poi il resto lo manderò, tanto le bozze le ho già fatte.

Alck è molto bravo e molto triste, non si sbottona e io cerco di distrarlo come posso, dato che ci vediamo molto poco da quando ha cambiato lavoro (e Comune in cui lavora).
Di sera guardiamo film e serie e mi sforzo di ricordare quali fossero divertenti, poi finisce che sembro fuori come una tegola perché cambio improvvisamente idea o lo distraggo nel punto clou.

Mi ero stracazzo scordata che una delle storyline di Love Actually raccontasse di Liam Neeson supertriste perché rimasto vedovo e che quella puntata di HIMYM concludesse la rappresentazione del tempo che scorre con il maschio del teatrino retrostante, dentro un’urna.

Che fatica.

“Mio padre” mi ha mandato un messaggio

Poco fa, mi sono trovata questo, su wapp:

“Un giorno mi spiegherai perché hai deciso di non accettare nessuna richiesta di vederci o almeno di sentirci, hai una sorella che stravedeva per tè e la Cristina che non chiedeva altro che di conoscerti almeno nei momenti che decidevi di esserci ma ti prego non deludermi”

Metto qui la mia risposta, perché ho bisogno di metterla da qualche parte e perché non voglio obbligare nessuno a leggerla.

Ho solo bisogno che sia altrove, oltre che nella mia testa.

Non l’ho neanche riletta, se non sommariamente per sostituire i nomi propri

e questo non è neanche un terzo di quello che avrei avuto da dire.

“Non ho rifiutato proprio niente

non c’ero a S. Stefano né il sabato successivo perché avevo altri programmi e non avevo un gran interesse a liberarmi per marcare il cartellino, perché di questo si trattava.

Mia sorella non stravede per me come io non stravedo per lei ed è normale così, non ci conosciamo.

Con tua moglie non ho proprio niente, anzi: invidio molto mia sorella perché ha una mamma normale e infatti l’avrei fatta diventare mora a suon di madonne ogni volta che l’ho sentita risponderle da cazzo, come fai anche tu.

Mi sono succhiata un anno di psichiatra e di terapia, per imparare a gestire una testa fatta di buchi lasciati da altri

lo scorso luglio ho passato circa 4 giorni rovesciata in casa da sola, incapace di muovermi e mangiare. Se n’era accorta persino la nonna per telefono, che non stavo bene.

Forse, se la tua idea di fare “da padre” alla figlia accidentale contemplasse più di un messaggio ogni sei mesi, avresti fatto a meno di sentirti offeso perché non c’ero al compleanno dell’Eleonora.

Dato che non ho memoria di qualcosa che tu abbia fatto per mostrare interesse nei miei confronti – neanche una partita di pallavolo, che io ricordi – e tutto è sempre largamente stato sotto il minimo sindacale di genitorialità

(ti basta un rapido confronto con l’esperienza di crescere una figlia sul serio, che hai fatto poi)

ma ti sei premurato in più occasioni di sottolineare che non fossi voluta, come se mia madre l’avessi ingravidata io (di cui una per telefono, più di un’ora a ribadire il concetto, neanche fossi tarda, mentre facevo pulizie in cucina)

e che chi mi ha sempre:

portato e preso da scuola,

accompagnata dal dottore,

passato del tempo con me quando stavo male,

spiegato le cose

e messo toppe dove avrebbero dovuto esserci dei genitori,

pagato spese perché (se ricostruisco bene) per una decina di anni è stato più rilevante pippare e fare paracadutismo che pagare gli alimenti per me

secondo te (chi si è accollato tutto questo) è una merda, che di certo ha avuto come massimo problema nella vita avercela con te

e per svariate altre ragioni che non ho proprio voglia di elencare adesso

io al momento non ho granché da dirti né troppa voglia della solita recita.

Mi ci è voluto un terapista per realizzare che ho passato metà della mia vita a farmi schifo perché esistevo quando non avrei dovuto e perché ero un peso per tutti, svogliatamente passato da un parente all’altro.

Me l’ha dovuto spiegare un estraneo, che non era colpa mia e che dovevo smetterla di cercare un sistema per ammazzarmi che non fosse troppo di disturbo a Trenitalia, o a chi avrebbe eventualmente trovato un corpo tra le palle.

Mettere insieme un “come” e un “dove” con il minor disturbo possibile, ti assicuro che non è facile.

Io ci ho provato, a farmelo andare bene prima e poi a fingere che mi andasse bene e questo è il risultato.

Ti ho anche ripetuto più volte, un anno e mezzo fa: “Torno a casa, dimmi qualcosa quando ci sei per fare due passi anche al percorso vita”.

Non mi hai cagata neanche lì, pace.

Al momento, per cortesia, preferirei essere lasciata stare.”

Un altro pezzo

[…] “Forza, non darla vinta al dolore…”

Mentre Tempesta stringeva la mano guantata di Fiore, Perpetua borbottava, come una pentola che sobbolle cercando di togliersi il coperchio di dosso. Il coperchio, infine era saltato: “Ma che stupidaggine!”

Stando all’espressione incredula, Tempesta faticava ad afferrare come avesse potuto meritare un’uscita del genere.

“… Cosa?”

“Il dolore vince per definizione: un dolore che perde è un colpo che non senti, non è dolore!”

“Tu mi farai ammattire! E allora, cosa proponi?”

Stando al vasto petto che fremeva, Perpetua non aspettava altro che un invito formale a dire la sua.

“Che te lo devi tenere stretto, mentre ti balla sulla schiena e nella pancia, finché non avrà finito con te! Sarà lui, a stufarsi di darti il tormento. Gli va lasciata godere la sua meschina vittoria, lo si sopporta, fino a che a sarà morto di noia!”

Seduta di fronte, Robi giocava con la cannuccia azzurra che svettava dal basso bicchiere. “Quindi suggerisci di non fare niente per distrarsi o evitare di pensarci?” aveva domandato, pensierosa. I bracciali metallici al suo polso, tintinnavano sommessi.

“Assolutamente! Se scappi dal dolore, quello continuerà a divertirsi un mondo, rincorrendoti e rendendoti la vita impossibile! Lascialo fare e fidati, che presto si stuferà di giocarti da solo” […]

Un altro post, su una cosa fica

Mi capita spesso, di sentire bistrattato il corpo e – insignitamente – il cervello

perché quanto di “elevato”, “aulico”, “poetico” possiamo produrre, sembra considerato un fenomeno a sé

come se non avesse basi biologiche ben note, come se non fosse – il nostro stesso corpo – capace di trucchi, che somigliano a magia.

Quindi ho messo qui una cosa, che secondo me è una figata:

http://pellicanopapers.com/il-retro-degli-occhi-1-2/

Un pezzo

Una volta, una donna di passaggio si era trattenuta al bar più a lungo del dovuto.

Diacono, temporaneamente galvanizzato dalla recente lettura di un libro di auto-aiuto da cui aveva tratto incrollabili verità che avrebbe entusiasticamente interpretato fino alla settimana successiva, si era allargato a domandare: “Qual è la sua più grande ambizione?”

La donna gli aveva riposto, un poco sorpresa: “Io… non ne ho. Odio tutto quello che faccio, quando va bene. Quando va male, non m’importa al punto che, sarebbe lo stesso se lo facesse qualcun altro”.

Il suo sorriso era rilassato e gli occhi carichi di quiete e vuoto.

Percosso, ma ancora aggrappato alla cresta schiumosa della sua positività, Diacono aveva azzardato: “Beh… magari se ne parlasse con qualcuno di vicino… si sentirebbe meglio! Motivata!”

“È carino da parte sua, ma non posso dirlo a chi mi è vicino… L’unico mio desiderio, è che chi mi ama, non se ne accorga mai. Se lo venissero a sapere, perderei l’unico aggancio che ho a questa terra. Fingere di essere quella che credono sia, mi avvicina a come vorrei sentirmi. A sentire qualcosa”.

Lui non sapeva trovare di che rispondere, a quel punto.

Lei doveva avergli allungato la banconota solo per toglierlo d’imbarazzo. Mentre contava il resto da porgerle, frugava la mente alla ricerca di una ribattuta incoraggiante, ma non gli era riuscito di spremere altro che non fosse qualche goccia di sudore.

Una fila di “Chissà”

B ed E aspettano di conoscere le loro sorti lunedì, all’ecografia programmata improvvisamente, dopo un’apparentemente incoraggiante esito di risonanza magnetica.

Non sanno cosa aspettarsi e non posso aiutarli.

Una fastidiosa influenza mi ha svalvolata per tutta la settimana e sono indietro su più fronti rispetto al mio solito, ma va tutto bene lo stesso.

L’altro giorno, uno dei tre passati con Alck, giusto lui mi telefona da supermercato:

“Adesso rovinerò la mia sorpresa romantica per S. Valentino

ho riso, perché non sapevo dove volesse andare a parare, ma sicuro non sul romanticismo.

“Vai, dimmi”

“A casa ci sono la paprika e il resto che serve? Ti ho preso le costine…”

che sono la nostra schifezza preferita.

Così è tornato e, il giorno successivo, le abbiamo messe in lavorazione per una serata lurida.

Non sono stata molto brava con Alck in questi giorni: tra il mal di testa costante e la mancanza di sonno ad alimentarlo – perché lui si agita come un’anima in pena di notte, e io mi sveglio definitivamente – ero arrabbiata per il non riuscire a essere produttiva come devo.

Lo avevo scritto, che avrei necessitato di promemoria.

Comunque, se n’è accennato e a posto. Alck è meno incline di me, a parlare di come si sente.

Il resto è andato liscio.

Giovedì, subito prima d’iniziare la cena, ho guardato il tavolo.

Cuccioli, salse, birra e vino rosso, una sparuta rappresentanza di broccoli e funghi al forno, patate fritte e formaggio.

“Ma guarda qua! Facciamo schifo… guarda ‘sto tavolo!” ho detto io.

Lui ha frugato la zona non apparecchiata, aggiungendo “… vuoi anche un Mars?”

Tra alti (soprattutto i trigliceridi) e bassi, va tutto come deve.

La cosa che ora mi preoccupa di più, è che Alck questa settimana, inizia in un nuovo posto di lavoro.

Quello che era di suo padre.

Sono sicura che andrà bene, ma sono altrettanto sicura del fatto che non ne parlerà quanto vorrei.

Vabbè, siamo qua lo stesso.

(Questa l’abbiamo fatta da mandare a un’amica, ex collega di Alck. La farò incorniciare).

Sanremo e vecchi rancori

Leggermente febbricitante e zero nostalgica, i post su Sanremo che mi solcano i social, mi fanno tornare alla mente orridi testi del passato.

L’insoddisfazione per uno in particolare (che non ho idea se sia mai stato in corsa alla KERMESSE), non mi ha abbandonato:

“E mangio troppa cioccolata

forse ero te nella mia vita passata”.

Cosacazzo vuol dire.

Da vent’anni, ciclicamente mi chiedo come qualcuno che non avreste invitato alla stesura del papiro di laurea del vostro peggior nemico, sia finito a scrivere testi di canzoni.

Allego una serie di alternative che avrebbero avuto più senso:

“E mangio troppa cioccolata”

– dovrei provare anche la marmellata

– con la mostarda è una figata

– ma non disdegno una bella costata

– ormai la metto anche sull’insalata

– dopo due anni la cintura è scoppiata

– l’ultima arteria è già stata otturata

– ora è una sciolta a ogni cacata

– sarebbe ora di una pedalata

– la mia ora sarà presto arrivata

– ho delle carie dimensione patata