Se non ci fossi – credo – riusciresti ad inventarmi. Il Commento di B

B (il mio amico moltobbello, emigrato altrove, ex paturnia felicemente esitata in un rapporto moltoffigo) non conosceva la vicenda di M – né questo blog – e in qualche momento di chiacchiera di questi giorni, gli ho raccontato la saga.

Dopo una ventina di messaggi vocali spalmati in svariati giorni

il commento:

Beh Tazza, quel tizio è talmente caparbio nell’avercela con te
che inizio a pensare
abbia ragione lui.

Carissimo
dolcezza
forte parte del mio cuore

VACCAGARE

Brexit, la parte importante

Volevo scrivere un post
poi mi sono persa a leggere articoli sull’uscita della Gran Bretagna dall’UE

e niente: non sono un’esperta di economia
non me ne intendo di politica internazionale
francamente, me ne frega anche poco

ma vorrei sottolineare il dato ai miei occhi più rilevante degli eventi di queste ore:
Brexit

stasera
fare aperitivo a Londra
all’Europa
costa un cazzo!

Se non ci fossi – credo – riusciresti ad inventarmi 3 diobo sei proprio idiota

A quanto pare sono infiniti l’universo, la stupidità umana e quanto posso stare sui coglioni a M

Nel mese precedente al primo post su questo argomento, avevamo instaurato una sorta di ipocrita cordialità che – onestamente – speravo potesse evolvere davvero in un rapporto piacevole, per le volte in cui ci fossimo successivamente incrociati, quindi lo avevo aggiunto su FB

Solito discorso: quando si va in baracchina e ci si trova in 4-5 persone, che due idioti lasciatisi otto anni fa appesantiscano l’aria scoreggiando insofferenza, ormai non si può più sentire.

Il mio profilo è completamente aperto, visto che lo uso prevalentemente per seguire e condividere contenuti noiosi ai più e raramente ci piazzo fatti miei. 

Poi, quando qualcuno mi aggiunge, generalmente smetto di seguirlo in automatico: non mi interessa vita morte e miracoli di… Alcuno, direi. 

Quindi niente: lo aggiungo io, faccio unfollow e ciao. 

Settimane dopo, in chiacchera tra amici, qualcuno dice “Ah M  è appena tornato dall’Africa”. Ho pensato: “Bello dai, magari ha messo qualche foto figa” e in un momento di cazzeggio successivo, vado a guardare il suo profilo. 

A fine maggio, l’ultimo post che mi risultava visibile era del primo del mese. 

“Và che ‘sto coglione mi ha messo in una lista di contatti oscurata, poi controllo” 

e la cosa mi passa di mente. 

Tre giorni fa, mi trovo dopo ere geologiche con un vecchio amico: bellissima serata, un sacco di chiacchere interessanti, mi intervista a fondo su questa telenovellistica antipatia di M nei miei confronti e mi dice qualcosa di lui, al ché mi torna in mente la storia di FB 

– Ohi, allora dimmi un po’: a quando risale l’ultimo post di M?

– Due giorni fa Tazza, te continui a vedere come ultimo post quello del primo maggio? 

– Yes, bon… No no non iniziare nemmeno a dirmi cos’ha postato che sticazzi.

Ora 

io capisco tutto 

ma che senso ha aggiungermi per poi impedirmi l’accesso ai contenuti, esattamente come se non fossi nella tua lista di amici..?

Va bene eh, il mio voleva essere un gesto gentile e senza invadenza visto che non fosse stato per la curiosità di foto belle, manco ci avrei mai guardato nei fatti suoi

Boh 

magari, come si è inventato il mio proposito di fargli gli auguri 

aveva voglia di inventarsi che fossi una stalker

Vabé: contento lui, contenti tutti. 
– Hai ragione Tazza, se ci penso anche quando io becco la Ale, ci facciamo un sacco di risate! Magari non ci sentiamo per mesi, però quando ci si incrocia si ride sempre un sacco degli anni in cui da ragazzini siamo stati insieme!

– Eh, sarebbe piaciuto anche a me.. 

Com’è stato – 2

Il corso era diviso in base a una tassonomia che affrontava gradualmente gli aspetti della materia, la prima lezione titolava The Selfish Cell: la cellula egoista.

Il concetto di fondo è semplice: nel DNA di tutte le nostre cellule sono presenti – tra i tanti – geni che dicono alla cellula “Ok, vai: ingrandisciti e dividiti, prolifera
altri che dicono: “No, fermati e sta buona dove sei“.

Quando i geni Ok impazziscono e dicono “Sì” troppo spesso
o quando i geni No smettono di opporsi
facendo venire meno il delicato equilibrio che regola crescita e direzione
è un bel casino: queste cellule diventano capaci di far un po’ quello che gli pare, anche di andare in giro e decidere di tentare di conquistare l’organismo.

Tantissime vie, migliaia di minuscoli segnali possono sclerare
allora le fondamenta dei nostri equilibri ripiegano, labirinti e cunicoli che sono accessi di manutenzione iniziano a tremare
e il nostro corpo ancora non lo sa, non avverte subito il precipitare degli eventi
ma quasi tutto quello che regge e sostiene l’universo immenso che conteniamo
prende a vacillare pericolosamente.

Lungo le ariose vie principali, nessuno si accorge di cosa ribolle nel sottosuolo.

Come tanto ci ha ripetuto Il Professore: “The devil is in the details“.

 

Com’è stato – 1

En, coinquilino fissato con i Lego che per anni sei stato rappresentante degli studenti,  non è che mi daresti una mano a completare il piano di studi che avrei dovuto finire nel Basso Medioevo?

Sì certo Tazza, vediamo: lettura della ECG, RCP, Cancer Biology, questo sulla medicina di genere dove sono richiesti “sensibilità, empatia e ascolto”…

Nonono du palle vanno benissimo la rianimazione e il cancro in inglese.

‘Sta cosa è iniziata così, alla cazzo di cane come mio solito.

Il secondo giorno di corso – perché il primo stavo male – mi presento là.

“Vabè chissà che è, magari se non mi interessa poi nemmeno vengo più che starei pure studiando altro, poi in inglese ma chiccazzomel’haffattofare..”.

Entro, nell’aula
quattro persone mi guardano interdette e un signore alto e sorridente dall’aria affabile, seduto al computer si gira verso di me: “Oh, una nuova arrivata, prego sit down“.

“Oddio, in inglese Tazza, INGLESE SCIENTIFICO quattro ore al giorno e tu quello che sai lo hai imparato da telefilm dove parlano di vestiti e scopate, ma perché??”

e da questo pensiero
formulato a ripetizione con un’espressione assente stampata in faccia
senza accorgermene
mi sono trovata rapita da un eloquio perfetto e trainante
di un individuo capace di rendere complesse descrizioni, astruse e impenetrabili
fluide trame di un quadro unitario
e qualunque concetto, incredibilmente tecnico e accurato
il più coinvolgente dei colpi di scena.

 

 

Ho smesso di piangere!

Ok ok, momento trauma finito!

D’accordo: tendo all’esagerazione, sempre quando si tratta di emozioni perché son cose che non so gestire tanto bene – e probabilmente la mia serotonina non è che sia proprio mai stata al top – ma mi è capitata un’esperienza d’una figaggine incredibile

anche se tutti i miei amici non ne possono più di sentirmi parlarne
anche se adesso ho altre cose da fare e devo smettere di pensarci

anche se da un lato mi spiace tanto che sia finita, va là che si è conclusa perché per tornare ad avere a che fare con quell’universo, devo prima finire gli esami.

Comunque, la cosa che mi ha assorbita così tanto e mi ha lasciata del tutto rapita, sono state delle lezioni.

Mi ci sono iscritta per caso, mi servivano crediti e magari un esame in lingua che potesse star bene nel libretto dato che son fuori corso più che la lira.
Questa scelta random si è tradotta in un intensa sessione quotidiana – dal lunedì al venerdì – per due settimane di quattro ore in lingua inglese con un professore che definire cazzutissimo è poco, trattando un argomento effettivamente complicato ma affrontato con una tale capacità di spiegarsi e coinvolgere che, se gli esami precedenti su questi aspetti della medicina mi erano piaciuti, a questo punto mi hanno entusiasmata come solo sanno fare quelle esperienze in cui lasci la pelle. 

Il fatto che fossimo in cinque, che la lingua fosse un’altra e il professore tanto incredibile, l’ha resa una di quelle robe in cui per saltarci fuori bene – e le condizioni ti portavano a volerci saltare fuori bene a tutti i costi – ti alzavi la mattina e pensavi a quello, studiavi quello poi andavi in facoltà per le lezioni e poi tornavi a casa e di nuovo avevi qualcos’altro di fighissimo a cui pensare.
Una full, ma non di quelle torture per portare a casa il voto, una di quelle che fai perché ti sei innamorata.

Mi irritava perdere tempo a lavarmi, perché dovevo leggere articoli, mangiavo al volo e davanti al computer, quando ero troppo stanca per ragionare ancora mi incazzavo terribilmente.

Un trasporto tale lo avevo avuto per poche cose fino ad oggi: le Estate Ragazzi in cui da ragazzini ci auto-infliggevamo un mese fuori dal resto del mondo per organizzare le giornate con i bambini in parrocchia;
il rugby, dove la pelle la lasci sia in senso letterale che sentimentale e ti assorbe e riempie di lividi;
poi questo.

Devo tornare a studiare il resto, però è stato bellissimo.
No: di più.

 

 

Non riesco a smettere di piangere

Ho fatto colazione piangendo;
finito di pistolare un file, piangendo;
sono uscita, arrivata pedalando in copisteria, preso i fogli poi un caffè con un’amica incrociata per strada, piangendo;

poi ho smesso per un po’ e ora ricominciato.

Non piangevo tanto da quando mi hanno detto che avrei dovuto smettere per sempre di giocare a rugby, mai al mondo avrei pensato esistesse altro capace di farmi un effetto simile.
Non ho pianto così nemmeno per essere stata lasciata.

E adesso non ho tempo di raccontare, domani.
Tanto non avrò ancora finito.