Una linea richiusa – 3 per concludere

Comunque, il funerale è andato bene, per quanto fosse possibile.

C’erano tante persone, e tante di più ce ne sarebbero state se il tutto avesse corso meno velocemente. Chi c’è stato, ha dato la possibilità a loro, con ogni abbraccio, di ripetere tuffi al cuore ancora e ancora, fino alla fine delle lunghe file silenziose che si erano formate. È così che inizierà a passare: tuffi continui, brutti, claustrofobici, finché torneranno a galleggiare.

Un altro motivo per cui ho voluto scrivere qui quello che è successo, è l’esistenza di una parte di me – ridimensionata dalla terapia – che vuole stare sola, che non è capace di stare con Alck, che scappa da tutto.

È una parte che avrà bisogno di rileggersi e di rileggere i commenti e le mail ricevute (grazie a tutti, davvero tanto), perché fuori dal chiasso e dallo smarrimento, il difficile inizia ora.

Il dolore rende laborioso, stare accanto alle persone. I tuffi al cuore torneranno ogni volta che verrà compiuto un gesto in cui sempre c’era stato lui. Chissà quanto a lungo.

Ieri sera nonna T mi ha detto: “Era già un anno che era morto il nonno, che ancora mi capitava, di sabato, di chiamarlo dalla tromba delle scale per dirgli che gli avevo preparato i vestiti sulla sedia. Poi mi ricordavo… E l’altra notte mi sono svegliata alle tre, perché l’ho sognato e mi sembrava di averlo vicino. Ma era il cuscino, contro la schiena”. Sono passati più di 25 anni, alle 3 di notte mio nonno si alzava per fare il pane.

A me è stato insegnato ad affrontarlo con rabbia e rifiuto, il dolore. Di petto. Ci ho messo decenni a permettergli di scorrere e – in parte – lasciarmi. Lasciarlo andare via sembra sempre sbagliato, sembra un ingiusto voler dimenticare.

Alck – e la sua mamma, per quanto ho potuto capire – hanno un modo candido e aperto di vivere la sofferenza. Non cercano scioccamente di combatterla. Per me è strano, perché mi disarma completamente. Rivedo in loro una parte di me che continuo a tenere lontana. La loro onestà è difficile da ricevere, specie dopo aver sedato me stessa a suon di bugie, tanto a lungo.

Come per molti di voi – quelli che mi hanno raccontato – questi frangenti risvegliano con più forza, il contenuto di scatole chiuse.

Ma il punto ora non sono io. Io e Alck non saremo al centro delle nostre abitudini per tanto tempo, lui – giustamente – non lascerà da sola sua madre. Noi due abbiamo passato troppi pochi mesi capendoci davvero, perché servano da rendita per quelli a venire. Quattro mesi scarsi di pace, non basterebbero per molto meno.

Iniziano i giorni oltre lo spartiacque, la vita dopo, che scorre irrispettosa come se niente fosse.

Grazie a voi che siete passati a leggere, a lasciare un commento, che mi avete raccontato di voi qualcosa via mail. Siete stati preziosi.

Avviamoci al resto, adesso.

Annunci

Una linea richiusa – 2

Ine, amica ed ex coinquilina, mi ha chiesto se non fosse strano per me, trovarsi immersa in un lutto non mio, ad attraversarlo passo passo con i legittimi proprietari.

Solo in parte. Una caratteristica che possiedo da quando ricordo, è la capacità di mescolarmi completamente con l’ambiente in cui mi trovo. Tra le frasi che mi sono sentita rivolgere più spesso, c’è: “È come se tu fossi qui da sempre“. Ine stessa me lo disse, dopo due giorni di coabitazione.

Suppongo dipenda dall’essere cresciuta divisa tra tante persone, tante famiglie spesso in violento contrasto tra loro. Le stesse dinamiche che mi hanno tagliato in più parti la personalità, mi hanno abituata ad identificare la struttura portante dei contesti e ad adattarmici in fretta. In più, come dico sempre, gli esseri umani non sono originali quanto amano credere.

Quando ieri siamo passati dal clima gelido e tutto sommato intimo della camera ardente, alla larga platea dello spazio davanti alla chiesa, mi sono limitata a seguire la scia. La nonna di Alck mi ha portata per mano a dove voleva sedessi, la sua mamma – per non sentirsi gravare sul figlio – si è fatta stringere anche da me, il nonno mi ha tenuta per mano all’uscita, quando tanti sconosciuti gli porgevano le condoglianze, così potevamo sorprenderci in due.

La cosa più strana è stata la crescente sensazione di conoscere lui, il papà di Alck.

Io penso di sapere, come sia perdere un papà: l’unico che ho avuto è stato mio nonno, avevo sei anni. Quello formalmente mio, l’ho visto meno di un centesimo di quanto abbia visto i miei zii, ingerenze comprese: portarmi da una parte all’altra, in vacanza o dal medico che fosse, preoccuparsi che andassi dal dentista, parlare con gli insegnanti, chiedermi come sto. Lo hanno fatto sempre altri famigliari, dopo i miei nonni.

Così, negli anni, sulla base dei ricordi che conservo, ho cercato di ricostruirlo aggiungendo le storie degli altri, ascoltando attentamente ogni aneddoto, accumulando le foto, incontrando chi lo ha conosciuto. Per avere un’idea di lui, come potrebbe averla un adulto.

Per certi versi, questi giorni hanno somigliato a quelli delle mie ricerche nel passato del “mio papà“.

Quando è morto, ero troppo piccola per partecipare al funerale (secondo la mia famiglia, io non l’ho mai mandato giù) e questi giorni somigliano tanto alle descrizioni dei miei familiari, che non mi sono sentita fuori posto. Come qualcosa che prima o poi avrei dovuto recuperare.

Spesso si sente dire che ognuno reagisce al dolore a modo proprio. Io non la penso esattamente così.

Ho conosciuto cinque bisnonni su otto, mi hanno accudita almeno altre quattro famiglie di anziani della via oltre alla mia, ho perso qualche amico: ne ho visti, di funerali.

Il dolore è lo stesso per chi resta, il dolore ha sempre la stessa forma: una linea divisoria tra il tempo prima e il tempo dopo, che ti si chiude attorno e ti si cuce dentro.

Adesso, posso toccare Alck, gli posso parlare, ma la sua mente si trova chiusa in un luogo dove non posso arrivare.

[…]

Una linea richiusa – 1

Ieri mattina mi sono alzata presto, sperando di poter concludere qualcosa, prima di tornare alla camera mortuaria. Alck mi aveva detto di andare per l’una, perché alle due si partiva. Alla fine, mi ha scritto alle dieci che loro erano là.

“Vuoi che venga adesso?”

“Come vuoi tu”

Sono tornata a casa, mi sono cambiata e avviata. Prima delle undici, li ho raggiunti.

C’erano lui e sua mamma, insieme al papà. La macchina della zia avrebbe portato i nonni: non era il caso di farli rimanere in giro più del necessario e sarebbero arrivati più tardi.

Lawrence, il giovane questuante nigeriano che staziona davanti al bar in cui lavora Alck, è passato a fargli le condoglianze. Lo avevo incrociato proprio al bar, di mattina presto, gli avevo raccontato. A lui Alck piace: tempo fa lo ha aiutato a tradurre il contratto per il lavoro temporaneo che aveva trovato, scambiano spesso due parole. Quando ho iniziato a spiegargli dove trovare la camera, ha riso e mi ha detto nel suo inglese africano: “Lo so dov’è: piantonavo il parcheggio dell’ospedale”.

Alck piangeva e Lawrence ripeteva: “you need to strong! For your mama!”

Sono passate altre persone, sempre più vicine tra loro, con l’approssimarsi dell’orario di partenza. Sono arrivati i nonni e la zia, insieme al cugino diciottenne che non ho sentito dire una parola tutto il tempo.

L’ultima ora nella camera ardente gelata, è trascorsa piena di persone: i datori di lavoro del papà di Alck, le colleghe della mamma, amici che gli anni avevano un po’ disperso.

Alck, per tenere assieme i pezzi e per il dispiacere di non avermi fatto conoscere suo padre prima, mi raccontava una storia per ogni personaggio delle loro vite.

“Quello lì, quello lì lavorava con mio papà in discoteca. Allora una volta, mentre preparavano il banco per la serata, avevano scaricato sul retro le casse di frutta per il bar e una cassa di cachi per mio padre, da portare a casa.

Allora, arriva il ragazzo che doveva tagliare la frutta e cose così, mio padre gli dice cosa fare e lui va. Poi torna, e chiede cosa doveva fare con cachi. Mio padre, serissimo, gli dice: ma come, non lo sai? Stasera è la serata spiedini di caco, sbucciali!

Poi ha chiamato quel signore che c’è lì, gli altri colleghi, e sono andati a guardare il ragazzo, che provava disperato di pelare i cachi senza farli disfare”.

“Quello lì invece, ha l’attività nel paese in cui lavora mio padre, e si sono fatti scherzi per anni. Una volta, ha pubblicato sul gruppo FB del paese una foto di mio padre, dicendo che chiunque si presentasse al bar quel giorno – il suo compleanno – e avesse mostrato la foto, avrebbe consumato gratis. Al terzo che arrivava con la sua foto in mano, mio padre l’ha chiamato per urlargli di tutto. Oppure gli mandava fiori, consegnati sul posto di lavoro con una drag queen. L’altro giorno mi ha telefonato e urlava e piangeva: MO NO, NON È VERO! DIMMI CHE È UNO SCHERZO! È UNO SCHERZO E MI STATE PRENDENDO IN GIRO”

[…]

Gli spartiacque – 3

Buttare giù su schermo questi giorni, è solo una scusa per rivedere il tutto in modo meno caotico e – chiuso il post – non pensarci per qualche minuto. Stamattina la camera ardente sarà di nuovo aperta e nel pomeriggio verrà celebrato il funerale.

Avrebbero preferito una celebrazione laica, ma qui sarebbe stato impossibile organizzarla per tempo. Ieri, Alck e la sua mamma sono andati a prendere accordi con il prete. Lui non ha voluto che io lo accompagnassi, lei – che conosce bene il figlio – ci ha tenuto a farlo.

Di tutte le persone che ho conosciuto ieri, quella che mi torna in mente e nelle orecchie con più insistenza, è il nonno. Padre del papà di Alck.

Si aggirava fuori dalla tenda che separava l’atrio dal giaciglio di suo figlio, con gli occhi spalancati; più che tristi, accesi di un misto di fuochi.

“Eh, ma io me l’aspettavo! Lo sapevo, che sarebbe successo. Vedi: mia moglie l’ha presa con disperazione, io con rabbia”.

Con giusto orgoglio, mi indicava la figura distesa, circondata dalla mamma che non si dava pace, dalla moglie con il suo fare mite e stremato, dalla sorella amaramente rassegnata.

“Vedi? Guarda che pezzo d’uomo è mio figlio! Che pezzo d’uomo che era…”

È vero: alto, quasi come Alck anche se non così secco. Alck da dietro sembra un po’ Jigen: magro-magro, lungo-lungo. Mi supera di una spanna. Normalmente, perché ieri avrei potuto raccoglierlo nel palmo della mia mano.

Il padre di suo papà ha ripetuto più volte quanto fosse solido il proprio figlio, sempre con il sorriso furbo di chi la sa lunga, di chi sta male ma non ha perso l’orientamento. Si è raccomandato di un po’ di cose, poi ci siamo persi e ripresi per un paio d’ore. Alla terza ora, per gli anziani genitori era il caso di andare a riposare un po’.

Alla terza ora, il peso del tutto era diventato troppo, per portarlo insieme a un carico di rabbia. Così, quell’anziano signore che si aggrappava al pessimo sarcasmo del Caso, ha lasciato l’appiglio e l’incrinata ironia che lo reggeva, si è dissolta. Anche i suoi occhi hanno perso il riferimento e hanno preso a vagare smarriti, insieme a quelli di tutti gli altri.

Se fosse un film

La giornata di oggi è passata per buona parte in camera mortuaria. Una parte consistente di persone e parole più che di ore, durata almeno mille giorni, finché è arrivata l’una e mezza del pomeriggio e ho lasciato Alck con la sua mamma e il suo papà. Davvero, sembrava che dormisse.

È sempre difficile quantificare il tempo degli spartiacque, che dividono l’esistenza in prima e dopo, rispetto a un grande dolore. Risucchia il tuo orologio anche se – come me – lo guardi succedere dentro a qualcuno vicino, e non a te.

Persino nei miei incubi peggiori, le alte e incontenibili mareggiate da cui scappavo annaspando, mandavano avanti una qualche avvisaglia. Una cortesia che la recente realtà, non ha avuto per la famiglia di Alck.

Se fosse un film, sarebbe un noir francese di umorismo incomprensibile: una serie di parenti improvvisamente investiti dal dolore, raccolti in una sala, ognuno che cerca di reagire – di capire – tutti con un modo a sé. Tutta la sua famiglia, l’ho conosciuta oggi. Così.

Una prima volta fuori da qualunque grazia della sorte, dentro un piccolo cosmo in totale tumulto.

È stato insieme un grande privilegio e un’affrontabile fatica.

Non lo augurerei, ma lo rifarei.

Gli spartiacque – 2

Per abitudine, prima di parlare di cose che non riguardano direttamente me, aspetto che l’argomento sia sulla bocca di tutti.

Ieri mattina, mentre aspettavo, il tam tam ha fatto il suo mestiere. A ritmo di dita insistenti sui tasti, di telefonate incredule e – mi hanno riportato – di un sacco di profanità, la notizia si è sparsa. Io, da qui, non l’avrei sparsa comunque, ma è questione di tempi e modi, di come mi hanno insegnato a comportarmi.

Ieri mattina, quando eravamo ancora a letto, il vibrare incessante era battuto dalla mamma di Alck. Gli ha detto: “Vieni, il papà sta male”, ma era già morto. Non voleva comunicarglielo per telefono. È stata molto brava.

Alck mi ha telefonato, una ventina di minuti dopo essere arrivato là.

La cosa che mi colpisce, di un lutto inaspettato, è l’estremo smarrimento. Anche gli occhi di chi lo vive, non sanno cosa fare: cos’avrebbero da guardare? Si appoggiano, un po’ qua e un po’ là, vagano. Sono altrove.

Alck è a casa con sua mamma ora, ma li aspetto da queste parti presto e mi serve qualche altro caffè.

I miei amici che hanno vissuto la stessa esperienza, quelli che sanno Alck dai soli miei racconti, fanno a gara di sussulti interni: anche quando chi subisce il lutto non lo conosci direttamente, sale dalla parte che è anche la tua. Circolo triste, ma solido.

Un dolore, più è grande, più è universale. È una delle poche cose incontrovertibili per gli uomini: se quello ti è successo, proprio quello, stavolta so cosa stai vivendo. E non vorrei.

Gli spartiacque

Vi è mai capitato di aprire whatsapp, con l’occhio che cade su una conversazione rimasta lì, senza risposta?

A me capita spesso con la chat di Alck, di cui sembro più la stalker che la morosa, stando alle varie messaggerie: io gli scrivo, lui non mi caca di striscio.

Cioè: mi telefona, ma dalla conversazione non emerge, poi quando – per qualunque ragione – devo scrivergli ancora e riapro la lista degli scambi tanto spesso a senso unico, mi sento la molestatrice che importuna il tizio tranquillo che sta sulle sue. Ancora. Perché è grossomodo così che siamo cominciati.

Gli ripetevo, quando in tempi non sospetti inviavo qualche link che me lo faceva venire in mente e lui non rispondeva: “Non preoccuparti: mi piace un sacco fare monologhi nella tua casella di chat”.

L’ultimo messaggio che ho mandato ad Alck è di un paio di sere fa: finito di lavorare sarei tornata a casa con lui. Mi ero già avviata verso il suo parcheggio abituale, lui mi ha chiesto dove fossi e io ho risposto.

Poi non ce ne sono stati altri: siamo rimasti per lo più insieme, dall’altra sera.

Vi è mai capitato di aprire messaggi di – tutte sommate – poche ora prima, e leggerli come da un altro momento, come da un altro pianeta?

Stamattina ci ha svegliati presto un insistente vibrare, Alck ha risposto ed è schizzato via.

Ancora non lo sapeva, che uscendo avrebbe chiuso alle spalle una vita precedente, che come l’aveva conosciuta fino a oggi, non ci sarebbe stata più.

Io aspetto, ogni minuto prendo in mano il telefono, e vedendo quella chat fingo di domandarmi come sarà adesso. La risposta la so già però.