Letti

C’è il signore sorridente che non si capisce bene cosa macchini, dietro la sua espressione cerosa, con il cuore rotto dentro;

c’è la giovane donna con l’aria di una ragazzina che ci accoglie sorridendo, mettendo su la faccia furba di chi spera in un dolcino, siede a gambe e dita incrociate sul letto con i polmoni in subbuglio per la voglia di tornare a casa;

c’è la signora con la lingua che taglia e cuce, non abbastanza per richiuderle le piaghe ma più che a sufficienza per fare la spia su quanto poco mangi la donna adagiata sul letto di fianco. La donna adagiata galleggia su una coltre di lunghi capelli grigi striati di bianco a circondare un viso da opale, spalle sottili e mani affusolate e guarda in cagnesco la chiacchierona. Solo una delle due vivrà, a meno che qualcuno non le molli una comprensibile padellata tra capo e collo;

c’è il signore allegro e gioviale, a guardarlo in faccia sembra un po’ un ragazzino e un po’ il Doc di Ritorno al Futuro, a guardargli le gambe c’è da mettersi le mani nei capelli e lui non ha chiaro che quello è l’ultimo dei suoi problemi. Il primo, stando alla sua anamnesi e agli occhi lucidi, penso sia avere solo una casa vuota ad aspettarlo.

Ci sono molti letti, in un grande ospedale, tante persone con i loro pensieri che si aggrovigliano e si diluiscono fino a disfarsi, come l’odioso gel disinfettante sui palmi, in cui tuffiamo le mani tra una sponda e l’altra;

c’è la minuta dottoressa svelta come una scheggia, a cui un’anziana sdentata e sempre meno allegra continua a domandare quando arriva “il dottore”, che passa in rassegna l’esterno e l’interno dei suoi pazienti e tiene i suoi pensieri chiari, netti, fuori dal groviglio in cui si perdono anche i miei.

Annunci

6 – Finisce così

“Oh, zintarola ‘d merda!”

“Guarda che ti butto giù dalla sedia”

“Eeeeh, zintaroòla ‘d merda, fai la violenta! Ti piacerebbe!”

[…]

“Ooooh, ma cosa dici Zintarooola!”

“Occhio Faggio, guarda che ti ributto giù dalla sedia”

“Come… quand’è che mi hai buttato giù dalla sedia?!!!”

“Ehm…Mezzo minuto fa…?”

Il funerale è andato, come vanno tutti i funerali.

C’era tanta gente, troppa per entrare nella soffocante chiesolina di borghetto. Gli anziani del paesino si dicevano tra loro, in dialetto: “Zugava a rugby, questi sono rugbisti” e in effetti tre diverse squadre sono venute a salutarti.

La cosa più triste è stato spiegare a un tuo caro amico, che per un anno allenò noi ragazze, passo passo cosa ti è successo, perché tu eri riservato e speranzoso ed è stata la prossimità all’ospedale e non a te a decretare chi sapesse cosa aspettarsi. Lui ha chiesto, io ho risposto.

È un dialogo che vorrei dimenticare e non ce la farò.

Sullo spiazzo di fronte all’ingresso, un odioso sole ci cuoceva il collo e un po’ la testa, la barista anglofona del minuscolo ARCI vicino (ci è rimasta la domanda di come sia finita lì) era entusiasta di aver venduto tante bottigliette d’acqua. “Siessanta botìglie!

Noi boh, si è aspettato fuori, vagato, pianto, parlato. Ogni volta che qualcuno si avvicinava non sapevo come sarei stata chiamata e – sarà stupido – ma quando uno dei tuoi amici di più lunga data, che fin da piccolo ha giocato con te, mi ha salutata con un mesto “Ciao Faggio“, è stato bello in un certo senso. Tiepido e familiare, nonostante il caldo asfissiante. Poi lo hanno fatto anche gli altri ed è stato un sollievo che questa vecchia gag non se ne sia andata con te. Finché qualcuno mi saluterà così, penserà in automatico anche a te, com’è sempre stato da otto anni a questa parte.

Per me resterai quello delle schermaglie nelle serate improvvisate, delle battute ripetute all’infinito come se ci conoscesse da sempre, quello seduto – brillo e molesto – tra un’altra decina di gigioni a prendermi in giro, per finire la serata sottobraccio accompagnandoti all’auto. Il ragazzone enorme, sgraziato, strano forte. Di tutti i modi in cui potrei farlo, scelgo di ricordarti quella sera lì.

Faggio Donna che mi scorta, ihihih”

Faggio, adesso ci fermiamo a bere un po’ d’acqua che non ti faccio guidare messo così”

“Oh, gli sbirri! Ihihihi”

“Vabè, siamo a piedi… guarda, ti prendo sottobraccio così passiamo inosservati. Se la pianti di oscillare”

Va là, zintaròla

Piantala Faggio, che non capisci un cazzo.

5 – Come un cielo stellato

Sembra ieri invece sono scappati otto anni, cinque dei quali mi avrebbero vista annegare, senza una boa ovale a cui attaccarmi, che giocassi o meno, mentre gli ultimi tre hanno scandito un’attesa da spettatrice, di cui non avrei mai augurato a nessuno l’essere protagonista.

Ogni tassello di quel periodo è avvolto da un senso di gratitudine forse sproporzionato ma sincero, per quanto marginale potesse essere rispetto alla situazione generale. Io e Faggio originale non avremmo avuto granché in comune, se fossi stata ribattezzata diversamente. Invece, ogni volta che ci trovavamo contemporaneamente nello stesso spazio fisico, a forza di battute e sciocchezze, si era diventati un binomio istituzionalizzato e, anche nel periodo in cui lui aveva giocato altrove, l’uscita classica consisteva in: “Ehi ciao Faggio! … ma Faggio Uomo, come sta?”

I siparietti che ci cucivano attorno, i battibecchi sul furto del nome e un paio di serate in cui l’alcol e le cazzate l’avevano fatta da padroni non erano bastati a farci amici, ma buoni compari.

Per una che non ha mai amato il contatto fisico, finire per caso in un universo sportivo in cui la pelle è coinvolta quanto i muscoli e la testa, ha reso l’esperienza totalizzante. Persino i miei amici al di fuori se ne sentivano coinvolti e avevano passato con giocatori e giocatrici diverse nottate in giro per bar.

Così, quando stavo preparando un esame abbastanza breve da essere superato nonostante le mie ridotte capacità mnemoniche, un amico – già specializzando del reparto corrispondente – mi mostrò sconvolto un reperto insindacabile.

L’esame che stavo preparando era Diagnostica per Immagini, al secolo “Radiologia“, e quello che avevo davanti agli occhi, se avesse rappresentato qualunque altra cosa, sarebbe apparso come una riproduzione di parte del cosmo.

Fin da bambina le immagini dallo spazio mi rapivano e incantavano, mi facevano sentire minuscola e importante: nonostante le ridotte dimensioni umane, era incredibile che potessi vederle; più tardi, avevo osservato a bocca aperta i poetici accostamenti che riviste divulgative mostravano, tra cervello umano e galassie lontane.

Tutte cose cadutemi in mente come da una rampa di scale, guardando un cielo stellato che altro non era se non una tac cerebraledi un giovane uomo di 33 anni

e mentre ne scrivo, mi avvio al funerale.

[…]

4 – come un cielo stellato

“Oh ma come cazzo corre…?”

“Ma come cazzo si è vestita…!”

“Che sfigata!”

“Ma come corre…? AH-AH! Oh, sembra Faggio!”

“Ooooh è veroooo!!! FAGGIO!”

Guardando ai primi allenamenti di rugby a cui partecipai, era ovvio che saremmo diventate grandi amiche, più per me che per loro.

Ero arrivata sul campo a causa di una scommessa di cui ero ignara: uno della sezione aveva detto ai ragazzi della maschile “Vediamo chi di voi riesce a portare più ragazze, per fare la femminile da farmi allenare”.

Mi avevano presentata a questo personaggio, quando avevo gentilmente declinato la proposta, con un “Velé, ti ho portato una seconda linea“.

L’ingresso in spogliatoio me lo ricordo: una decina di facce da cazzo che mi avevano fissata per qualche secondo, squadrata per mezzo minuto, biascicato qualche saluto svogliato e tornate ai fatti loro ignorandomi del tutto. Ero a casa, praticamente.

In quelle settimane mi misurarono in modi diversi e la perculata era una di quelle, forse la più importante.

A rugby, ogni numero di maglia corrisponde a un ruolo preciso, non si scappa: nessun doppione. Mi avevano fatta numero 5, seconda linea destra. Più alta della sinistra, nella mischia classica anche più leggera.

Il numero 5 della maschile era Faggio e io, come lui, ero castana, la più alta della squadra e tra le più rincoglionite.

A rugby, ogni numero di maglia corrisponde a una personalità spiccata, la caratteristica delle seconde linee è non capire un cazzo.

Diciamo che, sia per esperienza che per performance, Faggio era decisamente più esperto di me su tutti gli aspetti.

Sta di fatto che, in meno di un mese, io ero diventata La Faggio per le ragazze, candidata così allo sfottò trasversale da parte di ogni componente del CUS che avesse da ridire sull’esistenza della femminile, sull’usurpazione di spogliatoi o semplicemente usasse la polemica come hobby. Avevo persino occupato un nome non mio.

[…]

[…] 3 – misto triste

Mi distraggo un secondo e scivolano via settimane intere.

Dovrebbero esistere velocità diverse, per il tempo: ci sono cose che rallentano i pensieri e il resto attorno, senza il minimo rispetto, ti passa avanti.

Un minuto fa era il mio compleanno, il mese scorso, e Alck mi veniva a prendere per andare in pizzeria e darmi il suo regalo: Il Muro dei Gelsomini, confutando la mia convinzione riguardo il suo non ascoltare i miei monologhi nostalgici sulle letture che furono.

“È l’edizione originale del ’57!”

Ed è anche uno dei regali migliori che mi abbiano fatto.

Poi siamo arrivati a ieri, passando per una scappata in Svizzera a ritrovare una vecchia amica con cui avevo abitato anni addietro.

Prima tappa: Lugano, un posto orribile che doveva essere bellissimo prima che una schiera di idioti costruisse obbrobri di calcestruzzo tutto attorno a un lago che sicuramente avrebbe preferito rimanere sano.

“Guarda, guarda che schifo: quei blocchi orribili su e giù per le montagne sembrano metastasi” ho blaterato metà della giornata.

Seconda tappa, Basilea, una città bellissima, ma bellissima davvero, dove la gente fa il bagno nel Reno e sembra esista solo un vivere lento e irreale, protetto da monti e monolitici stabilimenti farmaceutici che non perdono di poesia, perché nei chiostri delle chiese circostanti si trovato, iscritti nelle lapidi, i nomi dei fondatori con cui si chiamano ancora oggi.

L’ultima tappa, al ritorno, l’abbiamo passata in un B&B molto strano: una casa in stile, costruita negli anni ’60 da un professore di scienze politiche che forse voleva sentirsi un po’ come sul Titanic facendo colazione ogni mattina, ma senza il rischio di affondare. Un rischio scampato, avendola costruita non sullo specchio del Lago di Como ma un po’ più in alto, in prossimità.

Quando – inspiegabilmente – è diventato ieri, Faggio era morto.

[…]

[…] 2 – Mal di gola, perché le mestruazioni sono finite

Probabilmente la mia attenzione è sempre stata discontinua o selettiva, altrimenti non si spiega da dove mi venga la convinzione – alla quale con sofferenza ho dovuto rinunciare – che gli esseri umani aspirino a miglioramento e progresso, per natura.

Stocazzo: sono una manciata, quelli che vogliono scoprire, progredire

ed è sempre stato così, tutti gli altri sono una sega di zavorra inutile che ha rallentato, nei secoli dei secoli, la velocità del processo.

Insomma: nonostante influenzi le esistenze di buona parte degli esseri umani, il progresso non è un interesse comune, esattamente come canottaggio e nail art. Probabilmente il calcio è molto più apprezzato della scoperta dell’insulina sintetica.

Serve rassegnarsi al fatto che siamo un ammasso di imbecilli, vabbè: secondo i miei canoni; a me affascina chi ha un cervello da matti e lo usa con potenza

ad altri entusiasma guardare strillare Barbara D’Urso per tutto il pomeriggio.

Penso che le persone come me siano migliori? Sì, certo. Ovviamente è una considerazione senza risvolti pratici sensati, anzi. Solo frustrazione.

[non ho finito]

Le mestruazioni e-d-io e cose sparse

Le ultime settimane sono state tanto reali e poco virtuali, che avverto il senso di disagio tipico di quando si realizza di essere stati troppo assorbiti da Internet, in quel periodo.

Qui si sta esagerando.

Zack mi ha effettivamente sbloccato il cervello: ho ripreso con gli esami e tolto il primo mattone, a cui è seguito un secondo mattone e in questi giorni arranco faticosamente cercando di farne un terzo, con scarse speranze, causa tre-mattoni-di-fila-sono-difficili-anche-per-le-persone-normali (neologismo).

Devo ammettere una cosa: finché sei dentro a un cervello pieno di spazzatura, capisci che c’è un ideale migliore a cui aspirare, ma è tutta teoria: la pratica, non importa quanto tu sia conscia dell’entità della situazione, ti lascerà sempre stordita.

Non avevo idea di come ci si sente, con la mente rassettata. È un po’ come se, da sempre, avessi camminato tenendo in mano ogni… (sto pensando all’analogia ma non ne trovo una sia soddisfacente che autobiografica, quindi:)

è come se da sempre avessi camminato con ogni attrezzo necessario a una giornata di pesca, in mano. Contemporaneamente. Perdendo di continuo pezzi e senza ordine né struttura, con ogni scossone della vita reale a farmi cadere le braccia, condannandomi a ricomporli nel loro precario squilibrio ogni volta da capo; finché qualcuno non mi ha insegnato come assemblare una cassetta per riporli. È molto strano non sentirmi più sovrastata da tutto quel casino.

Anche Alck è d’aiuto in questo: mi limita nelle ricadute e tendenzialmente mi ascolta, o finge.

Ad esempio, un paio di mesi fa, non so perché mi è venuto in mente un racconto che si chiama “Il muro dei gelsomini”, letto e riletto allo sfinimento nell’anno scolastico in cui le pagine del testo di Lettura lo contenevano. Neanche so se si parla di (fine) elementari o medie, ricordo solo le facciate su cui la storia era stampata, con i margini decorati da cespugli stilizzati ad acquerello. L’autore raccontava delle “sortite” che faceva da bambino, lungo i bastioni della città con la giovane madre, per agguantare quanti più gelsomini (ma in altre stagioni cacciavano fiori diversi) possibile, da mettere a macerare nel vaso di alcool e farne profumo.

Scrivo dal bus e l’autista sta ascoltando qualcosa che dubito sia granché di partenza, ma l’acustica della testa del veicolo lo sta tramutando nella performance di un’ipotetica boyband elegiaca a tratti pop, probabilmente bollywoodiana.

Nel frattempo sono arrivata da Alck prima e al mare poi.

Comunque, ore fa, avevo iniziato il post per dire che voglio fondare la mia personale religione; nella mia teologia Dio è donna ed Eva le ha trombato il marito (o la moglie).

Se no, tutto questo astio, non si spiega.

[continua…]