4 – Il tempo passa troppo in fretta, Ine.

Ti devo aggiornare sulle cose, poi ne succedono altre, poi se ne trovano altre ancora da fare e allora diventa un po’ inaffrontabile.
Mi sembra siano già passati mesi dalla domenica di due settimane fa, invece si tratta solo di una spolverata di giorni e io sono ancora a scrivere al sole. Un po’ sbronza da ieri, che c’è stato il matrimonio di B.

Vabbé, quella domenica mattina facevo “scatoloni” per vuotare quell’appartamento di merda. Infilavo cose a caso in sacchi della differenziata, pensavo a come sarebbe stato tornare a casa con i miei e affrontare tutte le questioni rimaste in sospeso quando me ne sono andata, e non riuscivo a togliermi dalla testa Lui. Che in pochi mesi è invecchiato dieci anni e che probabilmente non rivedrò.
La malattia è una cosa strana: il tuo tempo non diminuisce, passa ancora più in fretta e i segni si accumulano come scarabocchi sul quaderno di fianco al telefono nel 1994.

Insomma, oltre a essere già in fase di ricaduta psichiatrica, era un momento strano, triste e di passaggio tutto insieme.
Quindi, ovviamente, quando il tizio che avevo sentito al giovedì, mi ha scritto “Facciamo un’altra volta”
che – per come la vedo io – non era un’altra volta, era “non facciamo” e basta
mi è partita la fase pippone power.
E – come sempre – ho scritto a lui per scrivere e basta. Una gran fila di cagate.
Ma questo è irrilevante. Impezzare gente a caso è il mio modo di sfuggire alla noia. Ho dato un nickname al tizio? Non ricordo, lo chiameremo Tizio.
Avrei voluto scrivere a B e lo avrei fatto, non fosse che era nel pieno dei preparativi per il matrimonio e non volevo intristirlo/preoccuparlo/annoiarlo. Avremo tempo di sentirci tra qualche giorno.
B è l’unico che, sotto pippone, ha sempre risposto al fuoco con la stessa portata di seghe mentali. Poi arriverò anche a raccontarti del suo matrimonio di ieri.

Mi sono appena data un improbabile smalto con i brillantini, poi sovrappensiero ho appoggiato la guancia al pugno chiuso. Il mio nome è Jem! Papparapappaaa….
Tutto questo, per strada. Vabbé.

Direi che Tizio può essere lasciato stare, ma lo dico a oggi che sono tornata in me, che non ho più bisogno di una fuga mentale (almeno, fino alla prossima volta in cui ne avrò bisogno) e che ho un sacco di cose da fare. Quella domenica, non lo dicevo.

Che poi, in realtà ora mi viene in mente che il pippone power l’ho scritto lunedì, alla domenica ho solo risposto acida al suo messaggio e ho cancellato l’app su cui lo sentivo, perché sono diventata coscienziosa: bloccare le vie di comunicazione, quando si è fuori di testa.
Peccato che la tecnologia fornisca così tante alternative…

Dopo aver fatto sacchi a caso, mi sono buttata in doccia e ho aspettato che un amico venisse a recuperarmi, destinazione: campo da rugby per la partita dei ragazzi, che avremmo visto solo a metà perché poi c’era da andare nel padovano al battesimo di questo puteo, figlio di un ex rugbista dei nostri.
A preoccuparci di andare alla cerimonia siamo stati solo in due:
io, la bestemmiatrice miscredente
e l’amico che guidava, l’Ebreo Ateo.

Domenica ho pensato un po’ anche a P, che tu vedesti solo di sfuggita una sera di un paio d’anni fa e dicesti che non ti piaceva neanche un po’. E a me sì, ma si sa che ho pessimo gusto.
Giocava ed ero un po’ triste: si vede che non sta bene. Ha un collo messo parecchio male, e si ostina a ficcarlo contro la spalla di un avversario e a spingere. Mi spiace molto.

Ad ogni modo, abbiamo abbandonato la partita e preso l’autostrada, direzione: Abbazzzia di Stocazzo.

Dopo nemmeno esserci mai persi, arriviamo in ‘sto posto da matti, bellissimo e supercupo, assistiamo alla mezza messa con il coro più stonato del mondo intero e parliamo del più e del meno con parenti del nostro amico.
Poi, via al rinfresco.

Ora: io non ho mai indagato sullo stato patrimoniale dei miei amici. Non mi interessa, non mi riguarda e son fatti loro
però devo ammettere che, se lo avessi fatto, avrei potuto immaginare cosa mi aspettava:
un Bat-matrimonio.
Senza supereroi ma pieno di superfigetti.
Ogni tre secondi mi veniva da parlare del mio amico chiamandolo “Lo sposo”, e non ero l’unica.
Adesso devo andare.

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3 – Per Ine

Vedere Lui, è stato un colpo non indifferente.

Lo penso ogni giorno, non ossessivamente come la settimana iniziata da che l’ho saputo, ma ogni giorno.
Penso a come sia, a meno di 35 anni, sapere di avere i mesi contati
all’effetto che deve fare guardarsi attorno e sentirsi un alieno nel posto che prima era casa
a quanto debba sentirsi solo.
Chissà com’è, ricordare a ogni respiro di essere mangiato vivo da dentro.

Il mio primo istinto, due mesi fa, era stato cercarlo.
Volevo parlarci, anche di niente. Fingere di non sapere e magari offrire qualche sprazzo di calcolata normalità, nei limiti del possibile.
Ma non erano davvero affari miei.
Per quanto stessi male, per quanto sentissi l’urgenza infantile di fare qualcosa, non era un combattimento a cui avessi diritto di partecipare. Non stava a me.

Sabato scorso, Lui era lì per strada, accompagnato da due donne giovani che mi hanno guardata con disprezzo nei pochi minuti passati a parlare
e mi ha prima sorriso, poi si è rabbuiato;
ha raccontato qualche sciocchezza, la voce si è rotta ed è scappato via.

Si è rotto qualcosa anche di mio.
Ci sono no, quei momenti in cui si rompono cose ed è giusto così?
Cadono denti, crescono sentimenti, cambiare e il passare del tempo aprono crepe e tracciano segni, ti fanno venire le smagliature prima sulle chiappe e più avanti nel cuore
ma insomma, si sa.

Lui sembrava invecchiato di mille anni e un bambino indeciso, e un uomo arrabbiato, tutto in brevi frangenti vicini e veloci.
Spero che in mezzo a tutto questo, gli resti da passare qualche momento di felicità.
Non credo lo rivedrò.

Fino a che sono rimasta in giro con Mik, ho potuto rimandare questi pensieri.
Dopo mangiato siamo tornati verso piazza, abbiamo bevuto qualcosa e poi raggiunto qualche suo amico.
Hai presente quella cosa che ti insegnano a fare in un sacco di film (tra cui Il Diario di Bridget Jones)?
“Quando presenti le persone, fornisci dettagli interessanti”.
Mik, maestro di uscite notevoli, ha fatto le presentazioni.

“Tazza, lui è l’amico di cui ti parlavo, il microbiologo nerd. Microbiologo Nerd, lei è Tazza, e il suo intestino fa schifo. Chissà cosa c’è dentro”.

Ovviamente, questo ha dato luogo a una lunga intervista incentrata sul mio alvo, i miei ritmi defecatori, le reazioni a certi alimenti.
E gli altri presenti, sempre del settore e interessati all’argomento merdicale, partecipavano coinvolti.

Lo diceva, un vecchio conoscente di dieci anni fa: “I giovani parlano di sesso, merda e soldi”.
Spero non si tratti di fasi a tenuta stagna.

Comunque, Microbiologo Nerd ha concluso proponendomi l’analisi di uno striscio di cacca, “Secondo me, sei piena di clostridi” e Il Rappresentante ha elencato la lista di prodotti che potrebbero essermi utili.
Il Rappresentante è altro amico loro, un ragazzo davvero bassino, con un modo di fare diretto ed efficace. Abbastanza da farti supporre che abbia un ottimo rapporto con il suo pisello. Tutti i maschi minuti conosciuti negli anni, mi hanno dato quest’idea.
Lo avevo incontrato già in un’altra occasione, ce lo siamo ricordati entrambi solo nel momento in cui ha fornito la sua consulenza commerciale: mi aveva già consigliato qualcosa in passato (per l’insonnia). La cosa divertente è che parte con una perfetta presentazione del principio attivo del caso
vantaggi, dosaggi, maneggi
poi – regolarmente – è prodotto da una ditta concorrente, mica dalla sua!

Decretato che Mik si sarebbe fatto corriere della merda – dal mio retto al tavolo di lavoro di Microbiologo Nerd – (non ti dico l’entusiasmo) siamo andati tutti assieme al K, io li ho brevemente abbandonati per avere una conversazione emo con il mio (ex) Allenatore che o è in campo o è al bar, e alla fine io e Mik ci siamo avviati verso casa tardissimo.
Lo sapevo che saremmo andati a casa tardissimo, sai perché?
Perché il giorno dopo avevo una giornata lunghissima, che sarebbe terminata con un battesimo nel padovano, e avrei dovuto guidare io al ritorno.
Ogni volta che devo guidare a tornare da Padova, finisce che salgo in auto con alle spalle cinque ore di sonno
totali-della-settimana.
Questa volta però, non è andata proprio così.

2 – Dicevo, Ine.

Nei giorni scorsi ho avuto una breve ricaduta, in cui ho sclerato completamente.

Sono diventata bravina: da fuori si vede poco, ma quando succede è come svegliarsi una mattina dopo essere stati drogati nel sonno, di acidi. Un po’ fastidioso. E non dormo abbastanza, e quando dormo faccio incubi.
Due giorni fa, ho sognato che dovevano sottopormi alla stessa operazione che aveva fatto un’amica (sempre nel sogno), quindi vado sotto i ferri. Peccato che a me, perché riesca, devono staccare un piede e poi eventualmente riattaccarlo. Solo che, dopo averlo staccato, me lo lasciano da tenere e il piede inizia rapidamente a decomporsi. Anche il mio viso cambia: è sempre più bianco e alcune parti sembrano diventare di argilla secca, altre anneriscono.
Provo a portare il piede amputato in frigo, arrancando, perché lo scopo originale dell’operazione era rimuovere fette (senza razionale anatomico) di quadricipite della stessa gamba e non procedo benissimo così mutilata, ma quando arrivo davanti allo sportello, del mio piede sono rimaste solo le ossa che si separano e mi cadono di mano.

Insomma, è una decina di giorni che non dormo normalmente, sono così stanca che non ricordo di cosa ti stavo scrivendo.

Comunque, giovedì.
Giovedì sono salita e poi scesa dal treno, già con quel fermento da “Sono sull’orlo di una fase d’instabilità”.
Ho visto amici, ho fatto chiacchiere, ho fatto scatoloni.
Venerdì non me lo ricordo, forse nemmeno è esistito.
Sabato ho pranzato da un’amica che ha un bimbo piccolissimo e molto divertente, ma anche lei è tascabile e molto divertente, quindi non mi stupisco e la sera sono uscita con il suonatore di mandolino, te lo ricordi?!
Che matto… Ogni tanto ci vediamo, siamo diventati piuttosto amici nell’ultimo anno.
Comunque, Mik è fuori come un copertone.
Passeggiavamo per le bancarelle, ci raccontavamo cose e persone ed un certo punto mi dice
“Abbiamo appena incrociato la mia ex”
io, che dal vivo non l’avevo mai vista ma mi ero sciroppata interi album amorosi su FB, stavo giusto dicendo “Mi sa che non saprei nemmeno riconoscerla…”, quando una scheggia biondiccia e lentigginosa si è parata davanti a lui, a un centimetro dal suo naso.
“Beh, neanche mi saluti?!”
Seriamente: non avevo mai visto un sorriso così tirato. Tutti quei denti in una volta sola, erano inquietantissimi. Ho arretrato spontaneamente di due passi, penso sia la seconda volta in tutta la vita.
In una manciata di secondi, si è aggiunta all’allegra e traumatizzata combriccola una signora bassa con lunghi capelli stopposi – un misto tra una fattucchiera e la signora dei piccioni – e un tizio che definirei affettuosamente “minus”: aveva una gran fretta di presentarsi, ansimava, e palesemente non capiva un cazzo.

Comunque, la ex fronteggiava Mik, che rispondeva a monosillabi un po’ scocciati.
“Allora ti laurei?!”
“Sì sì”
“Bene, io sono stata assunta!”
“Ah, brava”
e via così.
La cosa tragicomica, è che quei due – in teoria – si dovevano sposare.

All’inizio dell’estate, avevano iniziato a comparire su FB post allusivi.
Ora, io ad un certo punto avevo oscurato Mik, perché quando è in fase entusiasta più che un profilo social, la sua pagina FB diventa un cazzo di fotoromanzo. Due amici pettegoli però, mi avevano fatto pervenire la notizia:
“Oh, ma Mik che si sposa??”
“Ma con chi…?”
“Eh con ‘sta tipa che ha conosciuto a lavorare…”
“Ma quando?”
“Boh, tre mesi fa?”

Noi non conoscevamo le esatte circostanze della bazza, ma conosciamo abbastanza lui.
“Quindi, quando la molla?”

“Dipende…”
“Tu che dici?”

“Allora, le opzioni sono tra: molto prima, la settimana prima e la settimana dopo”.

Noi non conoscevamo le esatte circostanze, ma Mik me le ha raccontate una volta concluso l’inquietante incontro e allontanatici da lì, perché era tutto molto poco chiaro: era stato veloce (questi in 4 mesi hanno fatto e disfatto, io in 4 mesi manco ci dormo, con qualcuno) e pareva fosse tutto un viaggio mentale di lei, ma era impossibile che lui non ci avesse messo del suo.

“Beh Tazza lo sai come sono fatto io quando m’innamoro”
“Incauto…?”
“Ma sì, ma sì, io mi lancio, faccio le cose per trasporto…”
“Eh ma pure lei era innamorata, c’aveva creduto e c’è rimasta male quando l’hai mollata. Considerato che era la prima volta in cui vi incontravate dal ciaone…”
“Ma sì, ma hai 37 anni, puoi anche capirle certe cose…”

Eh sì, Mik, aitante e stronzissimo trentenne, è andato a illudere una donna già in para con il proprio orologio biologico.
Per farla breve, salta fuori che lui le aveva detto “Beh io mi laureo, tu finisci, potremmo anche andare a convivere a novembre”
e lei avrebbe risposto “Eh io però non convivo senza sposarmi”.

“Quindi io ho detto ok” mi confessa.
Mik ma sei scemo?? E ti stupisci che sia incazzata?” (questa sono io, con gli occhi sgranati e il terrore di incrociare di nuovo la ex tra la bancarelle piene di spiedi roventi).

Vabé, comunque in mezzo a tutte queste chiacchiere, io e Mik abbiamo diviso una grigliata argentina, seduti sotto un orrido gazebo a fianco del quale passavano un sacco di persone;
è stato lì che Mik mi ha detto “Beh, guarda chi c’è”.

E c’era Lui, che io non credevo avrei mai potuto rivedere.

Lui, neanche un “amico”: uno di quei conoscenti a cui sono legata per una gag di quelle che restano impresse.
Uno di quelli che non senti, ma di cui pensi “La prossima volta che lo becco devo troppo dirgli ‘sta menata”.
Uno di quelli che non avrebbe alcun motivo, per non esserci per sempre.

Se non che, un paio di mesi fa, Lui è andato a farsi controllare perché aveva un disturbino e la sua tac era piena di stelle, nubi, pianeti e intere galassie
dove dovevano esserci solo cervello e polmoni.
E io non potevo dirlo a nessuno
e non avrei nemmeno dovuto saperlo.
Poi la cosa è uscita: qualche familiare lo ha raccontato in ospedale, ha girato al di fuori del segreto professionale. Sempre sussurrato, perché a quell’età non ti aspetti una cosa così, perché non sono fatti tuoi.

Quando Mik mi ha detto che stava passando di lì, sono corsa a salutarlo. Devo aver corso davvero lentamente:  l’ho raggiunto, e aveva una decina d’anni in più di come lo ricordavo.

 

1 – Per Ine – Era giovedì

Sedevo all’estremità del binario di una stazione di periferia, fin dove mi aveva traghettata la zia, e mi sentivo pimpante.
Ovviamente, per un motivo era sbagliato. E non posso farci niente.
La news è che non voglio, farci niente.
Se a 150 anni ancora sono fatta così, così resto e pace. Inutile forzarmi a essere diversa: mi partirà sempre un irrefrenabile entusiasmo per qualcuno
eventualmente risulterò insopportabile
probabilmente finirà in niente.
Ma a me piace e a pretendere di cambiare, perdo solo del gran tempo.
Io voglio lo slancio, poi sbattere, rompermi e rimettermi insieme e me lo dicono tutte le persone risolte, che così non si fa; lo so. Sticazzi.
E mica m’innamoro, io mi gaso. E mi gaso per maschi e femmine – quasi indistintamente, anche se la statistica è asimmetrica – ed è gas che uso per accelerare sulla via di fuga, da quello a cui non voglio pensare.
Lo so: è poco funzionale e spesso fa vittime, anche se più raramente e per ora è il massimo che garantisco, perché sono felice ma non sempre. Comunque, era più di un anno che non succedeva.
E poi sono anche grata all’infelicità, che mi ha lasciato tante persone: chi sopravvive ai miei colpi di testa, spallate o lunghe scomparse, ha una parte nella mia serenità. Ho ancora qualche sclero, via via un po’ di meno.
Anche tu, Ine che ci sei a prescindere da quanto a lungo io manchi.

Insomma, al binario aspettavo il treno e facevo un errore.

L’avevo cominciata per una cagata.
Un giorno arrivo in un bar dove vado ogni tanto, e c’è lui dietro banco che mi chiede “Quindi tu conosci la mia amica?”
Chiacchieriamo un po’, l’ha visto su FB e mi resta in mente. Alla prima cacca ci guardo e trovo un assortimento inedito di gente in comune. Di vista lui l’ho presente da anni, ma mai scambiato più di qualche chiacchiera al volo. Vedo anche che ho la sua richiesta in sospeso da un’era geologica (non l’avevo riconosciuto), e l’accetto.
Poveretto.

L’appartamento c’era ancora, ma ero già di ritorno fissa al paesello.
Avevo finito di lavorare, portare avanti il mio progetto 15 ore al giorno non sono capace, insomma: mi stavo scassando le palle.

Quel tizio mi aveva sempre beccato bene. Senza motivi in particolare: gentile, divertente, non il mio genere – che nei miei gasamenti è un plus – e mi serviva una distrazione. Cioè, la volevo. Boh, non so.
Lo impezzo un po’ su messenger e non ottengo granché: non mi dà corda.
Allora io – che sono un’idiota – penso “Perché non cagare il cazzo a tutto tondo?”
Quando faccio ‘ste cose sono come sbronza: mi sembrano veramente idee normali. Poi, a me divertono, ma sono talmente egocentrica che non mi fermo a pensare che dall’altra parte c’è un essere umano senziente, forse non altrettanto entusiasta dei miei trip senza acidi.
Genialmente, decido di buttare l’asso, il re o come cazzo si dice
e gli scrivo una cosa tipo: vabé tu non sei impezzabile e io faccio schifo a impezzare, comunque lo facevo esclusivamente a secondo fine, almeno puoi prenderlo come un complimento. Circa.
Lui risponde pisciandomi gentilmente, come se gli avessi chiesto di frequentarci o una roba simile – che ci può stare: non è che io sia chiarissima – e io ribatto che no: per una qualche ragione lo avevo sempre trovato vagamente scopabile e che non cercavo storie.

Ora, se ricordi, questo da parte mia – monaca part time – è un discreto complimento e allo stesso tempo vuol dire nulla. La cosa che volevo davvero, era provare l’ebbrezza di essere sfacciata, che mi viene naturale in ogni altra fetta d’esistenza, mentre a livello interpersonale resto sempre la passiva.
Ed è stato divertente, poi ci avevo visto giusto: un rimbalzo gentile, qualche caffè più divertente del solito, tutto lì.
Ma – ovviamente – non avevo finito.

It’s been a while – ciao raga tutto rego?

Posto che dovrei stare a scrivere altro, al momento
ho uno di quei nidi di mosconi annodati in fondo al naso e non capisco, non connetto
voglio solo andare a letto.

Filastrocche a parte, penso di avere un po’ d’influenza, negativa.
Deliro, non c’è dubbio.
Più che altro, penso di aver messo in prospettiva corretta un sacco di cose, che prima mi erano chiare solo in teoria.
Cioè: non avevo capito un cazzo, perché pensavo avesse senso quello che facevo, mentre le mie azioni non azzeccavano manco per sbaglio dove volevo arrivare. Ma io pensavo di sì.
A parlare è il nido di mosconi nel mio cranio, io declino ogni responsabilità.
Bleah.

Comunque, ieri sera messaggiavo con Ine, una delle mie ex coinquiline.
Lei non ha mai fatto mistero dei sentimenti, usarli le viene spontaneo
io non capisco se ne ho meno o se fallisco nell’adoperarli
forse entrambe le cose.
Insomma, si lamentava che non mi faccio mai sentire, che non le racconto niente
in realtà la penso spesso, però ho sempre così tanto che mi risucchia nella testa
da effettivamente rendermi merda, come amica a distanza.

Ho avuto qualche giorno strano, molto strano
m’è sembrata lunga un mese, la scorsa settimana.
C’è da dire che, con la scusa del trasloco di ritorno al paesello, a causa di cose da fare che non giustificano un affitto a caz di cane, sono uscita con molti amici, ho parlato con tanta gente, ho mangiato spesso fuori.
La settimana più onerosa degli ultimi sei anni, mi azzardo a dire
e non sto pensando ai soldi.
Infatti adesso sono a casa influenzata
e leggermente in imbarazzo, ma questa è un’altra storia.

Vabbé, tutta questa intro per dire che devo aggiornare Ine
e animare i suoi viaggi in treno
e mettere in fila le idee
brutte indisciplinate
e chiedere scusa in anticipo
per una promessa che infrangerò.

 

Buon Pomerdiggio

La seconda parte di questa giornata, che chiameremo luvedì
la battezzo pomerdiggio.

Merdiggiare pallido e assorto 
fuggo dall’acqua e ho il fiato corto.

In realtà sono riuscita a ripararmi prima dell’acquazzone, ma mentre più pedalo in fretta più mi viene da poetare.

Ogni tanto parlo in rima, tipo un personaggio sfigato di Topolino. E scrivo in rima, involontariamente.

Dovete assolutamente guardare Cosmos, documentario a puntate di quaranta minuti che insegna un mucchio di cose. E leggere la rubrica de Il Post sulle parole, tutte quelle che noi – cresciuti senza Youtube, abbiamo imparato dagli insulti di  Zio Paperone.

A questo proposito, Neil deGrasse Tyson, astrofisico, divulgatore e narratore di Cosmos 
una sorta di Piero Angela nero e baffuto
parlando del guscio di asteroidi che ci avvolge la galassia, dice in una delle puntate:

“Il fatto che molti di noi conoscano il nome di assassini
ma non hanno mai sentito di Jan Oort
cosa dice di noi?”

Hey Neil, parla per voi
noi che siamo cresciuti con le dritte giuste lo sappiamo:

Eta_Beta1
la Nube di Oort è il luogo dal quale
vengono le comete.

 

Fotografie nel pomeriggio – courtesy of Lu e Gu

La scorsa settimana, mi aveva raggiunta un messaggio di raduno famigliare, schieramento Padre:

“Domenica la nonna si sposa e vuole che ci siamo tutti”

Padre va interpretato: l’anniversario, 60 anni.

Quindi domenica, in ritardissimo per una serie di motivi assolutamente prevenibili, ho raggiunto il paese, perso un mucchio di tempo, fatto tappa dal fiorista e una corsa fino alla chiesa.
Va da sé: ci sono arrivata ridotta a grado schifo, ma tanto la chiesa fa schifo a me, quindi pari e patta.
Rimane che entrarci ha come sempre significato piombare in uno scenario immerso nei ricordi.
In parte, per l’essere cresciuta nella parrocchia di un paese dove ci si conosce tutti,
in parte perché stavolta, superando la porta, mi sono trovata tra Lu e Gu che ormai sono alti.
E per fortuna non sono tipi vendicativi: una volta, tra i miei compiti, c’era il rincorrerli e picchiarli per i cortili dell’oratorio e, se con Gu forse potrei ancora giocarmela (o almeno sopravvivere), Lu vincerebbe a mani basse. Erano miei bambini a Estate Ragazzi.
Gu è il più giovane, ha sei o sette anni meno di me. Questo rende possibile scroccargli la presa di tabacco per una sigaretta e allo stesso tempo ricordarlo secco scricciolo delle scuole elementari. Aveva gli occhi spiritati, un sorriso da castoro e l’insana capacità di suscitare istinti omicidi in qualunque essere umano. Poi però faceva troppo ridere, con quello sclero sempre addosso. Ora è un ragazzo un po’ punk ma anche a modo, a parte l’orrida treccina che, grossomodo, sembra coltivare dalla terza elementare. Contando che ha 23 (22, 24? Non ricordo) anni, probabilmente si avvicina il momento in cui l’abbandonerà.
Lu ha 4 o 5 anni meno di me, non ricordo. Secondo me, è bellissimo: mi suscita immediatamente la cotta della prozia. Lo ricordo preadolescente, o come si dice quando tu hai 16 anni e qualcun altro ne ha circa 12. Un abisso, all’epoca. Aveva sempre quell’aria di sufficienza stampata tra occhi e naso, e a dirla tutta mi stava un po’ su.
Nel tempo, a blocchi di anni, l’ho visto cambiare. Per chissà quale ragione, le volte in cui ci si incrociava, si fermava a salutare. E io mi ricordo un suo vecchio cappello. Mi sono sempre fermata anche con il fratello, ma quello ci sta: l’ho picchiato di più.

I due mi hanno salutata, Lu mi ha chiesto se non avessi paura di sciogliermi a entrare lì.
Ho biascicato qualcosa ma l’importante era altro: c’era ancora tempo, dovevo uscire al volo, recuperare i fiori ordinati. Su e giù per la via, compaesani confusi si guardavano di sbieco al mio atletico passaggio.
Avete presente, come ci si senta sempre meno sfigati dentro, di come alla fine si risulta da fuori? Beh, la sensazione che avevo, di correre in modo almeno decoroso, temo fosse ingenua illusione.

Comunque, presi e pagati i fiori, via di nuovo di corsa alla chiesa, accaldata, sudata. Lu e Gu erano usciti a prendere aria ma io dovevo entrare, allungare i fiori ai nonni senza rullare nessuno nei corridoi gremiti, incrociando le dita per essere in tempo.
Missione compiuta! Non li avevano ancora chiamati!

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I miei nonni odiano essere fotografati, il nonno finge sempre che non stia accadendo

Ovviamente non mancavano pochi minuti al loro turno per andare all’altare a ricevere la commemorazione, ma tipo un’ora.
“E ora le coppie che festeggiano un anno!”
Ma cosa caz c’è da festeggiare a un anno dal matrimonio??
Almeno ho fatto cardio.

Mi sono messa buona buona, insieme a ZioSorella e relativa Mamma Cri,  Padre (in ordine di incontro) ad applaudire forsennatamente a intervalli sempre più brevi, per le coppie chiamate, nella speranza di accelerare il ritmo della cosa. Speranza vana.
Almeno ho fatto braccia: un anno, dieci, quindici, venti, venticinque fino a sessanta poi sessantadue anche. Più di una coppia, per lustro e biennio.

Al momento di uscire, volevo proprio una sigaretta. E un gatorade. Lu e/o Gu sulla sigaretta potevano aiutarmi. Ricordo vagamente che forse Lu ha smesso e neanche so, perché lo so. Ma Gu è giovane, fuma ancora, sicuro. Mi appioppo e li seguo, menzione d’onore al loro, di nonno, che sulla porta sferza la chiappa della consorte, la quale ottant’anni non so dove li abbia messi: non li aveva di certo portati con sé.
Chiacchieriamo di nulla, arriva mio padre.
Padre aveva riconosciuto i nonni dei ragazzi, e ad un certo punto molla labbomba, il colpo di scena! L’acme di ogni riunione sociale dalle mie parti: siamo parenti alla lontana.
Non so voi, io imparo d’essere parente di qualche compaesano almeno tre volte a settimana da quando ho memoria. Altro che sardi. Uno dei miei bisnonni aveva 12 fratelli, l’altro 7, tutti si sono abbondantemente riprodotti qui in zona, quindi…

Lu e Gu, che sono abbastanza carini da simulare, si mostrano entusiasti, specie perché Padre rivela di avere, nascosta chissà dove, una foto che ritrae sia lui che la loro madre piccoli piccoli, insieme alle rispettive genitrici.

“Dopo la cerco”, dichiara. “Scambiatevi i numeri che poi ve la manda”.
Lu mi dà il numero, si va tutti a casa.

Mangiamo – parte che normalmente si svolge in pace – e alla fine del pasto, il tema su cui litigare, rispetto alle altre occasioni è una novità:
le foto sono troppe, non la troveremo mai, lasciamo stare da un lato (squadra Zio)
beh le sfogliamo insieme, vedete che la troviamo dall’altro (squadra Padre)

I miei parenti hanno una sorta di tradizione per le ricorrenze: litigare il più possibile. So che è una pratica diffusa anche altrove.

Comunque loro, sapendo che succederà, si sentono tranquilli solo dopo essersi rovinati la giornata a vicenda.
Una vocina dentro li avverte: “Ehi attenzione, si sta pericolosamente navigando nell’area comune delle vostre opinioni, su un ipotetico campo minato a diagramma di Venn. Si raccomanda diversiva a dritta e prendere bene tutta la distanza che c’è!”
Se si va d’accordo troppo a lungo poi, c’è il rischio di posticipare troppo l’inizio della rissa, che per farla bene dopo serve prolungare il tempo insieme – che fai vuoi lasciare una lite a metà? Senza contare che l’attesa li uccide. Insomma, va tolto il pensiero.

Questa volta, ispirata dal rallegrante effetto dei ricordi, decreto e annuncio – con un giocoso aumento di volume che penso abbia divelto alcuni pali della luce – cosa faremo:

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Inoppugnabilità, incisività ed eleganza, dal mio ululato colpiscono sui denti tutti gli astanti come una stilosa borsettata Chanel e, abbacinati dallo sfoggio di logica, Zio e Cugino dalla fazione del No!, eseguono.

Avevo avvisato Lu che non avremmo mai trovato “la foto di famiglia in questione” vista la mole di immagini a disposizione. Lui aveva risposto con uno scatto di loro fratelli insieme ai nonni: “Ecco la prima”. Al giapponese. La mia cotta da prozia lì ha raggiunto la vetta: obiettivamente adorabili.

E niente, ci siamo immersi.

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Le foto erano davvero tante, abbastanza da coprire il nostro campo di battaglia.
Hanno nascosto le caselle, non potevamo più affondarci.

Siamo rimasti così, seduti qualche ora, a rivedere persone che mancavano da un po’, a presentarci ad altre, che non avevamo mai visto.

Nonna Saura
La nonna odia questa sua foto da bimba, invece le piacciono tutte quelle dov’è con il nonno
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Qui ci sono i passati di più persone di quante pensassi

Mia nonna è quella davanti con la giacchetta aperta, il ragazzo a destra era il tabaccaio della via principale, che mi vendeva le Super con filtro a stecche. Ma il filtro mica c’era. Erano per la mia bisnonna, squadrone Madre però.
Non avevo mai saputo che fosse stato così giovane e bello.
Tra gli altri attorno, ce ne sono troppi uguali-uguali a persone che conosco, non c’è bisogno di specificare chi siano i loro discendenti.

Ho visto anche molte foto di me

Nonna e io
Sembrano foto degli anni ’70, ma era il 1991, a occhio e croce

In particolare, sono una di quelle che mi ha fatta più felice è questa:

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La bisnonna e la nonna. Un’amica a cui l’ho mostrata mi ha chiesto: “E la bambina chi è?”

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Ce n’è stato per tutti: mio nonno da giovane, mio padre da piccolo, mio zio da sfigato (l’ultimo a destra).

Poi ovviamente, abbiamo trovato la foto, che quasi tutti ci eravamo dimenticati di essere lì per cercare.

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Mia nonna è a destra che regge Padre 
nel mezzo la mamma di Gu e Lu, con la loro nonna
gli altri non so, forse scoprirò di essere loro parente un’altra domenica.

Ed è stato proprio bello. Davvero. Eravamo un po’ tutti commossi e non lo ammetteremo mai.
Ho ringraziato molto Lu. Pure troppo, come faccio sempre quando l’entusiasmo si fa contestuale ad un aperitivo con lo stomaco molto vuoto: sgraziata ubriaca.
Prima di addormentarmi, la mia personalità dodicenne ha cancellato la conversazione. Perché si vergognava, di cosa poteva aver inviato via Wapp, mentre per strada alle tre di notte chiacchierava con norvegesi appassionati di Dante e londinesi vestiti di nero. La sveglia alle 6.20 è stata terribile. Punizione proporzionata ai deliri virtuali.

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Ho scoperto che mio nonno si sentiva molto bello. Esibiva scatti con una certa vanità: “Guerda que, fàti gamb” diceva sventolandosi, secoli fa in costume. Mentre “figurino” si sentiva da ritratto col vestito color… cacca? Ma la foto mostrata forse con più orgoglio è stata questa al centro, lui e mio padre, forse l’ultima volta in cui si sono abbracciati. Eh, c’est la vie, specie quando hai una testa di merda. Entrambi. Anche i bisnonni, non li vedevo da un po’. Li penso spesso, ho il terrore di dimenticare.

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La nonna, quando siamo tutti insieme, sorride sempre.
Il nonno mai, a meno che io non dica qualche maialata che lo diverte, e lui è burbero e silenzioso e si vedeva che quelle fotografie tutte insieme erano tanto. Mi pizzicano occhi e naso anche ora a scriverne e sono come lui.

Quindi io e Sorella ci siamo messe a fare brutte facce nelle foto e a mostrargli i risultati.
Lui sbuffava una risata e diceva “Um cunsòl“. “Mi consolo”, nel senso che riusciamo a essere più brutte noi.
Gli è piaciuto lo scatto preso poco prima di uscire dalla chiesa, il terzo.

Non so bene come concludere perché di fatto non mi va: resterei ore a ripensare a domenica. A come stavo ieri no, per niente, ma quello è stata colpa dell’aperitivo dell’ultima di campionato e della sveglia implacabile. Cioè, colpa mia.

Bello, è stato bello. Lu e Gu sono stati la casualità che ci voleva. Mi hanno fatta contenta.
Ed era davvero molto tempo, che non mi piaceva tanto parlare – o scrivere, vabbé . Strano, come ci si possa vergognare tanto per essersi mostrati scioccamente infatuati della magia che qualcuno, casualmente, butta dentro una giornata.

Grazie : )
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