Poi con Alck

Comunque abbiamo un po’ sbroccato, com’era giusto che fosse dopo più di due mesi a concentrare ansie, alcune nuove e altre covate da tempo. E sbroccheremo ancora.

Mi viene in mente la banale considerazione sui finali delle storie: non sai più cosa succede chiusa l’ultima parte di un racconto, o visti i titoli di coda di un film. Fatta esclusione di un finale in cui muoiono tutti. Lo trovo sempre fastidioso, perché metto a fuoco più che mai l’aver sempre cercato nei libri quello che non capivo del mondo, e il fatto che il manuale d’istruzioni che mi capitava tra le mani smettesse di punto in bianco di fornirmi informazioni, era sempre odioso.

Ultimamente ho ansie di cui non voglio parlare e pensieri che non riesco a mettere nero su bianco. Quindi disegno minchiate.

“Non ho capito, cos’ha lo scarico stavolta?”

Non mi viene praticamente mai da scrivere di Alck. Per più di un motivo.

Prima di tutto, gli starebbe seriamente sul cazzo. Cioè, come quasi sempre succede quando si realizza qualcosa che sostiene stargli molto sul cazzo, probabilmente storcerebbe brevemente il naso e poi passerebbe oltre. Abbiamo idee molto diverse sulle conseguenze degli avvenimenti che ci stanno molto sul cazzo.

Poi perché un po’ di gente che lo conosce e mi conosce, potrebbe leggerne e sapere qualcosa che penso in relazione a lui, prima di lui stesso. E questo gli farebbe l’effetto che fanno a me, le cose che mi stanno seriamente sul cazzo.

Ci sono un realismo e una lealtà diversi, con Alck, rispetto ai tizi dei miei sproloqui precedenti. Di anni, di sproloqui precedenti.

Con loro è un po’ come se non fossi mai stata. Non per disprezzo: ero troppo persa nelle mie narrazioni interne, e loro personaggi pittoreschi e interessanti, magicamente comparsi sulla mia strada per recitare puntuali camei, in quella sega mentale infinita che è la mia insulsa esistenza.

Se mi guardo indietro, è come se quelle storie le avessi immaginate. Quando qualcuna delle iniziali puntate dalle storie passate mi viene in mente, non riesco a mettere fuoco una sega. Non ci sono ricordi tattili, odori, un’identità tangibile di qualcosa vissuto. È come se fossero personaggi di un libro letto da un po’.

E poi, la menata messa in piedi, era sempre noiosa, sempre la stessa. Cosa che ha spiegazione molto semplice: avevo realizzato, in un momento ben circoscritto, che io ero fatta per essere un personaggio secondario. Servirà qualcosa di grosso, per superare l’entità del sollievo espirato quando ho capito che certe cose avrei potuto non farle. Feste di compleanno, feste per altri motivi, matrimonio in chiesa, matrimonio in generale, occasioni di famiglia. Curiosamente, non ho realizzato le cose in quest’ordine, né nello stesso momento. Gli intrecci di significati che legano i concetti, non sono gli stessi nella testa e nel dizionario. Comunque, l’idea di trovarmi al centro dell’attenzione, fin da quando ero piccola, mi provocava una sensazione opprimente e odiosa, che solo di recente ho imparato a chiamare “ansia”. È dovuta cessare e poi tornare a distanza di tempo, perché mi rendessi conto di cos’era quel sottofondo costante. Vabbè, ci si abitua, almeno in parte. Ma solo scrivere e ricordare che ci sono cose che ho imparato presto a odiare, che posso non fare, mi fa sentire benissimo.

Quindi ho sempre pilotato queste vicende interpersonali su rotte drammatiche ma modeste, traiettorie prevedibili e ripetitive, rappresentazioni già note (perché poi avevo da rappresentare una cosa da risolvere nel subconscio e bla bla bla) e non mi sono fatta problemi a parlare di questi ruoli improbabili, condivisi (spesso) sentimenti burrascosi e gigionate ridicole. Cioè: cosa gliene dovrà mai fregare agli interpreti – più o meno collaborativi o partecipi, perché bastavano incontri ridottissimi a impostare il kolossal – di una sega mentale continua, di quello che scrivo di loro? Sono pure parte di un intreccio marginale: impossibile dare importanza a qualcosa del genere.

Credo che a questo punto dovrei sentirmi in colpa, ma non sta succedendo. Vabbè, vedete? Sono cose inutili, è una perdita di tempo solo ripensarci. Se proprio, è gradevole pensare alle amicizie che da quelle scenate sono iniziate, il resto è noia.

Adesso è diverso. È diverso perché, mentre lo ignoro e scrivo, e lui cerca di attirare discretamente l’attenzione (“Vuoi delle patatine?”, “Buono questo vino”) perché si sente in colpa (poi glielo dico che stavo scrivendo, così non si offende: noto che manca poco), onestamente non avverto più il breve rigurgito di sclero di mezz’ora fa. Adesso, incredibilmente, mi sento del tutto separata da quelle emozioni. Adesso, che ho rimuginato e scritto in silenzio per un po’, riflettendo, per quanto tutti i miei teoremi precedenti dicano che la situazione è gravissima e il problema enorme, è come se tutto sommato non me ne fregasse un granché. Non è quello il punto, o giù di lì.

Questa cosa che Alck sia una persona vera, e non una comparsa che intrallazza con la co-co-coprotagonista di una storiella incolore, mi stupisce di continuo da due anni. E non mi va di… non so, mi sono distratta a metà frase. Una cosa tipo: non mi va di sentirmi irrispettosa, sleale.

Sono molto confusa. Però in realtà no. Persino Scanzi e Veltroni, a mezzobusto in scala 1:1 sulla tv di fronte a me, sembrano più concreti di quella che sono stata fino a poco tempo fa. Che strano il tempo. Credo di avere un principio di calo di zuccheri. Vado a cenare.

I principianti

Cosa sarà mai, scrollarsi di dosso due mesi di panico, allarmismo, inedia, agitazione, picchi e depressione?

Cosa sarà mai raccogliere il coraggio e avviarsi, o magari no, ripartire o affondare, spettinarsi o imbellettare?

C’è chi lo fa da una vita, di cadere nei pozzi e rialzarsi, lasciarsi indietro un piede o due e ritrovarsi i pezzi sparsi negli angoli bui.

Per noi che abbiamo sempre avuto pandemie intermittenti nella testa e la necessità – ogni volta – di riprendere ciò che resta, sono mattine come le altre.

Per ripartire come si deve, senza una meta e senza pretese, rivolgetevi ai professionisti del rimbalzo dentro e fuori dalle crisi globali della mente. Farcela o no, è quasi tutta questione di come ci si sente.

Disegnicchio

Due settimane fa, quando mi sono sfracellata da sola il ginocchio contro un mobile innocente, poi sono uscita diretta alla macelleria (livello sopravvivenza = superdifficile) ma al ritorno – per quanto io zoppichi molto bene – è stato chiaro che non si poteva fare a meno di un po’ di ghiaccio.

– Prendo il ghiaccio secco

– Ma no dai Alck, preferisco quello original, poi il freezer ne ho messo un sacco

– Ma no che ho da smaltire quello del 2015 di quando mi hanno tolto il dente del giudizio!

Così il moroso mi ha ficcato un sacchettino appena freschetto sull’articolazione bollente, tutto soddisfatto. A me iniziavano un po’ a girare i coglioni.

– Senti, non-fa-freddo!

Il moroso ha preso “senti” in modo così letterale, che questa pregevole opera ritrae l’istante immediatamente precedente: prima che verificasse che il ghiaccio finto fosse davvero insufficiente, invece magari si era solo inceppato e bastava SPINGERE FORTISSIMO.

Ahia.

Questo era il ginocchio a qualche giorno dallo scontro.

Due strani mesi

Sono stati due mesi davvero, davvero strani.

Non mi riferisco alla pandemia in sé – diciamocelo: per qualunque addetto o affine al lavori, era chiamata da tempo – ma all’insana presa per il culo del destino.

Voglio dire: ti scuoti di dosso la depressione ricorrente, vai in terapia e impari a gestire i tuoi stati d’umore, la smetti di torturare le persone con la tua attitudine alla manipolazione

poi d’un tratto ti ritrovi obbligata a una vita pratica che era stata conseguenza di ogni tuo disturbo precedente: immobilizzata in casa, con un’unica finestra sul mondo (Internet) affacciata su un panorama schizoide e distopico, ben più malsano del solito, senza sapere cosa sta per succedere e come se ne potrà uscire.

Voglio dire: avevo appena ricominciato a respirare (letteralmente, non espandevo del tutto i polmoni da iniziò dicembre).

Senza contare la fortuna di essermi trovata a casa di Alck, quando la chiusura è cominciata.

Vantaggio: non essere sola.

Svantaggi: carico d’ansia doppio tra le quattro mura, alimentato da noi loschi figuri che non avevamo mai passato insieme più di 5-6 giorni alla volta.

Alla fine il bilancio è uscito positivo, ma è stato ed è abbastanza faticoso. Comunque, tra qualche giorno tornerò a casa mia e mi mancherà.

Nel frattempo ho scritto, ho vegetato, ho studiato, ho disegnato, ho cucinato con alterne fortune e mi sono infortunata a più riprese.

Segue fototestimonianza:

Sto provando a disegnare perché – fine ultimo – voglio farmi la copertina del romanzino

Giuro che è stato il letto ad avventarsi contro di me

Pensavo che fosse impossibile fare pane buono senza glutine, invece era solo scarso il forno a cui andavo

Comunque mi irrito facile

Ho ricevuto una bella notizia da una coppia di amici/parenti, un po’ ci somigliano!

Coltello su unghia, sullo sfondo il tagliere. Manca solo la cipolla

Come state?

La mia domanda su la chimica di base, Satana e bla bla – 4

Il giorno successivo all’ultimo post, la chiamata con l’amico era andata bene. Sospettosamente bene.

Quello che secondo me i depressi non riescono ad accettare – e da facente parte della categoria, pur priva di complicazione psicotica, mi associo – è la ricaduta.

Nei momenti di ripresa, il sollievo per il recupero della propria funzionalità, della presenza al mondo e dei ritrovati desideri verso il vivere sociale, deflagrano nel petto con tale tepore che i nuovi segni di freddo cedimento passano sotto silenzio. Che vuoi che sia, ci siamo chiesti tutti, prima che la malattia trovasse il tempo di rispondere.

È che non ce la si fa a rialzarsi ogni volta, con la necessaria fiducia verso la terapia e i farmaci.

Una ricaduta, poi di nuovo un senso di benessere, poi una nuova ricaduta, poi un aggravio… si smette di crederci, al poter stare bene. Le gambe perdono la spinta al portarti dove vuoi, perché non importa dove sarai: il tuo cervello ti tradirà ancora e ancora, e ancora.

Mi piace stare al telefono mentre faccio la spesa, a dispetto delle inevitabili dimenticanze che comporta, così per me è abbastanza frequente telefonare agli amici per due chiacchiere, tra uno scaffale e un’imprecazione per il lievito introvabile.

“Dai, non demoralizzarti troppo”

“Ma che vita è questa? Sono stanco…”

“È la vita che al momento sta subendo la gran parte della popolazione! Approfittane! Pensa che ci sono tanti, anche se per motivi diversi, costretti a rallentare, che si trovano nella tua stessa identica condizione o nella mia. Hai l’occasione per vederla come una tabula rasa”

“Sì…”

“Cos’è che ti piacerebbe fare? Scegli una cosa e inizia, anche bestemmiando, mettitici di fronte e pensa a quali desideri ti vengono in mente!”

La chiamata è stata lunga e avevamo già parlato di altre cose: il rapporto con gli amici, la mancanza di qualcuno con cui dividere l’esistenza, ma sono fermamente – forse troppo – convinta che non si possano delegare agli altri gli obiettivi della nostra felicità; o far affidamento sull’altrui comportamento per giustificare la perdita della voglia di lottare. Tutto lineare, a parole.

Ma i fatti sono diversi.

Nella realtà, la mente continua a correre verso il punto di sollievo più vicino. È economia biologica, una forma di bilancio umano che deve tener conto di una quantità finita di energie.

Nella realtà di un depresso, i propositi possono galvanizzarti un giorno, l’esperienza fidata di una strana amica lontana hanno un’eco che si spegne presto.

La realtà di un depresso è un inferno di neuroni dirottati.

Così, chiusa una telefonata densa di fiducia, suggellata da una voce contenta e qualche risata, il mattino successivo è tornato a ricordare che le belle parole possono aiutare per lo spazio di un minuto, una manciata di respiri.

E non passa un’ora, che sul petto, di nuovo, grava un peso che sprofonda. Si finisce sotto alla terra che gli altri calpestano.

Di qui, la mia domanda.

Come si fa a dire a qualcuno che capisci, anche troppo, di non compiere gesti azzardati?

Quale significato dovrebbe avere la spinta a continuare verso un avanti che non esiste?

È da tanto che penso a questo discorso e anche se (forse) mi sono già data qualche risposta

non lo so, è una forma di dubbio che non si esaurisce mai.