Un noir in famiglia – 4

Il decadimento che lo stile di vita della famiglia di Gherardo ha subito negli anni era evidente persino alla me ragazzina. L’oreficeria di famiglia andava perdendo vetrine, cedute ad altre attività attigue, amministrate in modo ben più proficuo; il lussuoso appartamento veniva abbandonato, per arredarne uno ridotto e lontano dal centro, con frustrazioni e passato; qualche voce o lamentela riportata all’Arma forse andava messa a tacere, lasciando che a parlare fosse il contante traghettato sottobanco; il labile legame con l’ineffabile madre Zara, ormai vedova da lungo tempo non aveva certo acquistato in qualità, anzi.

Zia Zara già non la vedevo da anni, quando seppi che si era “riaccompagnata”, con un anziano signore chiamato Norberto, benestante coevo che poteva di nuovo farla sentire fiera e femminile, grazie al quale – mi riportarono – l’arzilla ultrasettantenne si vantava di sfoderare i già purtroppo famosi perizomi leopardati.

Per lui, Zia Zara si era trasferita in riviera. Accolta come una stella del cinema dai nuovi concittadini che ne osannavano l’inintaccata bellezza; celebrata dai figli di Norberto come unico motivo di gioia dell’altrimenti rassegnato padre; richiesta a gran voce nei migliori salotti.

Almeno: questo era quanto riportava nelle frettolose telefonate alle sorelle. E sono convinta lo credesse lei stessa: per Zia Zara la parte più importante delle giornate si svolgeva dietro gli occhi, non dinnanzi; pazienza se ogni tanto questa pazzerella, maleducata realtà non si prendeva la briga di corrispondere a ogni suggerimento che avrebbe dovuto accogliere. La sua felicità la costruiva da sola, nella propria mente, accontentandosi signorilmente di quanto il bieco mondo fosse faticosamente in grado di confermarle. Nemmeno la morte pacifica e improvvisa di Norberto, addormentatosi profondamente sulla poltrona e poi scivolato – non visto – nell’aldilà, mi pare abbia mai messo in crisi quel profondo rapporto con la fantasia. Forse ne è uscito addirittura rinforzato: un’ultraottantenne sola, tutelata unicamente dalle disposizioni testamentarie del neo-defunto secondo marito, per rimanere accomodata nell’appartamento testimone del loro maturo amore, nonostante l’ostilità – fantasiosamente ignorabile ai magnanimi occhi di Zara – della prole di lui, perché mai avrebbe dovuto – proprio a quel punto – prodursi in un miserabile ingresso negli ultimi anni della sua vita?

Un noir in famiglia – 3

Altri familiari – parimenti disturbanti – sono meno rilevanti ai fini di questa vicenda; li introduco brevemente per questioni di contesto e ragioni: forse, se Zia Zara fosse stato un caso isolato, le conseguenze della sua condotta avrebbero finito per diluirsi, attutite da un contorno più equilibrato. Figuriamoci.

Mentre scrivo, mi chiedo cosa accadde alla bisnonna in questione (ne ho conosciuti cinque su otto di bisnonni, sono morti in successione dal compimento del mio nono anno in poi: li ricordo di persona) per diventare un’adulta tanto combattiva; no, non penso che i due conflitti mondiali c’entrino troppo: non combatteva qualcuno al di fuori ma ogni pulsione dentro di sé, soprattutto quando – livorosamente – la riconosceva nelle figlie. Se a Nonna T. chiedo qualcosa, generalmente si trincera dietro sbrigatività difensiva e mi liquida con un “all’epoca si faceva così”. Ci crederei, non avessi conosciuto troppi antenati, per farlo.

Negli anni delle sicurezze e della stabilità economica, i segni del prossimo disfacimento erano occultati da sfoglie dorate presto trasformate in pasta fresca, succulenti arrosti fumanti, occasionali e sfavillanti serate in quella piccola società di provincia. L’abbondante benessere soffocava violentemente il senso di malessere, occupando ogni spazio possibile, spingendolo in basso e facendo sentire terribilmente in colpa e sbagliato chiunque si permettesse di avvertirlo.

Quale giustificazione poteva avere un dolore che non fosse legato ai morsi della fame, al non aver di che coprirsi? Non c’era dignità riconosciuta nel soffrire mancanze immateriali e innecessarie, in una famiglia che ricordava più di una guerra, in cui sembrava toccarcisi solo per procreare.

I miei ricordi più chiari iniziano sul finire di quegli anni: un lento declino sfociato nella paura e nella solitudine di tutti i coinvolti. Da figlia illegittima, io risplendo tra le cause e le vittime. È stata la fedeltà a vincolanti dettami, spinta dalla paura di restare soli, che ha tenuto uniti tanti di noi, alimentando un rumoroso odio reciproco; legami freddi e soffocanti, malsopportati a ogni costo perché l’idea di reciderli non poteva esistere.

La Zia Zara che ricordo da piccola era un rumoroso uccellino appassito, ancora straripante di frivolezza e incoscienza. L’ho sempre capita, perché rappresentava una versione apparentemente meglio riuscita di mia madre; una volta le chiamavano “snaturate”, oggi le chiamano borderline: persone capaci di rincorrere unicamente il proprio godimento, prive della capacità di considerare qualunque aspetto dell’esistenza che non rientri nel palcoscenico immaginario in cui mettono in scena la propria quotidianità. Un palcoscenico che mescola desideri e realtà, indiscriminatamente. Zia Zara e mia madre andavano d’accordo, erano come bambine che confabulavano ridacchiando, raccontando e ascoltando l’un l’altra la propria verità, diversa da quella di chiunque altro.

Il figlio maggiore di Zara, Enea, che neanche saprei riconoscere, prese con una rincorsa di profondo odio le distanze dai genitori, in un momento imprecisato del passato e di lì in poi venne nominato in famiglia come un avventuriero destinato alla sciagura. Abitava a pochi km ma era come se avesse abbandonato il pianeta. Da bambina mi rimase impressa parte di una descrizione che riportò mia nonna, dopo averlo incrociato casualmente per strada: gli mancavano dei denti. A quei tempi, credevo ancora fosse tra le cose più gravi che potessero accadere a una persona, peggio dell’infelicità. I miei incubi si somigliavano tutti: uscivo di casa e scoprivo improvvisamente di non portare indumenti dalla cinta in giù, mi cadevano i denti e – in ultimo – mi aggiravo nella vecchia casa, completamente buia e inspiegabilmente estranea e mia madre compariva all’improvviso, sovreccitata e grottesca, spaventosa. Negli incubi più angoscianti, mia madre si nascondeva dietro tutte le porte.

L’altro figlio, Gherardo, aveva completamente abbracciato lo stile di vita genitoriale: un’attività commerciale di cui e con cui riempirsi la bocca (si parla di preziosi, si vocifera di illeciti), l’appartamento lussuoso, abbigliamento allineato all’immaginaria caratura del cognome. Suppongo rappresentasse il suo sforzo finale per ricevere considerazione da madre e padre, quel tipo di vita; considerazione che non arrivava, se non in occasioni particolari e isolate. Forse era solo perché non ne conosceva altre, non so.

Gherardo e la moglie Carla, donna talmente assoggettata e servile che nemmeno quando la sua esistenza è diventata un calvario ha smesso di adorare e servire il marito, hanno una figlia: Sabina.

Avrò avuto circa otto anni – Sabina tre o quattro più di me – nel breve periodo in cui trascorsi tanti pomeriggi a casa loro. Giocavamo alle bambole e avevamo l’imbarazzo della scelta, in quelle due stanze piene di giocattoli; io avevo anche l’imbarazzo dell’inadeguatezza. Non capivo se lei passava volentieri del tempo con me, abissalmente più piccola (considerando la fascia d’età), né saprei dire se la nostra frequentazione fu interrotta perché lei crebbe troppo o per altre ragioni. Non importa saperlo, dato che mi sfugge persino come fosse iniziata. Ricordo distintamente alcuni spaccati: un paio di giochi per me impensabili da chiedere ai familiari o a Babbo Natale, qualche frase ripetuta spesso, animando le Barbie che sceglieva di interpretare, e il non averla mai vista ridere.

Per almeno un lustro a venire, avrei ricevuto regolarmente sacchi per la spazzatura, straripanti di suoi abiti seminuovi, a malapena indossati. Ammetto che, all’epoca, mi pesò di più l’interruzione del flusso di indumenti che la perdita dei contatti con quella lontana cugina.

Dalla quinta elementare a oggi avrò incrociato Sabina forse due volte e ogni tanto l’ho sentita nominare. So che – per la volubile gioia di sua nonna Zara – debuttò in società, ma anche quell’ennesimo tributo non valse a Gherardo l’approvazione materna per più di qualche giorno. Con il senno di poi, cerco d’immaginare Sabina e il panorama che ne traggo è così diverso dall’immagine distrattamente recepita in passato, basata sui racconti dei miei. All’epoca avevo quattordici anni e tutt’altro per la testa, ma ora mi sembra di vederla: vestita di bianco – lei, così alta – spessa nella figura ed eternamente mesta nello sguardo, come la madre Carla; mi sembra di vederla, terribilmente a disagio, in una situazione estranea a lei e ancora di più agli imbarazzanti genitori, al rumoroso e infantile padre e alla sommessa e insipida madre.

Mia nonna ha cercato di contattarla al recente ricovero del padre, dato che anche Carla era in ospedale e nemmeno nello stesso. Ha risposto una megera urlante che ha preso ha insultare Nonna T., accusandola di volersi impicciare degli affari loro, perché aveva chiesto se poteva aggiornare la bisnipote sullo stato di Gherardo. Ma Sabina – stando all’abbaiare di quella cagna della suocera – dice di non avere altra famiglia eccetto quella del marito: un artigiano della notte con la faccia da gorilla a cui ha dato quattro figli, in una casa dove ha rinunciato a rispondere al telefono, dalla quale pare raramente esca.

Come sua madre si votò al culto di un marito irretito dal proprio vuoto, Sabina l’ha disconosciuta per intraprendere lo stesso, inutile martirio. Non credo la rivedrò mai.

Un noir in famiglia – 2

Come dicevo, mia nonna T. ha tre sorelle e un fratello;

Zara, la sorella più grande, è quella che non sappiamo dove sia finita; di lei conservo ricordi di seconda mano, ad esempio le mille volte in cui la nonna mi ha raccontato che i fascisti la volevano trascinare in piazza per rasarle la testa, o quando si era presentata – decenni dopo – davanti alla bottega del vecchio forno per esibire la nuova acconciatura e dalla finestra due piani più su, la Rina le aveva strizzato una spugna diritta addosso.

Ne ho anche qualcuno di prima mano: lei vestita da esotica giapponesina al matrimonio di una delle nipoti (una figlia di mia nonna, mia zia), con due cespugli fiorati piantati ai lati della testa. Venticinque anni fa era strano vedere un’ultrasessantenne addobbata in quel modo, com’era strano – a meno di un lustro di distanza – che la stessa ultrasessantenne suggerisse alla me preadolescente di acquistare qualche perizoma leopardato. “Sono deee-liziosi!”

Ma la prozia Zara è sempre stata così: vanesia, garrula, inappropriata.

Si sposò già incinta; deplorevole, secondo la rigida diseducazione che mi avrebbe impartito nonna T., ereditata dall’ipocrita madre – mia bisnonna – secondo cui ogni donna che… secondo cui ogni donna è una puttana, soprattutto se gravida prima del matrimonio. Esattamente come lo fu lei, a sedici anni, fatto da cui tentò di distrarre i posteri occupandosi a ritmo serrato della diffamazione di qualunque altro essere femminile del Creato.

Dicevamo, Zia Zara si sposò già incinta del primo figlio, che non ricordo di aver mai incontrato, poi ne fece un altro: quello spiaggiato in ospedale con lo scroto al vento a cui accennavo ieri. Il marito era un pomposo ingegnere, maestoso a parole e mesto nei fatti, esattamente il suo tipo (dacché la prozia non ha mai avuto granché da spartire con la realtà). Ma era alto, titolato, spocchioso e limitato come molti degli uomini di successo di cui ho assistito al successivo declino finanziario e familiare. Irresistibile.

Zia Zara e il marito Zio Trombone, per molti degli anni delle infanzie dei figli, viaggiarono a destra e manca, spargendo boria in tutti i salotti, di qualunque provincia, ai quali il mestiere di lui fornisse l’accesso. Non che io pensi sia mai loro sorto il dubbio, ma sono convinta che, a domanda diretta, avrebbero difeso la deliberata assenza genitoriale, offesi e stupiti del fatto che qualcuno potesse trovare meno che perfetto un qualsivoglia aspetto di quella mondana condotta. Se ai figli non bastava avere genitori che garantissero loro un buon nome (la cui bontà scompariva dalle bocche di tutti appena abbandonavano la stanza) e una bella casa – e nient’altro – il problema era esclusivamente della progenie, non certo loro.

Così quei due bambini crebbero soli, l’uno (a me sconosciuto) nel totale rifiuto di qualunque regola impartita da lontano, senza contatto diretto, tipo quelle del fisco; l’altro trascinando un’irrisolta, protratta infanzia, in cui il bambino che manifesta i dispiaceri ingozzandosi di cibo, avrebbe atteso per sempre una mamma che arrivasse a sostituirlo con il suo abbraccio. Non sarebbe mai arrivata.

Un noir in famiglia

Si sono perse le tracce della prozia.

Non credo che siano poi così tante le famiglie disfunzionali capaci di prodezze del genere; almeno, non in ogni cazzo di ramo del proprio malato albero genealogico.

La nonna T., quella che mi ha cresciuta, tra le sue tre sorelle e singolo fratello, è la meno assurda.

Userò nomi di fantasia solo perché tra noi parenti sono più frequenti le lettere d’avvocati che i pranzi di famiglia e taggherò nei prossimi giorni i post in cui ho raccontato in passato di alcuni di loro (qualora qualcuno avvertisse l’insano desiderio di approfondire il grado di disturbo). Per adesso, seduta nella corriera che mi scaricherà dritta dritta di fronte a casa di Alck, inizio a raccontare.

Qualche settimana fa nonna T. è finita improvvisamente ricoverata per un forte dolore al torace e senso di mancamento. Mia nonna è abbastanza ipocondriaca, sia perché ha avuto numerose rogne fisiche (di qui l’allerta costante), sia perché adora raccontare a chiunque di aver affrontato l’ennesima indagine, lasciando intendere di trovarsi costantemente in bilico tra la vita e la morte. Le piace così.

Ad ogni modo, dato che avevo presente le sue ultime analisi del sangue, l’angiografia dello scorso autunno, l’andamento medio della pressione di questi mesi e la sua alimentazione abituale, ero abbastanza certa che fosse in perfetta forma cardiovascolare. Infatti lo era: il ricovero è stato doveroso perché si è presentata in pronto soccorso di venerdì, giorno scomodo per richiedere gli accertamenti necessari al suo tipo di accesso. Alla fine si è fatta qualche pedalata sotto sforzo, godendo dei complimenti per la resistenza e forma muscolare da parte di dottori e infermieri, per poi tornare a casa con una fantasmagorica storia in più da raccontare, ispirata e liberamente adattata dalla realtà.

La causa dello scompenso era un carico di agitazione, che da una quindicina di giorni le gravava sulla fiction.

Un suo nipote, figlio della sorella maggiore, era stato ricoverato dopo che un’amica (o collaboratrice, non ricordo) di famiglia, lo aveva rinvenuto sul pavimento di non so quale stanza di casa sua. Era lì da due giorni. Se fosse stata presente, lo avrebbe trovato prima la moglie, ma la moglie era già ricoverata da qualche giorno, non chiedetemi per cosa. Però posso dire che, mentre stava lasciando l’ospedale, è caduta fratturandosi due vertebre, vincendo così almeno almeno altre tre settimane di degenza, in perfetta sincronia con il delizioso marito sporco, obeso, diabetico grave per scelta. Praticamente uno Sporcelli di Roald Dahl ma infermo, che di lì a poco avrei avuto il dispiacere di apprezzare in tutta la sua grottesca rotondità, scroto incluso.

Ora devo scendere dall’autobus, ma il resto devo proprio raccontarlo.

Non so scrivere un incipit

Può anche essere che io abbia già postato questa parte, ma se non lo ricordo io – da diretta interessata – dubito sia rimasto a qualcun altro, nel caso.

Con la terapia dell’anno scorso, ho iniziato a scrivere un romanzino che per un po’ ha vagato perduto nell’immanente disorganizzazione delle mie settimane. Ora, cercando di rimanere fedele a una tabella di marcia che trovo sensata, vorrei finirlo in tempi non biblici.
Il legame con la terapia è abbastanza impalpabile: quando si è chiarito che la mia personalità fa un po’ il cazzo che le pare, oltretutto al plurale, Zack mi ha parlato delle varie strategie con cui le porzioni separate possono venirsi incontro. Nel mio caso, la più congeniale è la scrittura e così è nata una storiella con cinque personaggi principali che incarnano ognuno un tratto autonomo della mia personalità. Lo spunto poi ha preso la sua strada: non sono cinque me che parlano, sono solo cinque persone attinenti alle mie cinque porzioni, modellate su visi noti o inventati con cui ho a che fare da un po’.

Solo che, come spesso accade quando si scrive, temo di aver perso di obiettività. Non è efficiente continuare a riscrivere la stessa parte e sto procedendo;

vorrei – se qualcuno ne avesse voglia – un feedback sulla prima facciata o poco più.
Here you are:

 

1

L’ingresso della donna elegante e ricciuta in cappotto leggero rischiava di provocare una disastrosa reazione a catena al bancone del bar. Lo squillante “Buongiorno!” avvisava i clienti più esperti di scalare di un passo: se fuori pioveva arrivava grondante; nei giorni di commissioni, caricata di pacchi ingombranti. Era buona cautela farsi più in là.
Carissima, il solito?” sapeva il barista; tipo paziente che rideva rivolto al beccuccio sbuffante.
Gli era bastato il lamento dell’avventore di turno: un colpo di coda della borsa gigante aveva centrato l’ennesimo fianco.
Oh, mi perdoni… Sì grazie Dido, doppio macchiato!”
Il barista eseguiva senza più indagare il tipo di danno: da copione, il cliente ferito si sarebbe voltato con un sopracciglio per aria e poi col disappunto smontato in un soffio dal sorriso di lei.
Arrivava regolarmente quattro mattine su sette, trafelata, per gustarsi in pace una buona mezz’ora a sorbire un ordine o due – sempre lo stesso – sfogliando il giornale.
Il caso voleva che a qualche minuto dal suo allegro saluto il bar si vuotasse, scandendo gli orari di una clientela per lo più abituale;
così lei e il barista – Dido per tutti – scambiavano qualche parola su loro e sul mondo, con in sottofondo il risonante stormire di tazze che lui caricava e spediva diritte a lavare.
Dove andremo a finire di questo passo?” sospirava, raggiunto il fondo di tazzine e giornale.
Si preparano tempi bui” rispondeva lui, e notandola incupita cambiava argomento: “Figlio e marito? Resistono?”
Lei rideva e lo informava sugli (a sua detta) inspiegabili sinistri sofferti dai cari.
Una volta il marito aveva infilato quatto quatto la testa nel baule dell’auto, proprio mentre lei si affrettava a serrarlo per scappare a lavoro. Gli ci erano voluti giorni, per superare la contusione.
Poverino, dopo ha farfugliato qualcosa… diceva di essere lì da cinque minuti a cercare un qualche attrezzo, ma io proprio non lo avevo visto…”
Un’altra volta, il figlio non si era accorto che lei – ovviamente – puliva l’armadio delle scarpe sito al soppalco, lanciando dabbasso le paia malconce. “Per fortuna, da quando è entrato nella squadra di rugby, le prende al volo!” cinguettava contenta.
Dido aveva dapprima smesso di celare, poi di avvertire qualunque sorpresa: era evidente che i maschi di casa fossero ben allenati a superare la naturale selezione, soavemente incarnata da lei. Se fosse stata un’altra, si sarebbe chiesto come i due sopportassero tanta follia; invece, avendola di fronte, annuiva comprensivo.
È ora che vada… Ecco, dovrebbero essere giusti”
Benissimo cara” Dido non contava il malloppo di spicci: ormai la sua mano pesava gli importi. “Ti aspetto stasera con le Sorelle?”
Ma che giorno è oggi…?! Ah! Sì! Certo! Scappo!”
Il barista si era portato la mano alla fronte: un signore, entrando, l’aveva salvata dallo scontro col vetro. O forse aveva salvato il vetro da lei.
Tutto tranquillo, al Bar Sacramento.

Crisi di gomma

Ok, ho imparato che la sensazione di annegare e relativi momenti di down (non dico in termini sentimentali)

DI SICURO non migliorano crogiolandosi e rotolandocisi, un po’ come il buttarsi a terra in un porcile abitato, non aiuta a smacchiare il vestito appena messo e subito sporcato.

Di questo passo, sui 70 anni potrò considerarmi adulta.

Comunque, sto collaudando la teoria dello stick to the plan (stick to? Stick on? Stick with?, non ricordo) e cerco di mantenere una certa regolarità – mai puntuale – per ognuna delle cose che voglio fare. Non mando tutto a puttane se perdo un colpo.

Ho provato a scrivere un racconto (mentre dovrei voler scrivere tutt’altro, ma vabé) e penso non sia proprio il mio genere di scrittura. Sticazzi insomma, mi ero presa bene con la raccolta di quel sadico giocherellone di Roald Dahl e mi è venuto di produrne uno.

Ma il motivo di questo post – oltre a portarvi subliminalmente a leggerlo, ma non troppo apertamente perché ricevere aspri giudizi oggi mi deprimerebbe – è che ho bisogno di un libro di quelli in cui perdersi, da amare.

Ho bisogno dell’avventura di tre giorni, di un weekend lungo di follie e riposo.

(Adesso realizzo perché non sposto il culo dal paesello o limitrofi da anni, fatta esclusione di 4 giorni in Svizzera a trovare un’amica, ooook).

Però vorrei un consiglio mirato, quindi allego un elenco di alcuni dei libri – non in ordine di gradimento – che mi hanno dato la sensazione che cerco:

  1. Harry Potter – tutti
  2. La famiglia Aubrey – la trilogia
  3. Il castello errante di Howl (ma il seguito no)
  4. Cime tempestose
  5. L’ombra del vento (ho letto tutto Zafon, basta)
  6. Papà Gambalunga
  7. Polissena del porcello (Vabé, tutta la Pitzorno)
  8. Hunger Games
  9. Sotto la pelle (vol.1)
  10. Chi è morto alzi la mano

Attendo fiduciosa e disorganizzata qualche consiglio efficace.

Una cosa che mi fa ridere

È abbastanza frequente che Alck, un paio d’ore dopo la cena, si addormenti sul divano e, quando si impacca, è davvero difficile svegliarlo abbastanza da convincerlo a raggiungere il letto.

Se lo scuoti mugugna, risponde con parole a caso chiaramente raffazzonate, a quella molesta voce lontana che lo vuole distogliere dal dolce saliscendi delle sue onde lente; biascica un “sisi” e poi resta lì. Inamovibile.

Sussurrare “Ehiiii“, ricordare “è ora di andare a dormire di là” o scuoterlo fisicamente, sono tentativi perfettamente inutili.

Ma c’è una cosa che – ho scoperto – quasi funziona quando voglio svegliarlo, con un effetto simile a quello che il limone tra Lily e Robin sortisce su Barney, nella puntata in cui lui è reduce da una sbornia epocale ma nel giro di poche ore si deve sposare.

“Vabé, ciao, vado via“.

A quelle parole, istantaneamente, un singulto di vita strozzata lo scuote. Scatta in un debole ma pronto sollevamento del collo, le palpebre mimano l’apertura sotto a sopracciglia corrugate di default e borbotta contrariato:

“…’ove vai“, senza nemmeno la forza residua per aggiungere un punto di domanda.

Mi fa troppo ridere; lo trovo così divertente che ripeto la minaccia una o due volte più del necessario solo per gustarmi la reazione. Poi aggiungo la seconda parte della formula per concludere l’incantesimo:

“Vado di là, ti lascio qui

così obietta ancora, si tira su e infila il corridoio con andatura pendente, per buttarsi nel letto

assolutamente disinteressato a dove io poi vada a finire: in camera, sul divano o su Alfa Centauri.

Mi fa troppo ridere.