ed è strano come le parole a volte chiudano dentro

Non è sempre facile capire a chi stia mentendo qualcuno, e poche cose sono fastidiose come interpretare il danno accidentale delle balle che qualcuno racconta a se stesso. Come se non si fosse abbastanza rilevanti nemmeno per meritare una bugia tutta per sé.

Però la cosa che fa male-male, malissimo, è l’incertezza. Non siamo fatti per sopravvivere a lungo su un terreno incerto, pronto ad abbandonarci al primo passo falso. Come stare troppo a lungo su una tavoletta propriocettiva causa davvero dolore muscolare, stare troppo a lungo tutti tesi col timore di veder scomparire le cose attorno a sé, fa male a molto del resto.

Da quando io e Alck abbiamo parlato l’ultima volta, la mia testa è più ospitale. Ho tolto più ragni, ho buttato via cose, lavato per terra più di quanto abbia mai fatto.

L’equilibrio è una cosa che si può dare per scontata solo quando c’è.

Un termine volubile che vuol farsi passare per quello che non è

Non è una cazzata la teoria secondo la quale chi è single dopo i 30 anni ha qualcosa che non va.

Ovviamente dire che non è una cazzata differisce dal prenderla come verità assoluta. Si tratta solo di una frase generica che trova applicazione in molti casi, pur considerando le diverse situazioni.

C’è chi si ritrova single perché ha avuto altre priorità, chi per deliberata merdezza altrui (tradimenti, di qualunque genere) o propria, chi tragicamente per morte o malattie disastrose, eccetera eccetera eccetera. C’è anche il non aver trovato la persona giusta al momento giusto.

Trovo che un modo più sensato di metterla giù sia: chi è single, dopo i 30 anni, verosimilmente ha qualcosa che non va nella direzione ottimale per una relazione.

A rendere difficile il viraggio necessario sono tanti fattori, che ho provato a scrivere ma sono noiosi quindi li diamo per noti perché tanto li sappiamo.

Per un sacco di tempo io ho creduto di dover volere una relazione, ad esempio. Altre persone la vogliono, a patto che le loro inverosimili aspettative siano soddisfatte, che è solo un modo rapido per giustificare il rimanere soli, teoricamente proprio malgrado.

Ma anche qui tagliamo il para-pippone (il paragrafo pippone) perché insomma sticazzi.

L’ho detto qualche settimana fa: non voglio sputtanare troppo i fatti di Alck, quello che pensa e le sue questioni personali. Ci basti sapere che, messo davanti a domande scomode, è sempre sincero e, per quanto io possa trovare assurde alcune sue motivazioni, i suoi turbamenti non hanno meno dignità solo perché ha avuto più fortune di quante ne abbia avute io o molte altre persone.

L’altra sera abbiamo passato insieme cinque ore tra le più utili da quando stiamo insieme. Tutti (o quasi) discorsi che avevamo già fatto, ma ci eravamo sempre fermati a un piano sopra rispetto al quale avremmo dovuto attraccare.

Abbiamo parlato, io soprattutto, e fino alla quarta ora ho pensato davvero che ci stessimo lasciando. Perché, per quanto ci avessi provato, non avevo trovato motivi validi per continuare. O motivi validi per farmi trattare così: come se non avessi alcuna importanza per lui. Cosa che gli avevano rinfacciato tutte le sue ex (“Ma scusa, tu non sei un ritardato, mi spieghi come cazzo fai a comportarti ancora così se sono dieci anni che te lo dicono?!”)

Devo dire che mi sono piaciuta: mi è piaciuto non andare in modalità autodemolizione totale come facevo una volta; mi è piaciuto smettere di pesare le parole e dire tutto quello che volevo; mi è piaciuto riconoscermi il diritto di pretendere (roba piccola eh, e appunto per quello necessaria). E devo dire che non mi è piaciuto tutto quello che mi sono sentita rispondere, ma una cosa di Alck mi piace sempre: quando capisce, capisce davvero. Poi a volte dimentica, ma insomma.

Praticamente, lui dava per scontato che a ‘na certa ci saremmo lasciati (cioè che io lo avrei lasciato) e quindi andava bene non esagerare con il legame.

“Ah, quindi tu mi hai trattata così per un anno e mezzo (sarebbero due e mezzo ma un anno di lutto mi pare umano riconoscerlo) perché pensavi me ne sarei andata. E su che base scusa? Ma tu hai idea della fatica che ho fatto? Quindi secondo te ha senso tenere in ostaggio qualcuno per anni, fingendo di esserci anche tu dentro al rapporto, quando alla fine non-fai di tutto per farlo andare male e avere la conferma che sì: finisci lasciato?”

Ma siamo andati d’accordo: d’accordo all’inizio che ci saremmo lasciati e d’accordo alla fine che non lo avremmo fatto. Alck è la prima persona che — quando c’è — non mi fa venire voglia di essere qualcun altro. Anche se in quel momento non gli sto piacendo per qualche ragione. È stato così anche in quelle cinque ore di dilaniamenti emotivi palleggiati. Tutto considerato, mi pare un motivo valido per restare. A patto che intenda restare anche lui.

E poi “ordine” è una convenzione arbitraria

La serata di ieri si potrebbe quantificare con:

20% chiacchiere 30% rinfacci 2% videogiochi 18% psicoterapia 13% disperazione 7% baci 10% pianto

e il trailer della cronaca meglio spiegata è:

“Quindi tu non ti sei fatto problema a tenere in ostaggio qualcuno per due anni e mezzo della sua vita a causa di un trauma di serie B? Se eri convinto che tanto sarebbe finita, la mossa coerente sarebbe stata rimanere solo in partenza, non stare con me convinto che sarebbe andata di merda perché la stavi facendo andare di merda tu per darti ragione”.

Madonna, che astio mi fanno quelle persone che pensano di stare male solo loro. Come se noialtri attorno fossimo fatti di nulla.

Perché alla fine un vero ordine non c’è

Io non so chi sia in grado di fare coppia con qualcuno che gli riserva i suoi pensieri se e solo se non ha nient’altro a cui pensare ma chi lo è, è anche un gran coglione. (Non potete vedere ovviamente ma ho la mano insistentemente alzata: sì, sono io, io! Dai, ributtami addosso i traumi di tutta la mia infanzia, il non essere mai stata considerata dai miei genitori, non aver avuto nessuno interessato alla mia esistenza o a spiegarmi come funzionassero le cose. Il maltrattamento di Schroedinger: esiste ma non esiste, finché non ti sale su per una braga del tutto).

Che poi in realtà il paragrafo sopra è una bozza di ieri, ma adesso sto pensando ad altro. Alla mia diarrea insistente per la precisione, dato che oscillo appena un gradino sotto allo stato “colera avanzato”. Colpa mia: ho mangiato due foglie di lattuga, vabbè (ho mangiato anche altro, ma è la lattuga che mi ha uccisa). Il problema è che insieme mi viene da vomitare, in più oggi ho già pianto due volte. Poco eh, però tra diarrea, pianto e vomito, in queste settimane mi ha attraversata una portata di fluidi che se mi piantassero in culo una turbina farei concorrenza all’Enel. Per farvi un quadro accurato dei toni e dei sentimenti e degli smottamenti che mi percorrono.

Ieri sera sono stata a vedere un film con mio zio: Judy. Ci sono voluti i primi due minuti buoni di film a chiarirmi che fosse su Judy Garland e non su Judy Dench. Mi piace un sacco la Dench, sulla Garland non ho opinioni né interesse, però il film è molto bello.

Tanto a me né a mio zio interessava il film in sé: io avrei voluto vedere, nello stesso posto che ospita una breve rassegna estiva, Jojo Rabbit. A mio zio invece piacciono i cinema all’aperto. Se ho capito, è la storia di un bambino tedesco o circa il quale, durante la seconda guerra mondiale, vive con la famiglia in un posto isolato e, non avendo coetanei a portata di mano, decide di farsi un amico immaginario: Hitler. Così, quando capisce che i suoi genitori nascondono in casa un ebreo in fuga, si trova un filo confuso. Me lo guarderò da sola una di queste sere, perché no (perché non mi piace guardare i film da sola, ecco perché no).

Mi affascinano i bambini, davvero. Io da bambina ero già così: piena di seghe mentali, piena di pensieri annodati. Me lo hanno confermato, chi con rabbia, chi con perplessità, chi con fastidio e chi con pena, tante persone nel corso degli anni. “Eri così complicata, non si capiva cosa ti passasse per la testa”. “Eri troppo da prendere a mano”, “Hai sempre reso tutto molto complicato”. “Eri troppo.” è una roba che mi hanno detto così tante volte da stupirmi il fatto mi facesse effetto.

Beh, se me lo avessero detto dieci anni prima sarebbe stato più utile. Comunque ricordo distintamente un tardo pomeriggio: avevo sei anni, pensavo in piedi con la schiena appoggiata alla carta da parati color tortora e verde oliva, fissando la tapparella di fronte a me, abbassata, da cui filtravano e mi colpivano i raggi radenti del sole al tramonto. Filtravano dai buchini. Pensavo che non sarei stata sempre così: un giorno anche io sarei diventata come gli altri sembravano essere. Anche io avrei avuto la cosa normale da dire agli altri bambini, anche io avrei potuto trovare divertente la loro compagnia, anche io mi sarei trovata bene con qualcuno che non fosse un libro, un giocattolo, un sottoscala (verde anche quello: la palette di colori è l’unica cosa lineare della mia infanzia).

Non è mai successo. Quindi ho fatto quello che avrebbe fatto qualunque darwinista convinto: mi sono adattata. Una volta mi hanno presa in giro tipo due secondi perché avevo una brutta grafia. L’ho cambiata. Ora ne ho 5-6 tra cui scegliere, a seconda del tipo di penna e del supporto su cui poggia la carta (se sotto c’è altra carta è diverso rispetto a quando sotto c’è il tavolo). Non ero simpatica: qualunque cosa dicessi suonava evidentemente acida ma io non sapevo perché, mi limitavo a prendere vaghe sgridate sul quanto fossi sgradevole. Ho imparato l’umorismo dagli altri: guardavo le persone che facevano ridere le altre, capivo il meccanismo magico che animava il divertimento e l’ho imparato abbastanza bene da diventare qualcuno che veniva cercato per farsi due risate. Uno stress infinito. Non sapevo vestirmi. Però a quel punto ero simpatica, quindi andavo a comprare indumenti insieme a persone che andavano bene com’erano e sceglievano loro. Potrei comprare una palazzina con i soldi sputtanati in pantaloni e magliette che mi facevano schifo.

Questo per dire che ancora oggi non ho idea di cosa mi piaccia. Raramente rido per qualche battuta, perché per me è un breve compito orale da ascoltare e risolvere. Normalmente di infima qualità, oltretutto. Però rido molto per le involontarie ironie, le incongruenze grottesche, lo stridore dei fatti. Quelle cose mi piacciono o spiacciono abbastanza da farmi ridere. Non capisce nessuno, ma in fondo che importa.

Pensavo di arrivare per tempo all’altro discorso ma tra un’ora o forse due arriverà Alck e io proprio non ho cazzi. Deve portarmi la mia roba, evento concordato da mesi perché trasloca, però io non ho proprio voglia di “parlare”. Parlare di che? Io sono stufa. Vorrei non esserlo. O meglio: la vocina di quella bambina già troppo alta per la sua età, con alle spalle una carta da parati che avrebbe deviato per sempre la sua opinione sulla tappezzeria, dice che magari funzionerà. Tutto il resto di me dice di no. Però lei ha appena ricominciato a piangere e davvero non so cosa dirle.

Ma non sono sicura di averne voglia

Piango. Piango di continuo. Anche adesso mentre digito sulla tastiera del mio telefono c’è una lacrima gonfia sulla guancia destra e la narice che cola al lato sinistro.

Non ho pianto per anni. Occasionalmente, una volta ogni più tempo possibile, mi toccava di farlo ed era una sensazione orribile più di quanto lo sia vomitare da sobri. Mi faceva fisicamente male, come se una lama mi venisse piantata nello stomaco e tirata verso l’alto a tagliarmi lungo l’esofago, e forse era anche colpa del reflusso ma la fonte dei dolori era l’ultimo dei problemi: se sgorgava, li sentivo tutti insieme. Era il tempo in cui non conoscevo emozioni diverse da enorme dolore e enorme carica. Passavo da abissi impenetrabili a qualunque buonsenso o lucidità, a picchi di euforia e sicurezza che di lì a breve sarebbero rimpiombati inevitabilmente verso il basso, con quelle cadute verticali inattese degli sfigati nei cartoni animati.

E poi sono passata dal non piangere per lustri interi, al piangere di continuo. A volte piango come se espirassi il fiato all’acetone, altre piango come un brufolo che scoppia. Piango anche spesso come una caffettiera con la guarnizione bruciata, specie se indosso il mascara. Occasionalmente piango di solitudine, molto spesso piango di memoria. La memoria è il mio cruccio peggiore: a differenza della solitudine, non puoi sceglierla.

Ultimamente, con estremo disappunto perché di motivi per piangere ne trovo già in qualunque pensiero di sottofondo mi giri per la festa, a questa lista infinita si è aggiunto Alck.

Credo siamo giunti a naturale esaurimento, e con “naturale” intendo “connaturato”. Alla specie umana: credo di aver perfettamente rispettato la data di scadenza media delle sue relazioni. Due anni e mezzo e di più non si può.

C’è la motivazione combattuta e più realistica e poi c’è l’efficacia riassunto: mi sono rotta i coglioni.

Cercherò di andare con ordine

Abito in una casa piena di ragni. Un appartamento consunto, crivellato sui muri e sulle piastrelle dalle ambizioni d’arredo di troppi inquilini; sbreccato, spellato, scumaccato e rugoso.

L’unico specchio che possiedo è grande la metà di un foglio A4 e spazzolino e dentifricio giacciono incrociati su un barattolo bianco di crema corpo a buon mercato, su un fianco stanco del lavandino.

Non ci sono molti mobili e quelli che ci sono me li hanno regalati, riesumati da depositi e garage. Me li hanno affibbiati con un certo sollievo perché non vedevano l’ora di sbarazzarsene ma “buttare via è peccato” e così toccherà a me il duello con l’Altissimo quando si tratterà di porre fine all’esistenza di questa cucina.

Sono ufficialmente qui dallo scorso dicembre, ufficiosamente da molto prima, e ci sono ancora mobili smontati appoggiati contro ai muri, pezzi sconosciuti abbandonati qui e là, roba che ho dimenticato a cosa serva o cosa sia.

In realtà non ho passato qui troppo tempo: la quarantena è stata da Alck e anche in tempi sanificati mi fermavo da lui con una certa frequenza.

E in realtà è qui, in questo appartamento senza tende né belletti, che voglio stare: in una fatiscente proprietà bloccata centro di un passivo/aggressivo conflitto dinastico, dove venivo spesso a dormire da bambina e sembrava tutto nuovo e ci abitavano i miei giovani zii.

E non so come spiegare senza iniziare con una congiunzione la strana sensazione del trovarsi a piangere nuda sulla sponda del letto, con le spalle alla finestra (ho un sacco di dirimpettai)

perché mi sono incastrata in una risacca della mia testa

e poi alzarsi in piedi e vedere una piastrella che ti riorienta, il punto fermo in un caleidoscopio.

Questo appartamento è insieme passato e presente, è una rivelazione dopo l’altra, una ruvida rassicurazione che niente importa.

Avevo paura dei ragni, al punto che credevo di non poter dormire tranquilla sapendoli in giro;

avevo vergogna del caos nella mia testa e ora che lo vedo estratto e realizzato nelle cataste di carta e stendini e borracce e non so cosa sia quel zavaglio contro al muro, nei piatti che lavo sempre in ritardo e nella distese di vittime di cancelleria, imparo da che parte prenderlo;

credevo certe cose fossero necessarie, imprescindibili, che fosse vietato non averle e invece no: non le ho e sopravviverò.

Mi guardo intorno ed è la mia testa, con i miei dubbi e i danni altrui e le tracce di famiglia e l’insistenza del tempo e il rimpianto e i vetri vecchi; e la mia testa non ha più una scatola d’ossa a fare ombra, adesso si vedono i ragni.

Questo è il punto di partenza del discorso ed è brutto, è triste, luminoso, snervato, ferito, lugubre. E perfetto (a parte un problema di amianto sul tetto).

Pf

Sono triste, sono stanca, sono venuta a conoscenza di una miriade di tasselli sulla deprimente storia della Prozia Zara, non credo che andrà bene tra me e Alck, non so.

È stata una serata intensa, quella di ieri. Talmente intensa che sembra strano fossimo solo io e i miei zii attorno a un tavolo.

Credo che per scriverla e digerirla, mi serva un’altra sera.

Pensicchiavo

Quello che Zack, o Zap, o come ho chiamato lo psicocoso, definisce “mente iperproduttiva” (non in accezione utile, anzi) lo colgo appieno solo quando sono per i fatti miei. Intendo completamente sola, per giorni interi.

Ho letto tre libri in 70 ore, interrompendo solo per dormire, ho scribacchiato, ho disegnato, ho letto roba che dovevo leggere, ho persino lavato i piatti.

Poi vi racconterò dell’appartamento-accampamento in cui vivo: una roba da ufficio d’igiene, ma voglio che sia così e voglio starci dentro. Voglio che mi salga l’esigenza di sistemare, e sta funzionando. Mi sto esercitando a trovare un ordine disassato che deve sia entrare che uscire.

Prima, isolata da diverse ore, pensavo a quanta fatica ho sprecato negli anni per interagire con altre persone. Era sbagliato non farlo, era da asociali non farlo, era da presuntuosi non farlo, quindi lo facevo. Credo sia buona parte del motivo per cui ho sfiorato – eufemismo – l’alcolismo, per oltre un lustro.

Mi ero convinta che gli altri avessero ragione, è dato che io sbagliavo mi dovevo adattare. Ma sono sempre stata una da legami a poche persone. Ce ne sono tante che penso spesso, che apprezzo, e vedo volentieri un paio di volte all’anno. Altre, le penso e le apprezzo, e se non le vedo sto bene lo stesso. Mi piace troppo internet, perché è un ipertesto interattivo in cui vagare, assecondando gli sbalzi del mio cervello (però non troppo, ho quasi imparato) e basta.

Stare soli e sentirsi soli sono cose diverse. A questo punto, avrei potuto bere sola – direi – anziché fuori, in mezzo a maree di persone faticose. Mi sono anche divertita, sono stata anche bene, per quello che mi ricordo. Ho dei bei ricordi: sprazzi dall’odore pungente, saltelli sgraziati in mezzo alla gente, serate sincopate e scopate di cui parlare ridendo con le amiche.

Dico solo che, col senno di poi, potevo evitarmi molte fatiche.

Ma che titolo vuoi che metta

Ho sempre pensato che bisognasse desiderare una vita piena di poesia. Credo sia un effetto collaterale dell’essere stata cresciuta dai libri; spesso libri stupidi. E da preti, però preti sognatori. Quindi stupidi due volte. Dunque non mi sento poi così turbata, di aver pensato un sacco d’idiozie.

Quando mi trovo a casa di Alck, non riesco a pensare. Poi torno in questo accarpamento (perché è un appartamento in cui sto molto accampata) e il cervello mi vomita fuori tutto insieme. Infatti mi viene voglia di cenare prestissimo, dormire prestissimo e tutto prestissimo. Perché non ho niente da aspettare e la mente mi stanca.

A casa di Alck aspetto che lui mi legga nel pensiero, e non succede mai. Probabilmente perché là non penso, e ho solo un cupo ronzio che rimbomba nel cranio. E poi lui non legge. Insomma: le mie pretese sono sempre il più irrealistiche possibile. Come con la poesia: qualcuno ci ha anche provato. Tra le figure poco interessanti che appiccicavo alle persone nel passato, vagamente ricordo alcuni tentativi di poesia. Ne apprezzai solo una, per il pensiero (la “poesia” era ridicola e, sul fondo del foglio, era attribuita a Nazim Hikmet, o come si scrive; “Nel caso non ti fosse piaciuta”. Neanche quelle del vero Hikmet-o-come-si-scrive mi sono piaciute).

Comunque, le poesie degli altri – letterali o metaforiche – non mi piacevano mai: mancava un po’ di ritmo qui, un pizzico di senso là, e facevo l’analisi del testo a ogni gesto che non s’appaiasse ai miei pensieri. I quali – come detto – erano stupidi, quindi potrei stare facendo un complimento a un pugno di persone.

Per un po’ non andrò da Alck, perché ho voglia dei miei pensieri e delle mie poesie. Dato che quelle degli altri non mi piacciono mai, ho concluso che le mie siano migliori, per me. Il solo giudizio che conto.

Ho scoperto che mi soddisfa, come la realtà non rifletta la mia fantasia: i miei incubi sono faticosi e inquietanti, ma mai lontanamente quanto i sogni che non fanno paura.

E poi, quando sono sola, leggo di più. Leggo più libri, più blog, più etichette dei prodotti che decido di comprare. Possono essere molto istruttive.

Alck ancora non lo sa: cade sempre dalle nuvole, prima che gli abbia ripetuto qualcosa per la quarta volta. Sembra sempre che alla terza abbia afferrato perché – dal nulla, mentre si sta facendo tutt’altro – me la ripete. È sempre la penultima volta prima che la ricordi. Ultimamente fatichiamo parecchio. Fatichiamo parecchio perché lui è pieno di pensieri (noiosissimi e ansiogeni) e io d’interferenze.

Così succede che mi confondo e mi agito. Mi viene la claustrofobia e mi siedo sul cesso pensando che sia finita (non sono drammatiche fughe nella stanza da bagno: devo solo urinare).

Un’altra cosa che pensavo, è che i rapporti non dovevano avere momenti così: ci si doveva conoscere, poi vorticare in una tempesta di sentimenti, sbattendo il cranio a destra e manca; dopodiché serviva arrivare a un grande punto di rottura, con tragici allontanamenti e sofferti silenzi, per infine ritrovarsi improvvisamente avvinghiati, rigonfi di giubilo e ardore. Vatti a fidare di quella stronza di Jane Austen (non è colpa mia se li chiamano “romanzi di formazione”). Un po’ mi viene da ridere, per la scioccheria di questa scarna scaletta, ma era proprio così che la facevo andare.

Beh, insomma: quando mi ronza la testa a casa di Alck, un po’ questa memoria motoria di sega teatrale mi torna su, tipo i rutti alla cipolla. E poi, quando parliamo – a volte il giorno dopo aver parlato, perché siamo due logorroici – e ci guardiamo, è di nuovo come se Jane Austen non fosse mai esistita.

Adesso mi fumo una sigaretta a letto e poi mi metto a dormire (sto cercando da decenni di approntare una tecnica efficace per addormentarmi leggendo, in modo che i personaggi dei libri si possano infilare nei sogni con me; questo è ambientato in un cimitero: anche i miei incubi dovrebbero essere d’accordo).

Io, comunque, mi piaccio quando penso.

Poi con Alck

Comunque abbiamo un po’ sbroccato, com’era giusto che fosse dopo più di due mesi a concentrare ansie, alcune nuove e altre covate da tempo. E sbroccheremo ancora.

Mi viene in mente la banale considerazione sui finali delle storie: non sai più cosa succede chiusa l’ultima parte di un racconto, o visti i titoli di coda di un film. Fatta esclusione di un finale in cui muoiono tutti. Lo trovo sempre fastidioso, perché metto a fuoco più che mai l’aver sempre cercato nei libri quello che non capivo del mondo, e il fatto che il manuale d’istruzioni che mi capitava tra le mani smettesse di punto in bianco di fornirmi informazioni, era sempre odioso.

Ultimamente ho ansie di cui non voglio parlare e pensieri che non riesco a mettere nero su bianco. Quindi disegno minchiate.

“Non ho capito, cos’ha lo scarico stavolta?”